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Rudy Laurinavicius, la pittura come canto solitario nel silenzio | Intervista di Linda Randazzo.

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Rudy Laurinavicius_Opera

«Forse ora ci rendiamo conto di tutto ciò che contiene questa parola: “Vedere”. La visione non è una certa modalità del pensiero, o presenza a sé: è il mezzo che mi è dato per essere assente da me stesso, per assistere dall’ interno alla fissione dell’ Essere, al termine della quale soltanto mi richiudo su di me». (Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, 1960).

Rudy Laurinavicius è un artista siciliano/boliviano, nato a Palermo nel 1979. Comincia i suoi studi artistici all’Istituto d’Arte di Monreale per poi proseguirli in Sudamerica, in Bolivia). Torna in Sicilia e consegue il titolo di Scenografo all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Collabora a grandi eventi come scenografo, progettista, realizzatore. Rudy è un light designer, lavora per alcuni anni sul set televisivo di Agrodolce e al Teatro Biondo di Palermo.

A un tratto, (come da copione per molti grandi artisti della storia dell’ arte), nel 2017, a causa di alcuni problemi di salute, lascia le attività teatrali e si dedica completamente alla Pittura.

È sorprendente constatare come l’istanza prima della pittura sia molto spesso quella di dedicarsi a un’attività dell’anima o creativa, che consenta di dilatare e raccontare in modo profondamente poetico la propria “solitudine”. La pittura di Laurinavicius è per me come una metafora e narrazione dell’uscita dal “mondo”.

Laurinavicius pratica la pittura come se non avesse mai studiato arte, come se non fosse interessato alla mondanità delle vetrine luccicanti dell’arte contemporanea, del mercato e di ogni velleità narcisista propria di molti artisti di oggi. È questo che mi colpisce della sua intensa, solitaria e romantica produzione pittorica; in effetti la sua formazione è completa ed eclettica, e il suo cuore sta in mezzo a due continenti. Nel suo atteggiamento non vedo nulla per cui a buon diritto potrebbe sentirsi un grande artista. Eppure, sento nella sua pittura qualcosa di unico. Il suo atteggiamento nei confronti dell’essere pittore è veramente umile, come quello di un mistico che giornalmente tesse la trama astratta della propria preghiera.

Trovo che questo atteggiamento totalmente anacronistico per un artista contemporaneo, abbia in sé non solo qualcosa di estremamente affascinante, ma anche qualcosa che possa riportare la pittura a quel suo nucleo primario, che è quello di produrre le immagini della realtà da un punto di vista profondamente soggettivo. Questa è una mia personalissima opinione.

Sembra che al guardare le tele di Laurinavicius, si possa ascoltare lo stesso silenzio in cui è assorto lui, mentre scruta il vasellame dell’antica casa dei nonni ormai deserta. Nelle sue tele una semplice teiera o un mazzo di fiori diventano un pretesto per interrogarsi su come poter usare un colore piuttosto che un altro. Le piccole cose del quotidiano diventano potenziali poesie in pittura. Laurinavicius procede come un pittore puro e si interroga come un fenomenologo su fatti banali, sulla semplice visione di un viso o di un paesaggio. Poi procede a raccontarci il processo stesso della sua visione: ce lo restituisce con colori a olio, pastelli sensuali e drammatici carboncini. Nella pittura di Laurinavicius così semplice, c’è l’interrogazione stessa sulla presenza visiva delle cose del mondo. Una domanda sottesa: come è possibile che queste cose esistano e come è possibile che io le veda, così come le vedo? È semplice e profondamente filosofico questo interrogativo del pittore. Ravvedo in questo il problema della rappresentazione che tanto ha tormentato i pittori del secolo scorso, sempre protesi tra interno ed esterno, tra soggettivo e oggettivo, tra impressionismo ed espressionismo. In questa schizofrenia poetica, ognuno di loro ha prodotto i suoi capolavori.

Laurinavicius traduce in luci, colori, pennellate, fiori, gatti, ritratti, ciò che ha appuntato della sua visione; la sua pittura è come un diario privato, in cui si racconta il resoconto del viaggio del suo occhio pittorico.

Ecco che un chiaro di luna sul mare siciliano di Menfi, ha un potere profondissimo di evocazione. Mi sento trasportata in quel momento di stupore in cui il pittore è proteso e solo, umano, finito verso l’infinito… di quell’infinito cosmico ci fa dono come di un segreto privato si fa dono ad un amico.

«Ho intrapreso un percorso di ricerca artistica nell’ambito del figurativo, abbracciando ed esplorando le sue sfaccettature: dal paesaggio alla ritrattistica, fino alle nature morte. Nulla è più di quanto io possa esprimere in quel che faccio, tutto nel mio lavoro è il tentativo di scrollarmi dalle sovrastrutture, per restituire la poetica di un’immagine che possa essere condivisa.»

Rudy Laurinavicius_Opera

Caro Rudy, il tuo nome ci dice che hai nella tua formazione e nella tua cultura, la presenza di due anime distinte ; parlaci dei tuoi studi boliviani e di come questi abbiano influito nell’ arricchimento della tua arte. Sono molto curiosa di sapere quali siano le differenze tra l’approccio alle arti in Europa e quello del Sud America.

Inizio citando Walt Whitman il quale asseriva che in lui vi erano “moltitudini”. In questa affermazione mi rivedo e mi riconosco. Ho cominciato gli studi artistici all’istituto d’arte di Monreale, per poi doverli interrompere a causa del fatto che la mia famiglia è dovuta emigrare (per problemi economici), in Bolivia, esattamente a Santa Cruz de la Sierra, paese d’origine di mio padre. Lì ho proseguito gli studi artistici, imbattendomi a 14 anni in un clima fervente: ho avuto la possibilità di frequentare esimi Maestri che con spirito di resistenza partigiana mantenevano vivo e vitale il contesto artistico. Alcuni tra questi: Ronald Roa che è stato per me Maestro e guida… altri come Lorgio Vaca, Tito Kuramotto, Marcelo Callaù. Ero “dislocato” in un’altra cultura ma riuscire ad allinearmi a quel contesto mi ha indubbiamente formato culturalmente, artisticamente e nel carattere. Terminati gli studi superiori, ritornai a Palermo e cominciai gli studi all’Accademia di Belle Arti, frequentai il corso di Scenografia. Era il 1997 e allora l’Accademia manteneva ancora uno spirito pienamente vocazionale, mi sembrò un privilegio poterne usufruire. Laboratori, biblioteche, pinacoteche, gipsoteche. Venivo dalla Bolivia, dove studiare Arte era una forma di resistenza e dove se volevi disegnare a carboncino, dovevi prima imparare a frabricarlo.

Perché hai scelto di ritornare in Europa?

Finiti gli studi superiori in Bolivia volevo riappropriarmi del luogo delle mie origini: Palermo, che sentivo mi fosse stato sottratto.

So che tra il 2018 e il 2019 hai scelto di aprire uno spazio d’arte chiamato “La Palestra dell’Arte” e di spostarti in un posto molto periferico per quanto riguarda l’ arte contemporanea. Parlaci del tuo progetto.

“La Palestra dell’Arte” è nata da un’improvvisa circostanza: la mia condizione di salute sì è aggravata pericolosamente. Ciò mi ha costretto a non poter più lavorare da scenografo. Trasferito a Menfi in solitudine, nella vecchia casa dei miei nonni materni, mi sono imposto una disciplina da “atleta” che mi permettesse di non annichilire il mio sentimento dell’Arte; così nasce questa esperienza che ad oggi mi tiene vivo.

Adesso che hai spostato di nuovo la tua residenza, che cosa è rimasto della tua idea della Palestra dell’Arte?

Adesso vivo tra la Sicilia e la Lombardia. “La Palestra dell’Arte” è nata anche con il proposito di aprire uno spazio laboratoriale condiviso; ad oggi non sono riuscito a concretizzare, rimane però vivo il concept di base: ovvero approcciarsi alla produzione dell’Arte così come farebbe un atleta con il proprio fisico. L’Arte e il fare Arte sono, e non possono non essere che sani, e di conseguenza la costanza, la ricerca, l’esercizio, la disciplina e la perseveranza sono fondamentali.

Nel primo periodo della tua produzione pittorica ho notato la scelta di non esporti troppo al grande pubblico ma di vivere in intimità questa pratica. Quando hai cominciato ad esporre le tue opere e che esperienza ne hai tratto dal fatto di procedere da prima in totale solitudine?

Nei percorsi di auto definizione ho scoperto di essere un misantropo demo-fobico. Ho cominciato a dipingere per non cadere nel nichilismo più totale. Nel farlo però ho trovato delle interferenze, ovvero: per chi lo fai? A cosa serve? Quanto può durare? Quanto fai ti appartiene?

Mi imbattei così in John Maynard Keynes, riconoscendo come verità ciò che asserisce rispetto all’Arte, ai sistemi dell’Arte e agli artisti. Keynes asserisce che l’artista è veicolo di un dono e ciò che produce lo vede come veicolo; sostiene che l’artista deve assolvere a un “primum vivere” per poter fare Arte e che di conseguenza, poiché non gli appartiene in quanto prodotto, deve essere proposto ad un pubblico che a sua volta provvederà al “primum vivere”. Quanto avevo trovato in Keynes rispose alle domande che mi frenavano. Quanto produco ad oggi mi appartiene nella misura in cui ne sono veicolo e questa attitudine mi permette di affrontare la mia misantropa demo-fobia . Non metto titoli alle opere esposte e vengono retro-firmate, ciò dà al fruitore la possibilità di dare una lettura che gli appartiene, di trovare il proprio racconto o di porsi le proprie domande.

Trovo le tue opere profondamente romantiche e soggettive, mi stupisce il fatto che tu esplori tutti i generi pittorici tipici della storia dell’arte senza nessuna remora o paura di sembrare un pittore d’altri tempi. Raccontaci come scegli i tuoi soggetti.

Come detto prima sono veicolo, non mi prefiggo progetti lineari perché in realtà si autogenerano. Prendo appunti fotografici, ne faccio crasi e a volte sintesi, a volte è pura dimensione onirica. Il figurativo mi sazia e compiace, reputo sia un linguaggio che si scrolla dalle dinamiche ermetiche che spesso allontanano la gente dall’Arte .Il termine Contemporaneo è un termine che definisce uno stato transitorio in divenire, il concetto di arte contemporanea credo sia pericoloso per l’arte stessa, rischia di incasellarla o peggio ancora di farne un argomento di attualità o addirittura di moda. L’Arte che mi sazia sa di universale ed eterno.

Cosa ne pensi del fatto che molti dicano che la pittura sia una lingua morta? E come vivi il fatto di essere un pittore figurativo molto riservato e schivo rispetto al sistema dell’arte contemporanea?

La pittura è Viva e Vitale. La pittura ad oggi è insostituibile, è come la scrittura: continua a raccontare. Ripeto, il figurativo mi dà la possibilità di creare poetica e racconto. Sul fatto di essere distante dai sistemi odierni dell’Arte “contemporanea” ad oggi lo reputo un obiettivo raggiunto.

Raccontaci la tua esperienza di pittore che vive soprattutto di commissioni private e dell’apprezzamento dei tuoi collezionisti. Come ti trovano gli amanti della tua arte?

Le esposizioni sono sicuramente una delle maniere ottimali per presentarsi al pubblico, tuttavia il web aiuta tanto, la pagina FB della Palestra dell’Arte e il profilo Instagram Rudy Laurinavicius sono utilissimi ai miei collezionisti, lo uso per mostrare le anteprime di quanto produco, mantengono vivo l’interesse sulla mia arte.

Per visionare il lavoro di Rudy Laurinavicius:

https://www.instagram.com/rudylaurinavicius/

https://www.facebook.com/palestradelarte/

Linda Sofia Randazzo 2021

Fine settimana al Teatro Agricantus di Palermo con “Manca solo Mozart” di Marco Simeoli

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Marco Simeoli

Dopo il debutto romano alla Sala Umberto e gli applausi al Teatro Trianon di Napoli e i consensi di tantissime altre città italiane, arriva a Palermo MANCA SOLO MOZART. Un testo intimo e inedito. Protagonista assoluto  è Marco Simeoli che porta sul palco la storia di coloro che hanno dato vita a “Musica Simeoli”, il negozio di famiglia fulcro delle attività musicali di tutta la città.

Uno spettacolo  https://www.youtube.com/watch?v=8yK4g7vA8zY tratto da una storia vera, a lui molto vicina, consegnata nelle mani di Antonio Grosso che ne ha scritto la drammaturgia e firmato la regia dando vita a un racconto che abbraccia anche le storie di chi quel negozio l’ha frequentato. Da Matilde Serao a Riccardo Muti ancora studente al conservatorio, passando per Roberto Murolo e Renato Carosone fino a Enzo Avitabile e Pino Daniele.

Partendo da carte, documenti, spartiti e note ritrovati alla rinfusa in un negozio apparentemente abbandonato e sospeso nel tempo si ripercorre la storia del nostro Paese.

Dai meravigliosi anni della Bella Époque e delle carrozze sul lungomare, a quelli bui della Seconda Guerra Mondiale fino alla rinascita e poi al boom economico degli anni Sessanta. Si arriva al periodo della speculazione edilizia, al colera che mette in ginocchio la città, alla grande illusione degli anni Ottanta segnati in maniera indelebile e meravigliosa da Maradona, Troisi e Pino Daniele. Fatti e fattacci anche divertenti seppur conditi da un pizzico di malinconia quella che solo la musica è capace  di dare.

“Non sono un figlio d’arte” spiega l’attore “o meglio, forse si. Ma di una delle arti: la musica. Per le mie origini legate a questo negozio, il più importante a Napoli dagli anni Venti ad oggi. Sito proprio difronte al glorioso conservatorio San Pietro a Majella questo luogo di cultura e fermento musicale ha fatto la storia, e visto la storia passargli davanti. Tutti i più grandi artisti sono entrati lì.. tutti, o quasi, Manca solo Mozart”

Il film: “Diabolik” (1968) di Mario Bava | Colonna sonora di Ennio Morricone

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“Diabolik” (1968) di Mario Bava

“Diabolik” è un film del 1968, tratto dalla serie di fumetti delle sorelle Giussani, con la regia di Mario Bava. Cast composto da Claudio Gora, Adolfo Celi, Lucia Modugno, Michel Piccoli, Renzo Palmer, Caterina Boratto. La colonna sonora è scritta da Ennio Morricone.

Per vedere il film integrale, clicca qui:

https://fb.watch/aulWVvYZIf/

“Diabolik” (1968) di Mario Bava

PRESENTAZIONE:

«Dopo il furto di dieci milioni da parte di Diabolik (che ha sottratto la cifra sotto il naso dell’ispettore Ginko ed è fuggito dalla polizia grazie all’aiuto della fidanzata Eva Kant), il ministro degli interni annuncia nuove strette per combattere il crimine. A farne le spese è il boss Valmont, che si allea con Ginko per catturare Diabolik. Valmont rapisce Eva e costringe Diabolik a pagare un riscatto, ma questi raggiunge la sua amata e uccide il nemico. Nel frattempo il governo mette una taglia su Diabolik, il quale come risposta fa esplodere i palazzi del fisco, provocando una crisi economica risolvibile solo con la fusione di un grande lingotto dalle riserve auree. Naturalmente il lingotto sarà preda di Diabolik, che così facendo, però, attirerà Ginko nel suo rifugio…»

Ennio Morricone

APPROFONDIMENTI:

Questo articolo è un estratto da “Le Regine del Terrore, le ragazze della Milano bene che inventarono Diabolik”, la nuova edizione del saggio di Davide Barzi sulle sorelle Giussani, pubblicato il 27 giugno 2019 per Nona Arte/Editoriale Cosmo.

“Le Regine del Terrore, le ragazze della Milano bene che inventarono Diabolik”

Agosto 1962. In Inghilterra, il ventiduenne John Lennon e il ventenne Paul McCartney decidono di sbarazzarsi di Pete Best, batterista del loro piccolo gruppo musicale di belle speranze. Lo sostituiscono con Richard Starkey, che dal 1959 si fa chiamare Ringo Starr. Nel giro di una manciata di settimane, i promettenti Beatles firmeranno un contratto discografico con la Parlophone e pubblicheranno il loro primo singolo a 45 giri, Love Me Do.

In Italia, Angela Giussani sta invece cercando di mettere insieme i fili di pensieri che da diverso tempo le passano per la testa. Big-Ben, nonostante tutti gli sforzi fatti sia nella confezione sia nella promozione, non si è rivelato un successo. Prova a riflettere sui punti di forza, ma anche sulle debolezze di quell’esperienza editoriale, per farne tesoro e cercare di rilanciare con una testata che vada più incontro ai gusti del pubblico. Ci pensa ogni momento. È probabile che non ne abbia coscienza, ma la fusione tra lavoro e vita comincia a farsi più forte, i due campi a volte diventano indistinguibili. È un meccanismo abbastanza usuale per gli scrittori, che in ogni momento della loro vita coltivano e affinano idee, anche (soprattutto) quando non le stanno redigendo in scritti destinati alla pubblicazione.

Lei, però, scrittrice non è. O almeno non ci ha mai pensato sul serio. Certo, ha grande stima di sé e possiede molti talenti, ma quella della narratrice non è la sua forma mentis. Fedele alle origini elvetiche da parte di madre, è una donna molto pratica, poco avvezza ai voli pindarici, agli sregolati guizzi creativi. Ed è precisa, quasi meccanica in alcuni gesti, come il riordino preciso e puntuale della propria scrivania prima di chiudere l’ufficio la sera e magari recarsi a qualche serata mondana.

Le serate mondane, tuttavia, stanno per finire. Ciò che sta per succedere travolgerà Angela, come una specie di valanga certo benefica e gratificante, ma di quelle che cambiano inesorabilmente la vita, che ne stravolgono i ritmi, che ne determinano le scelte.

Lungi dall’avere coscienza di ciò che è solo a un piccolo passo avanti a lei, sistema alcune cose in ufficio, pur se con ritmi rilassati, controlla l’avanzamento dei lavori del successivo numero di Big-Ben e poi chiude tutto, spegne la luce ed esce, pronta per l’ennesima piacevole gita, stavolta in direzione Saronno, per andare a trovare gli zii.

La partenza, come sempre, è dalla Stazione Cadorna.

Milano, negli anni Sessanta. Angela in piazza Cadorna: un luogo importante per la sua vita, privata e professionale.

La stazione, le rivendite della stazione, la vita di fronte alla stazione. È un pensiero ossessivo, che però fatica a prendere forma.

La popolarità del treno, in Italia, ha vissuto poche settimane prima un crollo verticale; il 31 maggio, infatti, a Voghera, in provincia di Pavia, uno scontro tra un convoglio merci proveniente da Milano e un treno viaggiatori diretto in Liguria ha dato vita al più terribile disastro ferroviario del dopoguerra: sessantatré morti e quaranta feriti.

La conseguenza è che si vedono ben poche persone sui treni. Forse è la paura, ma certo anche la stagione. Buona parte dei milanesi è in vacanza. Con l’inizio del mese successivo, paura o no, i treni torneranno a saturarsi di pendolari come nel resto dell’anno.

I pendolari, già. Angela vive una situazione di certo invidiabile: la sua abitazione e l’ufficio sono nello stesso palazzo, le basta salire qualche decina di gradini e si trova sul luogo di lavoro. C’è però gente che dalla provincia si riversa quotidianamente a Milano per recarsi in azienda. O viceversa. Molte persone dedicano almeno un’ora al giorno ai viaggi da e per il lavoro. Passano questo tempo in treno. Alcuni riposano, soprattutto a fine giornata. Qualcuno fa due chiacchiere con il vicino di posto. Qualcun altro probabilmente si annoia. Stratega di marketing prima ancora che questo diventi una scienza a cui le aziende si affideranno in maniera fideistica, la maggiore delle Giussani intuisce che quello dei pendolari è un target dalle grandi potenzialità. Qualcosa da leggere, il cui tempo di fruizione equivalga all’incirca al tempo del viaggio, potrebbe essere un’idea su cui investire denaro ed energie.

Un quotidiano? Idea da scartare a priori: le Giussani non dispongono della struttura editoriale adatta, e poi forse un operaio a fine giornata desidera una lettura d’evasione, più leggera. Cerca probabilmente una storia che inizi e si concluda tra la stazione di partenza e quella d’arrivo. L’ipotesi di una collana di romanzi viene quindi ugualmente esclusa: tempi di utilizzo troppo lunghi. Certo, i fumetti sembrano ancora la soluzione migliore, eppure con Big-Ben non ha funzionato. Pare che gli unici lettori davvero affezionati alla testata siano i disegnatori, che dalle tavole di John Cullen Murphy riprendono (eufemismo per “copiano”) le anatomie ben fatte.

Per il resto, pubblico scarso e tiepidino. Cosa c’è di sbagliato? Magari le dimensioni. 17×24 centimetri non è certo una misura ingombrante, eppure le collane di case editrici come la Araldo utilizzano un maneggevolissimo e pratico formato striscia, a cui se ne sta affiancando un altro, alto il triplo, solo di poco più piccolo rispetto a quello di Big-Ben. Si tratta però di albi con molte pagine. Big-Ben si ferma a quarantotto più copertina, forse troppo poco per una “lettura da viaggio”. Bisogna quindi ipotizzare un albo piccolo e pratico, nuovo, senza scimmiottare quel che già c’è sul mercato, ma magari prendendo esempio da alcune delle pubblicazioni librarie della CEA. Non la striscia, troppo piccola, non il formato giornale, troppo grande, ma qualcosa che si avvicini a un libro tascabile.

Dodici centimetri per diciassette. Centoventotto pagine più copertina. E, per offrire un prodotto a un prezzo non esageratamente alto – dati anche i costi di produzione comunque più elevati di quelli dell’acquisizione dei diritti e della traduzione – bianco e nero anziché colore. Infine, per creare comunque una sorta di “effetto colore”, l’utilizzo del retino, così efficace e convincente nelle vignette di Murphy.

Disegno originale di Brenno Fiumali per la copertina di Diabolik n° 1, Il Re del Terrore.

Definito il contenitore, è ora di ragionare sul contenuto. «Nello scompartimento di un treno Angela Giussani, almeno così si racconta, trova una copia in formato tascabile, piuttosto malconcia, di un romanzo con protagonista Fantômas». Già, si racconta. Perché le leggende talvolta nascono anche da un’esigenza di semplificazione di concetti che – se presentati nella loro lenta e graduale evoluzione – potrebbero apparire ben poco leggendari. Qualcun altro sostiene che quei romanzi li abbia portati alla moglie Sansoni, di ritorno da Parigi. Altri ancora giurano che Angela abbia saputo di un giornale francese in crisi di vendite che è riuscito a invertire il trend pubblicando in appendice storie di Fantômas.

Per Brenno Fiumali, invece, la Giussani si rende conto che è più genericamente il concetto di maschera ad avere pagato di recente, quindi spinge per riproporlo; racconta così, a proposito di Big-Ben: «Le vendite non andavano molto bene, le rese erano corpose. Con le rese di Big Ben Bolt facemmo, come d’uso, dei ricopertinati e ne distribuimmo due numeri con nuove copertine appositamente realizzate. Una rappresentava una scena western, l’altra rappresentava un incappucciato, un uomo con una maschera che lasciava intravedere solo gli occhi. Ebbene, la raccolta con la copertina dell’incappucciato – le cui storie, detto per inciso, non si differenziavano sostanzialmente dalle altre – vendette quasi il doppio. Questo fece riflettere Angela Giussani: i lettori avevano preferito il mistero. Da questo nacque Diabolik? Non posso dirlo con certezza, ma non è un caso che poco dopo sia stato lanciato il primo eroe mascherato, capostipite dei fumetti neri».

Ad ogni modo di feuilleton, o romanzo d’appendice, si parla da tempo. Se ne discute in casa Sansoni, in casa Giussani, in casa Rachelli. Ma lo si fa in maniera vaga, generica, come si ragiona di mille altre cose. È però ad Angela che va addebitata l’intuizione di desumere alcuni stilemi narrativi da personaggi di romanzi francesi e portarli nel fumetto, creando così un protagonista che rompa completamente con la tradizione degli eroi duri e puri del fumetto italiano.

Genitori e insegnanti, nei primi anni Sessanta, sono in buona parte d’accordo sullo scarso valore educativo del fumetto. Anche per questo, probabilmente, l’albo a striscia gode ancora di così tanta fortuna: i ragazzi possono nasconderlo, evitando di far sapere alla mamma e alla maestra che leggono “quella roba” anziché i libri. Eppure, nel giro di un paio d’anni, dal 1963 al 1965, gli adulti si troveranno in qualche modo a rimpiangere i vecchi personaggi, decisamente più tranquillizzanti per la morale comune del “ciclone nero” che si sarebbe abbattuto sulle edicole italiane.

Nel formato striscia escono le avventure di Capitan Miki, sedicenne arruolato nei Nevada Rangers, e quelle del biondo trapper protagonista de Il grande Blek. A queste due testate di grande successo pubblicate dalla Editrice Dardo rispondono le Edizioni Araldo con l’intramontabile ranger Tex Willer e con il neonato Zagor. Il western, insomma, la fa da padrone. E gli eroi senza macchia e senza paura, pure. Altra costante, il fatto che entrambi questi editori di successo sono di Milano, così come la Mondadori, che manda in edicola settimanalmente Topolino. E la provenienza geografica si rivela davvero l’unica costante, il solo misero punto in comune tra tutte le proposte a fumetti già presenti nelle edicole e ciò che ha in mente Angela. Un azzardo bello e buono: un titolare di testata cattivo, malvagio, un ladro e un assassino, per di più vincente.

Uno come Fantômas.

L’edizione trovata da Angela sul treno potrebbe essere quella data alle stampe nel 1954 dalla Società Editrice Pagotto nella collana I Grandi Azzurri.

L’edizione trovata da Angela sul treno potrebbe essere quella data alle stampe nel 1954 dalla Società Editrice Pagotto nella collana I Grandi Azzurri.

Angela freme all’idea di provare quell’avventura. Probabilmente non perde troppo tempo nell’approfondita analisi di tutto il ciclo degli scrittori francesi, ma certo ne desume quelli che sembrano essere gli elementi di forza, per poi riproporli adeguandoli al mezzo e al formato da lei scelti. Intanto trova decisamente più interessante, o comunque vincente, l’aspetto della detection, che ritiene debba essere preponderante in un albo a fumetti che duri lo spazio di un viaggio.

L’aspetto sentimentale e amoroso, almeno all’inizio, è abbastanza marginale nelle storie su cui sta ragionando la maggiore delle sorelle Giussani, mentre quello da “saga familiare” lo rimarrà sempre e comunque. Fantômas, per esempio, ha una figlia, e con il tempo si scoprirà parente stretto di un altro coprotagonista della serie, ma per Angela si tratta di elementi da romanzo d’appendice, poco adatti alle storie tese e dinamiche che ha in mente. Fantômas ha poi un nemico giurato, l’ispettore Juve. E così anche il suo cattivo avrà una nemesi costante. Pure lui un ispettore.

Definita la figura dell’antieroe, è il momento di trovare un nome abbastanza evocativo. Angela e Luciana, in un’intervista, dichiarano di essersi ispirate al similare “Diabolo” (dal latino tardo diabŏlus o dal greco diábolos). Abbastanza ardita la ricostruzione secondo cui a ispirare la genesi del nome siano invece il “Diabolic” coniato da Fasan per il personaggio del suo romanzo o il “Diabolich” relativo alla cronaca nera: le sorelle Giussani non conoscono il romanzo in questione e non sono lettrici de La Stampa, il quotidiano che per vicinanza geografica ha dato maggior risalto alla vicenda di nera, mentre l’eco del delitto in questione non è stato così significativo sulla stampa meneghina.

Nel tentativo di deformare in maniera originale il termine, scremando le più improbabili possibilità, si arriva a una rosa di due candidati: “Diabolicus” o “Diabolik”.

La prima tavola originale del primo numero di Diabolik, nonché la prima volta in cui il personaggio viene nominato. Disegni di Zarcone.

INFO SUL FILM:

“Diabolik” (1968) di Mario Bava

Genere Fantastico

Italia, Francia, 1968

durata 105 minuti

Scheda IMDb

https://www.imdb.com/title/tt0062861/

Trailer Ufficiale:

Il film su YouTube

 

Mattia Fiore, “Espressione della mia interiorità in forma pittorica” (2020), opera effettista | Critica di Francesca Romana Fragale

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Mattia Fiore http://www.mattiafiore.com/

L’opera “Espressione della mia interiorità in forma pittorica” di Mattia Fiore è dell’anno 2020 e resa su un telo di lino del 1800 con tecnica mista.

Le dimensioni sono 17/30.

Questa opera, piccola di dimensioni, racchiude un mondo intero.

Mattia Fiore, “Espressione della mia interiorità in forma pittorica” (2020)

Ideata a pandemia conclamata svela un intimo racconto, un modo di chiudersi in sé stesso per rivelarsi con riservatezza.

La scelta del materiale di supporto, una tela di lino grezzo che racconta ictu oculi la sua antichità, rende il quadro asimmetrico e materico, come una sorta di bassorilievo che espone una riuscita fusione tra la materia e il colore.

Chi legge questa mia nota critica deve rifarsi alla propria immaginazione per leggere con me, che posso osservare l’opera dal vivo, l’identità tra una asperità o rotondità del tessuto e la scelta cromatica effettuata dall’artista. Piccoli avvallamenti e piccoli monti che si susseguono come onde di un mare immaginario e cerebrale.

Per acuire l’effetto prospettico vengono sapientemente scelti i colori caldi rosso e giallo per avvicinare sezioni più alte del tessuto all’occhio dell’osservatore e i colori freddi azzurro blu e verde per donare dinamismo.

Quest’opera crea un effetto ipnotico, come molte creature del Fiore.

L’osservatore attento a un certo punto deve riuscire a staccarsi dal primo impatto, che è satisfattorio perché intrinsecamente bello, gradevole, sufficiente a fare staccare le sinapsi da molte noiose contingenze quotidiane.

Di primo acchito si può ritenere che la medesima composizione abbia la finalità di evasione dello stesso autore.

Poi, senza ostentare dietrologie, un’attenzione ulteriore svela dei volti, difficilmente leggibili da foto.

Questo quadro analizzato con attenzione rivela dei tratti forti, delle tinte a contrasto drammatiche, dei pensieri complessi.

Di certo tuttavia il fluire dei bei turchesi e degli azzurri costituisce la speranza, istituisce dei varchi salvifici.

L’opera del Fiore rimane ottimistica, verso la salvezza del mondo col tramite dell’arte e della bellezza, ma non senza una previa profonda e acuta riflessione.

Francesca Romana Fragale

Francesca Fragale

Il Toscanini di Ribera (Sicilia) diventa Conservatorio di Musica di Stato riconosciuto dal M.U.R.

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esibizione alievi Toscanini 2

Il Toscanini diventa conservatorio di musica di stato! Promosso a pieni voti dal Ministero dell’università e ricerca nel 30° anniversario della sua fondazione (a.a. 1991-92/a.a.2021/22). Una giornata storica per la città di Ribera e tutto il territorio agrigentino.

SJF Teatro Santa Cecilia Toscanini Jazz Ensemble – Settembre 2021 copia

Il Toscanini diventa Conservatorio di Musica di Stato con una promozione a pieni voti da parte del Ministero dell‘Università e Ricerca nel 30° anniversario della sua fondazione. Grande soddisfazione per il Presidente dott. Giuseppe Tortorici, il neo eletto Direttore prof. Riccardo Ferrara e la Vice Direttrice prof.ssa Mariangela Longo con delega alla Statizzazione e già Direttore dal 2015 al 2021 che, insieme agli organi statutari in carica nel triennio accademico 2018-21 ( Presidente, Consiglio Accademico, Consiglio di Amministrazione, Revisori dei Conti, Direttore Amministrativo), hanno curato la stesura del progetto di Statalizzazione oltreché la relativa complessa istruttoria Ministeriale avviata nel 2019. Il lavoro della progettazione è stato realizzato insieme e in piena sintonia di intenti con i rappresentanti degli Enti partners, importanti attori e sostenitori dell’Istituto e del processo di Statalizzazione: l’Assessore all’Istruzione e Formazione Professionale della Regione Sicilia On. Roberto La Galla, il Commissario Straordinario del Libero Consorzio dei Comuni di Agrigento dott. Vincenzo Raffo  e  il Sindaco del Comune di Ribera avv. Matteo Ruvolo. I dirigenti del Toscanini dichiarano sulla notizia: “Dopo ventitrè anni dalla Legge di riforma del comparto di Alta Formazione Artistico Musicale (AFAM) L.508/99 e quasi cinque anni dalla legge di Statalizzazione, art. 22 bis L. 96/2017, si conclude nel migliore dei modi il viaggio tempestoso dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Arturo Toscanini di Ribera, già Istituzione AFAM pubblica, ora accreditato al  rango  di Conservatorio di Musica di Stato; l’Istituto, fondato dalla ex Provincia Regionale di Agrigento nel 1991,  dal 2014 aveva attraversato un lungo periodo di gravissima emergenza economica a causa del default finanziario delle Province Siciliane che ne aveva messo a rischio seriamente la sopravvivenza. Molteplici sono stati gli aspetti vagliati dalla Commissione Ministeriale per il raggiungimento del punteggio necessario (40 punti) per l’ottenimento della Statalizzazione come previsto  dal Decreto attuativo interministeriale (MUR e MEF) n. 121 del 2019. I parametri utilizzati per la valutazione complessiva sulla qualità delle attività, strutture, bilanci, corsi, reclutamento docenti e dimensione in termini di iscrizioni e sedi delle Istituzioni, sono stati suddivisi in quattro macro aree: a) adeguatezza di immobili, laboratori, aule e dotazioni strumentali, b) sostenibilità  economico-finanziaria, c)  dimensione ed eventuale caratterizzazione della domanda di formazione di livello accademico tenendo conto della specificità dei corsi di studio nel panorama regionale e nazionale, d) obiettivi di federazione/fusione con Istituzioni statali. L’Istituto Toscanini, Ente pubblico non economico operante nel territorio agrigentino da 30 anni, negli ultimi anni è riuscito non solo a superare le gravissime criticità sopra citate ma anche a rilanciare le proprie attività distinguendosi nel panorama regionale e nazionale per la qualità e l’ innovazione della didattica, produzione e ricerca, ampliando e differenziando  l’offerta formativa, e al contempo razionalizzando al massimo le risorse e attraendo una utenza accademica sempre maggiore (quasi decuplicata) anche internazionale; grazie a  tale efficienza e virtuosità  l’Istituto è stato quindi  riconosciuto idoneo al passaggio allo Stato da parte della Commissione Ministeriale preposta, costituta da componenti del MUR, MEF e Funzione Pubblica, che ha valutato positivamente il progetto di Statalizzazione proposto dall’Istituto accogliendone l’istanza”. In attesa di poter festeggiare presto in presenza tale storico risultato, i dirigenti del Toscanini  desiderano  manifestare il loro più sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno sostenuto il Conservatorio Arturo Toscanini e lottato al nostro fianco per raggiungere questo importante traguardo:

da sin. Presidente Dott. Giuseppe Tortorici, il Sindaco di Ribera Avv. Matteo Ruvolo, la Vicedirettrice con delega per la statizzazione Prof.ssa Mariangela Longo
  • i rappresentanti delle Istituzioni che hanno accompagnato l’Istituto in questi ultimi anni di estrema criticità fino al raggiungimento di questa straordinaria vittoria collettiva: il Ministro dell’Università e Ricerca prof.ssa Cristina Messa, il Segretario Generale dott.ssa Maria Letizia Melina, la Commissione Ministeriale preposta per la Statalizzazione, il Direttore Generale MUR-AFAM dott.ssa Marcella Gargano e tutti i precedenti Ministri e Direttori Generali che si sono avvicendati negli ultimi anni, l’Assessorato Regionale Istruzione e Formazione Professionale nella persona dell’Assessore On.Roberto La Galla e e del precedente Assessore Alessandro Baccei supportato dal capo di Gabinetto dott. Gandolfo Librizzi, il Libero Consorzio dei Comuni di Agrigento nella persona del Commissario Straordinario dott. Vincenzo Raffo e il precedente Dott. Girolamo Alberto Di Pisa supportati dal capo di Gabinetto dott.ssa Maria Antonietta Testone, l’Amministrazione Comunale di Ribera guidata dal Sindaco Matteo Ruvolo e quella precedentemente capitanata dal Sindaco Carmelo Pace supportati dal Segretario Comunale  dott. Leonardo Misuraca,
  • i Componenti degli organi statutari ( Cda, C.A.. Consulta degli studenti, Nucleo di Valutazione, Revisori dei Conti) che si sono avvicendati negli ultimi anni ed hanno operato con grande senso di responsabilità,
  • tutto il personale docente e non docente che si è impegnato nel proprio lavoro senza mai risparmiarsi,
  • tutti gli studenti e le loro famiglie per il prezioso sostegno,
  • i Conservatori Partners della FEMURS ( prima Federazione Musicale Regionale Siciliana tra i Conservatori di Ribera, Trapani e Messina). al Consorzio Universitario ECUA di Agrigento e ai tanti prestigiosi partners di produzione artistica (Teatro Massimo, Teatro Pirandello, FOSS, Fondazione The Brass Group, AIPFM- Festa della Musica, Festival Le Dionisiache, Sicilia Jazz Festival, Parchi Archeologici etc),
  • i  preziosi sostenitori istituzionali: Cardinale Emerito di Agrigento Francesco Montenegro, Don Luigi Ciotti, il Presidente di ANCI Sicilia Prof. Leoluca Orlando,  i Sindaci della Città di Ribera e del territorio, i tanti rappresentati politici regionali e nazionali, che si sono avvicendati negli anni, il Rotary Club di Ribera e di Agrigento,
  • On. Davide Faraone, On.Carmelo Miceli, On. Nenè Mangiacavallo, On. Angelo Capodicasa, On. Michele Catanzaro, On. Totò Cascio, On. Margherita La Rocca Ruvolo, On. Matteo Mangiacavallo, On. Giovanni Panepinto, On. Riccardo Savona, On. Pino Apprendi, Sen. Giuseppe Ruvolo, Sen. Fabrizio Bocchino, Sen. Loredana Russo, Commissari, Presidenti e Consiglieri della ex Provincia Regionale di Agrigento,
  • i giornalisti per l’attenzione data costantemente alle vicende dell’Istituto a sostegno della Cultura e dell’Arte.

Online il nuovo sito

www.conservatoriotoscanini.it

A breve e su grande richiesta saranno riaperti i termini per AMMISSIONE STRAORDINARIA AI 28 CORSI ACCADEMICI ATTIVI. Il link promozionale del Toscanini:

 

Annamaria Esposito presenta Enigma: la sua raccolta di poesie dove il Karma è il fulcro di tutto

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Annamaria Esposito, Enigma

 

Anna Maria Esposito

A Voci del cuore, oggi voglio parlarvi di Anna Maria Esposito e del suo libro di poesie “Enigma”. Un nome insolito, che incuriosisce il lettore esattamente come le poesie…Dopo aver letto ogni pagina resta un senso di magia, si percepisce quella sensazione di connessione con ciò che è stato scritto, quasi come se le parole dell’artista entrassero in risonanza con il lettore. Nella poesia di Anna si sente l’influsso del karma sull’esistenza umana: una reazione ad ogni azione svolta

 

 

Anna Maria, come nasce il libro e a chi si rivolge?

Il mio libro “Enigma”, una raccolta di poesie, edito in forma cartaceo ed in ebook, reperibile su Amazon.it, ha tratto origine da un sogno che ho fatto tanti anni fa quando ero in dolce attesa.”

“Una navicella spaziale, guidata da uno strano umanoide cosmico, trasportava un’anima che avrebbe dovuto annidarsi nel mio prescelto grembo”, ma la stessa navicella l’ho rivista in rianimazione, quasi in fin di vita, per riportarmi in cielo. Sogno o realtà?. Ho affidato alle estrose pennellate di Roberto Carlotto , già Dik Dik alias Hunka Munka, la copertina della mia opera.”

“Enigma è un messaggio lanciato nell’etere, indirizzato a chi è predisposto a riceverlo.”

Enigma

La scelta del titolo è nata in modo istintivo o…?

“Enigma è un viaggio a ritroso nelle emozioni di vite precedenti. Un’opera che racconta il percorso dell’anima attraverso la poesia del Karma. Nulla succede per caso. È molto difficile per la mente umana descrivere l’anima, proprio perché essa è oltre la nostra mente. La sua esistenza è fondamentalmente un mistero… Un Enigma.

Quindi sicuramente la scelta del titolo è nata d’impatto, anzi, oserei dire, una scelta consequenziale al mio modo di “pensare la vita”.

 

Enigma è la metafora di qualcosa in particolare?

Qualcuno ha detto: ” È privilegio di pochi fortunati la consapevolezza di aver vissuto con la propria anima vite precedenti e di doverne affrontare altre in futuro “.

“Per me la vita è un Enigma che inizia nel momento in cui l’anima, dal caos iniziale, viene catapultata nel grembo di una donna per rinascere e portare a compimento il ” Viaggio dell’eroe”. Il progetto iniziale prescelto, ma che grazie al libero arbitrio, può essere modificato o annullato. Le singole esperienze della vita servono per sviluppare nell’uomo la capacità di amare e far crescere lo spirito. Nella mia poesia si sente l’influsso del Karma sull’esistenza umana: una reazione ad ogni azione svolta.”

 

È consigliato ad un pubblico in particolare?

“Come ho già detto, Enigma è un messaggio lanciato nell’etere, indirizzato a chi è predisposto a riceverlo. La poesia è condivisione di sentimenti, passioni ed emozioni. Carl Sandburg diceva: “La poesia è un’eco, che chiede all’ombra di ballare”. Mentre Charlie Chaplin sosteneva: “La poesia è una lettera d’amore indirizzata al mondo”.

Sicuramente il pathos dei miei versi arriverà dritto al cuore di chi viaggia sulla mia stessa frequenza.”

 

Quanto di autobiografico c’è nel libro?

“Enigma è un mio spaccato di vita, racchiuso in uno scrigno di emozioni, sensazioni, vibrazioni, di dejà vu da condividere con i lettori tutti. E come diceva Massimo Troisi:” La poesia non è di chi la scrive, ma è di chi gli serve”. Dunque, anche se questa mio lavoro è completamente autobiografico, spero che possa essere un buon compagno di viaggio altrui..”

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Il Metaverso: la nuova frontiera culturale che affascina e spaventa. Cos’è e la testimonianza di chi già lo sperimenta.

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Il 2022 si apre con la parola chiave che più di altre rappresenta lo scenario culturale del presente e del prossimo futuro. La nuova sfida per le imprese digitali italiane e per tutte quelle che vogliono stare al passo con i cambiamenti accelerati dalla pandemia e dal progresso globale è già partita. Ne abbiamo parlato con Monica Perna, CEO di un’impresa digitale, antesignana delle dinamiche di quel mondo parallelo senza frontiere per il quale non tutti ancora sono pronti.

Il Metaverso è la parola che più di ogni altra rappresenta il 2022. Richiama alla mente mondi fantascientifici, ologrammi, dematerializzazione, l’esserci senza esserci, il senso della mancanza di confini in spazi che si duplicano all’infinito, un po’ come nelle scene in cui il doctor Strange apre portali tra mondi paralleli operando in uno per rimettere ordine nell’altro. Il Metaverso, se da un lato spaventa per gli infiniti usi che l’uomo potrà farne nel bene e nel male, dall’altro affascina e conquista per le potenzialità enormi e la libertà di confini spazio-temporali che promette di donare all’uomo.

multiverso

Ma che cos’è il Metaverso?

Il Metaverso, un’universo nell’universo, è l’evoluzione estrema di internet e della realtà virtuale costituita dai social, potenziata attraverso l’applicazione di tecnologie digitali e immersive come i videogiochi, la realtà aumentata, il 3D, le monete virtuali, videoconferenze e shopping online. In sostanza un nuovo mondo parallelo in cui sarà possibile fare virtualmente esperienze che facciamo nella vita reale vivendo un grado di coinvolgimento attivo ed emozionale, capace di generare sensazioni e percezioni come quelle reali o addirittura amplificate. Con la differenza che si tratta di un mondo che non ha confini, né barriere all’accesso, dove le persone possono incontrarsi e condividere in modo nuovo sapere, lavoro, divertimento, emozioni compiendo azioni che incidono sulla realtà.

A cercare un’origine nella scienza il Metaverso è la versione virtuale del Multiverso. Secondo la fisica teorica e la meccanica quantistica il Multiverso è un concetto basato sull’ipotesi che possano esistere universi paralleli al di fuori della nostra dimensione spaziotemporale. Il concetto ha però radici filosofiche antiche che risalgono agli atomisti, che furono rilanciate dopo la rivoluzione copernicana e che hanno avuto in Giordano Bruno, nel XVI secolo, il precursore del concetto più moderno di multiverso.

Se la scienza, da un lato, è molto divisa sulla teoria di possibili dimensioni parallele o “bolle”, la fantascienza, la cinematografia, la comunicazione digitale ne parlano da tempo e ci hanno abituato a viaggi nel tempo e ad interazioni con mondi diversi dal nostro dove spazio e tempo sono replicabili all’infinito e dove il nostro alter ego , un avatar dotato di strumenti superiori e potenziati, è in grado di fare più esperienze in meno tempo e di trarre da esse vantaggi superiori a quelli possibili nella vita reale.

 

 

Il Metaverso nel digitale

Il Metaverso nel digitale è dunque la nuova frontiera del progresso. Il cambiamento è già stato avviato di recente da Facebook, che ha cambiato anche il marchio delle sue piattaforme social appunto in “Meta”, ed è in parte sperimentabile in videogiochi di ultima generazione come Minecraft o Roblox. Noti marchi della moda come Adidas o Gucci stanno già lavorando sul Metaverso perché arricchisca l’esperienza della moda e dello shopping virtuale. E lo stesso stanno facendo prestigiosi marchi automobilistici, imprese dell’I-tech, dell’IT e brand di ogni tipo che vedono nel Metaverso un nuovo, presto indispensabile, modo per promuoversi e progredire nel business.

Il Metaverso nell’education per potenziare e democratizzare l’apprendimento: l’esperienza di Monica Perna

 

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Monica Perna, English Coach ed imprenditrice digitale

Uno dei settori nei quali certamente il Metaverso prospetta i più importanti vantaggi è quello dell’Education e live streaming. “La didattica, oggi, non può più basarsi su vecchi ed obsoleti schemi tanto nei metodi di insegnamento quanto nel modo in cui studiare.”

Così parla Monica Perna, English Coach ed imprenditrice digitale brianzola che dopo aver fondato la sua English Academy a Milano è volata, nel 2019, verso Dubai, la smart city preferita dalle multinazionali del settore Tech, IT e dell’Education, avanguardia del Metaverso e delle sue più avanzate applicazioni.

“Nell’ambiente futuristico ed innovativo di Dubai ho avuto modo di perfezionare quanto già avevo avviato in Italia ossia un nuovo metodo didattico capace di massimizzare memoria e risultati per permettere a tutti di accedere allo studio senza limiti di spazio e di tempo e con un vantaggio anche sul piano dei costi. Il contributo delle tecnologie tipiche del Metaverso può fare la differenza nel modo in cui l’apprendimento avviene e nella qualità dei risultati che esso può produrre. Esperienze immersive, interattive, dinamiche e coinvolgenti sono nel mio programma al centro di un metodo che punta, grazie ad un mix di tecnologia e realtà virtuale, a cambiare il modo di studiare trasformandolo in un’esperienza potenziata ed emozionale. L’accesso all’educazione attraverso l’e-learning, che fino a poco tempo fa era visto con diffidenza dalla didattica tradizionale, è oggi la nuova frontiera di un sapere più accessibile ed in definitiva più democratico. Tutti devono poter studiare, dove e quando sia loro possibile e tutti devono essere messi in condizione di sfruttare il loro massimo potenziale”.

È sulla base di queste premesse che l’imprenditrice brianzola, CEO a Dubai della Auge International Consulting, Impresa di educazione ed alta formazione, ha ideato un nuovo metodo didattico  chiamato Metodo AUGE (come la sua impresa) che, come nel concetto di Metaverso, applica all’insegnamento della lingua inglese l’uso di lavagne virtuali, live streaming di gruppo, contenuti animati, viaggi studio virtuali, conversazioni con madrelingua inglesi provenienti da diverse parti del mondo, tecniche di memorizzazione rapida applicate a grafiche e contenuti animati che sfruttano la dimensione social per incentivare l’apprendimento cooperativo e la motivazione.

“Il Metaverso è già il presente! – aggiunge Monica Perna – La mia impresa lavora da anni alla didattica del futuro e ad una migliore esperienza dell’apprendimento. Quando poi si tratta di imparare una lingua come l’inglese, indispensabile oggi per tutti, il percorso deve essere all’altezza delle nuove esigenze e stili di vita e soprattutto, come un mondo parallelo, deve entrare a far parte della vita di una persona in modo reale, costante, esperienziale ed immersivo. Il potenziale di un metaverso dell’education può produrre risultati oltre le aspettative ed è per questo che auspico che imprese, istituzioni ma anche scuole e famiglie siano presto pronte ad accogliere un cambiamento in atto che nei prossimi anni diventerà realtà”.

 

 

 

Pillole di psicologia pratica. Quarta puntata. Il conflitto con i genitori | di Silvia Ruggiero

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Silvia Ruggiero

Spesso per i figli di tutte le età il conflitto con i genitori rappresenta una sorta di cestino della spazzatura in cui far confluire tutte le negatività: i genitori vengono visti come la causa di ogni male, come un ostacolo alla libertà, alla vita, alla felicità. Talvolta anche i genitori vedono i figli “problematici” come un ostacolo, unico spesso, alla loro serenità.

Così accade che quando si riesce a ridurre tale conflitto, quando con tanta fatica genitori e figli cominciano a capirsi, emerge prepotentemente un altro problema ben più grande del precedente: si libera energia e lucidità e ciascuno comincia a guardare dentro di sé e a comprendere che ci sono altri problemi che vanno affrontati. Problemi relativi a un passaggio di fase personale, alla crescita, che vuol dire lasciare indietro vecchi schemi e vecchie modalità comportamentali ormai inutili per organizzare nuove risposte e nuove strategie d’azione. La sofferenza si sente tutta, per intero e non si può più dare la colpa all’altro. È una fase dolorosa, dove si sentono i propri limiti e le proprie sofferenze, ma è una fase di passaggio per poter crescere. Il conflitto continuo è stallo, è blocco, è uno spreco di energie vitali.

Silvia Ruggiero

Silvia Ruggiero

Il film: “La Romana” (1954) di Luigi Zampa | Dal romanzo omonimo (1947) di Alberto Moravia

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Alberto Moravia

“La Romana” è un film del 1954 con la regia di Luigi Zampa, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia pubblicato da Bompiani nel 1947.

Per vedere il film originale, clicca qui:

TRAMA “La Romana”:

Adriana è una ragazza bella, ma povera, cui la madre trova un lavoro come modella di un pittore con la segreta speranza di avviarla, in seguito, a una più lucrosa e facile carriera. Un giorno essa si innamora di un autista che dichiara subito di volerla sposare. Adriana crede a quelle promesse e nell’attesa di vederle attuate, diventa l’amante del fidanzato. Ma questi non tarda a rivelarsi un marito con prole; Adriana, allora, disgustata e delusa, finisce per darsi alla prostituzione. Una sera si imbatte in un giovanotto, Gino, di cui si innamora appassionatamente. Gino, però, ha altre preoccupazioni, oltre l’amore. Fa parte di un gruppo politico clandestino (siamo in Italia, sotto il fascismo) e le cospirazioni occupano gran parte del suo tempo. Ma ecco che lo arrestano ed il giovanotto, per essere rimesso in libertà, rivela alla polizia tutti i nomi dei compagni. Una volta liberato, però, i rimorsi lo assalgono e vorrebbe uccidersi. Adriana fa l’impossibile per tranquillizzarlo, giungendo fino a rivolgersi a un funzionario della polizia che era stato suo amante, ma i suoi sforzi sono inutili e Gino si uccide.

INFO:

Il libro:

Alberto Moravia, “La romana”, Bompiani ed., Milano, 1947

Alberto Moravia, “La romana”, Bompiani ed., Milano, 1947

https://www.bompiani.it/catalogo/la-romana-9788845296116

«Ho scritto La romana in novanta giorni. Mi pareva di avere in testa un enorme gomitolo, che si sgomitolava da sé» (Alberto Moravia)

Pubblicato nel 1947, “La romana” segna una tappa importante nello sviluppo della narrativa di Moravia. Protagonista del romanzo, ambientato a Roma al tempo della guerra d’Etiopia, è una straordinaria figura femminile profondamente viva e moderna. «Con La romana” ha scritto Moravia “ho voluto creare la figura di una donna piena di contraddizioni e di errori e, ciò nonostante, capace per forza ingenua di vitalità e slancio di affetto di superare queste contraddizioni e rimediare a questi errori, e giungere a una chiaroveggenza e a un equilibrio che ai più intelligenti e ai più dotati spesso sono negati.»

Il film:

“La Romana” (1954) di Luigi Zampa

“La romana” (1954) di Luigi Zampa

Genere: Drammatico

Anno: 1954

Regia: Luigi Zampa

Attori: Mariano Bottino, Georges Bréhat, Gino Buzzanca, Bianca Maria Cerasoli, Ada Colangeli, Alfredo De Marco, Gianni Di Benedetto, Franco Fabrizi, Riccardo Ferri, Riccardo Garrone, Daniel Gélin, Giuseppe Addobbati, Alberto Anselmi, Gustavo Giorgi, Gina Lollobrigida, Vincenzo Milazzo, Raymond Pellegrin, Pina Piovani, Renato Tontini, Aldo Vasco, Xenia Valderi

Paese: Italia

Durata: 91 min

Distribuzione: MINERVA FILM – CD VIDEOSUONO

Sceneggiatura: Luigi Zampa, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Ennio Flaiano

Fotografia: Enzo Serafin

Musiche: Enzo Masetti

Produzione: CARLO PONTI E DINO DE LAURENTIIS, EXCELSA FILM (ROMA), LES FILMS DU CENTAURE (PARIGI)

Scheda IMDb

https://www.imdb.com/title/tt0047427/

Trailer Ufficiale:

 

Concerti: La Presidente dell’Associazione Siciliana Amici della Musica, Milena Mangalaviti, annuncia il rinvio dell’apertura della 89° stagione concertistica

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Milena Mangalaviti

Il video messaggio di Milena Mangalaviti:

“È un periodo in cui il numero dei contagi è considerevolmente aumentato, molte sono le persone positive al covid in isolamento, e tante altre in isolamento volontario per aver avuto contatti con positivi. Inoltre alcuni Paesi dai quali provengono i nostri artisti di livello internazionale hanno ristabilito regole, e talvolta divieti, sugli spostamenti. Abbiamo per questo ritenuto opportuno rinviare a febbraio l’avvio della nostra 89° stagione concertistica. Siamo sicuri che i nostri Amici, vecchi e nuovi abbonati e tutto il nostro pubblico, condividano la nostra scelta. Ci sentiamo in dovere di posticipare l’avvio della stagione per fare in modo che un numero maggiore di spettatori possa godere dei concerti degli artisti prestigiosi presenti nel nostro cartellone. Ci teniamo a sottolineare che tutti i concerti previsti nei mesi di gennaio 2022 saranno comunque garantiti all’interno della stagione, che si svolgerà dunque da febbraio. Le date di febbraio, marzo, aprile e maggio resteranno immutate, a queste si aggiungeranno le nuove date dei concerti da recuperare, per tanto la nostra campagna abbonamenti continuerà con i dovuti aggiornamenti che vi comunicheremo a brevissimo. La decisione riguarda anche i concerti del nostro Progetto Scuola, anche questi saranno ri-calendarizzati e comunicati tempestivamente”.

VARIAZIONI DATE:

Turno serale

Richard Galliano “Passion Galliano” 21 marzo 2022 ore 20,45

Turno pomeridiano

Ensemble Berlin

I Solisti dei Berliner Philharmoniker data da definire

Video al Link

https://os5.mycloud.com/action/share/52ca83c1-9cc3-48ee-a505-531ea8be2df6

Concerti: Dave Weckl & Orchestra Jazz Siciliana al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo | Venerdì 21 e sabato 22 gennaio ore 19.00 e 21.30

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Dave Weckl

In esclusiva europea per il Brass Group uno dei batteristi jazz-fusion più influenti di tutti i tempi. Dave Weckl & Orchestra Jazz Siciliana in concerto. Venerdì 21 e sabato 22 gennaio ore 19.00 e 21.30 – Real Teatro Santa Cecilia.

 

In esclusiva europea per la Fondazione the Brass Group, in scena uno dei batteristi jazz – fusion più influenti e tecnicamente dotato di tutti i tempi. Dave Weckl accompagnato dall’Orchestra Jazz Siciliana diretta dal M° Domenico Riina, salirà sul palco dello storico teatro Real Teatro Santa Cecilia. Inserito nella rassegna “Brass in Jazz”, l’appuntamento sarà venerdì 21 e sabato 22 gennaio, con doppio turno alle 19.00 e alle 21.30. Partendo dalla propria Orchestra Jazz Siciliana, la Fondazione presenta annualmente una serie di appuntamenti spesso unici con esclusive sia nazionali che internazionali, che rendono l’intera stagione un momento musicale irrinunciabile per gli appassionati del jazz. Sarà proprio Dave Weckl  ad essere protagonista questa settimana della rassegna “Brass in Jazz” accompagnato dall’Orchestra Jazz Siciliana. Dave Weckl Ha segnato in modo indelebile la storia del batterismo mondiale e tutt’ora continua a farlo con rinnovata energia e passione. Quando si parla di lui, buona parte dei batteristi entra in un mondo parallelo nel quale si immagina davanti ad un’immensa folla a riprodurre le sue stesse prodezze accompagnato dalla garanzia del suo inconfondibile stile. Un vero e proprio musicista di riferimento ormai da tempo. Tanti gli artisti che lo hanno ispirato come Buddy Rich, Steve Gadd, Peter Erskine, ma anche altri musicisti non batteristi come Michael Brecker, Marcus Miller. Ed è stato anche influenzato da differenti generi musicali: i brani rock’n’roll della sua giovinezza, quasi tutta la musica latina, la world music, ed ora come egli stesso dichiara per il  “più che essere ispirato da persone, è la musica a ispirarmi. Io cerco di sostenere più che posso e nel miglior modo possibile la musica suonata o registrata e porto il mio sentimento e la mia passione in tutto questo. Vorrei che questo trasparisse e che lo percepissero tutte le persone che mi hanno chiesto di far parte dei loro progetti e tours”.

Info biglietti e prenotazioni:

The Brass Group

www.bluetickets.it

brasspalermo@gmail.com

+39 334 739 1972

“L’odore dei giorni” ǀ di Elisabetta Fioritti ǀ Recensione di Maria Teresa De Donato

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L’odore dei giorni: titolo più adatto non si sarebbe potuto trovare per questo libro. Che lo si voglia considerare un Memoir romanzato o un Romanzo fiction ha poca importanza. Nella sua essenza più profonda, questo è, e rimane, un Inno all’Amore e alla Vita.

L’odore dei giorni ci riporta ad un tempo, ad un mondo fatto di cose semplici, di gente che lavorava duramente accontentandosi del poco che aveva, di bambini che giocavano spensieratamente a piedi nudi, di feste del paese con musica della fisarmonica e buon vino; un’era in cui anche il poco a disposizione veniva grandemente apprezzato e rendeva felici.

L’Amore per la famiglia, per i propri cari, per i parenti che vivevano in casa e quelli che venivano periodicamente in visita, così come quello per gli amici anche e soprattutto di vecchia data, è l’elemento primario di questo lavoro. I ricordi, dolci e nostalgici, di persone che hanno accompagnato il nostro cammino per un solo istante, per breve tempo o per tutta la vita scorrono nella mente arricchendo le giornate ed il senso del nostro vissuto.

La profonda vita spirituale – che nel caso della protagonista ‘Barbara’, si identifica con la fede nella religione cristiano-cattolica – emerge rivestendo anch’essa un ruolo fondamentale. Essa, infatti, protegge e consola durante i momenti di prova che, inesorabilmente ed inevitabilmente, la Vita presenta. L’Iddio Creatore viene percepito così lontano ed al tempo stesso paradossalmente vicino, pronto ad accoglierci tra le sue braccia. Ci incoraggia e rafforza la nostra fede, ascolta le nostre preghiere, le nostre implorazioni, il nostro grido di dolore ed il nostro pianto. È sempre presente e puntualmente, a suo modo, risponde.

Il romanzo presenta tratti fortemente introspettivi che spingono alla riflessione sui rapporti di ogni tipo, ad iniziare proprio da quelli sentimentali. La idealizzazione dell’altro, da un lato, e la realtà che, nel tempo, manifestandosi, porta alla luce le reciproche differenze anche e soprattutto caratteriali, ne è esempio lampante. La diversità affascina, ma bisogna poi essere pronti e disposti  o quantomeno imparare ad accettarla, a gestirla e a negoziare. L’Amore, quando ha solide basi ed è affiancato da stima, rispetto, empatia, comprensione e consapevolezza funge da collante e consente il superamento delle prove, dei momenti difficili. La voglia di stare insieme e di proseguire il cammino tenendosi sempre per mano trionfa inesorabilmente rafforzando la relazione e facendola crescere e maturare.

Un grande senso di empatia, di disponibilità verso gli altri, chiunque essi siano, soprattutto i giovani per i quali la nostra generazione di baby-boomer non è stata capace “di ricostruire un mondo solido”, non capendo che “l’animo dei ragazzi è romantico come lo era il nostro, solo in modo diverso” e che “il loro modo di vestire è contestazione e ricerca della propria personalità, [e] tradisce una ricerca di affermazione e di verità, che non trovano in un mondo di finzione…” (Fioritti, 2016, p. 282) emerge in quest’opera letteraria. Un problema, o forse semplicemente un fattore generazionale, può essere meglio compreso ed accettato se visto da una prospettiva basata sull’amore incondizionato e sull’empatia piuttosto che sul giudizio e, peggio ancora, su un atteggiamento di rifiuto e condanna.

L’autoanalisi e l’accurata osservazione dei comportamenti e delle dinamiche tra esseri umani porta a riconoscere l’importanza e, al tempo stesso, anche la fragilità dell’essere genitori. Infatti, “questo in fondo è il compito più arduo dei genitori: stare a guardare impotenti” (Fioritti, 2016, p. 185) lasciando che i figli facciano le loro le scelte, abbiano le loro delusioni e riemergano dalle ceneri. Solo così acquisteranno esperienza, maturità, consapevolezza e rafforzeranno il proprio carattere. Nessuno ci ha insegnato ad essere figli così come nessuno è stato addestrato per diventare genitore. Ognuno di noi imparerà, quindi, strada facendo il ruolo che dovrà rivestire, così come imparerà anche, attraverso vari trasferimenti, ad adattarsi a nuove località, a nuovi modelli di vita e comportamentali sino ad allora sconosciuti. Tutto ciò gli permetterà di integrarsi nel tessuto sociale pur avendo lasciato parte del suo cuore lì dove è nato ed affondano le sue radici.

Così, dunque, tra ricette succulenti di mamme e nonne, il calore della famiglia riunita soprattutto durante le feste, la tavola imbandita, il gioco della tombola con i fagioli, un bicchiere di viso rosso ‘che fa buon sangue’, l’esistenza prosegue. I ricordi delle risate e chiacchierate tra familiari, parenti ed amici permette di continuare questo incredibile, affascinante e stimolante viaggio pieno di sorprese e, a volte, anche di sfide.

La Vita è un mistero, ma è altrettanto intrigante, avvincente e l’invito della protagonista Barbara è sicuramente quello di viverla appieno, godendo anche delle cose più semplici, ma che in fondo sono le uniche a darle reale e profondo significato.

Un libro della crescita e dell’acquisto della consapevolezza attraverso le varie fasi dell’esistenza umana, da leggere tutto d’un fiato. Molti si riconosceranno nelle sue pagine mentre altrettanti ne rimarranno affascinati per la semplicità del linguaggio, diretto ed immediato, in contrapposizione alla profondità delle tematiche affrontate.

Un’opera letteraria scritta con il cuore ed una lettura che consiglio a persone di ogni età.

Maria Teresa De Donato

Teatro: “Love’s Kamikaze” al Teatro Tor Bella Monaca di Roma dal 10 al 12 febbraio 2022

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“Love’s Kamikaze” al Teatro Tor Bella Monaca di Roma

Dopo Civitavecchia, Bracciano e Rocca di Papa, approda alla Sala piccola del Teatro Tor Bella Monaca “Love’s Kamikaze”. Teatro Tor Bella Monaca – Sala piccola. LOVE’S KAMIKAZE di Mario Moretti. Con Micol Damilano e Claudio Contartese. Disegno luci e audio: Marco Santinelli. Regia di Mila Moretti

“Love’s Kamikaze” al Teatro Tor Bella Monaca di Roma

Dal 10 al 12 febbraio 2022 va in scena al Teatro Tor Bella Monaca di Roma “LOVE’S KAMIKAZE” una delle drammaturgie più politiche di Mario Moretti, che racconta la straziante storia d’amore tra un’israeliana e un palestinese a Tel Aviv, “risucchiati” da un conflitto  ancora irrisolto nonostante siano trascorsi più di settant’anni.

Tel Aviv 2005: due giovani rappresentanti di due popoli, Naomi, ebrea, e Abdel, palestinese, si amano cercando di dimenticare la sporca guerra e, nello stesso tempo, confrontano e discutono le due civiltà e le diverse motivazioni che animano le due parti.  Qui, tra un amplesso e l’altro, i due giovani mettono a confronto le loro civiltà divise, toccando, ognuno dal proprio punto di vista, i tanti punti che separano i due popoli, fino alla più amara delle consapevolezze.

Una conclusione tanto inaspettata quanto dotata di tragica verosimiglianza e di emblematica forza dimostrativa suggella lo spettacolo.

Interpretato da Micol Damilano e Claudio Contartese, per la regia di Mila Moretti, il testo è scritto da Mario Moretti, drammaturgo, attore e regista teatrale, animatore di alcune fra le più fertili realtà teatrali e culturali italiane come il  “Teatro Tordinona”, “Il CaffèTeatro” di Piazza Navona, il Teatro in Trastevere e nel 1982 con Lorenzo Salvati l’Accademia del Teatro dell’Orologio, dove ha ricoperto il ruolo di direttore artistico e docente di drammaturgia. Sua figlia Mila porta avanti con la stessa passione del padre la ripresa di questo spettacolo, tristemente attuale, difendendo i Juliet and Romeo di sempre e per sempre. «Non possiamo sposarci, Naomi» sentenzierà amaramente Abdel e al gesto purificatore e idealista con cui lanciano il loro paradossale messaggio di pace: «Perché è sempre con i corpi che si scrivono le rivoluzioni!».

NOTE DI REGIA

Love’s kamikaze si innesta naturalmente nel fertile ceppo dell’attualità e dell’impegno civile, a dimostrazione che il teatro non racconta solo favole, ma può anche essere carne, viscere, sangue della nostra impietosa esistenza. E, soprattutto, può portare un mattone, una pietra, un granello di sabbia, per la costruzione dell’edificio della pace. Un’utopia? Perché no? Vengano pure le utopie, se ci aiutano ad uscire per qualche tempo all’aperto, fuori dal nostro bunker quotidiano.

L’aggressività è il dolore che parla | di Mari Onorato

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Mari Onorato

È facile essere aggressivi, acidi, sarcastici:

basta dar voce agli istinti più primitivi senza farli evolvere…

ma questo dimostra quanto in realtà siamo chiusi, incapaci di aprirci al mondo, incapaci di rimetterci in questione;

Ma soprattutto ci mostra quanto in realtà stiamo male dentro.

Questa aggressività gratuita dimostra la fatica che facciamo nel cercare il nostro posto nel mondo, ecco perché mostriamo le zanne:

l’aggressività è il dolore che parla…

un dolore interiore che fa eco ad una vecchia ferita e al bisogno compulsivo di proteggersi dal mondo, o forse da noi stessi.

Diventiamo persone aride e acide, diventiamo criticoni, incapaci di vedere la bellezza nell’altro perché non riusciamo a vederla in noi stessi.

Cerchiamo di demolire, distruggere il prossimo, con le parole e poi con i gesti;

ci inquiniamo di emozioni che in realtà si ritorcano contro di noi.

Rifiutiamo di vedere quanto potremmo essere più sereni nella nostra vita quotidiana se solo decidessimo di lasciar andare l’amarezza che riguarda solo noi e non quel povero barista al quale abbiamo ordinato un caffè senza nemmeno salutarlo…

Per anni, i media ci hanno abituati a dare voce ai nostri istinti più bassi, nutrendoli di ogni sorte: trasmissioni al limite del voyeurismo, banalizzazione della violenza verbale ma anche fisica e psicologica, cyber-bullismo acclamato dalla folla, ecc….

E non dimentichiamoci il Sarcasmo : la forma più subdola di bullismo verbale…

Ci concentriamo sui social per recuperare quel poco di visibilità che abbiamo perso nel mondo reale, per consolarci, per assicurarsi di essere ancora “visti”, di sentirsi vivi.

Perché lì fuori, nessuno ci sorride più, nessuno ci vede…

Abbiamo perso il contatto umano con le persone:

preferiamo scriverci su Facebook piuttosto di vedersi per chiacchierare intorno ad un caffè. Proiettiamo nel mondo le nostre   contorte e pesanti emozioni che ci portiamo dentro e poi ci lamentiamo se quell’immondizia ci torna indietro come un boomerang.

Tutti noi abbiamo bisogno di atti di gentilezza…

A lamentarci siamo bravi tutti ma se si parla di essere gentili, senza sentire un impellente necessità di svilire la giornata di altre persone per illuderci che la nostra fa meno schifo, allora non c’è più nessuno.

Tuttavia, un semplice atto di gentilezza può cambiarci la giornata, agisce come una fiamma: può portare un po’ di luce o dare un poco di calore a qualcuno, ma soprattutto può moltiplicarsi con poco: una piccola fiamma può accendere milioni di candele.

Ne basta una per cominciare a cambiare il modo in cui vediamo le cose.

Essere gentili significa che ci apriamo all’altro, al mondo, che riconosciamo che la sua esistenza è importante tanto quanto la nostra.

Essere gentili significa essere e farsi presenti: essere dei doni qui ed ora.

La gentilezza è un modo di essere che ci porta ad agire nel mondo, è ciò che ci permette di andare avanti, come esseri umani, e di non annegare nel nostro ego; perché se riesco a sorridere col cuore, se riesco a dire una parola gentile e profondamente sentita, se riesco a comunicare all’altro un po’ di calore umano, significa che oltre l’io, per me c’è anche un noi.

E se c’è un noi, il mondo ha ancora una speranza.

Mari Onorato

“MUSA E GETTA con Arianna Ninchi” | di Meri Lolini

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Incontriamo Arianna Ninchi. Lei è un’attrice e proviene da una famiglia di attori e sicuramente tutti ci ricordiamo di sua zia Ave Ninchi. Arianna ci presenterà il progetto “MUSA E GETTA” raccontandoci quali sono gli intenti e quali gli obiettivi.

Visto che nomini Ave… inizierò a risponderti dicendo che amo le grandi donne della mia famiglia e le grandi donne in generale. Sono una lettrice forte di biografie e, da attrice, spesso mi capita di pensare che vorrei dare corpo e voce a chi per me è un modello, una fonte di ispirazione. Lizzie Siddal, il volto dei Preraffaeliti, ad esempio… io la sognavo. Confrontandomi con Silvia Siravo, amica e collega e co-curatrice di “Musa e getta”, ho capito che la mia passione per le biografie di grandi donne era condivisa. Pensando allora alle scrittrici italiane che conosciamo, mi sono chiesta se a loro andasse di raccontare ognuna una propria musa per farla stare in bella compagnia, per metterle tutte insieme appassionatamente contro l’oblio. A molte scrittrici andava ed a un editore andava di sostenere il progetto.Quanto agli obiettivi, ci interessa far conoscere un’altra versione della storia, delle storie; presentare le nostre donne incredibili al maggior numero di persone possibile; accendere i riflettori su chi a lungo è stata relegata al ruolo asfittico di “compagna di”, “moglie di”… e poi c’è anche un obiettivo più pratico: invitare le nostre autrici a cimentarsi con la scrittura per il teatro perché il sogno, dichiarato sin dal primo momento, è quello di portare anche sul palcoscenico queste vite e questi amori così grandi. Lo stiamo via via realizzando.

Il primo frutto di Musa E GETTA è l’antologia che raccoglie sedici storie di Muse scritte da sedici scrittrici. Come vi siete scelte e quali sono i criteri che hanno elevato le protagoniste dei racconti alla qualità di  MUSA?

Molte delle scrittrici che hanno aderito all’iniziativa sono amiche e ci lega una stima reciproca. Alcune di loro invece ci sono state presentate da Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie che, con entusiasmo, ha accolto queste muse. Una prima rosa di nomi è stata proposta da me e Silvia, ma da subito ha prevalso l’idea di lasciare alle autrici la massima libertà su ogni scelta. Le nostre muse sono state donne profondamente libere, non potevano essere raccontate altrimenti.

Alcune Muse sono nate a fine 800 e ci sono anche contemporanee. Se vuoi ci puoi raccontare qualche curiosità delle storie raccolte.

Sì, sono lontane fra loro anche geograficamente. La più distante nel tempo è Regine Olsen, danese. La pianista Luisa Baccara è l’unica italiana. Tre di loro sono vive e vegete: la groupie delle groupie Pamela Des Barres è arzilla settantenne a Los Angeles, Kate Moss è un’icona di stile, Amanda Lear è nel mito. Alcune si saranno forse incrociate in quel moderno Olimpo che è stata la Parigi degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Di Laure conosciamo certamente il volto (è la domestica nera nel celebre quadro “Olympia” di Manet) ma non il cognome… Lizzie Siddal non è rientrata nell’antologia ma la nostra Lorenza Pieri l’ha eletta “madrina” delle muse. Le ho amate tutte e tutte mi hanno regalato qualcosa. L’accoglienza del pubblico mi fa pensare che in giro c’era tanta voglia di regali così.

Siete interessate a divulgare il Progetto MUSA E GETTA anche con incontri istituzionali in giro per l’Italia?Avete già concordato qualche incontro?

L’antologia è uscita a fine febbraio 2021 e da allora non abbiamo mai smesso di presentarla, online durante i momenti di lockdown e in presenza dall’estate. Con serate di reading, siamo state ospiti di festival prestigiosi (Fondazione Taormina, Contemporanea a Biella, I solisti del teatro a Roma). Il testo su Nadia Krupskaja di Ritanna Armeni a novembre ha trovato la sua messa in scena stupenda a Genova, grazie a Consuelo Barilari e al Festival dell’eccellenza al femminile. Anche la Gnam di Roma ci ha accolte con grande affetto. Altri incontri ci attendono a breve online e torneremo presto in presenza.

MUSA E GETTA ha la pagina su Facebook e ci saranno degli appuntamenti online . Puoi dirci quali saranno gli argomenti che verranno trattati?

Sì, “Musa e getta” ha una pagina Facebook e un profilo Instagram, utili per aggiornare chi ci segue e per essere facilmente contattate. Diventate followers anche voi! Gli appuntamenti a volte coinvolgono le scrittrici, a volte siamo solo Silvia ed io. Gli argomenti variano tantissimo, essendo le muse sedici, ma gli spunti interessanti non mancano mai, anche perché chi fa promozione del libro e della lettura online in genere è mosso da una grande passione.

Ringrazio Arianna di  averci incuriosito con questo appuntamento , sperando che questo Progetto Culturale e Letterario sia seguito da un pubblico numeroso.

Sono io che ringrazio te e Mobmagazine.it per la bella opportunità che avete dato alle nostre muse! Ne approfitto per salutare le lettrici e i lettori e per augurare a tutte e a tutti un 2022 di grandi ispirazion

La fotografa palermitana Carmela Rizzuti selezionata per il prestigiosissimo SWISSARTEXPO che si terrà a Zurigo dal 24 al 28 agosto 2022

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Carmela Rizzuti_autoritratto

Il festival d’arte SWISSARTEXPO, giunto alla IV edizione, si terrà il prossimo agosto 2022 a Zurigo. Tra gli artisti selezionati dagli organizzatori la nota fotografa e artista palermitana Carmela Rizzuti.

festival dell’arte SWISSARTEXPO

«A dicembre 2021 partecipai alla selezione per il festival dell’arte di Swissartexpò 2022 – dichiara Carmela Rizzuti – ove ho visto che organizzavano questo evento alla stazione centrale di Zurigo, un luogo molto importante perché è al centro dell’Europa ove tanti artisti si confrontano e si espongono con diverse forme di linguaggio per farsi conoscere e per avere dei riscontri culturali. Così decisi di provarci con un po’ di scetticismo perché davano la possibilità solo a 20 artisti di poter richiedere la sponsorizzazione che è da parte dell’organizzatore Artboxy, sul sito ho inviato tutta la documentazione online inserendo curriculum e alcune delle mie opere e ieri (sabato 15 gennaio 2022) con grande sorpresa ho ricevuto questa grande notizia ove mi dicevano che avevo ottenuto la sponsorizzazione e di poter esporre su un pannello di due metri per due. A marzo mi contatteranno per gli ulteriori dettagli sull’organizzazione e partecipazione della mostra.»

 

Il festival dell’arte SWISSARTEXPO si svolgerà dal 24 al 28 agosto 2022 nella sala della stazione centrale di Zurigo, una delle sale più visitate d’Europa. Saranno 100 gli artisti provenienti da tutto il mondo che presenteranno al pubblico le loro opere di arti visive digitali e originali. Inoltre, i visitatori potranno assistere a diverse opere d’arte presentate in digitale e a un programma vario con vari eventi legati all’arte.

La mostra d’arte è organizzata dalla start-up svizzera ARTBOX.GROUPS GmbH, fondata nel 2016 dall’artista della motosega di fama internazionale Patricia Zenklusen e dalla sua famiglia. I progetti artistici di ARTBOX.GROUPS sono sempre un interessante mix di opere presentate in modo digitale e originale, in cui è rappresentato un ricco spettro di stili artistici. Con questo concetto, essi permettono sia ai giovani talenti che agli artisti esperti di presentare la loro arte ad un vasto pubblico e di stabilire nuovi contatti.

Gli organizzatori scelgono per i loro progetti location molto frequentate, come l’aeroporto di Basilea, la stazione centrale di Zurigo o una galleria a Miami durante le Miami Art Weeks, una delle più grandi fiere d’arte al mondo. La scelta di tali sedi può creare contatti ancora più preziosi per gli artisti.

Tour virtuale dello SWISSARTEXPO:

https://it.swissartexpo.com/virtual-tour

ORARI DI APERTURA/

Mercoledì 24 agosto 2022 18:00 – 22:00

Giovedì 25 agosto 2022 9:00 – 21:00

Venerdì 26 agosto 2022 9:00 – 21:00

Sabato 27 agosto 2022 9:00 – 18:00 / ART PARTY 18:30 – 23:00

Domenica 28 agosto 2022 9:00 – 19:00

DOVE:

Sala eventi FFS direttamente nella stazione centrale di Zurigo

Ingresso libero

FONTE:

https://it.swissartexpo.com

Carmela Rizzuti

http://www.carmelarizzuti.net/

https://www.facebook.com/carmela.rizzuti

https://www.instagram.com/artphcr/

La magia del desiderio attrae | di Daniela Cavallini

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Daniela Cavallini

Amiche ed Amici carissimi, non conosco nulla di più stimolante del desiderio. Mi riferisco al desiderio in senso lato, sia esso piccolo o grande, di carattere morale o materiale… purché ci “faccia battere il cuore”.

Il desiderare  stimola la nostra fantasia alla ricerca dell’appagamento e crea in noi un’ineguagliabile motivazione, una sensazione di “magia”.  Assistiamo increduli ad eventi apparentemente casuali, che ci immettono sulla via della manifestazione di risultati congrui con il desiderio stesso. Com’è possibile?!

Quando siamo pervasi entusiasticamente dall’urgenza emotiva procurata dal voler realizzare un desiderio, viviamo un “momento d’oro”: la nostra mente si scatena nel produrre idee e noi siamo istintivamente indotti all’azione. E solo attraverso l’azione possiamo ottenere risultati.  Ecco dunque che, risultato dopo risultato, ci avviciniamo sempre più alla realizzazione del nostro desiderio, nel frattempo trasformatosi in obiettivo. E’ un percorso più o meno lungo, talvolta favorito dall’immediatezza, a volte persino ostacolato, ma sempre e comunque intriso di attenzione, proiezione, partecipazione emotiva e mai noioso. Anche il superamento degli eventuali ostacoli, delle sfide,  fa parte della nostra crescita.

Il  desiderio,  unitamente all’emozione, crea in noi la capacità di attrarre le opportunità atte alla sua stessa realizzazione. È la legge dell’attrazione… che non si smentisce mai. Tuttavia, se le opportunità si rivelano come un “dono vibrazionale”, è importante ricordare che solo attraverso l’azione, constatiamo i risultati. Lo schema riportato illustra ed enfatizza il concetto:

Non mi resta che salutarvi, augurando a tutti voi la magnificenza di desiderare per ottenere “tutto il bello che c’è”.

Un abbraccio!

Daniela Cavallini

“Alimentazione e Salute: L’arte delle spremute” ǀ di Maria Teresa De Donato

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Introduzione

Sebbene l’arte delle spremute sia piuttosto antica, la maggioranza di noi sin dall’infanzia ha probabilmente acquistato maggior familiarità con la tipologia a base di frutta che non con quella a base di verdura.  Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, insieme al movimento che promulga l’uso di cibi crudi, la tecnica delle spremute – sia di frutta sia di verdura o un misto di entrambe – si è diffusa ampliamente in tutto il mondo.

Perché?  Perché oltre ad essere facili da preparare, le spremute di frutta e verdura cruda sono ricche di principi nutritivi e, specialmente se comprate biologiche, possono dare un forte impulso al sistema immunologico come nessun altro cibo è in grado di fare.

Efficacia e benefici delle spremute

Inoltre, non bisogna dimenticare che la spremuta permette una facile digestione ed un altrettanto facile assorbimento delle sostanze nutritive.  Il processo digestivo, infatti, svolge un ruolo di fondamentale importanza per la nostra salute ed il nostro benessere per vari motivi.  Prima di tutto, vale la pena considerare che il nostro corpo indirizza circa l’80% delle energie a sua disposizione proprio al processo di digestione lasciando il restante 20% da dividere tra tutte le altri funzioni che il corpo esplica.  Questo implica che quando noi mangiamo troppo o mangiamo cibi privi di valore nutritivo, non sani o semplicemente combinazioni di cibi errate e che quindi richiedono uno sforzo maggiore per essere digeriti, il corpo prende le ulteriori energie di cui ha bisogno per svolgere le sue normali funzioni dal rimanente 20% che dovrebbe essere finalizzato ad altri scopi.  Ciò significa in questi casi

  1. che noi sottoponiamo tutti gli organi che prendono parte alla digestione ad un inutile stress e
  2. che priviamo altri sistemi, o altri organi del corpo responsabili di altre funzioni fondamentali, delle energie di cui hanno bisogno per esplicare i compiti cui sono preposti e di farlo nel modo in cui dovrebbero.

Conseguenza di ciò è che non solo il processo digestivo dura più a lungo e lo sforzo richiesto è maggiore, ma anche che tutte le altre funzioni corporee vengono ostacolate, sovraccaricate e messe sotto particolare sforzo.

 

Le spremute: Come ci aiutano

Le spremute, d’altro canto, possono aiutarci in vari modi:

  • migliorano, infatti, l’alimentazione attraverso la riduzione o persino l’eliminazione di proteine animali che richiedono, specialmente quando usate regolarmente e/o in grandi quantità come sembrano fare molti occidentali, più energie perché vengano digerite;

 

  • facilitano la digestione e l’assorbimento di un maggiore quantitativo di sostanze nutritive, cioè di vitamine, minerali ed antiossidanti, che altrimenti non saremmo in grado di consumare mangiando semplicemente vegetali crudi o cotti;

 

  • aiutano nella detossificazione e nel dare un forte impulso al sistema immunitario;

 

  • aiutano anche a prevenire malattie legate all’alimentazione;

 

  • facilitano il processo di guarigione a prescindere che il problema di salute sia acuto, cronico o persino legato ad una malattia debilitante e/o degenerativa.

Esperienze

Nel suo libro Le spremute a crudo possono salvarti la vita! L’autrice, Dott.ssa Sandra Cabot, medico, riporta l’esperienza di sua nonna.  All’età di circa vent’anni, alla Sig.ra Susannah Dalton fu diagnosticata una glomerulonefrite, una malattia renale grave in cui “il sistema immunologico attacca i tubuli dei reni causando un’infiammazione estesa a tutto il rene nonché la presenza di sangue e proteine nelle urine.”  I medici dell’ospedale dissero al marito della Sig.ra Dalton che non c’era nient’altro che potessero fare, il che suonò, probabilmente, come una condanna a morte.  Tuttavia, grazie alle sue competenze in materia di nutrizione, il Sig. Harry portò sua moglie a casa ed iniziò un regime alimentare basato su spremute di cibi crudi facendole bere un bicchiere di spremuta di verdura cruda ogni ora alternando “una volta verdure che crescono al di sopra del terreno ed un’altra quelle che crescono sottoterra.”  Questo permise alla Sig.ra Susannah di recuperare gradualmente la sua salute e ai suoi reni di inizare a funzionare di nuovo normalmente.  Tutto ciò fu possibile grazie a tutte le vitamine, ai minerali e agli antiossidanti contenuti nelle sprenute da lei bevute. La signora condusse una vita attiva e morì all’età di 78 anni.

Un’altra storia che può ispirarci è quella di Jay Kordich, conosciuto anche come “Lo spremitore”, che è stato tra i primi e i più attivi promulgatori delle spremute al fine di preservare o ristabilire la propria salute.  Stando alla sua versione dei fatti, Kordich riuscì a curare completamente un cancro alla vescica che lo colpì circa 50 anni fa rifiutando terapie convenzionali come la chemio e la radio, ma piuttosto bevendo circa 13 bicchieri al giorno di succo di carota e mela.  Così facendo, ha dimostrato di essere un seguace di Norman Walker e Max Gerson, due medici che hanno divulgato in tutto il mondo il concetto del ruolo fondamentale che cibi crudi e spremute rivestono nella nostra salute.

Conclusione

Per concludere, a prescindere da quale sia la vostra alimentazione preferita o il motivo per cui usiate le spremute, il loro consumo regolare è vivamente consigliato. Infatti, che usiate le spremute per aiutare il vostro corpo a restare sano, per raggiungere una salute ottimale, per prevenire malattie legate ad una cattiva alimentazione o persino per facilitare il meccanismo interno del corpo così da permettere che la guarigione avvenga in maniera naturale, in realtà ne beneficerete tutti.

Il presente articolo è stato pubblicato anche al seguente link:

https://www.blogger.com/blog/post/edit/5702924240575626467/8823425590476159570

Fonti:

Cabot, S. (2001). Raw Juices Can Save Your Life! Introduction. (p. 8). Glendale, AZ: SCB International Inc.

Prussack, S. (2007) Steve Prussack Interview with the Juiceman (Episode 32). Raw Vegan Radio. Retrieved June 12, 2014, from

http://rawveganradio.com/wordpress/transcripts/KordichTranscriptEbook.pdf

Updike, R. (11 November 1991). Juicy role is making him famous. (Article published on the Seattle Times). Retrieved June 12, 2014, from

http://community.seattletimes.nwsource.com/archive/?date=19911111&slug=1316616.

 

Importante!

Le informazioni di cui sopra hanno solo scopo informativo e non devono sostituire il parere del medico. Qualunque sia la vostra situazione, consultate prima il vostro medico di fiducia.

 

 

 

 

 

Aurora d’Errico intervista Totò Cascio | Interprete del piccolo Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore

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Aurora d'Errico e Totò Cascio

Eccoci di nuovo nella rubrica di Aurora d’Errico “In salotto con Aurora” di Mobmagazine.it, dove sentiremo in diretta telefonica Totò Cascio, l’ex bambino attore, di fama internazionale, per essere stato protagonista del film Premio Oscar “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, con la colonna sonora del grande Maestro Ennio Morricone, oltre ad aver interpretato tanti altri film, come : “Il morso del serpente” di Luigi Parisi; “C’era un castello con 40 cani”; “Stanno tutti bene”; “Festival” di Pupi Avati….

Aurora d’Errico

Aurora d’Errico e Totò Cascio

Aurora d’Errico intervista Totò Cascio | Interprete del piccolo Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore

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Arti visive: Daniela Di Bitonto Sello, “Il burka”, opera Effettista | Critica di Francesca Romana Fragale

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“Il burka”_Daniela Di Bitonto Sello

“Il burka”, di Daniela Di Bitonto Sello, acrilico su tela, 50/40, senza data.

“Il burka”_Daniela Di Bitonto Sello

Opera Effettista particolare, visionaria dell’artista Di Bitonto Sello, attrice, poetessa, pittrice, scrittrice e vicepresidente dell’Effettismo. Un vissuto importante e ricco quello dell’artista che in questo quadro approccia tematiche imponenti con uno stile pittorico volutamente candido, quasi naïf, tradendo una articolata conoscenza della teoria dei colori e grande maestria compositiva.

Daniela Di Bitonto Sello

Il quadro racconta la libertà contrapponendo un monte con le sembianze di un burka ad una valle di mare e cielo con assieme pianeti, costellazioni, galassie, nebulose che ospitano una barca che vola a vele spiegate verso la destra, con decisione e ottimismo.

L’elegante e compita figura femminile è posta sulla sinistra, non in posizione di soggetto principale. Lei constata, registra, non giudica e non agisce. Sogna, assapora.

Il fondo prospettico è reso con un verde spento, di brughiera inglese in autunno dal quale si erige un sole che non è né di Alba né di tramonto, come fosse anch’esso fermo a osservare.

In alto a sinistra un cuore nel cielo giallo che libera gocce di sangue che trionfalmente si tramutano in uno stuolo di uccelli, a significare che solo una volta raggiunta l’armonia dei valori cesserà il dolore.

Inconsueto trattare il cielo con il colore giallo. Il giallo è un colore caldo e impone ottimismo. È come se si trattasse di un pensiero della pittrice: quel giallo carico rimane non connotabile, forse in speranzosa attesa.

La donna a sinistra appare sognante, come se per un attimo volesse percepire una possibile armonia tra le contrapposte realtà descritte. Un auspicio.

Quest’opera è quanto mai attuale, stante le recenti drammatiche vicende dell’Afghanistan forse profetizzate dall’Artista e induce a profonde riflessioni.

La barca a vele spiegate, libera, risulta antitetica all’incombente monte burka, eppure gli occhi che ben si leggono nell’unica fessura paiono avere un moto di compiacimento. Sognano la libertà?

Forse quello che accomuna i due personaggi femminili è proprio l’anelare alla Libertà.

Amaro constatare che identicamente la bramino, lontana chimera di entrambi i Mondi.

Francesca Romana Fragale

Francesca Fragale

Fotografia: “Robert Capa. Fotografie oltre la guerra” in mostra a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme

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“Robert Capa. Fotografie oltre la guerra”

È dedicata a uno dei fotografi più iconici del Novecento e fondatore della Magnum Photos, la mostra in corso fino al 5 giugno 2022 alla Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD), con un focus dedicato alla fotografia di Robert Capa oltre i reportage di guerra

FRANCE. Nice. August 1949. Henri MATISSE in his studio.Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Retrospective – Fotografie oltre la guerra” by Robert Capa, presented at Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme, Italy, from January 15th to June 5th 2022, starting 2 months before its opening and ending with the closure of the exhibition. These images are for one time non-exclusive use only and must not be electronically stored in any media asset retrieval database • Up to 2 Magnum images can be used without licence fees for online or inside print use only. Please contact Magnum to use on any front covers. • Images must be credited and captioned as outlined by Magnum Photos • Images must not be reproduced online at more than 1000 pixels without permission from Magnum Photos • Images must not be overlaid with text, cropped or altered in any way without permission from Magnum Photos.

Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “Il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Senza dubbio l’esperienza bellica fu al centro della sua attività di fotografo: iniziò come fotoreporter durante la guerra civile spagnola (1936-39), proseguì attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) – fra cui spicca la documentazione dello sbarco in Normandia – e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni.

Una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione “Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza”. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso.

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio questo progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme che vuole esplorare parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.

Un progetto che pone l’attenzione proprio su reportage poco noti di Capa, una mostra per scoprire la sua fotografia lontano dalla guerra.

La mostra esplora il suo rapporto con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.

Al contempo vi sarà una sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena.

Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani.

Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

“Robert Capa. Fotografie oltre la guerra”

APPROFONDIMENTO:

Quando si parla di Robert Capa – pseudonimo di Endre Ernő Friedmann; Budapest, 1913 – Tay Ninh, 1954 –  si pensa subito ai suoi reportage di guerra (la Guerra civile spagnola, la Seconda guerra mondiale, il conflitto arabo-israeliano).

Robert Capa fu fondatore, insieme a Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, dell’Agenzia Magnum e nella sua storia professionale, ha immortalato grandi personaggi del mondo della cultura e delle arti: Picasso, Hemingway e Matisse.

La mostra di Abano Terme dedica i suoi spazi a queste opere fotografiche di Robert Capa.

Aperta al pubblico fino al 5 giugno 2022 con il titolo “Robert Capa. Fotografie oltre la guerra”, con oltre 100 immagini che raccontano il lavoro di Capa fuori dai campi di battaglia.

Parte della mostra è dedicata al rapporto tra Capa e il mondo del cinema: nel 1945 a Parigi il fotografo conosce Ingrid Bergman, e tra i due nascerà una storia d’amore. L’attrice svedese introdurrà Capa sul set di Notorius – L’amante perduta diretto da Alfred Hitchcock, e in quello di Arco di Trionfo di Lewis Milestone. Il fotografo inoltre partecipa nel 1946 come comparsa nel film Tentazione di Irving Pichel. In quegli anni, esattamente tra il 1947 e il 1953, realizza servizi per giornali e riviste sui set di diversi film, tra cui Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, La carrozza d’oro (1952) di Jean Renoir, Moulin Rouge (1952) e Il tesoro dell’Africa (1953) entrambi diretti da John Huston. Sul set di quest’ultimo film, conosce Humphrey Bogart: un’amicizia che gli consentirà di fotografare sul set de La contessa scalza (1954) di Joseph L. Mankiewicz. L’unico film attribuibile a Capa è il breve documentario The Journey (1951), girato in Israele tra l’ottobre e il novembre 1950 per raccogliere fondi a favore dell’organizzazione ebreoamericana United Jewish Appeal.

«Non vi è dubbio che l’esperienza bellica sia stata al centro dell’attività di fotografo di Robert Capa – spiega il curatore della mostra Marco Minuz – La guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone, la Seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: ‘se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà’. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso».

DIDASCALIA FOTO:

FRANCE. Nice. August 1949. Henri MATISSE in his studio.Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Retrospective – Fotografie oltre la guerra” by Robert Capa, presented at Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme, Italy, from January 15th to June 5th 2022, starting 2 months before its opening and ending with the closure of the exhibition. These images are for one time non-exclusive use only and must not be electronically stored in any media asset retrieval database • Up to 2 Magnum images can be used without licence fees for online or inside print use only. Please contact Magnum to use on any front covers. • Images must be credited and captioned as outlined by Magnum Photos • Images must not be reproduced online at more than 1000 pixels without permission from Magnum Photos • Images must not be overlaid with text, cropped or altered in any way without permission from Magnum Photos.

INFO:

ROBERT CAPA

Fotografie oltre la guerra

Mostra a cura di Marco Minuz

con il Patrocinio del Consolato Generale di Ungheria

Dal 15 gennaio al 5 giugno 2022

* La riduzione è valida per studenti dai 7 ai 25 anni, over 65, possessori della Arte Terme Card, soci FAI e TOURING CLUB, cittadini ungheresi

ORARI MUSEO (e MOSTRA “ROBERT CAPA” dal 15 gennaio 2022)

– Lunedì, mercoledì, giovedì dalle 14.30 alle 19.00

– Venerdì dalle 14.30 alle 19.00

– Sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00

Festività infrasettimanali: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00

(martedì chiuso)

FONTE:

http://www.museovillabassiabano.it/project/robert-capa/

Fumetti: Il “Comicon International Pop Culture Festival” dal 22 al 25 aprile 2022 presso la Mostra d’Oltremare di Napoli

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“Comicon International Pop Culture Festival” 2022

Il “Comicon – International Pop Culture Festival” di Napoli si terrà dal 22 al 25 aprile 2022.

Dopo i due anni di stop dovuti alla pandemia il festival di fumetti più importante del Mezzogiorno ha preparato la nuova edizione 2022.

Il “Comicon – International Pop Culture Festival” è la rassegna dedicata alla Nona Arte pronta a conquistare, per il 22esimo anno consecutivo, il pubblico di Napoli.

L’evento si terrà presso il Polo fieristico Mostra d’Oltremare, dove saranno presenti alcuni dei nomi più importanti della nona arte nazionale.

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Il poster è stato affidato a uno dei nomi di culto del fumetto e del cinema mondiale: Frank Miller. Una collaborazione illustre, che segna il ritorno a una delle “tradizioni” più amate di Comicon – ovvero quella di destinare il manifesto promozionale ai grandi del fumetto mondiale (nel 2007 era toccato a Enki Bilal, mentre al 2010 risale la collaborazione con Jim Lee). Per questa immagine inedita, l’eclettico autore statunitense (già creatore di Sin City, 300 e Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro) ha voluto mettere in scena un omaggio a Napoli e al suo folklore, reinterpretando la maschera di Pulcinella alla sua maniera, infondendo un’energia fisica esplosiva. Per valorizzare questa collaborazione speciale e sottolineare l’identità insieme italiana e internazionale della kermesse, il festival ha inoltre affidato la colorazione dell’artwork di Miller a un grande talento del fumetto italiano, Emiliano Mammucari (che nel ruolo di art director sta rivoluzionando l’approccio al colore dei nuovi progetti di Sergio Bonelli Editore).

Tra gli ospiti illustri:

Frank Cho, il fumettista e scrittore già vincitore di un Emmy Award televisivo e di numerosi altri riconoscimenti;

Davide Toffolo, nome di punta del fumetto italiano, nonché voce e chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

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LE ANIMAZIONI DEI MORTI AL COMICON

Al Comicon, 8° Salone Internazionale del Fumetto e dell’Animazione di Napoli, verranno presentati i videoclip realizzati da Davide Toffolo. L’appuntamento è per sabato 4 marzo alle ore 11:00, Castel Sant’Elmo. Verrà proiettato anche il nuovo video de I Melt realizzato da Toffolo con l’aiuto di Michele Bernardi.

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Questo l’elenco dei videoclip che verranno proiettati e i rispettivi registi:

Regia di Davide Toffolo: Occhi bassi, Signorina primavolta, Ogni adolescenza e il video del Señor Tonto.

Regia Michele Bernardi: Quasi adatti, Non mi manca niente.

Regia Andrea Corridori: Quindic’anni già, Mai come voi.

Regia Marco Pavone: Voglio.

Regia Magda Guidi: Nuova identità.

Regia Lorenzo Vignolo: Hollywood come Roma (+ l’extra “Eltofo disegna Pasolini”).

Regia Matteo Lena: Rasoio, mattatoio, pazzatoio.

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INFO:

La prossima edizione di COMICON si svolgerà dal 22 al 25 aprile 2022 presso la Mostra d’Oltremare di Napoli.

I biglietti, abbonamenti e giornalieri, sono in vendita dal 10 gennaio 2022 su tutto il circuito di vendita Go2.

Per info su prezzi, e biglietti con data 2020 potete consultare l’apposita pagina “BIGLIETTI“, qui il regolamento visitatori.

La richiesta per gli spazi espositivi di Comcion 2022 è attiva dal 10 gennaio attraverso il portale espositori.comicon.it:

https://www.comicon.it/espositori-2/

Comicon Napoli 2022

FONTI:

https://www.comicon.it/

https://comiconedizioni.it

https://www.treallegriragazzimorti.it/

https://www.treallegriragazzimorti.it/2006/02/22/comicon/#l-content

NADIA FERRARI, Pittrice neo classica – INTERVISTA

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… “ogni giorno sempre di più proverò a percepire le sfaccettature del mondo che mi circonda, a trasmettere le mie emozioni”…

Ciao Nadia, è un piacere averti tra le righe della mia Rubrica d’Arte.
Di te sappiamo che sei una pittrice ed hai esposto in molte importanti Gallerie.
Chi è Nadia pittrice?
Nadia Pittrice nasce nella provincia di Treviso ed è una sognatrice che non si è mai arresa. Con una grande passione per l’arte, il disegno e la pittura fin da piccolissima.
Mi ricordo ancora quando molto piccola mi veniva chiesto se avessi artisti in famiglia.
In effetti provengo da una famiglia i cui componenti hanno per buona parte questa meravigliosa dote.
Raccontare Nadia Pittrice è raccontare i miei sentimenti e la mia anima…
Con l’arte riesco ad esprimere le mie emozioni e a trasmetterle con i miei colori, o almeno questa è l’intenzione.

Parlaci di te come donna del tuo tempo libero, come preferisci organizzarlo?
Il mio tempo libero oltre a lunghe camminate all’aria aperta, lo dedico a questa mia grande vocazione, alla mia ricerca personale, con studi continui dei colori e della mescolanza fra loro, di materiali diversi da utilizzare, di forme, proporzioni, luci, ombre dei miei soggetti. Alternando momenti di sconforto ad altri di gioia infinita.

Ci racconti il tuo percorso nel campo della pittura e cosa rappresenta per te l’arte?
L’ Arte rappresenta il mio mondo, il mio io interiore e nascosto.
I miei lavori mi parlano di emozioni e momenti che ho visto e vissuto…per questo nelle mie tele si alternano colori celestiali ad altri più cupi…tratti delicati, sottili, velature a spatolate piene ed energiche.
Nasco come autodidatta, seguita in giovane età da una bravissima maestra d’arte.
In seguito ad un concorso internazionale sono stata selezionata dal noto Critico d’Arte Prof. Giorgio Gregorio Grasso, che non finirò mai di ringraziare sia umanamente che per le opportunità e i consigli datami, e in un vortice di fortissime emozioni, fra esaltazioni e grandissima umiltà ho iniziato a condividere le mie emozioni.

Quando divieni consapevole della sua inclinazione per la pittura?
Non ho il ricordo di un momento preciso, dato che ho iniziato a sentirmi trasportare da questa vocazione per il colore in età molto tenera, provando soddisfazioni e sensazioni uniche che mi hanno spinto a non abbandonare mai questa passione.

I tuoi dipinti sono quasi sempre figure o busti di donne: moderne, del tempo passato, madri, dame di corte ma sempre donne. Cosa vuoi trasmettere con la tua pittura? Da cosa nasce la tua ispirazione?
Da paesaggi visti o dell’anima, da dipinti dove dominava sempre il mare o comunque l’acqua, campi di papaveri, i miei fiori più amati, nature morte…negli ultimi quattro anni ho sentito il prepotente bisogno di ritrarre figure femminili mettendo forse a nudo in questo modo il mio essere più emotivo e sensibile.
La mia ispirazione nasce quasi sempre di sera e di notte ..dalle mie emozioni e vissuti dell’anima, anche se i miei dipinti non sono mai autoritratti ma appunto emozioni, mi piace poi stare ad osservare il mio lavoro che procede a volte veloce e istintivo…altre volte con calma e insicurezze…fino al risultato sempre sofferto…che in fondo non sarà mai perfetto come vorrei. Mi piace osservare il colore ad olio riposato…le sfumature che cambiano con la luce del giorno…sentire gli odori; a volte mi capita in piena notte, dopo aver dipinto per ore, di uscire in terrazzo e mentre guardo il cielo ringraziare Dio per questo dono.

Se qualora ce ne fossero, quali sono i messaggi umani fondamentali alla base della tua produzione artistica?
Sensibilizzare le anime e le coscienze è quello che cerco di fare, su temi attuali dell’umanità: come la violenza sulle donne, i ruoli a cui ancora oggi spesso vengono relegate, la lotta contro il cancro, la guerra, il razzismo…mantenendo  però sempre la forza e bellezza delle mie creature ritratte.

Poche volte hai dipinto soggetti come una natura morta o il mare. Qual è la tua espressione artistica, a quale artista sei ispirata?
Certo! mi capita di sentire il bisogno di dipingere la generosità della natura…o il mare, che sento parte della mia anima con le sue varie sfumature dalla calma, alla tempesta emotiva più impetuosa.
Da quattro anni però i miei soggetti sono prevalentemente femminili, seguendo la corrente del realismo contemporaneo in cui l’arte segue l’anima in un percorso fatto di passi, emozioni, lacrime, sorrisi, pensieri, fatiche e immensa gratitudine verso il creato e tutte le persone che con me credono nella mia arte.
I grandi maestri del passato come Picasso, Botticelli, Da Vinci sono e saranno sempre i miei più grandi esempi e al di là del tempo maestri e ispiratori…ai quali ho reso omaggio con alcune mie pitture con un percorso difficile, di studio e osservazione della storia dell’arte e delle opere di questi grandi maestri.

Colpisce nelle sue tele il cromatismo pulito, la levità e freschezza del tratto. Cosa può dirci della tua tecnica pittorica?
In questo momento questo è il mio stile e credo rispecchi un grande desiderio di serenità.
Le mie donne hanno l’incarnato candido come forse la purezza dell’anima…
Amo l’olio, mi piace mescolare l’oro al nero, usare l’acqua ragia, l’olio di lino, “tirare” a volte le tele a gesso oppure, accarezzarne la trama del cotone. A volte la mia pittura è a tratti più energica lasciando evidenti le spatolate, cerco sempre di arrivare ad un risultato e quando sentirò di averlo raggiunto…cercherò sicuramente nuove evoluzioni artistiche.
Qualche notte fa ho pensato ad un nuovo lavoro…è già nella mia mente…e anche questo lavoro sarà una ricerca di serenità.

Secondo te in Italia si fa abbastanza per la valorizzazione dell’arte e delle discipline culturali?
La valorizzazione dell’arte ..e dei beni culturali ne presuppone prima di tutto la conservazione e la protezione ma non deve mancare di certo la possibilità della visita  a questi beni artistici. Credo bisognerebbe Promuovere la cultura diffondendo  la conoscenza del nostro stesso patrimonio.

Cosa proporresti per migliorare la comunicazione del linguaggio artistico?
La promozione dell’attività culturale e dell’arte, ad esempio,  attraverso eventi, esposizioni, visite guidate, mostre d’arte, teatri, musei, biblioteche…e far capire ai bambini che attraverso l’uso di semplici materiali hanno la possibilità di migliorare la realtà che li circonda.

Quale considerazione hai del nostro Paese in questo dato momento storico in cui l’arte è spesso messa da parte?
Cosa posso dire in piena pandemia l’arte è fra le attività ritenute “non necessarie”, l’arte in Italia non è mai stata ritenuta necessaria, era la vittima perfetta designata. Io come molti, credo che senza arte e bellezza non si possa vivere…l’esempio l’hanno dato gli italiani cantando sui balconi.

Cos’è l’Arte e cosa vuol dire essere un’artista secondo Nadia?
L’arte è in tutto ciò che ci circonda, n tutto ciò che facciamo con amore, la vita stessa è arte, l’universo…e senza arte non si può vivere,
Artista è una parola grande, mi definisco “pittrice” con un meraviglioso dono che mi permette di esprimere le mie emozioni.

Ti è mai capitato di sognare un’ opera da realizzare?
Si, mi è capitato partecipando con grande onore alla prestigiosa edizione della Divina Commedia illustrata da 333 artisti per l’anno appena trascorso dedicato al Sommo Poeta Dante Alighieri.Importante Progetto ideato e curato dallo Storico e Critico d’Arte Prof. Giorgio Gregorio Grasso che ringrazio con orgoglio!
Mi è capitato leggendo qualche terzina, di sognare alcuni dei personaggi femminili narrati da Dante prima di dipingerli, i colori sono arrivati dopo.
Tele che non ho pensato molto, e che mi hanno dato grandi soddisfazioni, sensazioni uniche che resteranno sempre con me.
A volte mi soffermo ad osservare queste creature e sembrano parlarmi del mondo in cui sono vissute. Questa sono io, con le mie emozioni che possono piacere oppure no.

In ambito figurativo, quali esperienze dell’arte moderna e contemporanea consideri importanti nell’elaborazione della sua concezione estetica?
Amo tutto ciò che rappresenta la bellezza e che mi trasmette un’emozione forte, facendomi rimanere incantata come se fossi in altra dimensione davanti a colori, a luci, ombre, paesaggi dell’anima che solo gli artisti riescono a creare…partecipare alle mostre d’arte mi da queste forti emozioni e mi fa incontrare persone meravigliose e speciali.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto che ti piacerebbe far sapere alle nostre lettrici e nostri lettori?
Ci tengo infinitamente a ringraziare chi si è soffermato a leggere questa mia prima intervista e pero di non avere annoiato e soprattutto spero di trasmettere emozioni con la mia Arte .
Grazie Cara Monica e grazie a tutte le persone che credono nella mia Arte .

Chi volesse cercarti sui social dove ti trova?
Chi volesse approfondire il mio linguaggio artistico può trovarmi alla pagina Facebook NaFer in Art, oppure al profilo Instagram nadiaferrarinafer

Ti ringrazio per averci dedicato il tuo tempo.
Grazie infinite a te per l’attenzione dedicatami.
M°  Monica Isabella Bonaventura

Caterina Civallero e Alessandro Zecchinato, scrittori, presentano il loro ultimo libro “Lo sviluppo quantico delle parole”| INTERVISTA

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Alessandro Zecchinato e Caterina Civallero

Ciao Caterina, Ciao Alessandro, benvenuti e grazie per aver accettato il nostro invito. Come vi volete presentare ai nostri lettori? Chi è Caterina scrittrice? E chi è Alessandro scrittore?

Caterina Civallero

Caterina

Fin da bambina ho alimentato la passione per la scrittura, nata da un’insaziabile necessità di leggere qualunque libro riuscissi a trovare. Credo di aver letto Psicocibernetica, un libro acquistato dai miei genitori quando avevo intorno ai dieci anni. Ci capii poco ma fu entusiasmante scoprire che la quantità di vocaboli possibili per costruire una frase fosse immensa e alle volte per me insondabile.

Maturando, ho compreso che senza un corretto uso della parola qualunque obiettivo resta irraggiungibile e ho speso gran parte dei miei studi per comprenderne il valore. Corsi, libri, ipotesi ed esperimenti sono diventati parte integrante delle mie giornate. Scrivere libri, articoli e aiutare i colleghi a pubblicare i loro è stata un’ovvia conseguenza.

Alessandro

Nelle fantasie di gioventù, senza ancora sapere come funzionasse il mondo, fra le tante cose sognavo di diventare scrittore di professione. Mi ci sono avvicinato, indubbiamente, negli ultimi anni, ma sappiamo bene che oggigiorno sono ben pochi coloro che riescono a portarsi a casa “il pane” solo scrivendo. Diciamo, per non dilungarmi troppo, che amo scrivere, raccontare cose a volte inconsuete in modi spesso un po’ fuori dai canoni. E dopo tanti anni come consulente e ghostwriter mi sono reso conto, finalmente, che firmare i propri lavori invece di cederne la paternità ad altri, magari più affermati, è una piacevole soddisfazione. Per me, comunque, scrivere e pubblicare è un modo per esprimere dei concetti che “sento dentro”, quasi come una sorta di canalizzazione: mi accorgo infatti che spesso il mio vero stile è diverso; in pratica, quando devo scrivere “su comando”, o “su ordinazione”, mi accorgo che la mia qualità è piuttosto mediocre, mentre quando scrivo su un altro livello, rileggendomi ho la sensazione di essere stato la mano di qualcun altro, decisamente più in gamba di me. Boh… sarà un non so che di medianico!

Alessandro Zecchinato

…chi sono invece Caterina e Alessandro nella loro quotidianità? Cosa potete raccontarci al di là dello scrivere e delle vostre professioni?

Caterina

La mia giornata è suddivisa in parti simmetriche, a livello energetico intendo, e dedico il mio tempo alla professione che svolgo in campo nutrizionale, alle mie piante e al mio giardino, e alla composizione di nuovi progetti editoriali.

Alessandro

Sono un John Doe qualsiasi, che vive la propria vita cercando di sbarcare il lunario il meglio possibile, facendo il padre di una figlia, e occupandosi delle cose che lo appassionano: in particolare la natura, l’ascolto di musica, e perché no, le grandi questioni esistenziali.

Qual è la Vostra formazione professionale, accademica, esperienziale e letteraria? Ci raccontate il percorso che Vi ha portato a svolgere quello che fate oggi con l’arte dello scrivere?

Caterina

La mia formazione, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, tenendo conto del mio amore per la lettura e la scrittura, affonda le sue radici in campo scientifico. Negli anni la mia specializzazione in campo nutrizionale si è arricchita di complementi che mi permettono una più ampia visione delle cose: dopo gli studi sulla psicobiologia e la naturopatia mi sono specializzata in psicogenealogia e costellazioni psicogenealogiche junghiane.

Alessandro

Ho fatto un po’ di tutto. Da giovane ho frequentato l’istituto tecnico, poi l’istituto magistrale… ho iniziato molte scuole senza mai finirne una; c’era qualcosa che non funzionava nel sistema scolastico: a parte alcune eccezioni trovavo molta ottusità nel corpo docente e troppo disinteresse nei compagni. Dopo la “naja” le necessità della vita mi costrinsero a cercare un lavoro, per cui dovetti studiare di sera.

Ho svolto molti lavori diversissimi fra loro, nel frattempo cominciavo a interessarmi di esoterismo, dapprima in modo molto scettico, in seguito a causa di particolari eventi divenni più possibilista.

A un certo punto l’astrologia, la teosofia, le discipline esoteriche e lo scrivere divennero una costante.

Come nasce la Vostra passione per la scrittura? Ci raccontate come avete iniziato e quando avete capito che amavate scrivere?

Caterina

Ho iniziato a parlare a tre anni e appena mi sono impadronita del linguaggio ho scoperto che la forma scritta rappresentava una modalità comunicativa più solida; quando ci si esprime nero su bianco le possibilità di essere fraintesi crollano e i nostri pensieri acquisiscono forma e densità. Ho iniziato a scrivere lettere ai miei genitori anche per le questioni più banali: scrivevo sulla carta da lettere ricevuta per la prima comunione e, poiché di carattere ero introversa e permalosa, le spedivo da sotto la porta chiusa a chiave della mia cameretta. Quando è svanita la necessità di trincerarmi nel mio spazio sacro è sbocciata la necessità di insegnare al mondo cosa avevo scoperto e sperimentato nei miei esili: da allora è nata la passione di documentare ogni ipotesi e di approfondire ogni teoria. Quando sono ispirata so diventare ironica e dissacrante: queste qualità mi aiutano quando scrivo romanzi e mi hanno permesso di creare il poliedrico personaggio di Hélène Millot, descritto in Certe cose capitano solo a te.

Alessandro

Fin dal principio. Parlare e scrivere andavano di pari passo. E più gli insegnanti mi “smontavano” più mi sentivo motivato. Inoltre amavo leggere, leggevo tutto: libri, giornali, riviste scientifiche, etichette dei prodotti, fumetti… finché una prof di lettere di vedute più aperte notò “qualcosa” che la colpì nel modo di scrivere di un mio compagno e nel mio, dandoci un forte stimolo motivazionale. Una sorta di illuminazione però la ebbi quando una pittrice mi chiese di usare un mio testo per delle didascalie da affiggere sotto ai quadri di una sua mostra personale: in quell’occasione mi resi conto dell’importanza della sinestesia; da quel momento non ho mai smesso di cercare l’occasione per sperimentare delle idee che non ho ancora ben messo a fuoco. Integrare la scrittura con le altre modalità espressive, dalle arti figurative alla musica e a chissà che altro: prima o poi troverò “il modo” che sto cercando.

Ci parlate del Vostro libro”Lo sviluppo quantico delle parole”? Come nasce, qual è il messaggio che volete che arrivi al lettore, quali gli obiettivi che avevate in mente mentre l’avete scritto?

Caterina

Lo sviluppo quantico delle parole nasce dalla necessità di comunicare l’importanza di osservare regole precise e solidi schemi narrativi quando si vuole sottoporre uno scritto al pubblico.

Pochi leggono e molti scrivono ma certamente non è nella quantità che si trova la qualità.

Senza preparazione si rischia di costruire un libro che approda al nulla e che comunica al lettore noia e confusione. Nelle parole è racchiuso un potenziale creativo immenso e bisogna aver conoscenza e coscienza di cosa si può ottenere quando le utilizziamo con una finalità precisa.

Nel nostro libro sono racchiusi elementi determinanti per raggiungere una buona dimestichezza letteraria. È un libro adatto a chi ama scrivere o a chi è costretto a farlo e non ha la più pallida idea da dove iniziare. Il nostro obiettivo è esaltare il talento di chi è coinvolto in ambito editoriale e, perché no, permettere a chi vuole avvicinarsi a detto ambito di iniziare il proprio progetto costruendo solide basi.

Alessandro

Concordo con quanto detto da Caterina. Ovviamente non abbiamo la presunzione di poter “insegnare a scrivere” in poco tempo e una manciata di nozioni: le basi devono essere date dall’istituzione scolastica. Ma ci siamo resi conto che nel mare sconfinato di semianalfabetismo imperante c’erano anche molte persone che si rendevano conto dei propri limiti, che avevano qualcosa da dire, e che si scontravano coi mille ostacoli frapposti tra la stesura di un testo e la pubblicazione. Molti avrebbero anche solo semplicemente voluto esprimersi in modo più corretto ed efficace nelle faccende di tutti i giorni: i nostri corsi, da cui abbiamo imparato più di quanto abbiamo insegnato, avevano come obiettivo quello di trasmettere la nostra esperienza con tutte le difficoltà e i passi falsi che si trovano nel cercare un editore o nel self-publishing. Se noi avessimo avuto qualcuno che avesse fatto lo stesso, avremmo avuto meno frustrazioni e maggiori soddisfazioni fin da subito. Da qui l’idea di sintetizzare il succo dei nostri corsi in uno o più libri è stato un passaggio naturale. E poi, la sfida di scrivere insieme, di portare avanti lo stesso progetto pur essendo così diversi (quasi come degli Starsky e Hutch, o come Tony Curtis e Roger Moore in Attenti a quei due), ha reso il tutto piuttosto divertente.

Chi sono i destinatari di questo saggio sulla scrittura e sulla nobile arte della narrazione?

Caterina

Il libro è adatto a chiunque ami leggere e desideri scoprire i segreti che la nostra lingua racchiude.

Alessandro

Sì, anche se i maggiori beneficiari potrebbero essere coloro che vorrebbero auto pubblicarsi, ma più ancora coloro che vorrebbero esprimersi nello scritto, anche in quello di tutti i giorni, in un modo piacevole ed efficace, ma sentono il bisogno di qualche suggerimento che gli permetta un salto di qualità.

Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Lo sviluppo quantico delle parole”? Provate a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Caterina

Lo sviluppo quantico delle parole è un libro necessario a tutti: da chi scrive un biglietto di auguri o la lettera all’amministratore di condominio, fino ad arrivare allo studente che deve impostare la tesi e allo scrittore che inizia un nuovo libro. In esso sono descritte le fasi attraverso cui un testo deve poter passare per avere la certezza che il nostro fine possa realizzarsi.

Un’opera costruita senza un progetto concreto è destinata a collassare dopo poche pagine.

Alessandro

Dovrebbero comprarlo perché l’abbiamo scritto noi. Ma noi chi siamo? noi siamo voi! Molto semplicemente. Una volta tanto non troveranno il solito saggio noiosissimo scritto da qualche grande barone della letteratura, né un freddo manuale di grammatica e sintassi: al contrario, leggendolo s’imbatterebbero in un testo che trasmette conoscenza senza farlo pesare, con una specie di sovrapposizione quantistica fra ironia e tecnica.

Nella Vostra attività letteraria avete pubblicato altri libri e romanzi? Se sì, ci raccontate quali sono, di cosa trattano e quale l’ispirazione che li ha generati?

Caterina

Credo che con questo libro la mia produzione sia arrivata a tredici testi pubblicati.

Ho scritto individualmente e a quattro e a sei mani.

Con la collega Maria Luisa Rossi ho scritto la trilogia dedicata alla Sindrome del gemello: Il mio gemello mai nato (2018), Modalità gemellare (2019), Doppi per essere unici (2020).

Per ampliare il tema con lei e Davide Baroni, ho pubblicato La porta d’oro – L’origine dell’immortalità – (2020).

Nel 2019 ho pubblicato il testo iniziatico Amapola e la finestra magica, la raccolta di racconti Figli della terra – Il canto di Nosy Be, il romanzo Madagascar – Un viaggio per liberare due cuori, e nel 2020 lo storytelling  Certe cose capitano solo a te.  

Sempre nel 2020 ho sostenuto il progetto di Rosanna Fabbricatore intitolato 10 Donne e un filo di seta, una raccolta di racconti pubblicata da un gruppo di donne che si sono conosciute sui Social. In soli 40 giorni siamo riuscite a editare e pubblicare il libro.

Con Alessandro Zecchinato ho scritto Realizzo il mio sogno− Creo Scrivo Pubblico nel 2020; si tratta di un libro utile a chi si approccia all’autopubblicazione o desidera sottoporre il proprio testo a una casa editrice.

Alessandro

A differenza di Caterina, che ha un’indole più “saggistica”, io sono più “narratore”. Tralasciando le innumerevoli opere (tristemente)  regalate ad altri, vi segnalo i miei ultimi lavori firmati in chiaro.

Innanzitutto ho trovato doveroso pubblicare una raccolta antologica di racconti che scrissi sotto pseudonimo, intitolata I 19 racconti di Amicaldi (P.G. Amicaldi era il nome che usavo sui social-network e sui blog), allo scopo di onorare quel periodo, caratterizzato da una certa spinta alla sperimentazione.

In Qualche sottile differenza – prima puntata ho avviato una specie di feuilleton in chiave moderna, che andrà a raccontare una ricerca, da parte del protagonista, di sé stesso, attraverso universi paralleli ma partendo da piccoli eventi della vita di tutti i giorni, nei quali ognuno di noi può riconoscersi. Ma ci sarà ben altro, che è meglio non “spoilerare”.

La raccolta di quasi-poesie intitolata Poeti Posterdati è un viaggio piuttosto intimista, dedicato ad alcune persone importanti della mia vita, da cui traspare forse un certo cinismo, sicuramente una forte dose di autoironia sempre presente anche nei momenti più bui.

Come ha già detto Caterina, abbiamo scritto insieme questi due manuali di scrittura creativa, Realizzo il mio sogno− Creo Scrivo Pubblico nel 2020,e Lo sviluppo quantico delle parole, appena pubblicato, dei quali abbiamo parlato precedentemente.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Voi a quale categoria di persone appartenete, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Siete delle persone che puntano un obiettivo e cercano in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensate che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Caterina

Io credo fortemente nella sincronicità così come Carl Gustav Jung la descriveva: solo attraverso una forte predisposizione al successo, alimentata da un incrollabile desiderio di ottenere un preciso risultato, il caso, o fato se si preferisce, riesce a fare capolino e catalizzare l’intero progetto. In sintesi la fortuna va aiutata, bisogna alzare la testa, sventolare il cappello per farsi riconoscere; il resto avviene da sé.

Alessandro

All’affermazione di Falcone aggiungerei che, a mio parere, ci sono cose che si fanno non perché siano giuste o ingiuste, ma perché vanno fatte.

Poi, sul tema obiettivi, chissà… quello del fato è un argomento che tratto spesso nei miei scritti. La mia visione al riguardo è piuttosto complessa, cercherò di sintetizzarla al massimo: non credo né al libero arbitrio né al destino predeterminato. Sono abbastanza convinto che esistano infiniti destini possibili, ognuno di essi predeterminato dai rapporti causa-effetto fra gli eventi; ritengo che tali destini in alcuni punti si intersechino permettendoci di esercitare il libero arbitrio: ma una volta effettuata la scelta, la linea del destino è decisa, almeno fino al prossimo incrocio. Penso anche che ogni qual volta ci si trovi di fronte a una scelta, anche la più banale, una volta effettuata da essa si dipartano diversi destini, tutti ugualmente concreti: è la “teoria a molti mondi”, di Hugh Everett III.

Sono convinto anche che ci sia una enorme differenza fra avere successo ed essere un successo: tutti vorrebbero avere successo, ma esserlo è un altro paio di maniche. Non esiste la meritocrazia a questo mondo, e non sono nemmeno certo di considerarla auspicabile: c’è un sacco di gente di talento di cui non si accorge nessuno, e c’è un sacco di gente che ha successo ma non si vede per cosa; non c’è dubbio comunque che l’impegno e la disciplina siano indispensabili, sia che si abbia talento sia a maggior ragione se se ne ha poco; e anche la fortuna non basta. Altrimenti, anche se si riuscisse “ad arrivare”, si otterrebbe un successo effimero oppure superficiale. Si può diventare un’opinionista da strapazzo ricca e famosa nei salotti televisivi anche solo con la fortuna e/o i giusti appoggi; ma di certo non si diventa un Dante o un Manzoni senza sudare le proverbiali sette camicie. Bisognerebbe rispolverare un po’ lo spirito di Vittorio Alfieri.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust scrisse invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Voi cosa ne pensate in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Diteci il vostro pensiero…

Caterina

Sono dell’idea, come narriamo ne Lo sviluppo quantico delle parole, che lettore e scrittore debbano incontrarsi su un piano energetico decretato da due reciproche necessità fondamentali: il desiderio di imparare e quello di condividere.

Si tratta di un incontro alchemico che va al di là di spazio e tempo e che sopravvive a ogni cosa. Nel leggere un libro il lettore trova entrambe le prospettive: incontra ciò che viene descritto da Cartesio e si imbatte in ciò che affermò Proust. Le due cose, a mio parere, sono inscindibili benché i relativi confini siano difficili da riconoscere.

Alessandro

Sono vere entrambe le affermazioni: dipende da come si pone il lettore, ma anche dalle intenzioni dello scrittore. Possono essere vere entrambe anche contemporaneamente.

Si può essere affascinati e coinvolti dall’intimismo introspettivo di Proust, andando alla ricerca del tempo perduto fra le pagine di ogni libro; al contempo è possibile, sulle stesse pagine, conversare meditando con lui e Cartesio sulle passioni dell’anima.

«Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensate in merito? Pensate che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo Voi?

Caterina

Quando manca il talento, un corso, non importa di quale materia si tratti, qualunque corso, o percorso istruttivo, è vano. I nostri allievi, prima di iscriversi ai nostri seminari, sono invitati a descrivere le rispettive motivazioni che li spingono a voler partecipare. Solo attraverso la conoscenza degli obiettivi siamo in grado di indirizzare il partecipante al percorso di allenamento che viene in seguito alle lezioni. Senza esercizio, anche il più talentuoso degli scrittori può perdere la scintilla che deve animare ogni autore.

Chiunque scrive è scrittore: saper catalizzare la trasformazione da scrittore ad autore è il compito di chi tiene un corso di scrittura.

Alessandro

Il talento è sopravvalutato. Sono d’accordo con Bukowski, fatte salve le dovute eccezioni.

La scrittura è uno strumento. Per molti è un fine, e ne fanno il loro scopo: va benissimo, per carità… ma resta il fatto che è uno strumento, il cui scopo è comunicare qualcosa. In tale ottica il talento è irrilevante, un corso si fa perché ci si vuole esprimere meglio, tutto lì. Se si ha qualcosa da dire, un corso è utile, se non si ha nulla da dire è meglio aprirsi una birra e leggere. Se il talento c’è, tanto meglio: allora si può pensare anche di pubblicare un’opera, fra una lista della spesa e una lettera a Babbo Natale.

L’ultima domanda è una simpatica incognita: quando sarò grande e affermato saprò rispondere.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo Voi perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Caterina

Se parliamo di arrivare a pubblicare il testo, ovviamente, si parte sempre da ciò che si vuole comunicare e dal tipo di pubblico che si vuole raggiungere, e si cerca di fare il possibile per non tradire sé stessi e le proprie idee.

Quando si scrive per il piacere di scrivere, invece, si scrive e basta, senza progetto e senza progettualità; per questo motivo la scrivania e il PC di un autore sono colmi di appunti, file, abbozzi di storie, capitoli imbastiti e conclusi.

Le due cose possono anche coesistere: è così che nascono gli autori di successo.

Alessandro

Guarda, io faccio proprio come ha detto Bukowski, anche se prima non conoscevo questo suo aforisma: buono a sapersi.

Io non credo di saper dire cosa occorra affinché un’opera abbia successo; ho la presunzione però di saper dire cosa le occorre affinché abbia un minimo di valore letterario: entrambe le cose.

Per fare una buona pietanza occorre che sia bravo il cuoco ma anche che gli ingredienti siano buoni: l’Artusi non avrebbe potuto fare una frittata decente con due uova marce, come un americano medio non potrebbe fare un piatto di bucatini all’amatriciana nemmeno con gli ingredienti migliori d’Italia.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per Voi cos’è la bellezza? Provate a definire la bellezza dal vostro punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo voi? La bellezza nella letteratura per esempio…

Caterina

La bellezza, ha ragione Sant’Agostino, quando c’è non la sai descrivere. La bellezza è un elemento che risuona nell’opera e si erge come una colonna sonora fra le pagine. È ciò che ti permette di leggere una pagina dopo l’altra senza fatica, con la curiosità e a tratti, ma solo a tratti, la smania di scoprire cosa è scritto nelle pagine successive. La bellezza è capace di generare un sottile tagliente dolore che geme non appena hai terminato di leggere il libro e che ti lascia la sensazione di aver contemporaneamente acquisito e perso qualcosa di importante.

Alessandro

Anche questa domanda richiederebbe una risposta lunga come un trattato. Comunque si tratta di un concetto troppo soggettivo. Personalmente amo la bellezza imperfetta, come la scultura d’epoca romana che era impietosa nei difetti fisici dei soggetti; la perfezione della scultura greca rappresenta un’ideale troppo freddo e irreale. E poi, si sa, “ogni scarafone è bell’a mamma suja”.

Nella letteratura credo che la bellezza stia nella semplicità: non tanto quindi nella profondità del contenuto, o in una forma espositiva leggiadra e forbita, quanto nel riuscire a esprimere concetti interessanti in modo piacevole e comprensibile senza banalizzarli e senza spiegarli in modi astrusi.

Un esempio di cosa intendo per bellezza è il famosissimo verso  “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”: con sole otto parole Ungaretti riesce a trasmettere il pathos, il clima, il senso di angosciosa caducità del soldato in guerra, che a chiunque altro, per quanto bravo, avrebbe richiesto un intero romanzo.

Se per un momento doveste pensare alle persone che Vi hanno dato una mano, che Vi hanno aiutato significativamente nella Vostra vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avete vissuto, che sono state determinanti per le Vostre scelte professionali e di vita portandoVi a prendere quelle decisioni che Vi hanno condotto dove siete oggi, a realizzare i Vostri sogni, a chi pensereste? Chi sono queste persone che Vi sentite di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Caterina

Io ringrazio Alessandro Zecchinato e lo ringrazio profondamente perché, dal giorno in cui ci siamo conosciuti (una sera da amici, quasi vent’anni fa), non abbiamo mai smesso di parlare di scrittura, di libri, di pubblicazioni. E ogni giorno, basta che io allunghi una mano (simbolicamente e concretamente) lo trovo sempre pronto a collaborare o semplicemente a scambiare idee e pareri su qualunque argomento.

Alessandro

In primo luogo ringrazio Caterina: anche nell’ora più buia mi ha dimostrato di credere in me più di quanto ci credessi io (oppure è riuscita a farmi credere così, il che sarebbe altrettanto lodevole).

Sarebbero tanti coloro che dovrei ringraziare per il loro costante incoraggiamento a scrivere, per una ragione o per l’altra; non volendo far torto a nessuno non farò nomi. Citerò solamente una persona, di cui non faccio il nome, a cui devo così tanto che non potrò mai ricambiare in vita, e che non ho saputo sorreggere e tenere al mio fianco: ad essa sono dedicati implicitamente, e spesso esplicitamente, tutti i miei scritti.

Chi sono i Vostri modelli, i Vostri autori preferiti, gli scrittori che avete amato leggere e che leggete ancora oggi? Consigliate ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo del Vostro consiglio.

Caterina

Io sono di Torino e non posso fare a meno di consigliare i libri di Alessandro Baricco, Chiara Gamberale, Emilio Salgari, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Cesare Pavese, Carlo Levi, Giorgio Faletti.

Consiglio di leggere Castelli di Rabbia di Baricco, L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, Arrivano i pagliacci della Gamberale: i tre libri hanno, come comune denominatore, quel non so che capace di svegliare curiosità e dubbio.

Alessandro

Sono tanti, davvero tanti. E variegati. Da Proust a Daniel Pennac, da Verga a Stefano Benni, poi Eco, Sciascia, Hemingway, la Allende e via dicendo.

Insomma, per quest’inverno cosa potrei suggerire… Direi senz’ombra di dubbio La fattoria degli animali, di G. Orwell, sempre tremendamente attuale, per chi sa leggere “fra le righe”; poi Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov, la cui magia poetica mi pare indispensabile; infine proporrei Sentinella (The Sentry) di Fredric Brown, per imparare un po’ a mettersi nei panni del nemico, e capire che agli occhi dei mostri i mostri siamo noi.

E tre film da vedere assolutamente? …e perché proprio questi?

Caterina

Lezioni di piano indiscutibilmente!!! Della regista neozelandese Jane Champion e, assolutamente (si scusi la cacofonia), l’ascolto della relativa colonna sonora diretta dal favoloso Michael Nyman! Questo film degli anni ’90 (1993), vincitore di tre premi Oscar, ha trasformato il destino di milioni di donne e ha saputo conquistare il pubblico attraverso immagini delicate ma intense.

La casa degli spiriti del regista Bille August, anno 1993: il film ha rispettato fedelmente l’opera omonima di Isabel Allende da cui è stato tratto. Meravigliosa la ricostruzione storica del periodo sociale in cui si svolge la saga cilena della famiglia Trueba.

E L’ultimo Samurai diretto nel 2003 da Edward Zwick con la spettacolare colonna sonora di Hans Zimmer. Il film racconta della rivolta di ex samurai di Satsuma contro il governo Meiji dal 29 gennaio al 24 settembre 1877, 9 anni dopo l’inizio del periodo Meiji stesso e descrive alla perfezione la trasformazione del Giappone antico e di come si siano costituite le fondamenta su cui si erge il Giappone odierno.

Alessandro

Ottime scelte! Io invece suggerisco, oltre ai suddetti, Il deserto dei tartari, per la regia di Valerio Zurlini (anche se il romanzo omonimo da cui è tratto, di Dino Buzzati, è meglio): il senso di attesa di un nemico che non arriva mai è sintomatico! Poi direi È già ieri, regia di Giulio Manfredonia, con Antonio Albanese: favola poetica e ironica sul senso della vita, con il classico “loop temporale” quale espediente narrativo, tanto per stare un po’ leggeri; infine Essi vivono, di John Carpenter, per farsi un’idea di cosa si può vedere mettendosi gli occhiali adatti (o levandosi le proverbiali fette di prosciutto dagli occhi).

Quali sono i Vostri prossimi progetti e i vostri prossimi appuntamenti che volete condividere con i nostri lettori?

Caterina

Sicuramente scriveremo un nuovo libro insieme nel 2022 e in progetto, personalmente, ho la stesura di un nuovo romanzo. A gennaio iniziano i nostri corsi e mensilmente formiamo i gruppi per le nostre sessioni.

Alessandro

Abbiamo in pectore il terzo libro della trilogia sulla scrittura creativa, e inizieremo a gennaio un nuovo ciclo di corsi.

Personalmente sto lavorando a più libri che richiederanno ancora molto tempo per vedere la luce; nel frattempo uscirà, credo in primavera, la seconda puntata di Qualche sottile differenza, il romanzo d’appendice di cui ho parlato qualche domanda fa; quasi contemporaneamente una nuova raccolta di racconti, I nuovi racconti di Amicaldi, ma il titolo è provvisorio, probabilmente lo cambierò prima della pubblicazione; sto anche rifinendo e ricontrollando una serie di articoli per Mobmagazine su entrambi i miei temi preferiti, la letteratura e l’aspetto culturale dell’esoterismo astrologico, che sono un po’ in ritardo rispetto al previsto perché ci terrei fossero davvero ben fatti.

Come volete concludere questa chiacchierata e cosa volete dire a chi leggerà questa intervista?

Caterina

Esprimo la mia gratitudine ad Andrea Giostra per averci invitato a rispondere a questa intervista (rispondo anche per Alessandro…) e ringrazio tutti i lettori che sono giunti a leggere fino a qui.

Alessandro

Mi associo a Caterina nei ringraziamenti, e suggerirei a tutti coloro che pensano di pubblicare un giorno un proprio libro: prima di scrivere, leggete! prima di leggere, vivete! dopo aver scritto, rileggete! Dopo aver pubblicato, rivivete! Ma soprattutto, ridete! Mai prendersi troppo sul serio, ci pensano già gli altri a farlo.

Il libro:

Caterina Civallero e Alessandro Zecchinato, “Lo sviluppo quantico delle parole”, 2021

https://www.caterinacivallero.com/2021/12/16/lo-sviluppo-quantico-delle-parole-parte-1-di-c-civallero-e-a-zecchinato/

Caterina Civallero e Alessandro Zecchinato, “Lo sviluppo quantico delle parole”, 2021

Caterina Civallero

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Alessandro Zecchinato

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Alessandro Zecchinato

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

 

“Vi presento Cesare Bindi “| di Meri Lolini

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Cesare Bindi è un flautista di fama internazionale .Noi siamo nati e cresciuti a Massa Marittima (GR).Una stupenda cittadina sulle Colline Metallifere ed abitavamo  in Borgo, che è uno dei tre terzieri. Qui è doveroso raccontare che a Massa Marittima c’è una manifestazione medievale. Questa  rappresentazione, è una gara a colpi di balestra. Il territorio è suddiviso in tre terzieri: Cittavecchia, Cittanuova e Borgo. Questa gara ha due appuntamenti  ogni anno e precisamente la quarta domenica di maggio e il 14 agosto. Io  e Cesare  ci conosciamo da sempre ed i nostri giochi di bambini erano allestiti sia nel vicolo oppure nell’orto ,che  costeggiava il vicolo. Abbiamo preso strade diverse e ci siamo ritrovati qui a Firenze, dove viviamo entrambi .La passione di Cesare per la musica inizia sin da piccolo, infatti con il padre suonava  la batteria ed è con lui che  studiava il linguaggio del jazz. In Poggio a Massa Marittima c’è da sempre un locale “La Lucciola” dove si facevano le feste sia di carnevale che di fine anno con vari intrattenimenti musicali  con cantanti e musicisti e si ballava con tanta gioia. Era alla Lucciola che si ritrovavano gli amici sia per una partita a carte che per bere qualcosa insieme, infatti c’era  un bar pasticceria e nella grande sala si faceva il veglione dove si ballava divertendosi davvero tanto. Mi ricordo che quando frequentavo le scuole superiori ogni anno ai primi di gennaio si organizzava il veglione per i ragazzi che avrebbero concluso il percorso di studio con l’esame di maturità nel mese di luglio. Ci preparavamo con abiti davvero eleganti per festeggiare questo traguardo ed era lì che ballavamo fino a notte fonda con la musica del complesso musicale che suonava e che cantava le canzoni dell’epoca. Che ricordi bellissimi e quanti sogni avevamo per il nostro futuro. Era in questo locale che il padre di Cesare suonava e cantava ed è qui che lui ha iniziato la sua attività canora. Nell’estate del 1970 Cesare suonava con il complesso “La base” in un campeggio di Cecina  e Riccardo Fogli andò a trovarlo. Si erano conosciuti quando lui aveva dodici anni e Riccardo diciannove ed entrambi suonavano in due gruppi musicali piombinesi. Per lui fu una bellissima sorpresa che un cantante diventato famoso si ricordasse di lui. La nostra vita si intreccia con quella di altri per fatti occasionali che non sembrano  rilevanti per il nostro futuro e che invece si dimostrano tappe importanti per la nostra evoluzione.  Nel 1970 Cesare si iscrisse  al Conservatorio Cherubini di Firenze dove si diplomò in flauto nel 1978. La scelta di iscriversi al Conservatorio fu dettata dalla sua necessità di crescere artisticamente e musicalmente e prendere quel “benedetto foglio di carta”  come si raccomandavano  spesso i suoi genitori. Lui si chiedeva perché non fosse diventato uno dei Pooh , ma la motivazione era  sola quella appena detta. La sua passione per la musica classica aveva prevalso su tutto.Cesare racconta sempre con molta emozione quel veglione studentesco organizzato come ogni anno dove alla Lucciola vennero  i Pooh. Riccardo lo aveva avvisato perché rientrasse a Massa Marittima e lo voleva incontrare. Fu in quell’occasione che gli parlò di Patty Pravo, che poi frequentò spesso la  sua famiglia. Nel libro che ha scritto  intitolato “Quel che resta del sogno”, lui qui ci racconta passo dopo  passo tutte le scelte che lo hanno portato ad essere un artista conosciuto in tutto il  mondo. Nel 1981 ha partecipato  al filmato del documentarista francese Frederic Roussif “L’Italia il cuore e la memoria”, con Pavarotti, Abbado, Freni, I Solisti Veneti, l’Orchestra e il coro del Teatro alla Scala di Milano.Era molto giovane e già molto apprezzato. Ecco che nel 2001 arriva il premio importante “Flauto d’oro” dedicato a Severino  Gazzelloni  di cui è considerato l’erede. Anche questa tappa è  stata una grande emozione.  Cesare ha collaborato con la New Music Consortium della New York University, nel 1987-88 ed  è  stato invitato a suonare alla Carnegie Hall e al Lincoln Center e nei Festival più prestigiosi del mondo collaborando con le più importanti orchestre. Ha registrato per Rca, CGD, WEA, Fonit-Cetra e Target.E’ anche autore di musica per Teatro ed  ha collaborato in recital con attori come Giulio Bosetti, Arnoldo Foà, Riccardo Cucciolla, Giulio Brogi, Massimo Popolizio e Fiorenza Marchegiani. È stato commissario del concorso Ciani, all’Accademia musicale Chigiana di Siena.
Ospite in numerosi programmi televisivi Rai e Radio 1ed  ha scritto ed interpretato per Rai 3 la sigla del programma “Bellitalia”. Dal settembre 2008-2016 ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Scuola di Musica di Fiesole. Ha ricevuto il premio nel 1985 a Firenze dal marchese Emilio Pucci come miglior flautista della sua generazione ed ha ottenuto  numerosi riconoscimenti internazionali. Esegue prime esecuzioni assolute e collabora con compositori come Berio, Testi, Nono. Io mi sento molto onorata di essere da sempre una sua amica che ha fatto scelte diverse, infatti non sono una musicista. Ho creduto come Cesare nella passione e ho realizzato anch’ io il mio sogno e questo ci rende molto vicini e quando parliamo ci comprendiamo subito, perché entrambi siamo  guidati da quei principi solidi che sono stati sempre la nostra forza.Siamo molto legati alla nostra Maremma e manteniamo entrambi  le nostre amicizie in quella splendida cittadina da dove siamo partiti .Speriamo di realizzare presto un incontro con i nostri amici ed amiche che hanno intenzione di organizzare una rimpatriata per parlare e ricordare le tante cose belle che abbiamo condiviso nella nostra giovinezza in quel vicolo dove siamo cresciuti.

 

 

Cinema: L’accademia del cinema Ares lancia il cineclub con 11 appuntamenti dal 15 gennaio con capolavori e seminari

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CineClub

Al debutto, sabato 15 gennaio, Stanislavskij il demiurgo del “metodo” sullo schermo e in cattedra, spiegato da Umberto Cantone; e poi Al Pacino, Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni, oltre ad altre immense firme della scena, della regia, della fotografia e della teoria del racconto cinematografico, al centro degli undici incontri del CineClub organizzato a Palermo dall’Associazione culturale AnFoPe in collaborazione con l’Accademia del Cinema Ares, promossa dall’omonimo Consorzio universitario. Le proiezioni, ciascuna preceduta e accompagnata da seminario e dibattito, si terranno nel Tempio Munito Fortezza Mistica in via Gaetano Donizetti 14 (Palermo), sempre dalle 15,30 alle 18,30 e previe prenotazione e iscrizione annuale all’AnFoPe. Per l’accesso, secondo la normativa vigente, è necessario presentare al momento dell’accesso il Super Green Pass ed è obbligatorio l’utilizzo delle mascherine FFP2.

IL PROGRAMMA

Sabato 15 gennaio 2022 – Seminario con proiezioni Stanislavskij il demiurgo del “metodo” seguito da conversazione e proiezione da Il secolo Stanislavskij (Francia, 1994), documentario diretto da Lew Bogdan, Valérie Lumbroso, Peter Hercombe, André Dussolier sulla vita del regista. Condurrà Umberto Cantone.

Sabato 29 gennaio 2022 – Seminario con proiezioni a cura di Scena Set Italia Il metodo Volonté; conversazione e proiezioni da Indagine su un cittadino di nome Volonté  (Italia, 2004), regia di Andrea Bettinetti e Un attore contro: Gian Maria Volonté (Italia, 2005), regia di Virginia Onorato.

Sabato 12 febbraio 2022 – Seminario, proiezioni e conversazioni a cura di Scena Set Italia da I giorni contati (Italia, 1962), regia di Elio Petri, con Salvo Randone, e Le parole del silenzio (Italia, 1991), regia di Ennio De Dominicis, con Salvo Randone.

Sabato 26 febbraio 2022 – Seminario, proiezione e dibattito Scena Set Italia da Mi ricordo, sì io mi ricordo (Italia, 1997), regia di Anna Maria Tatò, con Marcello Mastroianni.

Sabato 12 marzo 2022 – Seminario, proiezione e dibattito da Siamo tutti Alberto Sordi (Italia, 2020), regia di Fabrizio Corallo, con Alberto Sordi, e Il Boom (Italia, 1963), regia di Vittorio De Sica, con Alberto Sordi.

Sabato 26 marzo 2022 – Sul tema L’attore contemporaneo tra scena e set, proiezione e seminario da Morte di un commesso viaggiatore (Stati Uniti, 1985), regia di Volker Schlöndorff. Tratto dal testo teatrale di Arthur Miller. Con Dustin Hoffman; e Appartamenti – Il calapranzi (Stati Uniti, 1988), regia di Robert Altman. Tratto dal testo teatrale Il calapranzi di Harold Pinter. Con John Travolta.

Sabato 16 aprile 2022 – Sullo stesso tema dell’incontro precedente, proiezione, seminario e conversazione da Riccardo III – Un uomo, un re (Stati Uniti, 1996), di e con  Al Pacino.

Sabato 30 aprile 2022 – Stesso tema, stessa star: Al Pacino e il suo ruolo da protagonista in Il mercante di Venezia (Gran Bretagna/Lussemburgo, 2004), regia di Michael Radford.

Sabato 14 maggio 2022 – Focus sui grandi registi contemporanei, con proiezioni, seminario e confronto su Dopo la prova (Svezia, 1984), regia di Ingmar Bergman, con Erland Josephson, Ingrid Thulin, Lena Olin; e But Film is my Misytress (Svezia, 2010), regia di Stig Bjorkman, con Liv Ullmann, Ingrid Bergman, Woody Allen, Martin Scorsese, Bernardo Bertolucci.

Sabato 28 maggio 2022 – Al centro dello stesso filone L’attore contemporaneo tra scena e set, schermo e parole dedicate a Il servo di scena (Gran Bretagna, 1983), regia di Peter Yates,  con Albert Finney, Tom Courtenay.

Sabato 11 giugno 2022 – Il ciclo sarà chiuso da proiezioni e analisi tratte da Vanja sulla 42nd strada (Stati Uniti, 1994), regia di Louis Malle, con Julianne Moore.

Programma completo: https://www.uniares.it/wp-content/uploads/2022/01/Programma-cineclub-ares.pdf

CONSORZIO UNIVERSITARIO ARES

Ares, storia di un’azienda siciliana di successo tutta, o quasi, al femminile, con un team composto per l’85 per cento da donne. Ares è nata nel 2008, grazie a un cellulare e a un’intuizione; oggi conta 90 poli in tutto il mondo e 7 sedi fra Palermo, Roma, Milano, Alcamo. L’azienda è nata da un’intuizione del presidente Anfope Roberto Messana e dall’attuale presidente Ares Giusy Abbate. Nel 2008 cominciava a prendere piede l’università telematica in Italia: oltre i pregiudizi ancora diffusi, una nuova possibilità, un’innovazione necessaria. Solo oggi, per via della pandemia, abbiamo compreso l’importanza della didattica a distanza. Agli inizi il canale di comunicazione unico era un cellulare. Fino all’apertura della prima sede “vera” nella Fortezza Mistica e poi in via Maqueda a Palermo; quindi Alcamo, poi Agrigento e Milano. Nel 2020, in piena pandemia, Ares ha anche aperto una scuola di cinema a e da Palermo, per garantire la formazione agli studenti siciliani che, per mancanza di opportunità formative, erano costretti a trasferirsi da Roma in su. Un’iniziativa portata avanti con la storica AIC di Cinecittà (associazione di cinema fondata nel 1950). Oggi la scuola offre percorsi di laurea cinematografici e master riconosciuti dal Miur, e anche un corso on line e in presenza di recitazione.

Informazioni e contatti:

+39 3881811366

+39 091333823

www.accademiadelcinema@uniares.it

www.uniares.it

Lidia Simonetti, scrittrice e book blogger, presenta il suo romanzo “Scintilla” | INTERVISTA

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Lidia Simonetti

«Scintilla è ispirato metaforicamente ad alcuni episodi della mia vita che mi hanno cambiata e fatto riflettere. Nel testo parlo di coraggio, di ricerca del proprio io, soprattutto parlo di perdono come “anello fondamentale” per poter continuare un percorso costruttivo nella nostra vita» Lidia Simonetti

Lidia Simonetti

Ciao Lidia, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittrice e amministratore di un gruppo Facebook di scrittori e lettori?

Ciao Andrea, grazie per questa bellissima opportunità. Nasco come lettrice per via del mio carattere solitario e introverso. Ho impiegato molto tempo per trovare in me il coraggio di scrivere e di vedermi e riconoscermi capace di trasmettere, attraverso la scrittura, emozioni. Una volta pubblicato “Scintilla “, ho creato il gruppo Facebook “Inizio a Scrivere”. Volevo creare non semplicemente una vetrina letteraria (ne esistono moltissime), ma un luogo di confronto tra lettori, scrittori e professionisti del settore editoriale a 360°.

Chi è invece Lidia Donna al di là della sua passione per la scrittura, per la lettura e per i libri? Cosa puoi raccontarci della tua quotidianità?

Lidia è una persona fragile e forte al tempo stesso, che ha imparato dalle esperienze del proprio passato. Ho vissuto I miei primi 10 anni in orfanatrofio, sono stata adottata durante la mia adolescenza, ho avuto un matrimonio disfunzionale basato su dipendenza psicologica e violenza. Dodici anni fa, insieme alle mie tre figlie, ho iniziato una nuova vita fatta di libertà, serenità, normalità. Lidia in primis è una mamma, poi è anche una maestra di sostegno, una creativa ed ora forse una scrittrice emergente.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni della scrittrice e book blogger?

Ho frequentato l’istituto socio psico pedagogico per 5 anni. Ho seguito la mia indole frequentando l’università di Giurisprudenza di Taranto. Ancora oggi la mia forma mentis è più giuridica che letteraria. Ho frequentato corsi di: marketing, PNL, tecniche di vendita, comunicazione non verbale e adesso sto seguendo un percorso di mmi (percorso psicologico volto alla conoscenza di sé stessi).

Ci parli del tuo libro, “Scintilla”? Come nasce, qual è l’ispirazione che lo ha generato, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Scintilla è ispirato metaforicamente ad alcuni episodi della mia vita che mi hanno cambiata e fatto riflettere. Nel testo parlo di coraggio, di ricerca del proprio io, soprattutto parlo di perdono come “anello fondamentale” per poter continuare un percorso costruttivo nella nostra vita. Scintilla è la storia di un’aquila indifesa che, per impedire una guerra, decide di intraprendere un viaggio per le valli del suo mondo. Lì conoscerà la diversità, nuovi segreti, oracoli, forze oscure e dovrà fare i conti con misteri sulla sua famiglia più grandi di lei. Un po’ come succede a noi, durante il nostro viaggio della vita. Nessuno arriva mai uguale a quando è partito. Anche per Scintilla sarà lo stesso.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

Principalmente bambini e ragazzi ma ovviamente anche adulti.

Una domanda difficile, Lidia: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Scintilla”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Perché Scintilla è ognuno di noi. Ognuno di noi potrà ritrovarsi in una sfaccettatura, in un personaggio o episodio di questo libro. Ognuno di noi intraprende un viaggio alla ricerca di sé stessi, delle proprie radici.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Le mie figlie Soraya, Anthea e Anna. Mi hanno incoraggiata a continuare a scrivere, hanno allontanato da me la paura di non essere all’altezza, di non essere abbastanza. Le prime a leggere il testo mentre scrivevo, le prime a promuoverlo ad amici e compagni. Sono state e sono fondamentali per Scintilla.

Hai in mente di fare delle presentazioni del tuo nuovo libro? Se sì, dove e quando? … così i lettori che fossero interessati potranno venire a trovarti.

Al momento sto facendo presentazioni online per varie blogger, pagine, circuiti letterari. Presento il mio libro in un progetto “Lettura con l’autore” nelle scuole di Trieste. Quest’anno sono alla Duca d’Aosta dove sono orgogliosa di poter parlare di Scintilla in ben 7 classi della scuola primaria. A partire dal nuovo anno inizierò a fare presentazioni in presenza.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza culturale, in particolare nella scrittura, è qualcosa che ci rende liberi. Nella scrittura siamo liberi da pregiudizi, da paure, da punti di vista… la cultura ci rende uguali, ci mette sullo stesso piano. Possiamo vestire i panni di chiunque, guardare anche se non ci siamo. Nella scrittura smettiamo di essere noi, chiusi nel nostro io, nel nostro piccolo mondo e vestiamo i panni “dello scrittore”, di colui che crea: è affascinante dal mio punto di vista.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

La mia vita è la testimonianza pura di chi persegue a tutti i costi i propri obiettivi. Anni fa tutti mi dicevano che non sarei mai riuscita a crescere da sola 3 figlie. Oggi, a distanza di 12 anni, sono qui a dire a tutti che ci sono riuscita. Mi fanno sorridere le persone che si affidano al solo destino, assomiglia ad una scusa per rimanere fermi, immobili! Agire vuol dire stancarsi di questo immobilismo, fare una dopo l’altra delle azioni, mettersi in gioco e metterci la faccia. Di conseguenza agire non è semplice, devi fare scelte ben precise.

«I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.» (Umberto Eco, “Numero Zero”, Bompiani ed., Milano, 2015). Cosa ne pensi di questa frase del grande maestro Umberto Eco? In generale e nel mondo dell’arte, della cultura, della letteratura contemporanea? Come secondo te va interpretata considerato che oggi le TV, i mass media, i giornali, i social sono popolati da “opinionisti-tuttologi” che si presentano come coloro che sanno “tutto di tutto” ma poi non sanno “niente di niente”, ma vengono subdolamente utilizzati per creare “opinione” nella gente comune e, se vogliamo, nel “popolo” che magari di alcuni argomenti e temi sa poco? Come mai secondo te oggi il mondo contemporaneo occidentale non si affida più a chi le cose le sa veramente, dal punto di vista professionale, accademico, scientifico, conoscitivo ed esperienziale, ma si affida e utilizza esclusivamente personaggi che giustamente Umberto Eco definisce “autodidatti” – e che io chiamo “tuttologi incompetenti” – ma che hanno assunto una posizione di visibilità predominante che certamente influenza perversamente il loro pubblico? Una posizione di predominio culturale all’insegna della tuttologia e per certi versi di una sorta di disonestà intellettuale che da questa prospettiva ha invaso il nostro Paese? Come ne esce da tutto questo, secondo te, la Cultura, l’Arte, il Sapere, la Conoscenza, l’Informazione?

Domanda molto profonda. Non che il mio parere conti ma penso che tutto nasca da un concetto tanto semplice quanto pericoloso: la superficialità. La nostra società in ogni suo ambito a partire dai sentimenti, dalla cultura, il lavoro, i valori ecc. è dominata da superficialità: coppie che si separano dopo un giorno perché tanto che ci vuole, gente che non si impegna come dovrebbe perché tanto le opportunità sono tante… Se ci pensiamo bene Andrea nessuno guarda con effettivo valore! Tutto è meramente sottovalutato, anche settori come la cultura, la scrittura lo sono. Chiunque pubblica un libro senza pensare se è scritto bene così come tutti si arrogano il diritto di “saper tutto” nascondendosi dietro una tastiera. Io sono consapevole che non so tutto, che ho molto da imparare, da guardare e sperimentare.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Posso dirti che cos’è per me la lettura, questa domanda penso è molto soggettiva. Attraverso la lettura scopro sicuramente particolari cari all’autore del libro, i temi a lui cari, i suoi messaggi per noi lettori. È vero anche che attraverso la lettura faccio un viaggio diverso ogni volta in me stessa, scavo nel mio spirito e nella mia mente, grazie al testo riesco a far emergere dettagli sopiti in me. Penso che sia Cartesio che Proust hanno ragione: tutto sta nel nostro guardare da più prospettive.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Volendo fare un esempio pratico è come chiedere “Per noi esseri umani è più importante il nostro corpo oppure le nostre idee e valori?”. Entrambi Andrea!! La forma ed il contenuto sono importanti di pari passo. Un libro può essere scritto in modo magistrale ma se la storia è banale il risultato è insoddisfacente! Così come un libro può narrare la storia più accattivante che esista ma se faccio fatica a comprenderla perché il linguaggio è scadente, anche questo genera insoddisfazione.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

Domanda difficile questa. In passato ero un vulcano di emozioni e sentimenti. Ogni evento, ogni persona suscitava in me emozioni continue e alle volte ingestibili. Questo mi portava a uno struggimento continuo e doloroso. Sentire in modo eccessivo e senza equilibrio mi portava a soffrire per tutto e per niente. Un ritardo, una non risposta, uno sguardo distratto tutto per me diventava sofferenza. Era come salire su una Giostra senza avere l’opportunità di scendere. Il troppo sentire mi ha fatto vivere anni di angoscia. Mi sono isolata, ho lavorato tantissimo sul mio modo di vivere le emozioni e i sentimenti. Ho imparato a placare il vulcano che avevo in me. Ho imparato attraverso la solitudine e la lettura a ricercare l’equilibrio. Adesso sento in modo pacato. Accetto gli altri e il loro esprimere sentimenti in modo diverso dal mio. In Scintilla parlo tanto di sentimenti e di emozioni. Oggi sicuramente ne parlerei in modo più pacato.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Ti sembrerà strano ma le prime persone che ringrazio sono quelle che mi hanno ferito profondamente: mio padre, il mio ex marito. Li ringrazio perché mi hanno insegnato a intraprendere strade profondamente diverse da loro. Da quel dolore ho trovato il coraggio di fare scelte diverse che mi hanno cambiata e che mi hanno resa forte.

Ringrazio gli psicologi che dopo la separazione si sono presi cura di me. Sono riusciti a tirare fuori il mio potenziale dormiente. Ringrazio il centro anti violenza di Trieste, lì ho capito finalmente di essere “abbastanza” e di poter essere orgogliosa di me stessa. Ringrazio le mie figlie. Loro sono la mia ragione di vita, il mio mondo, il mio orgoglio. Mi hanno spronata a migliorare, a lottare, a “non abbassare la testa”, a impegnarmi in percorsi sempre nuovi e poco convenzionali.

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

Solo tre libri?! Ci provo!

Donne che amano troppo di Robin Norwood.  Libro psicologico e terapeutico secondo me. Ci mostra che significa essere intrappolati in rapporti disfunzioni e fornisce consigli utili per uscirne. È un testo interessante che sprona all’equilibrio nelle relazioni.

Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estes. È la mia attuale lettura! Ti apre un mondo nuovo. Parla della donna “selvaggia” nascosta in ognuna di noi. È un libro da leggere assolutamente. Mi sta dando tanto.

Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Negli anni ho letto e riletto questo libro. Mi ha sempre colpito il percorso psicologico ed emozionale del protagonista. La sua “calma” nel gestire non solo le situazioni ma i suoi reali sentimenti. La sua apparente freddezza mentale. Il suo “rinascere dalle ceneri” come una fenice.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere? E perché secondo te proprio questi?

La casa sul lago del tempo. Oltre ad una bella storia d’amore e alla trama interessante, mi è piaciuto il modo di raccontare e sottolineare i sentimenti. È un film che riesce a farti sentire parte della storia… almeno a me è successo questo.

La musica nel cuore- August Rush. Questo film è meraviglioso. Parla di amore, di infanzia negata, di musica…

È un film che infonde speranza, coraggio. Trasmette messaggi molto forti: determinazione, il perseguire I propri sogni senza mai mollare, il cercare il proprio “posto nel mondo”.

Labyrinth – Dove tutto è possibile. È un film della mia adolescenza. Ogni volta che guardavo i goblin mi veniva la pelle d’oca. Da figlia unica non capivo Sara e la sua voglia di “levarsi dai piedi il fratellino”. Infine ero completamente affascinata dalla personalità misteriosa e coinvolgente del “re dei goblin”.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnata che puoi raccontarci?

Porto avanti il mio progetto “Lettura con l’autore” legato al mio libro nelle scuole. Partendo da Scintilla ho creato 3 laboratori didattici. Hanno aderito al progetto 3 Classi della scuola primaria Nazario Sauro di Trieste e 7 classi della scuola primaria Duca d’Aosta di Trieste.

Continuo a promuovere altri autori emergenti attraverso la mia pagina Facebook Lettura che passione 2.

Professionalmente sto valutando seriamente di specializzarmi come maestra di sostegno. Attendo quindi il prossimo corso tfa.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Attraverso il mio profilo privato Facebook, il gruppo Inizio a Scrivere, la pagina Lettura che passione 2, attraverso Messenger o Telegram.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

Innanzitutto ringraziandoti Andrea.

Concludo dicendo che a prescindere dal nostro passato, ognuno ha davvero la possibilità di indirizzare la propria vita verso nuovi obiettivi. Noi non siamo ciò che abbiamo vissuto! Ogni persona può reinventare il suo percorso. Occorre crederci, impegnarsi ma alla fine è possibile realmente arrivare dove si vuole.

Lidia Simonetti

https://www.facebook.com/lidia.simonetti2

Lidia Simonetti

Link del libro:

Lidia Simonetti, “Scintilla”, IVVI.IT edizioni, Battipaglia (SA), 2021

 

Lidia Simonetti, “Scintilla”, IVVI.IT edizioni, Battipaglia (SA), 2021

https://www.ivvi.it/product/scintilla/

https://www.ibs.it/scintilla-libro-lidia-simonetti/e/9791220340564

https://www.mondadoristore.it/Scintilla-Lidia-Simonetti/eai979122034056/

http://unlibrodaconsigliare.it/i-vostri-consigli/scintilla-di-lidia-simonetti/

La Casa Editrice IVVI.IT edizioni:

https://www.ivvi.it/

https://www.facebook.com/IVVIEditore/

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_PH. Mapi Rizzo

Libri: Pubblicato “Il mio calendario o il fattore umano svelato” di A.T. Anghelopoulos

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A.T. Anghelopoulos, “Il mio calendario o il fattore umano svelato”, De Luca Editori d'Arte ED., Roma, 2021

Calendario di fenomenali eventi scientifici, tecnologici, sociali che hanno segnato gli ultimi 250 anni di storia umana, l’intero volume appare, prima d’ogni cosa, una potente risposta alla domanda contenuta nella citazione iniziale, tratta dal Decalogo di Kieslowski:

“…con chi parlare?… con chi…? ”.

L’autore A.T. Anghelopoulos si serve del libro per dimostrare che l’ontologica condizione di solitudine dell’uomo, sapientemente descritta nel brano, trova il suo riscatto nell’umanità stessa, negli altri, nel prossimo. Prima ancora che nella religione o nella tecnica, molto prima che nella produzione e nel consumo, la vita ha il suo senso più compiuto nella solidarietà, soprattutto nella responsabilità. Potentissimo stimolo alla creatività, la responsabilità è inscindibilmente legata alla conoscenza, alla competenza, al far bene. Il senso di tutto, ci dice in sostanza l’autore, risiede nella donazione di sé agli altri, al meglio delle proprie capacità.

Questo volume, denso di eventi, fatti, aneddoti, citazioni, di frammenti di una letteratura che s’è fatta carico del proprio tempo assorbendo il sudore, la sofferenza, i grandi interrogativi degli esseri umani, funge anche da formidabile detonatore della curiosità, da efficacissimo invito alla lettura.

Rendendo giustizia ai semisconosciuti che hanno determinato il fenomenale progresso degli ultimi due secoli e mezzo, il libro celebra in realtà la creatività umana, fattore quasi “soprannaturale”, componente fondamentale di ogni processo di conoscenza. È la creazione artistica il vero motore di ogni svolta tecnologico-scientifica, la fucina di ogni progresso, anche sociale; la creatività, insomma, come “strumento d’indagine che fruga nella materia, scalpello che dà vita alla conoscenza, al sapere” (Dominique Stella, Introduzione). Il fattore umano secondo Anghelopoulos è esattamente questo, un mirabile, concatenato, “circolare” insieme di creatività, capacità, responsabilità. La stessa circolarità la ritroviamo puntualmente nel libro in cui la Post-fazione, compendio dei motivi e dei temi trattati nel volume, trova la sua ideale continuazione, anzi il suo completamento proprio nell’Introduzione, firmata dalla Storica dell’Arte Dominique Stella tra le più importanti e sensibili curatrici d’arte internazionali.

Allora, come non è un caso che l’introduzione ad un Catalogo dell’utile sia firmata da una Storica dell’Arte, forse l’autore non scherza più di tanto quando, sottovoce, afferma che si tratta del “libro definitivo sull’arte (non parlando d’arte)”. Come dire: “Puoi credere nel buio quando la luce mente” (E. Montale). Ed eccoci riportati all’inizio…Leggiamolo ed emozioniamoci insieme.

L’autore, parallelamente all’attività di Chirurgo, espone proprie opere in mostre monografiche e collettive nazionali ed internazionali. Diversi sono i cataloghi di sue opere pubblicati da importanti editori.

A.T. Anghelopoulos, “Il mio calendario o il fattore umano svelato”, De Luca Editori d’Arte ED., Roma, 2021

SINOSSI:

«Calendario di fenomenali eventi scientifici, tecnologici, sociali che hanno segnato gli ultimi 250 anni di storia umana, è un libro denso di eventi, aneddoti, citazioni, di frammenti di una letteratura che di volta in volta s’è fatta carico del proprio tempo facendo propri la fatica, la sofferenza, i grandi interrogativi dell’essere umano. È, allo stesso tempo, un inno alla ricerca, un formidabile detonatore della curiosità oltre che un efficace invito alla lettura. Rendendo giustizia ai semisconosciuti che hanno determinato il gigantesco progresso degli ultimi due secoli e mezzo, questo volume celebra la creatività umana, fattore quasi “soprannaturale”, componente fondamentale di ogni processo di conoscenza. È la creazione artistica il vero motore di ogni svolta tecnologico-scientifica, la fucina di ogni progresso, anche sociale; la creatività, insomma, come “strumento d’indagine che fruga nella materia, scalpello che dà vita alla conoscenza, al sapere” (Dominique Stella, Introduzione). Il fattore umano citato nel sottotitolo è esattamente questo, un mirabile, concatenato, “circolare” insieme di creatività, capacità, responsabilità. Allora, se non è un caso che l’introduzione sia firmata da una celebre storica dell’Arte e curatrice internazionale come Dominique Stella, forse non scherza più di tanto l’autore quando, sottovoce, afferma che si tratta del “libro definitivo sull’arte (non parlando d’arte)”. Come dire: “Puoi credere nel buio quando la luce mente” (Montale). L’autore, parallelamente all’attività di Neurochirurgo, espone proprie opere in mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali.»

INTRODUZIONE DI DOMINIQUE STELLA:

«Sollevare nuove domande, nuove possibilità, guardare le vecchie domande sotto una nuova luce richiede  l’immaginazione creativa e segna un vero progresso.» Albert Einstein.

«Leggendo questo libro-calendario ricco di conquiste scientifiche, comunque rivoluzionarie, tanto nelle piccole come nelle più straordinarie scoperte, inevitabilmente viene in mente l’incredibile creatività di Leonardo Da Vinci che non fece mai nessuna distinzione tra arte e scienza. La genesi della sua arte ha assunto tutte le caratteristiche di una ricerca scientifica.

Dagli studi anatomici alle invenzioni meccaniche, tecnologiche, architettoniche, i suoi disegni, i suoi dipinti, la sua geniale creatività, sono stati strumenti d’indagine che hanno frugato nella materia, lo scalpello che ha dato vita alla conoscenza, al sapere.

La sua arte ha messo in evidenza, con incredibile slancio, le leggi della natura e tradotto intuizioni nate dall’analisi approfondita del mondo, rivelate dal tratto del suo disegno magico.

L’arte parla all’emozione, agli strati profondi dell’essere; la scienza parla alla ragione, argomenta, spiega… Eppure non c’è nessuna evidente dicotomia in questa distinzione; artisti e scienziati cercano, esplorano, sperimentano, alla ricerca dei segreti profondi della vita. Dall’intuizione nasce il sapere, il gesto creativo rivela l’emozione, la sensibilità, il carattere enigmatico della vita trascritto nel campo visivo della conoscenza. In questo Leonardo è stato il Maestro aprendo la strada ad un’arte consapevole del suo ruolo, della sua responsabilità.

L’arte è necessaria, l’arte è civilizzatrice. Essa è capace di divulgare realtà nascoste e di tradurle in forme intendibili, sensibili, imponendo alti riferimenti di cultura e di civiltà.

La pittura, la scultura, il disegno, così come la letteratura, la musica e le forme d’arte più contemporanee ed innovative spesso precedono le rivoluzioni umanistiche, filosofiche, estetiche, in passato come nel nostro presente.

L’arte è un modo quasi scientifico di avvicinarsi a fondamentali concetti quali la spiritualità, la religione, la bellezza, l’emozione… Tanti sono gli interrogativi che gravitano intorno all’uomo, alla sua complessità, al suo rapporto con il mondo. È possibile che qualche mistero sia stato risolto dalla sua immaginazione?»

L’AUTORE:

A.T. Anghelopoulos vive e lavora a Roma. Da sempre gioca con l’arte. Frequenta i primi corsi di pittura a dieci anni e ancora giovanissimo, negli anni Ottanta, entra in contatto con alcuni affermati artisti nazionali, tra i quali il grande artista figurativo Gigino Falconi. Intraprende studi musicali e si appassiona alla fotografia, curandone tutte le fasi tecniche nel suo laboratorio semiprofessionale. Il primo amore tuttavia non si scorda mai. Infatti, dopo gli studi classici e studi accademici, torna a praticare le arti visive (pittura, installazioni) obbedendo all’ennesimo irresistibile richiamo della grande arte contemporanea, dei suoi percorsi più innovativi da Klee a Dalì passando per Magritte, da Rothko a Schifano passando per l’umanesimo di Haring. Diversi i soggiorni artistici nelle città europee, ma è negli Stati Uniti che rimane particolarmente colpito dagli artisti più rappresentativi del secondo dopoguerra.

Ha esposto in collettive e personali in Italia e all’estero (Roma, Firenze, Bruxelles, Venezia), nelle ultime edizioni di Spoleto Arte, Biennale di Milano e Londra, Pro Biennale di Venezia. La prima mostra personale in un Museo è a Roma nel Complesso del Vittoriano “Tra Materia ed Anima. Tra Memoria e Tempo. A.T. Anghelopoulos e Andrea Pinchi” a cura del Prof. Claudio Strinati nella Sala Giubileo dal 12 al 25 novembre 2015.

Con l’opera Inner Life-Vita Interiore (ispirata all’opera La Bella Principessa attribuita a Leonardo da Vinci ed esposta durante l’Expo 2015 nella Reggia di Monza) Anghelopoulos ha partecipato alla “Biennale di Milano-EXPO Milano 2015” curata da Vittorio Sgarbi.

A.T. Anghelopoulos è un artista che indaga, esplora, sperimenta. Nelle sue mani l’arte si fa strumento di riflessione sull’uomo e sulla società contemporanea perché l’arte dev’essere anche un’occasione di riflessione e provocazione all’intelligenza. L’artista è dunque un intermediario tra mondi, quello esteriore e quello interiore di ciascuno, tra il mondo terreno ed il trascendente.

A.T. Anghelopoulos

IL LIBRO:

A.T. Anghelopoulos, “Il mio calendario o il fattore umano svelato”, De Luca Editori d’Arte ed., Roma, 2021

https://www.delucaeditori.com/prodotto/il-mio-calendario/

https://www.amazon.it/mio-calendario-fattore-umano-svelato/dp/8865575158/ref=sr_1_1

A.T. Anghelopoulos, “Il mio calendario o il fattore umano svelato”, De Luca Editori d’Arte ED., Roma, 2021

A.T. Anghelopoulos

https://www.anghelopoulos.com/

https://www.facebook.com/profile.php?id=100005789657431

INFO:

Titolo: Il mio calendario o il fattore umano svelato

Autore: A.T. Anghelopoulos

Formato 16,5 x 24, brossura, pp. 568, 20 b/n Peso gr: 650

Dicembre, 2021

Editore: De Luca Editori d’Arte

www.delucaeditori.com

libreria@delucaeditori.com

Genere: Saggi, Storia della Scienza

Prezzo di copertina: 36,00 euro

ISBN: 978-88-6557-515-4

Musei: Riapre la Pinacoteca di Faenza, la più antica della Romagna

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La-Pinacoteca-di-Faenza

Vi invitiamo a scoprire il nuovo percorso espositivo che a partire dai capolavori del ‘200 e del ‘300, attraverso i tesori del Rinascimento e dei secoli successivi, conduce fino alla luminosa stagione del Novecento faentino e del Cenacolo Baccariniano.

Sabato 11 dicembre, alla presenza di Mauro Felicori, assessore alla cultura e paesaggio Regione Emilia-Romagna, Giorgio Cozzolino, direttore Direzione Regionale Musei Emilia-Romagna e Eike Schmidt, direttore Gallerie degli Uffizi Firenze è stato inaugurato il nuovo percorso espositivo.

L’istituzione museale – la più antica della Romagna – durante i mesi di chiusura imposta dal Covid ha rinnovamento allestimenti e percorso espositivo, per una collezione che attraversa secoli di storia, dall’antichità a oggi

Nuovo allestimento e nuova vita per la Pinacoteca Comunale di Faenza con un rinnovato percorso espositivo con opere che attraversano secoli di storia, dall’alto Medio fino al contemporaneo, in sezioni e fondi dedicati all’arte antica – con reperti della storia cittadina dal X alla fine del XVIII secolo –, alla pittura e alla scultura dell’Ottocento e Novecento italiani.

La storia della Pinacoteca di Faenza inizia nel 1797, quando la Municipalità acquista una raccolta di stampe, disegni, gessi e quadri da Giuseppe Zauli, fondatore della Scuola Comunale di Disegno. La sua apertura al pubblico risale al 1879 e, nel corso del tempo, la Pinacoteca ha assistito all’ampliamento delle sue raccolte, dovuto alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi che ha portato, in particolare, all’incremento della collezione costituita da pale d’altare. Tra le opere custodite nella Pinacoteca, spiccano lavori del Maestro dei Crocifissi francescani, Giovanni da Rimini, lavori di epoca rinascimentale e moderna e gli artisti del Cenacolo Baccariniano. A queste si aggiungono le opere della collezione contemporanea, frutto della donazione Bianchedi Bettoli/Vallunga che conta lavori, tra gli altri, di Alberto Savinio, Gino Severini, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Felice Casorati.

Il nuovo allestimento è stato progettato dallo Studio Lucchi e Biserni.

Inaugurazione_La-Pinacoteca-di-Faenza

INFO:

Via S. Maria dell’Angelo 9 – Faenza

Tel. 0546 680251

pinacoteca@romagnafaentina.it

Ingresso alla Pinacoteca: €3,00 a persona

Orari di apertura

lunedì: chiuso

martedì: 10.00-12.30

mercoledì: 15.00-18.00

giovedì: 15.00-18.00

venerdì: 15.00-18.30

sabato: 10.00-12.30 / 15.00-18.30

domenica: 10.00-12.30 / 15.00-18.30

FONTE:

https://www.pinacotecafaenza.it/

Valerio Toninelli, pittore, scultore, narratore, artista della scuola dei Macchiaioli pistoiese

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Valerio Toninelli

Valerio Toninelli è un artista toscano poliedrico, pittore, scultore, narratore, artista della scuola dei Macchiaioli pistoiese. È nato a Pistoia nel 1951, nella stessa cittadina del grandissimo scultore di fama mondiale Marino Marini (1901-1980). Sposato con Adriana, donna di origini siciliane ma toscana di adozione, che lo accompagna e sostiene nelle sue poliedriche attività artistiche in Italia e in giro per il mondo.

L’arte pittorica di Valerio Toninelli si ispira, almeno inizialmente, ai Macchiaioli, movimento artistico toscano della seconda metà dell’Ottocento, tra i più impegnati e innovativi dell’epoca, che vede l’essenza dell’opera artistica frutto del contrasto di macchie di colore e di chiaroscuri.

Oggi Valerio Toninelli è un artista di fama internazionale che viene periodicamente invitato in tutto il mondo per realizzare sue performance artistiche, per partecipare a mostre collettive o eventi d’arte internazionale. Basti ricordare l’invito del Governo della Repubblica Popolare Cinese per il “798° International Children Art Festival” di Pechino, uno degli eventi artistici più importanti della Cina o la partecipazione alla Biennale Arte Dolomiti a cura dell’importantissima Art Manager finlandese di fama mondiale Paivi Tirkkonen, che ha visto esporre tra gli altri, artisti internazionali quali Yōko Ono e Marina Abramović.

Per saperne di più sul maestro Valerio Toninelli il lettore non può che guardare i video a seguire:

Il primo è un’intervista nella quale il Maestro Toninelli si racconta e racconta della sua arte e della sua vita;

Il secondo una sua performance artistica realizzata a Marsala il 24 e 25 agosto 2018;

I video a seguire sono le sue magistrali “narrazioni”, caratterizzate da una voce profonda, calda e accattivante, con la quale il Maestro Toninelli interpreta e recita alcune novelle e racconti siciliani dello scrittore palermitano Andrea Giostra.

Buona visione e buon divertimento!

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INTERVISTA E PERFORMANCE ARTISTICA DI VALERIO TONINELLI:

Valerio Toninelli, “Il senso dell’arte…” | Intervista di Andrea Giostra

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“Performance artistica realizzata a Marsala il 24 e 25 agosto 2018” | Voce fuori campo di Andrea Giostra

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LE NARRAZIONI DI VALERIO TONINELLI:

“Agosto a Palermo” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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“La bigliettaia” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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“Al telefono” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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Dolce & Gabbana e “La doccia” | Racconto tratto da “Novelle Brevi di Sicilia” IV edizione

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“Innamorato” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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“Auguri da Palermo” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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“L’amore secondo Alessandro” | Racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” IV edizione

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Valerio Toninelli:

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Valerio Toninelli

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube: