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Gallerie: “Ans Azura”, arte contemporanea extra Occidentale, dell’Europa Centro-Orientale, del Medio-Oriente e del Nord Africa online.

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Jonathan-Meese-Dr.-Nos-Verdun-2004-©-Ans-Azura

«Ans Azura è una piattaforma online che mette in evidenza opere d’arte di fama internazionale, meno viste e conosciute. Opere del dopoguerra e opere contemporanee provenienti dall’Europa centro-orientale e dal Medio Oriente. Ans Azura nasce dalla necessità di far conoscere l’importanza degli artisti di queste aree. Il nostro obiettivo è quello di ottenere una migliore visibilità e comprensione degli artisti che sono stati trascurati dal mercato Occidentale, abilitando una piattaforma online trasparente e facile da navigare. Fondata da un team con una lunga esperienza nel settore, ANS AZURA collega le persone all’arte e l’arte a collezioni e ambienti più ampi. Siamo qui per: INCENTIVARE e CONDIVIDERE conoscenza, opere d’arte, opportunità di investimento, risorse e comunità. La nostra missione è rimodellare il panorama internazionale per l’arte CEE e Mediorientale e di utilizzare la nostra posizione come strumento che cerca di preservare e promuovere queste aree e regioni e quindi forgiare un impatto responsabile e duraturo sulle economie e nelle ecologie di questi contesti artistici.» Questa è la presentazione sul sito ufficiale della piattaforma online An Azura che promuove soprattutto arte contemporanea extra Occidentale, dell’Europa Centro-Orientale, del Medio-Oriente e del Nord Africa.

Il 2 e il 9 dicembre 2021 le prime due sessioni di vendita di Ans Azura, la nuova piattaforma online di aste, mostre curate e vendite private, in un progetto più ampio di valorizzazione delle ricerche artistiche dal Dopoguerra al contemporaneo dell’Europa Centro-Orientale, del Medio-Oriente e del Nord Africa.

Con l’anno nuovo, invece, si inaugurerà anche la sezione delle Curated Exhibitions, con “Why Have There Been No Great Eastern Women Artists?”, un primo progetto espositivo online curato da Eszter Csillag, dedicato alle artiste dell’Europa Orientale e dichiaratamente ispirato alle riflessioni di Linda Nochlin.

Un palinsesto diversificato di attività, avviato da Suzana Vasilescu e Andreea Stanculeanu, direttrici delle gallerie d’arte SUPRAINFINIT e Sector 1 Gallery di Bucarest, e lanciato online il 7 novembre. Questo per dare nuova visibilità, accessibilità, comprensione e ricezione alle più qualificate esperienze artistiche dal Dopoguerra a oggi provenienti da un’area geografica lontana, per certi versi, dai più consolidati, quanto incompleti, centri nevralgici del sistema dell’arte occidentale, in virtù di un alto potenziale di riposizionamento culturale e di mercato.

Il libro:

“Art of the Middle East: Modern and Contemporary Art of the Arab World and Iran”, Merrell Pub Ltd; Revised, Expanded edizione, 2015

https://www.amazon.it/Art-Middle-East-Modern-Contemporary/dp/185894628X

“Art of the Middle East: Modern and Contemporary Art of the Arab World and Iran”, Merrell Pub Ltd; Revised, Expanded edizione, 2015

FONTE:

https://ansazura.com/

L’uomo, lo spirito, La terra. I quattro elementi, viaggio-concerto di Marta Pasquini promosso da Fondazione Sicilia

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Sembra profetico, e in un certo senso lo è, il titolo del ciclo di concerti ideato dalla musicista Marta Pasquini e sostenuto da Fondazione Sicilia. Si chiama I quattro elementi – Aria, Acqua, Fuoco, Terra ed è un percorso emozionante fatto di di musica, parole, spirito, carne, alla ricerca dell’essenza, di un rapporto con l’ambiente che forse può essere ancora recuperato, nonostante gli scempi e l’incuranza dell’uomo. Un evento che farà tappa in alcuni luoghi-simbolo della Sicilia: si parte dalla Cattedrale di Messina, sabato 6 novembre alle 21; si prosegue con Enna, Caltanissetta, Ragusa, Agrigento, Trapani e infine Palermo, la città natale della musicista, domenica 19 dicembre, in Cattedrale. Oltre a essere ideatrice del progetto, Marta Pasquini sarà in scena con il suo violino, insieme a Leo Nicotra, organo, e alla voce recitante di Dario Muratore. In questo itinerario alla ricerca dell’essenza, alle parole si intrecceranno le musiche di Vivaldi (Adagio dallo Stabat Mater; Moderato a fantasia dalla Sonata in Re),Chopin (Notturno opera postuma), Fauré (Elegie), Gounod (Méditation).
“Il progetto I quattro elementi ha avuto una gestazione molto lunga – commenta Marta Pasquini – e il testo scritto ne è una parte importante. Il nucleo centrale è la domanda: cosa significa essere uomo su questa Terra? Su una terra che continua a nutrirci ma che allo stesso tempo viene saccheggiata e brutalizzata dall’uomo, come se fosse al di sopra di tutto. Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto: così inizia un detto degli nativi americani. A me sembra davvero profetico”.
Dichiarazione Bonsignore
Dopo il debutto di Messina, lo spettacolo-concerto toccherà il Duomo di Enna (il 13 novembre alle 21), la Cattedrale di Caltanissetta (il 20 novembre alle 20.30), quella di Ragusa (il 27 novembre alle 20.30), quella di Agrigento (il 7 dicembre alle 20.30), la Cattedrale di Trapani (il 12 dicembre alle 20.30) e, infine, quella di Palermo (il 19 dicembre alle 21).
L’ingresso è gratuito previa esibizione del green pass e fino a esaurimento posti.
I quattro elementi – Aria, Acqua, Fuoco, Terra
di Marta Pasquini
Violino: Marta Pasquini
Organo: Leo Nicotra
Voce recitante: Dario Muratore
Musiche: Vivaldi (Adagio dallo Stabat Mater; Moderato a fantasia dalla Sonata in Re); Chopin (Notturno, opera postuma), Fauré (Elegie),Gounod (Méditation)
Fondazione Sicilia Largo Gae Aulenti, 2 – Palermo fondazionesicilia.it
Le date
Messina, Cattedrale, 6 novembre ore 21
Enna, Duomo, 13 novembre ore 21
Caltanissetta, Cattedrale, 20 novembre ore 20.30
Ragusa, Cattedrale, 27 novembre ore 20.30
Agrigento, Cattedrale, 7 dicembre ore 20.30
Trapani, Cattedrale, 12 dicembre ore 21
Palermo, Cattedrale, 19 dicembre ore 21

Considerazioni semi-serie sul setting | di Anna Avitabile

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Come in tutte le attività, anche in quella psicologica, è possibile trovarsi in situazioni curiose o paradossali,  che possono stupire, infastidire o far sorridere. Nel mio caso, spesso, si è trattato di circostanze riguardanti il setting. 

Questa parola inglese, se usata per definire una spazio terapeutico, indica non solo un ambiente fisico e un insieme di regole, ma soprattutto uno spazio, variabile ed adattabile, nel quale costruire una relazione.

Nei servizi pubblici in cui ho lavorato, mi sono sempre interrogata sui requisiti minimi del setting.

Essendo auspicabile accogliere i pazienti in un ambiente confortevole e discreto, quando mi è stato possibile, ho cercato di personalizzare la stanza in cui effettuavo i colloqui con qualche poster in tema con l’attività e la tipologia di utenza. In alcuni casi, ho dedicato spazio anche a disegni fatti da bambini e adolescenti, in momenti salienti dei loro percorsi. Tra gli strumenti a disposizione nella mia stanza, infatti, oltre al materiale specialistico, non mancano mai matite, pastelli e fogli, per esprimere ciò che non si riesce a dire con le parole.

Un cartello, che, in maniera più o meno sintetica, richiamasse la necessaria riservatezza è diventato d’obbligo, nel tempo. Sono una che, tradizionalmente, crede che i 50 minuti di colloquio necessitino di attenzione e concentrazione. Di cartelli, ce ne sono stati diversi nella mia attività, con variazioni sul tema:

“non bussare, colloquio in corso”

Ho adottato scritte in grassetto o colorate, corredate di immagini simboliche, che ne evidenziassero il senso. Ho avuto cura di girare il cartello, all’inizio e alla fine di ogni colloquio, e di insegnarlo agli utenti stessi, affinché non perdesse significato. Purtroppo, anche questa attenzione qualche volta non è bastata, per evitare situazioni imbarazzanti.

Così, è capitato, ad esempio, che, nonostante la scritta, mentre magari ero alle prese con genitori abusanti, tuonassero improvvise bussate energiche, accompagnate da espressioni del tipo: “Ma questa non c’è o non risponde?”.

La definirei una squalifica del setting proveniente dall’esterno.

Tanti anni fa, mi è capitato un episodio eclatante riguardante i confini del setting. Partecipavo, infatti, ad un gruppo terapeutico, in collaborazione col conduttore, e un giorno, in cui ero in ritardo, ho trovato una porta sbarrata dall’interno che mi impediva di entrare.

Inizialmente, misi in dubbio le mie percezioni, perdendomi rapidamente nelle mie personali difficoltà davanti alle porte chiuse. Forse il mio ritardo era intollerabile. Poi, pensando che potesse non essere stato percepito il mio colpetto timoroso e che, semplicemente, qualcuno all’interno potesse essere appoggiato alla porta, provai ad esercitare maggiore forza nel gesto di bussare e nella pressione sulla maniglia. Non accadde nulla di diverso. Confusa dalla percezione di una porta sbarrata dall’interno, insolita in un luogo in cui non esistevano chiavi, rimasi per un po’ paralizzata.

Mentre mi interrogavo sul da farsi, un infermiere più imponente di me riuscì a forzare lo sbarramento, facendo trapelare l’aria pesante di fumo, aliti e sudore delle tante persone assembrate nella stanza. Fu allora che riuscii a farmi vedere dal collega, che mi fece cenno di entrare, mentre chi aveva aperto la porta veniva rimandato indietro.

Non si trattò, però, di un facile inserimento nel lavoro di gruppo. Uno dei partecipanti, immediatamente, mi interpellò per chiedere se era giusto che il terapeuta lo costringesse a rimanere nella stanza contro la sua volontà. Fu questione di secondi, in cui cercavo di concentrare il mio pensiero su come rispondere all’insolito quesito, dopo di che irruppero nella stanza le forze dell’ordine, precedentemente chiamate dal ragazzo stesso.

Seguì una situazione  di chiarimento che mi parve sbilanciata. Avvertivo la vulnerabilità e solitudine del giovane tossicodipendente, contrapposta alla consuetudinaria alleanza del personale della struttura con le forze dell’ordine, alla quale si aggiungeva l’appiattimento del pensiero di tutti i presenti del gruppo, evidentemente suggestionati dal carisma del conduttore.

In tutti i casi, non ci fu motivo di trattenere ulteriormente il ragazzo, che, prima di andare via, volle avere un breve scambio con me. 

Questo, lo definirei un setting blindato, esperienza che mi ha permesso di riflettere su alcuni risvolti deontologici della relazione tra terapeuta e paziente.

Qualche volta, è capitato che un addetto alla vigilanza particolarmente attento si preoccupasse della mia incolumità, impressionato dall’aspetto dell’utente di turno, o ancora che dissuadesse parenti curiosi dall’origliare fuori alla porta. Attenzioni che ho considerato espressioni di rara gentilezza.

Pareti troppo sottili hanno, nel tempo, separato spazi di lavoro in maniera inefficace, mettendo a repentaglio la privacy degli utenti. Bisogna ammettere che la richiesta  insistente di insonorizzazione degli ambienti, qualche volta, è stata ascoltata dal dirigente di turno.

Oppure è capitato che si creassero improvvisati setting nei corridoi della struttura, sulla base di richieste improprie o dettate da discutibili emergenze. Di seguito, riporto, in forma diretta, alcuni dialoghi, piuttosto esemplificativi, avvenuti in spazi comuni dei vari Servizi in cui ho lavorato.

Nel Consultorio, ad esempio, un giorno, si presenta una madre con la figlia adolescente, richiedendo con urgenza di essere ascoltata e, dopo poche battute paradossali, si evidenzia quanto possa essere difficile l’avvio di un primo colloquio. 

Madre: Buongiorno dottoressa, mi manda il dr…..il problema è mia figlia Tiziana, frequenta cattive amicizie, si comporta male.
Psicologa: Visto che la ragazza è qui, vorrei chiedere direttamente a lei se c’è un problema.
Tiziana: Non c’è nessun problema.
Psicologa: Tua madre dice che c’è, ma a me interessa sapere il tuo punto di vista. Che dici ne vogliamo parlare, vogliamo fissare un appuntamento?
Madre: Tanto non viene.
Tiziana: Se prendo un appuntamento, lo mantengo.
Madre: Tanto è inutile, lo so che non viene.
Psicologa: Proviamo a fissare una data. Tiziana si impegna a venire e, se non verrà, potremo vederci noi due per capire come procedere.
Tiziana non si presenta all’appuntamento concordato. La madre neanche.

Nel dialogo che segue, che si svolge invece nel corridoio di un Sert, è evidente l’ambivalenza, che ci può essere, sempre nella fase di aggancio del paziente, al confine tra intervento medico e psicologico.

Responsabile (con tono di rimprovero): Come mai non hai fissato un colloquio a questo ragazzo?
Psicologa (mortificata): Ricordo di averglielo dato, ma posso verificare in cartella.
Responsabile (perentorio): Devi dargli un appuntamento.
Psicologa (in cerca di intesa): Qui c’è scritto che non si è presentato al colloquio fissato e non ne ha chiesto un altro.
Responsabile (interrompendo): Tu però non puoi rifiutare di fargli un colloquio.
Psicologa (compiacente): O.K. va bene martedì prossimo alle nove?
Ragazzo (distratto, agitato, si guarda nervosamente a destra e a sinistra): Si…dottore, ma se vengo, me lo aumentate il metadone?

In entrambi i casi, è evidente l’intreccio di ruoli tra i comunicanti e l’esistenza di un livello di contenuto e di uno di relazione in ogni comunicazione, così come la rilevanza del canale non verbale, accanto a quello verbale.

Durante la pandemia il setting ha subito alcune trasformazioni. Ho sperimentato, infatti, i colloqui con la distanza di sicurezza, la mascherina e la successiva igienizzazione degli oggetti. Purtroppo lacrime e soffiate di naso, o mascherine mal posizionate costituivano un ostacolo alla serenità e accoglienza necessarie. 

D’altronde, nei servizi pubblici non sempre vengono garantiti i dispositivi di protezione necessari.

Per tale motivo, per non interrompere l’attività e renderla quanto più ordinaria possibile, nello straordinario dell’emergenza, ho preferito sperimentare il setting da remoto. Ho attivato colloqui e gruppi in tale modalità, faticando molto all’inizio, ma anche scoprendo inattese evoluzioni.

E’ stato possibile, innanzitutto,  togliere la mascherina e guardarsi in faccia, respirare liberamente, dettaglio non insignificante per chi ha problemi alla gola, e osservare il volto dell’interlocutore nella sua totalità. Non sono mancati sfondi dai quali trarre informazioni sull’ambiente domestico degli utenti, magari cucine, camere da letto, corridoi, arredati in stile moderno o classico, colorati o monocromatici.

A volte il setting è stato itinerante, all’interno della casa, in cerca del luogo in cui il cellulare avesse maggiore campo. Stupefacente è stata la capacità di collegarsi alla piattaforma, anche delle persone meno tecnologiche.

Sempre nel lavoro da remoto, qualche utente non ha fatto troppo caso all’abbigliamento che indossava durante il colloquio, forse immaginando che la telecamera non inquadrasse il telo da doccia avvolto intorno al busto o la vestaglia.

Qualche altro ha privilegiato posizioni comode, sedendosi o stendendosi sul proprio letto. Qualcun altro ancora si e collocato nel bagno, giustificando opportunamente la scelta estrema con esigenze di riservatezza e di campo.

Non sono mancati bambini che arrivavano con gli occhi assonnati a posizionarsi tra le braccia della mamma, impegnata nel colloquio, e altri che curiosavano, magari visibili ai miei occhi solo perché riflessi in uno specchio o alle spalle del genitore.

Entrare nell’intimità delle case, in un certo senso, ha dato un valore aggiunto alla relazione che si stava creando.

Certo, è anche accaduto che il colloquio subisse, nei collegamenti da remoto, cali di connessione, oppure gli effetti di microfoni mal funzionanti. Forse, in talune occasioni, non si è trattato soltanto di casualità. 

Il  più strano è stato quello conclusivo di un percorso effettuato, regolarmente, da casa. In quel frangente la signora si è collegata dalla macchina ed io, pronta a constatare l’impedimento creato da qualche emergenza, alla fine ho scoperto che era semplicemente parcheggiata e, quel giorno, per lei l’auto era l’unico luogo riservato in cui poter effettuare il colloquio.

Comportamento che mi ha rivelato la forte adesione al percorso proposto.

Tra quelli, invece, inammissibili c’è stata la proposta di una utente di effettuare il colloquio per telefono, essendo in difficoltà a conciliare gli orari di lavoro con la mia disponibilità di servizio. Ci ho messo tempo per capire che la sua idea era sostituire la video-connessione con una semplice telefonata, in modo da effettuare le pulizie, a cui era addetta, e parlare contemporaneamente con me. Anche qualche altra persona, ritenendosi multitasking, ha pensato di poter usufruire di prestazioni di gruppo a videocamera spenta, ascoltando soltanto, mentre guidava o era impegnata in altre attività.

In questi casi, mi sembra che il setting sia stato, anche se non volutamente, squalificato, ed ha attivato gli opportuni chiarimenti.

All’interno dei miei setting, ci sono stati ringraziamenti originali e qualche regalo simbolico, che mi è stato possibile accettare. Così come ci sono stati regali che ho, tassativamente, rifiutato.

Infine, non posso tralasciare che, in alcune rare occasioni, ci sia stata qualche minaccia, ma per fortuna, se sto scrivendo ora, vuol dire che non è stata irreparabile.

 

Concerti: Roberto Prosseda al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo per gli Amici della musica | 6 dicembre ore 20:45

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Roberto Prosseda

Lunedì 6 dicembre alle 20.45, al Politeama Garibaldi di Palermo, torna il poliedrico pianista Roberto Prosseda, definito lo Steve Jobs del pianoforte grazie alla sua ricerca costante di nuovi mezzi di fruizione della musica, sebbene rimanga legato ai canoni più classici della musica per pianoforte.

In programma Le sonate di Mozart nel terzo – dei quattro concerti in programma – per l’Associazione siciliana Amici della Musica. Saranno eseguite la Sonata no. 11 in La maggiore, K 331, la Sonata per pianoforte no. 12 in Fa maggiore, K 332, la Sonata per pianoforte no. 13 in Si bemolle maggiore, K 333 e la Sonata per pianoforte no. 14 in Do minore, K 457.

Nato a Latina, classe ’75, Prosseda ha studiato con Anna Maria Martinelli e Sergio Cafaro e si è affermato in vari concorsi internazionali raggiungendo presto notorietà come pianista classico in seguito alle incisioni Decca dedicate alla musica pianistica di Felix Mendelssohn, che ha inciso integralmente in 9 CD.

È vincitore di numerosi premi discografici, tra cui lo CHOC di Le Monde de la Musique-Classica, il Diapason d’Or, il Best of the Month di Classic FM, il “Best of the 2012” del Leipziger Volkszeitung, il “Supersonic” della rivista Pizzicato, la nomination ICMA International Classical Music Awards.

Oltre a Mendelssohn, Prosseda è particolarmente apprezzato nelle interpretazioni di Mozart, Schubert, Schumann e Chopin, autori a cui si è anche dedicato nelle sue più recenti incisioni Decca. Attivo anche nella promozione della musica d’oggi, Prosseda ha in repertorio l’integrale della produzione pianistica di Petrassi, Dallapiccola e Aldo Clementi e numerose composizioni di compositori italiani contemporanei.

E’ dedicatario di numerose composizioni pianistiche di celebri compositori contemporanei, tra cui Aldo Clementi, Ennio Morricone, Luca Lombardi, Marcello Panni, Alessandro Solbiati, Michele dall’Ongaro, Paolo Castaldi, Ivan Fedele, Carlo Boccadoro, Nicola Campogrande.

Da oltre 15 anni suona regolarmente con alcune delle più importanti orchestre del mondo, tra le quali London Philarmonic, Moscow State Philarmonic, Santa Cecilia, Filarmonica della Scala e molte altre. È attualmente l’unico musicista che tiene regolarmente concerti al pedal piano.

INFO:

www.amicidellamusicapalermo.net

Recensione del film “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

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“E’ stata la mano di Dio” del regista Paolo Sorrentino. Un film autobiografico, ma anche un film didascalico sul conforto e la disperazione, sul valore del cinema quale alternativa a una Realtà mediocre, un tributo al calcio e al campione Maradona e alla città di Napoli. Queste le caratteristiche della pellicola, ultima del mese di Novembre 2021, recensita dalla psicoterapeuta Angela Ganci,consultabile sulla testata Teleone al. link https://www.mediaoneonline.it/e-stata-la-mano-di-dio-la-recensione-del-film-di-paolo-sorrentino/.
In ordine inverso i precedenti appuntamenti di Novembre già recensiti nelle sale.
1) “Promises” di Amanda Sthers. Promises, film drammatico romantico franco-italiano scritto e diretto da Amanda Sthers, basato sul suo romanzo omonimo, e interpretato da Kelly Reilly, Jean Reno, Pierfrancesco Favino, Cara Theobold, Deepak Verma e Kris Marshall.
Questo il titolo del secondo appuntamento di Novembre 2021 al cinema con la Dottoressa Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta e giornalista di Palermo.
L’articolo è disponibile al link https://www.mediaoneonline.it/promises-un-film-sullamore-che-non-mantiene-le-promesse-cinematografiche/; di 2) 2) “Marilyn ha gli occhi neri” di Simone Godano. Conflitti, disturbi, terapie: queste le caratteristiche della psicologia e del disagio sovente riscontrabili nei thriller che appassionano il pubblico delle sale cinematografiche. Suspense, doppie identità, crimini, gestione dei problemi relazionali, ossessioni: tutto questo in un cinema psicologico che si rispetti, in grado di stimolare l’interesse e la riflessione sulla mente umana, le sue aberrazioni e le sue capacità terapeutiche. Seguendo la scia di tali interessanti temi e trame la Dottoressa Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta e giornalista, ha proposto ai lettori, come prima recensione del mese di Novembre 2021, la recensione del film “MARILYN HA GLI OCCHI NERI”, un film intenso e appassionante sulle problematiche psichiche, dopo l’analisi di Ottobre dei film “Tre Piani” di e con Nanni Moretti e “Divinazioni” con il mago Atanus. La pellicola vede protagonisti Miriam Leone e Stefano Accorsi, il film è diretto da Simone Godano, sulla tematica del disagio mentale e della rivincita dallo stigma sociale attraverso l’accettazione di Sé e dei propri simili.
La recensione è consultabile su Teleone al link https://www.mediaoneonline.it/marilyn-ha-gli-occhi-neri-la-recensione-del-film/, corredata da valutazioni specialistiche di carattere psicologico e sociale. Il link della home page per consultare tutti gli articoli dello specialista scritti per la testata Teleone è il seguente: https://www.mediaoneonline.it/.

Musei: Alessandro Preziosi racconta l’apertura del nuovo Museo MAC di Gibellina-Sicilia

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Alessandro Preziosi racconta l’apertura del nuovo Museo MAC di Gibellina-Sicilia

Il Museo MAC di Gibellina ha affidato al volto e alla voce del noto attore Alessandro Preziosi il racconto dei suoi spazi e del territorio, con un breve video dal titolo “Gibellina, il sogno dell’arte”.

Su Facebook Watch: Alessandro Preziosi racconta Gibellina e il suo museo d’arte contemporanea:

https://fb.watch/9EggrgLRAW/

Su Vimeo:

https://vimeo.com/647865882

su YouTube:

Dopo una lunga chiusura, riapre al pubblico, con un allestimento completamente rinnovato, il Mac di Gibellina che, insieme a quelli della Fondazione Orestiadi, rappresenta il più rilevante museo di arte contemporanea della Sicilia. Per l’inaugurazione hanno partecipato, fra gli altri, i presidenti della Regione Siciliana Nello Musumeci e dell’Assemblea regionale Gianfranco Miccichè, il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, il vicepresidente della Regione Gaetano Armao e gli assessori regionali Manlio Messina e Alberto Samonà. Nel corso della serata l’attore Alessandro Preziosi ha letto frammenti de “La notte di Gibellina” di Massimo Recalcati. È stato previsto un omaggio a Franco Battiato del suo storico tastierista e grande amico Angelo Privitera che ha eseguito al pianoforte alcuni brani del cantautore, scomparso a Milo a metà maggio.

La vasta raccolta del Mac è importante sia per il valore delle opere sia per il loro significato. Ritrovare l’identità perduta attraverso i nuovi linguaggi dell’arte, tutti gli interventi d’arte di Gibellina nuova nascono dal sogno di Ludovico Corrao, il grande sindaco della cittadina, che volle fare di una piccola realtà agricola dell’entroterra siciliano un grande museo d’arte all’aperto. Dopo il terremoto del ’68, Corrao si pose il problema di restituire un’immagine a una realtà sradicata e ricostruita frettolosamente e dispendiosamente in un altro luogo con piani urbanistici e progetti calati dall’alto, che avevano cancellato memorie e tradizioni dei suoi abitanti. Ad affiancarlo in questa utopistica impresa furono molti intellettuali, artisti e architetti di fama internazionale, primo fra tutti Pietro Consagra che con la sua Porta aprì la strada a quello che sarebbe divenuto un faro luminoso nella cupa realtà di quegli anni in Sicilia. Il progetto di Gibellina ebbe riconoscimenti importanti. Nel 1989, le sue Orestiadi, indimenticabili stagioni nel teatro sui ruderi della città vecchia, le opere d’arte, che ridisegnavano il territorio urbano, sbarcarono addirittura al Louvre con una conferenza di presentazione di Jack Lang e una mostra al Petit Palais di Parigi come punta di diamante fra i progetti europei di arte contemporanea nei piccoli centri.

Questo il clima nel quale si formò la collezione del Museo, dove esposero i più grandi artisti, soprattutto, italiani, di quel tempo dal gruppo di Forma 1 (Accardi, Consagra, Dorazio, Sanfilippo, Turcato, Perilli), a Schifano, Angeli, Festa, Scialoja, Paladino, Cucchi, Boero, Isgrò, Guttuso, Maria Lai e tanti altri. Quasi tutti sono presenti nella collezione del museo, ricca di oltre 400 opere. Per avere un’idea dell’importanza di Gibellina in quegli anni, basti ricordare che il grande Joseph Beuys vi tenne l’ultima mostra. Come gli altri, l’artista soggiornò a Gibellina e il resoconto di quei giorni fu affidato alla penna di un giovanissimo Fulvio Abbate. Poi il tempo, la politica, la mancanza di finanziamenti hanno reso più difficile quel sogno. Il Museo chiuse e le opere all’aperto si degradarono, perché il Comune non poteva sostenere da solo i costi del restauro. Perfino il bellissimo Cretto di Burri, che avvolge in un bianco sudario i ruderi di Gibellina vecchia, ha rischiato di perdersi per la mancanza di cura e di fondi. L’unica realtà, che in tutti questi anni ha continuato a operare fruttuosamente nel campo del teatro e delle arti visive, è la Fondazione Orestiadi, creata da Corrao e presieduta da Calogero Pumilia.

Il restauro del Cretto e il progetto per la sua valorizzazione dell’architetto Cucinella, la riapertura del Museo nel nuovo allestimento dell’Assessore alla cultura di Gibellina Tanino Bonifacio, sono un importante segnale di inversione di tendenza e dell’interesse reale della Regione. C’è bisogno, infatti, di interventi straordinari per preservare l’altrettanto straordinario progetto rappresentato da Gibellina.

IL NUOVO MAC DI GIBELLINA

L’occasione è l’apertura del nuovo MAC, avvenuta lo scorso luglio, che ospita circa 2000 opere di artisti, scultori e fotografi che parteciparono alla ricostruzione di Gibellina su invito di Ludovico Corrao, a cui il museo è intitolato.

“Una stella così bella come credo di non averne mai visto una, (…) una stella più bella del cielo aveva attraversato il mio meridiano in quel momento”: recita Preziosi nel video, citando le parole che Johann Wolfgang Goethe proferì osservando il cielo durante un soggiorno a Castelvetrano nell’aprile del 1787. Questa immagine viene utilizzata come metafora per la nascita di Gibellina nuova, introdotta dalla Stella di Pietro Consagra, simbolo della città e di rigenerazione, oltre che porta di accesso alla Valle del Belìce.

In un continuo passaggio tra sogno e realtà l’attore attraversa così le sale del nuovo MAC, ammirandone le opere esposte, accarezzando le tele di Schifano, le maquette del Cretto, alla scoperta di una delle più belle collezioni d’arte contemporanea del Sud Italia.

Il video Gibellina, il sogno dell’arte è un’idea di Tanino Bonifacio e porta la firma del regista romano Maxim Derevianko, autore di documentari di teatro e pubblicità, collaboratore del Teatro dell’Opera di Roma, di prestigiosi brand, da Bulgari a Dior, e di Warner Music.

Il MAC, Museo d’Arte Contemporanea intitolato a Ludovico Corrao

A Gibellina in Sicilia riapre il MAC, Museo d’Arte Contemporanea intitolato a Ludovico Corrao

La riapertura del museo è prevista ad aprile, dopo sei anni di chiusura per ristrutturazione. Un’importante collezione d’arte contemporanea che racconta la ricostruzione di Gibellina dopo il sisma del 1968, avvenuta all’insegna dell’arte e con la visionaria guida del sindaco Ludovico Corrao

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 la Valle del Belice – area della Sicilia compresa nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento – fu colpita da un violento terremoto, causando centinaia di morti e feriti e ingenti danni in diverse città, tra cui Gibellina, completamente rasa al suolo. È proprio qui che nel 1981, su invito di Ludovico Corrao (visionario sindaco di Gibellina che, dopo il terremoto nella valle del Belice, affidò la ricostruzione della cittadina ad architetti e artisti – tra cui Burri, Consagra, Accardi, Isgrò, Pomodoro, Paladino, Nunzio, Schifano, Quaroni, Venezia, Samonà, Mendini, Purini, Levi, Damiani, Sciascia, Dolci, Buttitta, Beuys – le cui opere ne hanno fatto un museo a cielo aperto, oltre ad aver dato vita sempre a Gibellina alla Fondazione Orestiadi e al Museo delle Trame Mediterranee), Alberto Burri realizzò una tra le sue opere più note, il Grande Cretto: una enorme colata di cemento che ha ricoperto le macerie della cittadina, una sorta di grande sudario su cui l’artista ha poi ricostruito la pianta del centro storico trasformando le strade in solchi, dando vita così a un labirinto di oltre 80mila metri quadrati. Proprio in questi giorni, a distanza di 53 anni da quel tragico evento, a Gibellina rinasce con un nuovo allestimento il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, che ospita circa 2000 opere di artisti, scultori e fotografi che parteciparono alla ricostruzione di Gibellina chiamati da Ludovico Corrao, a cui è intitolato il museo. Il MAC riaprirà le sue porte al pubblico a fine aprile, dopo sei anni di chiusura.

La pima cellula del Museo nasce nel 1980, grazie alla collezione di grafica donata dal gallerista Nino Soldano, con opere di Enrico Baj, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Mimmo Rotella, Mario Schifano. A quei tempi la collezione fu conservata nei locali della scuola elementare per poi essere trasferite in un’ala dell’Istituto Comprensivo Papa Giovanni XXIII. A distanza di oltre 30 anni, dopo l’ultima chiusura per ristrutturazione con fondi comunitari durata sei anni, il Museo Civico viene così riaperto al pubblico dopo il riallestimento degli spazi, permettendo così l’esposizione di 400 opere, suddivise in otto sezioni che segnano il percorso espositivo storico-cronologico, dal primo Novecento alle ultime Avanguardie, raccontando una storia di rinascita avvenuta nel segno dell’arte. “Sono certo che la riapertura del Museo d’arte Contemporanea ‘Ludovico Corrao’, con questo nuovo e innovativo allestimento, costituirà per Gibellina un ulteriore e importante volano di sviluppo culturale e sociale della nostra città”, ha dichiarato il sindaco di Gibellina Salvatore Sutera.

Tra gli interventi che contraddistinguono il nuovo allestimento è la riprogettazione della corte che conduce all’ingresso del museo, che diventa così una sezione en plein air del percorso espositivo. Tra le opere che torneranno a essere fruibili sono il Ciclo della natura, dieci grandi tele dedicate ai bambini di Gibellina realizzate da Mario Schifano nella primavera del 1984; La notte di Gibellina di Renato Guttuso, dipinta in memoria della notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1970, nel secondo anniversario del sisma, quando una fiaccolata a cui parteciparono anche Zavattini, Caruso, Treccani, Cagli, Damiani, Zavoli e Levi ricordò allo Stato le condizioni in cui ancora vivevano gli uomini e le donne del Belice. A queste opere si aggiungono anche quelle di Fausto Pirandello, Beniamino Joppolo, Antonio Corpora, Carla Accardi, Piero Dorazio, Pietro Consagra, Achille Perilli, Tano Festa, Toti Scialoja, Franco Angeli, Giulio Turcato, Mimmo Rotella, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Turi Simeti, Mimmo Jodice, Renata Boero, Christo, Pino Pinelli, Emilio Isgrò, Luca Patella, Marco Nereo Rotelli, Nino Mustica, Claudio Verna. La riapertura del museo è prevista in primavera, sperando che l’emergenza sanitaria in corso lo consenta. In questo caso, la riapertura del MAC rappresenterebbe un ulteriore simbolo di rinascita e uno spiraglio di luce in questo difficile momento storico: “Gibellina davanti a questo secondo terremoto rappresentato dalla pandemia della Covid-19, ancora una volta risponde con l’arte quale unguento per sanare le ferite dell’uomo”, commenta l’assessore alla Cultura di Gibellina Tanino Bonifacio.

FONTE:

https://www.macgibellina.it

https://www.ansa.it/canale_viaggiart/it/regione/sicilia/2021/07/21/ansa-riapre-il-mac-di-gibellina-larte-che-vinse-il-terremoto_e05dd278-c36f-42da-9d76-fbe9cafc3a3c.html

Eliana Stendardo, poetessa | INTERVISTA

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Eliana Stendardo

«Il poeta è colui che accoglie nei suoi versi l’arcobaleno di colori che il mondo ci dona, ed è il solo poeta possibile». (Eliana Stendardo)

Eliana Stendardo

Ciao Eliana, benvenuta. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale poetessa?

Grazie a te per avermi proposto questa intervista.

La poesia rappresenta una sfida che affronto con grande cautela e umiltà; impugno la penna con la necessaria consapevolezza che ogni sfumatura impone, più che la scrittura in prosa, ancora maggior cura per scelta lessicale e stilistica.

Scrivere, in prosa o in versi, è per me innanzitutto un’esperienza personale con indiscusso valore catartico. Non so mai quando scriverò una poesia e perché; la scrittura è per me rifugio ed evasione, il ritrovarmi con me stessa in un tempo sospeso. I temi e le immagini dei miei versi prendono vita da un moto interiore, dalla memoria con le sue diverse narrazioni prospettiche, dalla dimensione onirica, o ancora da una personale percezione del mondo circostante.

La condivisione, ovvero il successivo passaggio da un livello interiore e intimo al dialogo con l’altro, il lettore, appunto, rappresenta per me un atto di responsabilità e, al contempo di coraggio. Responsabilità nel trasferire un messaggio che possa essere apprezzato, per valore estetico e contenutistico; coraggio nel mettere a nudo la propria anima, cosa che nessun poeta può esimersi dal fare.

…chi è invece Eliana Stendardo che vive la sua quotidianità e cosa fa al di fuori dell’arte dello scrivere, puoi raccontarci?

Pur lavorando come amministrativa in un Dipartimento universitario, se dovessi definirmi direi che sono una organizzatrice di eventi che è, di fatto, il lavoro che ho svolto con impegno e passione per gran parte della mia vita professionale. Nata come interprete e traduttrice, mi sono poi occupata di organizzazione di congressi ed eventi anche a livello istituzionale avendo, tra l’altro, ho seguito un corso di Esperto in Protocollo e Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri presso la Scuola Nazionale di Amministrazione.

In parallelo alla mia occupazione principale, da alcuni anni mi dedico a diverse attività in ambito culturale; collaborando con diverse associazioni o in proprio, ho co-organizzato incontri e rassegne letterarie nazionali e internazionali, curato antologie poetiche occupandomi anche della selezione delle opere, della traduzione di poesie, dell’editing dei testi e della grafica; sono giurato in concorsi letterari.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura e della poesia?

I miei veri maestri sono stati i libri. Sono sempre stata una lettrice vorace di generi diversi, spaziando dai grandi classici fino ai contemporanei. Ritengo, inoltre, che la mia formazione di traduttrice mi abbia ulteriormente avvicinata all’amore e alla cura della parola scritta.

Nella scrittura sono autodidatta e, in quanto tale, mi metto continuamente alla prova, anche sperimentando nuovi stili e generi, ma ciò che nel mio cammino mi ha maggiormente incoraggiata è stato il confronto – non inteso come mera competizione ma come stimolo alla crescita – e lo scambio con altri autori.

Non ultimi, i riconoscimenti che ho ricevuto ai concorsi mi hanno spinta a seguire il richiamo di questa passione che, mio malgrado, riesco coltivare con tempi molto ridotti dovendo “incastrare” gli impegni quotidiani.

Come definiresti il tuo stile poetico e la tua poetica? C’è qualche scrittore/poeta del passato o del presente al quale ti ispiri?

Il mio stile è in continua evoluzione, e tuttavia Lintima, tranquilla, umile sincerità evocata da Rainer M. Rilke (1929, Lettere a un giovane poeta) è lo stile comunicativo che prediligo e che – almeno in questa fase della mia vita artistica – più mi rappresenta.

Dall’intimismo al sociale, dall’essere umano agli elementi della natura, dalla scienza al pensiero romantico… Le mie poesie sono la trasposizione scritta del vissuto o del percepito, pertanto i temi e le immagini variano, così come lo stile, in armonia con i contenuti.

Come nasce la tua poesia Sono albero a novembre (terza classificata al Premio Letterario Nazionale “Il Grido della Selva”inserita nell’antologia omonima bandito dalla casa editrice PandiLettere) qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore e quali gli stimoli che ti hanno portato a scrivere questo testo?

Ho scritto questa poesia alcuni anni fa in un giorno di novembre in cui, complici il grigiore del cielo e le sensazioni di quel periodo, avvertii l’esigenza di tradurre in versi le mie emozioni.

Questa poesia, che amo particolarmente, si presta a diversi livelli di interpretazione secondo la sensibilità del lettore.

Di volta in volta l’albero, simbolo di forza e generosa magnificenza, è il gigante che soccombe allo spietato e ineluttabile incedere dell’inverno incombente, è canto disperato di una storia d’amore tormentata, o ancora è donna spogliata della sua splendida chioma, che urla la sua bellezza profanata, calpestata da passi indifferenti, a ricordare quanta violenza colpisca ancora oggi le donne; la chioma, resa ardente dall’autunno appena trascorso, richiama l’implacabile succedersi delle stagioni della vita, e le alterne fasi dell’esistenza che avvicendano periodi difficili e bui a tempi migliori.

L’albero sopravvivrà e tornerà a sorridere grazie alla forza delle sue radici, dei suoi valori più profondi e intimi.

Raccontaci dei tuoi libri. Quali sono che ami ricordare e di cui vuoi parlare ai nostri lettori?

Le mie poesie sono state incluse in diverse antologie, e solo dopo molti anni ho vinto la mia innata timidezza pubblicando una raccolta dal titolo Il mio grido non ha eco (2020, Vitale ed., Sanremo – ritratto di copertina del M° Erminio Staffieri).

Questa piccola raccolta è un viaggio nello spazio e nel tempo del mio percorso personale; include, infatti, alcuni lavori scritti diversi anni fa, e altri più recenti.

Apre il volume Sono albero a novembre, premiata nel 2019 al Campidoglio, a Roma, con il Premio Internazionale Pushkin, Sez. Poesia singola, nonché con il terzo posto al concorso Il grido della Selva, promosso dalla Casa editrice romana Pandilettere.

Seguono altre poesie di taglio intimistico. Ricordo Passi e Run baby, run, nelle quali la fatica del cammino assurge a metafora dell’avanzare della vita e nella vita; anche ne Il deposito dei sogni morti di stenti, tratta da un’immagine donatami dal M° Domenico Altei e alla sua memoria dedicata, il protagonista deposita nelle proprie orme, impresse nella dimensione eterna del passato, i sogni svaniti per sempre.

Chiudono la raccolta 2020 e Il giorno verrà – entrambe riferite al drammatico periodo che l’umanità sta vivendo a causa della pandemia da Covid-19 – lasciando comunque al lettore uno spiraglio di speranza.

Sto lavorando un volume di racconti, nel quale inserirò alcune brevi poesie a scandire le diverse sezioni narrative.

Una domanda difficile Eliana: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Il Grido della Selva? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

La poesia è una forma d’arte che merita di sopravvivere all’essenzialità della comunicazione moderna. Non bisogna pensare alla poesia come espressione letteraria d’élite o, peggio, superata. La poca attenzione che la società contemporanea presta alla poesia è una grave responsabilità delle nostre generazioni nei confronti dei più giovani, e sono convinta che la poesia possa conquistarsi spazi maggiori, uscire dalla nicchia dove viene troppo spesso relegata.

L’esperienza poetica può essere proposta come corale, entusiasmante, e non necessariamente solitaria e noiosa, affinché non perda ulteriore respiro e attrattività per le nuove generazioni.

In questa direzione va l’audace quanto meritoria azione imprenditoriale e culturale intrapresa da Lara Di Carlo con PandiLettere; promuovere antologie che presentino al pubblico autori di ogni età e di diversa formazione culturale. Il pregio di queste pubblicazioni risiede, a mio avviso, proprio nella grande varietà di stili proposti dai numerosi autori che, comunque, vengono accuratamente selezionati da competenti giurati.

Il grido della selva è una antologia a tema, molto ben curata anche nella grafica, che offre al lettore l’opportunità di godere di una lettura di alta qualità poetica. Acquistare questa antologia significa, inoltre, incoraggiare nuovi autori a supportare una giovane editrice che, dando voce alla poesia – disciplina meno “facile” da proporre da un punto di vista commerciale –, dimostra grande intraprendenza e merita il nostro plauso per il suo instancabile ed efficace lavoro di promozione culturale.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

ALIBI

Lottiamo

sotto l’ala del

libero arbitrio

soccombiamo
con l’alibi
del destino

nel mezzo,

il nulla

ci osserva

sornione

Con questa mia breve poesia rispondo alla tua domanda. Ritengo che l’impegno e la disciplina siano alla base di ogni conquista dell’uomo, e che qualsiasi problema, o dilemma, vada affrontato con tenacia, determinazione, senza mai arrendersi. Ciascuno di noi scrive il libro della propria esistenza in base all’impegno profuso nel raggiungere determinati obbiettivi; tuttavia, l’esperienza mi ha insegnato che intervengono, talvolta, fattori o elementi completamente imprevedibili che deviano il cammino in una direzione diversa.

Mi riferisco al ben noto “Effetto farfalla” teorizzato da Edward Lorenz nel 1962, e già preconizzato da Alan Turing che nel 1950 in Macchine calcolatrici e intelligenza, affermò:

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Oppure al “Cigno nero”, evento raro e imprevedibile, sia esso positivo o negativo – che produce un impatto talmente forte da sconvolgere il corso dell’esistenza di una persona, della collettività, o addirittura della storia.

Queste teorie, tutte scientificamente accreditate e ancora allo studio, a mio avviso confermano che entrambi i fattori – impegno e fortuna – incidono in modo analogo nelle vicende personali e collettive. Mi affascinano temi quali la sincronicità o il ruolo del Caso, e sono attratta dal disegno del destino, che si dipana nel quotidiano in modi misteriosi, per svelarsi con i suoi paradossi in colpi di scena inattesi.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

La dualità fisica e metafisica è da sempre fondamentale materia di riflessione dell’uomo, spaccato dalla percezione oggettiva e soggettiva della realtà. Tale spaccatura si rende ancora più profonda quando si parla di emozioni, di sentimenti, che costituiscono il motore delle azioni umane. La persona più razionale agisce sempre e comunque sulla spinta di un impulso emotivo, positivo o negativo che sia. I sentimenti sono l’anima di ogni storia, reale o di fantasia, e quale sentimento, più dell’amore, ha ispirato gli artisti di ogni genere e di ogni tempo?

Certo, l’amore nell’accezione più ampia del termine, è presente nelle mie poesie. Dall’amore passionale, a quello più ampio per la natura come miracolo della vita, della creazione, con il mistero insito nella sua immensa grandezza e perfezione. La scrittura razionale non mi appartiene, scrivo sulla scia dei sentimenti e delle percezioni che la realtà del mio vissuto personale mi infonde.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

Cosa è l’amore? Quanto è grande l’amore? Quante sfumature ha? L’amore non è come gli altri sentimenti umani. L’odio, ad esempio, è diretto, immediato, violento. Anche l’amore può esserlo, certo. Folgorante e passionale, dolce romantico. Eppure, è molto più complesso, sfaccettato, faticoso.

Quanti amori si possono vivere nella vita? Chi può dirlo… L’amore per un figlio è smisurato, incondizionato, assoluto. Quello per i genitori è enorme, infinito, tenero. Quello di coppia, coniuga i primi due ma è condito dallo slancio passionale.

L’umanità è oggi variamente condizionata da valori e disvalori strettamente collegati alla deriva culturale e sociale nella quale navighiamo compiaciuti ormai da decenni. Stiamo tornando allo stato brado: così come negli animali, rispondendo a un atavico istinto biologico, il maschio deve essere l’esemplare più forte e potente al fine di garantire protezione alla progenie, così l’amore del nostro tempo è asservito al denaro e al potere. Nella nostra società non c’è più spazio per l’amor cortese se non come strategia di seduzione alternativa.

Il calcolo prevale oggi nei rapporti umani. E vi stupite che l’Amore non esista più? Che sia un sentimento difficile da metabolizzare per le giovani generazioni, nutrite a forza corpi ostentati in tv e nei social al pari di un qualsiasi prodotto in vendita? Inflazionato e svalutato dalla moderna comunicazione mediatica, il mondo tecnologico e social ha deprivato questo sentimento dal pudore, dalla bellezza della scoperta e della conquista. Se gli adulti hanno perso il gusto di vivere un’emozione profonda ed esaltante, le nuove generazioni non sono state “educate” alla cultura dell’amore come valore e come sodalizio esclusivo tra anime, da coltivare nel tempo anche con sacrificio personale.

L’amore esiste ancora, ma è in via di estinzione.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Un lavoro letterario, per dirla con Bukowski, “funziona o non funziona”. Per funzionare deve arrivare al lettore e, per farlo, deve usare un linguaggio efficace da un punto di vista comunicativo. Per fare un esempio, il libro Che tu sia per me il coltello (1998) di David Grossman, sviluppa una trama, una storia, piuttosto scarna, ma la narrazione epistolare è utilizzata con una tale maestria da rendere questo libro un capolavoro indiscusso. Allo stesso modo, vi sono scrittori che riescono a ideare e a strutturare in modo coerente trame complesse e coinvolgenti, ma non avendo particolare propensione alla scrittura, sono costretti a rivolgersi a figure professionali come Editor o addirittura Ghost writers. Anche in questo caso possono nascere prodotti che “funzionano” ma, a mio avviso, non saranno mai capolavori poiché il linguaggio narrativo mancherà di personalità e non caratterizzerà l’autore.

Tra le due opzioni, ammiro chi scrive utilizzando un linguaggio estremamente comunicativo per originalità, espressività, stile.

«Direi che sono disgustato, o ancor meglio nauseato … C’è in giro un sacco di poesia accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima energia … non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene. Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata, l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19, 21.). Tu da poeta cosa ne pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?

Condivido in pieno questa riflessione di Bukowski. Credo che i tempi siano maturi perché la poesia si sporchi le mani, arrivi nelle strade, tra la gente comune, e smetta leziosi artifici accademici. Si spogli dell’autoreferenzialità e accolga nuove voci e contenuti. Si aprano le porte alle contaminazioni linguistiche e culturali, si mescoli ad altre forme espressive, e si raggiungeranno nuove e inaspettate vette artistiche.

«Il ruolo del poeta è pressoché nullo … tristemente nullo … il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Qual è la tua idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura contemporanea?

Purtroppo, dall’intervista rilasciata da Bukowski nel 1963, poco o nulla è cambiato. Fatta eccezione per una élite di poeti, una cerchia ristretta e inaccessibile, al poeta non è riconosciuto alcun ruolo sociale. Benché la società tecnologica consenta una maggiore diffusione dei lavori poetici, non esiste alcun riconoscimento sociale della figura del poeta e il messaggio raramente viene accolto adeguatamente. La poesia non fa da “trend setter” e, per dirla tutta, in questo hanno fallito anche le suddette élite, che poco o nulla incidono sull’agenda culturale del nostro Paese.

 «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

In molti casi le scuole di scrittura sono uno strumento che permette allo scrittore alle prime armi di individuare e correggere alcuni punti di debolezza nella propria capacità narrativa, in particolare per quanto riguarda la prosa. Possono aiutare, inoltre, a comprendere e decifrare i meccanismi che sono alla base del prodotto editoriale; non è possibile presentare un romanzo a un editore senza un preliminare lavoro di scrittura preciso e una approfondita revisione del testo e della trama.

La scuola di scrittura può proporre delle tecniche, fornire degli strumenti per strutturare il lavoro in modo organizzato senza perdersi in dettagli inutili o sbavature nella trama, ma non può certamente insegnare il talento.

Oltre alla passione, all’impegno continuo, allo studio e all’approfondimento, è il talento a determinare la statura di uno scrittore.

Ah, se sapessi come si diventa grandi e apprezzati scrittori…

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Leggere un libro è un viaggio, un’avventura in una dimensione diversa dalla realtà.

La lettura induce nel lettore un dialogo interiore che ha tuttavia un regista occulto, che è lo scrittore.

Se è vero che, in gran parte dei casi, lo scrittore scrive per sé stesso, in realtà si rivolge al lettore che, a sua volta, entrerà nell’animo dello scrittore confrontandosi continuamente con ciò che legge.

Questa sorta di comunicazione in due tempi, che non prevede uno scambio immediato, si evolve tuttavia in un terzo tempo, quello della lettura comunitaria, sempre più diffusa grazie al proliferare di gruppi di lettura e che permette il confronto e il commento dei testi tra lettori.

Possiamo quindi immaginare una grande comunità, costituita dallo scrittore e dal suo pubblico, che hanno condiviso, ciascuno a suo modo, l’esperienza di un libro.

«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

La lettura è senza dubbio uno strumento essenziale di apprendimento di nozioni e di idee. In tal senso, il lettore riceve dei contenuti che costituiscono i “mattoni” della propria cultura. La lettura è un vero e proprio esercizio spirituale e mentale che apre nuovi orizzonti e offre al lettore approfondimenti e nuovi spunti, anche quando questi riconosce sé stesso o le proprie riflessioni in ciò che legge. Finanche le letture di intrattenimento, quelle generalmente riconosciute come poco impegnative, offrono al lettore un arricchimento culturale. Una lettura di qualità svela, rivela, produce sapere e sviluppa spirito critico.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza per me è nella natura intesa come universo, nell’armonia della sua perfezione fatta di complessità e diversità.

Sono napoletana, eppure, nel profondo mi sento cittadina del mondo. In questo nostro sofferente pianeta, non c’è luogo che non ci appartenga e al quale a nostra volta non apparteniamo, per quanto lontano fisicamente da noi. Non c’è bellezza che non sia patrimonio dell’umanità, intesa non come vago ente, ma come unione di individui. Non c’è delitto, in nessuna parte del globo, per il quale possiamo sentirci del tutto assolti. Abbiamo tutti il diritto di vivere con eguale dignità nel rispetto della natura e delle sue risorse. Lo stesso rispetto si deve, a mio avviso, a ogni essere umano, senza distinzione di etnia, religione, condizione sociale.

Sono convinta che il linguaggio poetico sia universale e unificante, e il poeta non può escludere dal proprio pensiero l’alterità, non può chiudersi alla bellezza e alla ricchezza culturale che la diversità può offrire. L’incontro e lo scambio interculturale contiene in sé un potenziale enorme, ed è a mio avviso, la sola possibilità di sopravvivenza e riscatto per l’intera umanità.

Il poeta è colui che accoglie nei suoi versi l’arcobaleno di colori che il mondo ci dona, ed è il solo poeta possibile.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Nella mia famiglia d’origine si è sempre data molta importanza alla cultura ed è doveroso un ringraziamento ai miei genitori che mi hanno sempre incoraggiata a coltivare l’amore per la lettura e per la scrittura. Un pensiero speciale al mio papà, indimenticabile esempio di vita, uomo colto di grande spessore umano e dignità.

Sono grata a mio marito e a mio figlio, che mi sostengono nella vita e in questa passione.

Non ho un mentore, ma mi sento di ringraziare tutti coloro che ho incrociato nel mio percorso umano e artistico, che mi hanno teso la mano nei momenti difficili o quanti, anche inconsapevolmente, mi hanno saputo insegnare qualcosa.

È grazie alla moltitudine di persone e di esperienze che sto costruendo il puzzle della mia vita.

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), film spagnolo-messicano diretto e co-prodotto da Guillermo del Toro, è uno dei più grandi successi cinematografici del 2006. Si tratta di un film fantastico che tratta con delicatezza e poesia il dramma della guerra civile e spagnola.

Jane Eyre è un film di Cary Joji Fukunaga del 2011 tratto dal romanzo di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847, un grande classico della letteratura inglese. La tormentata storia d’amore narrata nel libro, e poi nel film, evidenzia le contraddizioni della società vittoriana con elegante e drammatica efficacia. È un film che potrei rivedere cento volte senza stancarmi mai.

Parasite, di Bong Joon-ho, è la prima pellicola sudcoreana ad essersi aggiudicata la Palma d’Oro di Cannes nel 2019. Feroce critica alla società contemporanea, che piaccia o meno, il film propone numerosi spunti di riflessione e scuote gli spettatori per la cruda descrizione del contrasto prodotto dal divario socioeconomico e degli anticorpi che tale disparità produce.

E tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Siamo alle soglie del 2022, anno in cui è ambientato Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury nel 1953 (edito in Italia anche con il titolo Gli anni della fenice). Perché non leggere, o rileggere, questo splendido romanzo di fantascienza in cui l’autore, con uno stile narrativo accattivante, descrive in modo profetico e visionario una società distopica in cui, tra le altre cose, leggere o possedere libri è considerato reato?

Con un salto spazio-temporale, e a testimoniare la mia passione sfegatata per le sorelle Brontë, la mia seconda proposta è un capolavoro della letteratura inglese, Cime tempestose (Wuthering Heights), l’imperdibile romanzo di Emily Brontë, uscito nel 1847 sotto lo pseudonimo di Ellis Bell. Uno dei romanzi più coinvolgenti della letteratura inglese ci trasporta nella selvaggia e affascinante brughiera dello Yorkshire, testimone della drammatica storia d’amore di Heathcliff e Catherine e delle vicende che intorno a essa si snodano.

Una vita come tante (2015) di Hanya Yanagihara è una lettura più contemporanea nella scrittura e nei contenuti. Questo romanzo d’amore e di amicizia ambientato nel XXI secolo ha collezionato importanti premi e ha riscosso grande successo di critica e pubblico a livello mondiale diventando un vero e proprio caso editoriale.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale e artistico che puoi raccontarci?

Sono attualmente coinvolta come giurata in un concorso di poesia nazionale e continuo con la mia attività di promozione culturale collaborando con diverse associazioni.

Sto inoltre lavorando a una raccolta di racconti, che spero di pubblicare nel 2022, e contribuisco a una rivista letteraria di recente fondazione.

Per il resto, attendo le sorprese che la vita saprà donarmi.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Sono presente con un profilo personale su Facebook, su Instagram e sulla rivista letteraria romana I Quaderni della Gorgone.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Continuiamo tutti, ciascuno con le sue possibilità e competenze, a scrivere e a leggere poesia, per dare respiro alla cultura in un mondo troppo distratto. Questa la mia esortazione e il mio auspicio per il futuro.

I miei più sentiti ringraziamenti vanno a chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui, all’ospite Andrea Giostra per lo spazio che mi ha dedicato e, certamente, Lara Di Carlo, per la generosa attenzione che riserva ai suoi autori.

Eliana Stendardo

https://www.facebook.com/eliana.stendardo

Il libro:

AA.VV., Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), PandiLettere ed., 2021

https://www.pandilettere.com/inostrilibri/antologiapoetica

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021

Mostre: “Essere Umane”, itinerario nella storia della fotografia “al femminile” | 30 grandi fotografe in mostra ai Musei San Domenico di Forlì fino al 30 gennaio 2021

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I Musei San Domenico di Forlì ospitano gli sguardi sul mondo di fotografe internazionali: da Lee Miller ad Annie Leibovitz, lungo un arco temporale che dagli Anni Trenta del secolo scorso raggiunge i giorni nostri

da YouTube: Walter Guadagnini presenta la mostra “Essere Umane”

Tra le 314 fotografie in mostra, si possono segnalare le leggendarie immagini di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler, la strepitosa serie delle maschere di Inge Morath, realizzata con Saul Steinberg, gli iconici volti dei contadini durante la Grande Depressione di Dorothea Lange, il sorprendente servizio di Eve Arnold su una sfilata di moda ad Harlem negli anni Cinquanta e i rivoluzionari scatti di Annie Leibovitz per una epocale edizione del Calendario Pirelli.

Saranno esposte opere di:

Berenice Abbott, Claudia Andujar, Diane Arbus, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Margaret Bourke-White, Silvia Camporesi, Cao Fei, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Cristina De Middel, Gisèle Freund, Shadi Ghadirian, Jitka Hanzlova, Nanna Heitmann, Graciela Iturbide, Dorothea Lange, Annie Leibovitz, Paola Mattioli, Susan Meiselas, Lee Miller, Lisette Model, Tina Modotti, Inge Morath, Zanele Muholi, Ruth Orkin, Shobha, Dayanita Singh, Gerda Taro E Newsha Tavakolian.

Dal 18 settembre 2021 al 30 gennaio 2022 al Museo di San Domenico sarà visitabile la mostra “Essere Umane”, un itinerario nella storia della fotografia vista attraverso lo sguardo “al femminile”.

La mostra, curata da Walter Guadagnini, ideata e realizzata in collaborazione con Monica Fantini e Fabio Lazzari e promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì, organizzata dalla società strumentale della Fondazione ‘Civitas srl’, propone un percorso con 314 fotografie che accompagneranno il visitatore in un viaggio nella storia del ‘900, e dell’evoluzione del linguaggio visivo fotografico, con le testimonianze di importanti fotografe che, a partire dagli anni ’30 del Novecento, hanno saputo cogliere l’attimo di istanti che rimarranno impressi per sempre sulla superficie fotografica.

La mostra si sviluppa seguendo tre filoni narrativi. Il primo, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, tratta i temi cruciali della grande crisi economica americana e delle Guerre, con fotografe come Dorothea Lange, Margareth Bourke-White, Berenice Abbott, Lee Miller.

Il secondo copre gli anni Settanta e Ottanta, narrando le grandi rivoluzioni sociali, la guerra in Vietnam, l’avvento della società dei consumi, attraverso gli scatti, citandone alcune, di Annie Liebovitz e Diane Arbus.

Il terzo è dedicato alla fine del Ventesimo secolo ed inizio del Ventunesimo, e si concentra sulle culture extra-occidentali, sul femminismo ed altri temi di attualità. In questa terza parte compaiono fotografe come Silvia Camporesi, Zanele Muholi e Cao Fei.

Sarà possibile accedere alla mostra nel rispetto delle misure sanitarie e di sicurezza previste dalle normative del Governo che prevedono il distanziamento tra i singoli visitatori e le entrate contingentate, oltre all’adozione dei necessari dispositivi di protezione personale.

Un percorso per immagini firmato da trenta fotografe internazionali conduce il visitatore dei Musei San Domenico di Forlì tra i grandi temi che hanno accompagnato la nostra società dagli Anni Trenta a oggi, passando dalle guerre ai cambiamenti dei costumi, dalla lotta contro le discriminazioni all’affermazione della civiltà dei consumi, dal ruolo della donna nelle diverse culture e tradizioni alle questioni di genere. Gli oltre trecento scatti, attraverso registri che si muovono dalle forme più crude a quelle più liriche, restituiscono con intensità e puntualità la realtà dei tempi nei diversi segmenti storici, sociali ed economici.

Tre sono le sezioni, divise in ordine cronologico, in cui si ripercorrono gli stili e i segni di un secolo. Veri e autentici punti di rottura dai tratti nuovi e moderni, le immagini testimoniano aspetti emblematici e caratteri singolari. In un’evoluzione di narrazioni attente e peculiari, abili raccontastorie hanno riletto le molteplici trame degli eventi del loro presente con forza visiva ed emotiva.

Il racconto si apre sulla crisi economica americana degli Anni Trenta con gli scatti di Dorothea Lange (Hoboken, 1895 – San Francisco, 1965), dove si pone in risalto la dignità delle persone, ma al contempo se ne rivela tutta la disperazione e la difficoltà del vivere quotidiano. Celebri sono le raffigurazioni scattate alla fine della Seconda Guerra Mondiale da Lee Miller (Poughkeepsie, 1907 – Chiddingly, 1977) all’interno dell’appartamento di Hitler a Monaco di Baviera. Ipnotica la serie Reflections dell’austriaca Lisette Model (Vienna, 1901 – New York, 1983), che analizza il tema del consumismo statunitense lungo le strade di New York, indagando il rapporto con i cittadini attraverso i riflessi creati sulle vetrine dei negozi. Le merci e gli edifici si fondono e confondono con le persone che passeggiano, in un insieme che diventa surreale e documentario. Chiudono la prima sezione le fotografie del periodo messicano di Tina Modotti (Udine, 1896 – Città Del Messico, 1942) con i lavoratori all’opera o in corteo secondo i dettami iconografici socialisti e le sfilate ad Harlem delle donne afro-americane di Eve Arnold (Philadelphia, 1912 – Londra, 2012), nelle quali la Arnold esce dall’estetica patinata della fotografia di moda del periodo, riportandone invece i momenti spontanei dietro le quinte, la preparazione prima dello spettacolo e l’attesa del pubblico.

Nella seconda sezione, Anni Sessanta-Ottanta, l’obiettivo delle fotografe rileva e scandaglia i rivolgimenti e cambiamenti sociali e di costume. Nella serie Mask, nata dall’incontro tra l’austriaca Inge Morath (Graz, 1923 – New York, 2002) e il disegnatore Saul Steinberg, i due artisti trasformano i soggetti in caricature di una società, quella americana del boom economico che nasconde i propri tumulti sotto la fragile maschera della prosperità e del progresso. Graciela Iturbide (Città del Messico, 1942) mostra la comunità matriarcale di Juchitan, in Messico, con donne che posano fieramente in tutta la loro corporeità, regalando allo spettatore sprazzi di vita pubblica e privata per un reportage, in bilico fra realtà e mito, unico, surreale e magico.

Il realismo più veritiero e cruento di Letizia Battaglia (Palermo, 1935) nelle immagini degli omicidi di mafia si affianca alle iconiche rappresentazioni delle bambine di Palermo. Carla Cerati (Bergamo, 1926 – Milano, 2016), con la serie di immagini tratte da Mondo cocktail, cattura la nascente borghesia nella città di Milano che si divide tra party e salotti e si popola di donne eleganti e di personaggi vistosi ed eccentrici. Con la serie del 1965 dedicata alla comunità di travestiti che aveva occupato l’ex ghetto ebraico di Genova, Lisetta Carmi (Genova, 1924) tratteggia in suggestivi scatti in bianco e nero la vita dei protagonisti, mostrando con intimità e simpatia momenti quotidiani tra gli arredi barocchi delle case e le passeggiate tra le vie del ghetto. Nella straordinaria edizione del Calendario Pirelli 2016, Annie Leibovitz (Waterbury, 1949) ritrae donne di spicco in vari settori, dall’imprenditoria allo sport, dalla musica al cinema, realizzando un impianto scenico semplice con un set essenziale, dove le uniche attrici sulla scena sono le protagoniste con la loro presenza.

Nell’ultima sezione dedicata agli anni tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la lente si sofferma sulle culture extra-occidentali e sulle loro coraggiose “rivoluzioni”. I ritratti dell’iraniana Newsha Tavakolian (Tehran, 1981) delle donne guerrigliere delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), che vivono e combattono nella giungla, riflettono la violenza dei conflitti e l’incertezza verso il futuro per una normalità auspicata, ma lontana.

Le fotografie di Nanna Heitmann (Ulm, 1994) ritraggono le storie degli abitanti sulle rive dello Yenisei, il grande fiume siberiano ai confini con la taiga, attraverso uno sguardo delicatamente onirico, che trasforma questi luoghi sospesi in leggende e in metafore di libertà, di sogno, di desolazione e di abbandono. Già protagonista della Biennale di Venezia nel 2019, Zanele Muholi (Umlazi, 1972) esprime se stessa utilizzando parrucche, corone e costumi, accentuando il colore della propria pelle grazie a un bianco e nero dai toni profondi e rivendicando attraverso il proprio corpo la sua esistenza di donna e fotografa. Shadi Ghadirian (Tehran, 1974) racconta le donne iraniane nella serie Qajar del 1998, grazie a un’ironica riflessione sulla situazione femminile nell’Iran contemporaneo: in un gioco di riappropriazione di un’iconografia anacronistica, inserisce nella scena una sequela di elementi esplicitamente fuori contesto, come un’aspirapolvere, una mountain bike o una reflex. Infine Cristina de Middel (Alicante, 1975), con il suo Afronauts, un progetto a metà tra riproduzione e finzione del primo programma spaziale non ufficiale portato avanti in Zambia, mette in scena bizzarre visioni impersonate da uomini vestiti con paradossali e stravaganti equipaggiamenti astronomici.

Il libro:

Clara Bouveresse e Sarah Moon (a cura di), “Donne fotografe: Pioniere (1851-1936)-Rivoluzionarie (1937-1970)-Visionarie (1970-2010)”, Contrasto editore, 2021

https://www.amazon.it/Donne-fotografe-Rivoluzionarie-Visionarie-illustrata/dp/8869658627

Clara Bouveresse e Sarah Moon (a cura di), “Donne fotografe: Pioniere (1851-1936)-Rivoluzionarie (1937-1970)-Visionarie (1970-2010)”, Contrasto editore, 2021

INFO:

Orario di visita:

dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19.00

Prevendita biglietti su ticketone dal 18 giugno 2021

Servizio Cultura e Turismo

+39  0543 712627

biglietteria.musei@comune.forli.fc.it

FONTE:

www.essereumane.it

http://www.cultura.comune.forli.fc.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=6299

http://www.cultura.comune.forli.fc.it/servizi/menu/dinamica.aspx

Mostre: “Donne, un alfabeto al femminile”, personale di Marco Pirrotta “Spazio Cultura” di Palermo

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Sandro Botticelli - ritratto di Simonetta Vespucci

Palermo, si presenta presso lo “Spazio Cultura” la personale di Marco Pirrotta “Donne, un alfabeto al femminile”

“Donne, un alfabeto al femminile”, personale di Marco Pirrotta

Organizzato da Spazio Cultura, Mondadori Educational e BCsicilia, si terrà sabato 4 dicembre 2021 alle ore 17:00 l’inaugurazione, presso la libreria Macaione, in viale Marchese di Villabianca, 102, a Palermo, della personale di Marco PirrottaDonne, un alfabeto al femminile”. Presenteranno la mostra l’archeologa Rosa Maria Cucco, il titolare della libreria Nicola Macaione e il Presidente regionale di BCsicilia Alfonso Lo Cascio. L’esposizione resterà aperta fino all’11 dicembre.

Marco Pirrotta nasce a Palermo nel 1962, dove frequenterà il Liceo Artistico e l’Accademia Statale di Belle Arti. Sono questi gli anni in cui apprende da artisti quali Giovanni De Simone, Disma Tumminello, Giacomo Baragli, Gai Candido, Carlo Lauricella, Gaetano Lo Manto ma non solo da loro l’uso minimale e rigoroso della grafica applicata alla carta pergamenata ad alta grammatura, supporto privilegiato per una pittura organica essenziale ed intima, che vuole indagare la doppia valenza del paesaggio fisico ed immaginario attraverso un percorso onirico. Il pittore, infatti, non si limita a trasporre nelle sue opere soltanto segni grafici ma vuole che la carta si faccia finestra da dove scorgere tratti, impressioni, tracce di una esperienza che ancor prima di essere pittorica, vuole essere mentale, spirituale. Dal 2005 insegna arte e dal 2015 presso la scuola media Dante Alighieri di Palermo. Nel 2018 espone a Palermo, capitale italiana della cultura, e per il Comune di Erice con la mostra “Tondi”, nel 2021 espone per il Comune di Palermo con “Venti”; La mostra, intitolata “Donne”, ispirata da ritratti tardo rinascimentali dipinti da vari artisti italiani, vuole ripercorrere idealmente un alfabeto al femminile nel quale si esalta la bellezza e la delicatezza che queste donne seppero mostrare alla società di quel tempo ed in contesti diversi. È stata immaginata nel primo semestre del 2021,periodo nel quale dopo la pandemia, abbiamo ritrovato energie e desideri per oltrepassare un periodo così triste e devastante per il genere umano e quindi anche per la città di Palermo.

INFO:

https://www.facebook.com/spazioculturalibri/

https://www.facebook.com/associazionebcsicilia

Spettacoli: “L’anno che verrà” di Peppe Servillo, Girotto e Natalio Mangalavite, o maggio a Lucio Dalla al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo | Venerdì 3 e sabato 4 dicembre ore 19:00 e 21:30

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Peppe Servillo

Brass in Jazz continua con un altro nome d’eccellenza. In scena al Real teatro Santa Cecilia Peppe Servillo feat Janvier Girotto e Natalio Mangalavite. Un progetto dedicato a Lucio Dalla con il concerto “L’anno che verrà”. Venerdì 3 e sabato 4 dicembre ore 19.00 e 21.30 – Real Teatro Santa Cecilia.

Peppe Servillo, Girotto e Natalio Mangalavite

Continua con successo la stagione concertistica della Fondazione The Brass Group con il concerto di Peppe Servillo feat Javier Girotto e Natalio Mangalavite. Un concerto di grande prestigio che caratterizzerà la scena jazzistica palermitana per questo fine settimana. Un nome di prestigio quello di Peppe Servillo (voce) accompagnato dai suoi amici Girotto (sax soprano e baritono) e Mangalavite (paino, tastiere e voce). Un doppio appuntamento per il più antico teatro italiano del sud con produzioni dedicate al jazz, il Real Teatro Santa Cecilia, fissato per venerdì 3 e sabato 4 dicembre alle ore 19.00 e alle ore 21.30.

L’intesa tra personalità artistiche così variegate e fortemente caratterizzate si è affinata nel corso di ripetute collaborazioni, che hanno fatto apprezzare il gruppo proposto dal Brasss Group per il loro modo di applicare l’improvvisazione, elementi jazz e ricercatezze varie alle musiche di volta in volta eseguite. La fama del casertano Peppe Servillo è legata innanzi tutto al suo ruolo di frontman degli Avion Travel; l’argentino Natalio Mangalavite è stato una solida spalla per jazzisti come Paolo Fresu e Horacio ‘El Negro’ Hernandez, oltre che per Ornella Vanoni; Javier Girotto, anche lui argentino, deve la propria fortuna in Italia al successo del suo gruppo Aires Tango oltre che alle collaborazioni con i principali jazzisti di casa nostra. Con “l’anno che verrà” un inconsueto omaggio a Lucio Dalla e, visto il periodo che stiamo vivendo, un augurio che in futuro “sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno”, come recita la celeberrima canzone di Dalla. Oltre ai concerti in abbonamento il Brass Group propone quelli della stagione Extra Series con le Christmas Ladies il 22, 23 e 26 dicembre, così come quelli di Mario Venuti il 5 dicembre, Ruggero Mascellino 5et il 9 dicembre, Francesco Nicolosi con “Omaggio al cinema Italiano” lunedì 20 dicembre.

E’ possibile ancora abbonarsi alla stagione concertistica o acquistare il singolo biglietto sia all’acquisto online collegandosi al sito www.bluetickets.it che tramite i  due punti di prevendita, uno presso il Real Teatro Santa Cecilia (Piazza Santa Cecilia n. 5 – 90133 Palermo – 091\ 88 75 201, 091 88 75 119, dal martedì al sabato a partire dalle 9.30 sino alle 12.30, ed un altro presso Santa Maria dello Spasimo (Via dello Spasimo, n. 15 – 90133 Palermo – 091 77 82 860, 091 77 82 861) dal lunedì al venerdì a partire dalle ore 15.30 alle 19.30. Infoline Fondazione The Brass Group: 091 778 2860 – 334.7391972, info@thebrassgroup.it, www.thebrassgroup.it, fb fondazionethebrassgroup.  Di seguito i costi più i diritti di prevendita degli abbonamenti della stagione concertistica al Real Teatro Santa Cecilia: abbonamento intero Platea 150€, abbonamento Intero Galleria 125€, abbonamento Balconata 110€, abbonamento ridotto Under 26 Platea 130€, abbonamento ridotto Under 26 Galleria 110€, abbonamento Balconata 95€, biglietto singolo intero Platea 18,5€, biglietto singolo intero Galleria 16,5€, biglietto singolo Balconata 13,5€, biglietto singolo ridotto Under 26 Platea 16,5€, biglietto singolo ridotto Under 26 Galleria 13,5€, biglietto singolo Under 26 Balconata 12,5€. Solo per l’abbonamento del venerdì turno h 19.00 i costi sono i seguenti: Intero Platea 120€, Galleria euro 100€, Balconata 90€, Ridotto Under 26 Platea euro 100€, Galleria euro 90€, Balconata 80€.

Mostre: “Prima, donna. Margaret Bourke-White” al Museo di Roma in Trastevere fino al 27 febbraio 2022

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“Prima, donna. Margaret Bourke-White” al Museo di Roma in Trastevere_03

Prima, donna. Margaret Bourke-White, 21/09/2021 – 27/02/2022, Museo di Roma in Trastevere. Mostra dedicata a Margaret Bourke-White, una tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo.

È dedicata a Margaret Bourke-White, una tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo, la mostra retrospettiva che documenta attraverso oltre 100 immagini la visione e la vita controcorrente della fotografa statunitense.

Pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate, fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune e Life; dalle cronache visive del secondo conflitto mondiale, ai celebri ritratti di Stalin prima e poi di Gandhi (conosciuto durante il reportage sulla nascita della nuova India e ritratto poco prima della sua morte); dal Sud Africa dell’apartheid, all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.

Oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11 gruppi tematici che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

Sezioni della mostra:

– prima sezione, L’incanto delle acciaierie, mostra i primi lavori industriali di Margaret;

– seconda sezione, Conca di polvere, documenta il lavoro sociale realizzato dalla fotografa negli anni della Grande Depressione nel Sud degli USA;

– terza sezione, LIFE, dedicata alla lunga collaborazione con la leggendaria rivista americana LIFE;

– quarta sezione, Sguardi sulla Russia, vi è inquadrato il periodo in cui Margaret Bourke-White documentò le fasi del piano quinquennale in Unione Sovietica;

– quinta sezione, Sul fronte dimenticato: gli anni della guerra, racconta quando per lei fu disegnata la prima divisa militare per una donna corrispondente di guerra;

– sesta sezione, Nei Campi, vi è testimoniato l’orrore al momento della liberazione del Campo di concentramento di Buchenwald (1945);

– settima sezione, L’India, raccoglie il lungo reportage compiuto dalla fotografa al momento dell’indipendenza dell’India e della sua separazione con il Pakistan;

– ottava sezione, Sud Africa, offre una documentazione del grande paese africano durante l’Apartheid;

– nona sezione, Voci del Sud bianco, vi si trova il lavoro a colori del 1956 dedicato al tema del segregazionismo del Sud degli USA;

– decima sezione, In alto e a casa, raccoglie alcune tra le più significative immagini aeree realizzate dalla fotografa nel corso della sua vita;

– undicesima sezione, La mia misteriosa malattia, una serie di immagini che documentano la sua ultima, strenua lotta, quello contro il morbo di Parkinson.

L’esposizione è accompagnata da Storie di fotografe e di immagini: ciclo di incontri e di approfondimenti aperti al pubblico intorno ai temi della fotografia e dell’identità femminile.

INFO:

Luogo: Museo di Roma in Trastevere

Orario: Dal 21 settembre 2021 (APERTURA al publlico ORE 14.00) al 27 febbraio 2022

Dal martedì alla domenica ore 10.00-20.00

Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Giorni di chiusura: Lunedì, 25 dicembre, 1 gennaio

CONSULTA SEMPRE LA PAGINA AVVISI prima di programmare la tua visita al museo.

Biglietto d’ingresso

Consultare la pagina dei biglietti

Per i possessori della MIC Card l’ingresso al museo e alle mostre è gratuito.

Contatti x informazioni

Tel. 060608 (tutti i giorni 9.00 – 19.00)

Promossa da: Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Organizzazione: Zètema Progetto Cultura

In collaborazione con: Meredith, Digital Imaging Partner, Canon

Con il contributo di: Forma. Fondazione Forma per la fotografia

Mostra|Fotografia

Curatore: Alessandra Mauro

Il libro:

Margaret Bourke-White, “Prima, donna. Margaret Bourke-White”, Contrasto Editore, 2021

Margaret Bourke-White, “Prima, donna. Margaret Bourke-White”, Contrasto Editore, 2021

Acquista online:

https://www.ibs.it/prima-donna-libro-margaret-bourke-white/e/9788869658075#cc-anchor-dettagli

FONTE:

http://www.museodiromaintrastevere.it/it/mostra-evento/prima-donna-margaret-bourke-white

http://www.museiincomuneroma.it/

https://www.facebook.com/MuseiInComuneRoma/

 

LIBER, esposizione d’arte contemporanea, inaugura la ‘seconda sessione’ | Roma, 4 dicembre 2021 ore 16:00 Bibliotheca Angelica di Roma

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LIBER, esposizione d’arte contemporanea

La mostra d’arte contemporanea, Liber, inaugura la seconda esposizione il 4 dicembre alle ore 16:00, nelle sale della Galleria Angelica, presso la preziosa Bibliotheca Angelica di Roma.

LIBER, esposizione d’arte contemporanea

L’esposizione, curata dal critico d’arte Antonella Nigro, dopo la prima sessione (20/27 novembre), accolta con calore e curiosità, riapre al pubblico con una seconda mostra, dove ancora una volta il libro, come ‘dispensatore gratuito’ di conoscenza, è protagonista delle indagini concettuali ed emozionali degli artisti, che nelle loro creazioni hanno esplorato, con cura ed attenzione, ogni suo aspetto, dalla forma al supporto, dal dialogo con il lettore alla sua intima percezione.

Liber, prende forma dall’idea di trasferire allo spettatore l’importanza culturale del libro, nella storia, nell’arte e nella società, attraverso le opere sognanti, surreali ed allusive di ottantacinque artisti –

Giuseppe Acone, Michele Angelillo, Emanuela Annovazzi, Gianni Balzanella, Eter Baratta, Loretta Bartoli, Lorenzo Basile, Emma Belmonte, Norma Bini, Gerardo Bisogni, Bra, Mariangela Calabrese, Daniela Capuano, Giuseppe Caputo, Rocco Cardinali, Ross Carpentieri, Orazio Casbarra, Luigi Caserta, Rosa Cianciulli, Pasquale Ciao, Giancarlo Ciccozzi, Teresa Citro, Fabio Colasante, Stefania Colizzi, Anna Coppola, Giovanni Coscarelli, Brendea Cosmin, Pasquale Corvino, Giancarlo D’Angelo, Mena D’Antonio, Nera D’Auto, Salvatore Damiano, Emilia De Michele, Giorgio Della Monica, Anna Di Maria, Rosanna Di Marino, Linda Edelhoff, Nina Esposito, Antonio Feola, Giuseppe Ferraiuolo, Angelica Flores, Luigi Franzese, Cinzia Gaudiano, Doriana Giannattasio, Patrizia Giannattasio, Aurelio Gomes, Flavia Alexandra Grattacaso, Gianni Grattacaso, Maria La Mura, Pino Lauria, Alessandro Leo, Biagio Limongi, Viktoryia Macrì, Ida Mainenti, Giovanni Mangiacapra, Enzo Marotta, Davide Mirabella, Elena Ostrica, Silvano Palmisano, Annamaria Panariello, Gilda Pantuliano, Pietro Paolo Paolillo, Jongo Park, Silvia Rea, Gennaro Ricco, Vincenzo Ridolfini, Annie Rinauro, Grazia Romano, Francesco Roselli Cizzart, Hilde Salerno, Enza Sessa, Maria Sibilio, Pasquale Simonetti, Carolina Spagnoli, Donato Stabile, Luz Dary Suarez, Elisabetta Surico, Tavani, Bianca Rita Teatini, Francesco Tortora, Luigi Vaccaro, Luca Vallone, Sonia Vinaccia, Pevi, Stefania Voria –  che, sulle orme della contemporaneità, sono giunti a rendere omaggio a figure allegoriche e poetiche, aleggianti nelle loro memorie.

La mostra, ripartita in quattro sezioni, Charta, Ut pictura poёsis, Caudex e But-Eut, accoglie dodici saggi di relatori provenienti da diversi atenei e musei italiani –

Fernando La Greca, Marcello Naimoli, Pierfrancesco Rescio, Mina Sehdev, Giuseppe Foscari, Giuseppe Fresolone, Gabriella Taddeo, Gianni Solino, Gaspare Dalia, Mariana Amato, Ferdinando Longobardi, Luigi Aversa – custoditi da un catalogo bilingue (italiano/inglese), di oltre 500 pagine, la cui parte centrale è ampliamente dedicata agli artisti espositori.

Liber, con curiosa concettualità, ad opera del critico curatore e del suo team di solo donne, lo storico dell’arte Nunzia Giugliano, l’esperto linguistico Giovanna Della Porta, la consulente editoriale Grinora Mellethanne, veste i panni di mediatore, nel dialogo tra lo spettatore e la fiamma della libera conoscenza’.

La mostra, presso la Galleria Angelica, in Piazza Sant’Agostino nel cuore di Roma, sarà fruibile gratuitamente, dal 4 al 11 dicembre 2021, nel rispetto delle norme anti-Covid, negli orari di apertura della Bibliotheca Angelica.

Nunzia Giugliano

Mostre: “Alter Eva. Natura Potere Corpo” | 6 artiste italiane a Firenze, Palazzo Strozzi Future Art

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Dal 28 ottobre al 12 dicembre 2021 Fondazione Palazzo Strozzi presenta “Alter Eva. Natura Potere Corpo”, una mostra che, attraverso le opere di sei artiste italiane (Camilla Alberti, Irene Coppola, Martina Melilli, Margherita Moscardini, Marta Roberti e Silvia Rosi), innesca, partendo da un punto di vista femminile, una riflessione sul futuro fondato su nuovi principi di coabitazione naturale e sociale.

Tra scultura, pittura, fotografia e installazione, l’esposizione propone una narrazione sfaccettata dove la natura decostruita o immaginifica si affianca a corpi esibiti o raccontati, ma anche dove forti dichiarazioni politiche dialogano con storie intime e personali di appartenenza culturale, tutte istanze accomunate da un impegno rivolto al cambiamento per una trasformazione del nostro modo di osservare, parlare e agire nel mondo. Mettendo in discussione il patriarcato, i ruoli di genere, l’antagonismo tra natura ed essere umano, i ruoli restrittivi e le relazioni di potere, la mostra costruisce futuri alternativi proponendo forme di relazione ancora in fase di negoziazione.

Il progetto si inserisce all’interno di Palazzo Strozzi Future Art, nuovo programma della Fondazione Palazzo Strozzi, inaugurato con l’installazione La Ferita di JR per la facciata di Palazzo Strozzi, nato dalla collaborazione con Andy Bianchedi in memoria di Hillary Merkus Recordati. La mostra è realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con la collaborazione di IED Firenze – Master Curatorial Practice (Francesca Bonissone, Elena Castiglioni, Nora Criado Diaz, Yanru Li, Thea Moussa, Linda Toivio), e coordinata da Martino Margheri (Responsabile progetti università e accademie Fondazione Palazzo Strozzi) e Daria Filardo (docente e coordinatrice Master IED Firenze).

Alter Eva. Natura Potere Corpo è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con la collaborazione di IED Firenze. Sostenitori Fondazione Palazzo Strozzi: Comune di Firenze, Regione Toscana, Camera di Commercio di Firenze, Fondazione CR Firenze, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi, Intesa Sanpaolo.

 

La polifonia di visioni di Camilla Alberti, Irene Coppola, Martina Melilli, Margherita Moscardini, Marta Roberti e Silvia Rosi, protagoniste della mostra fiorentina “Alter Eva. Natura Potere Corpo”, incoraggia ad abbandonare posizioni stereotipate e convenzioni. A partire dall’antagonismo fra natura ed esseri umani.

A sette mesi dallo squarcio inferto da JR su una delle facciate di Palazzo Strozzi, è all’interno della storica sede espositiva fiorentina che il programma Palazzo Strozzi Future Art prosegue il proprio itinerario di ricerca sull’arte contemporanea. Per il nuovo atto, il percorso di collaborazione fra la Fondazione Palazzo Strozzi e Andy Bianchedi, promosso in memoria di Hillary Merkus Recordati, rinuncia alla dimensione pubblica e al clamore sollevato da La Ferita, la monumentale installazione dell’artista francese. Questa volta approda negli spazi raccolti e underground della Strozzina con un progetto (non solo) espositivo. Sarebbe infatti riduttivo descrivere “Alter Eva. Natura Potere Corpo” solo come la mostra in cui le opere di Camilla Alberti, Irene Coppola, Martina Melilli, Margherita Moscardini, Marta Roberti e Silvia Rosi, artiste nate tra gli Anni Ottanta e Novanta, suggeriscono traiettorie e analisi legate al tempo che stiamo vivendo. Sviluppata in collaborazione con IED Firenze, la mostra persegue i principi fondativi di Palazzo Strozzi Future Art attraverso un programma di cinque conferenze (associate alla triade tematica dichiarata nel titolo della rassegna). Non solo: è essa stessa “materia viva” per la formazione degli studenti del Master in Curatorial Practice di IED Firenze. Già coinvolti nelle fasi precedenti l’allestimento, sono loro a condurre le visite guidate e ad aprire prospettive sui percorsi individuali delle sei voci femminili riunite per questa occasione.

Enfatizzate dalle ombre proiettate sulle pareti e sul pavimento, le creature generate per assemblaggio da Camilla Alberti avviano il percorso espositivo. È un’accoglienza senza mezze misure, che spinge da subito il visitatore a interrogarsi sulla consistenza e sulle potenzialità di questi enigmatici organismi. Nelle mani di Alberti, infatti, gusci di cozze, bastoncini di legno, pezzi di bottiglie, residui di lavorazioni industriali e rottami acquisiscono la forza di cui sono privi singolarmente. Un vigore tale da farli sembrare sul punto di muoversi, di animarsi. Nessuno, probabilmente, si stupirebbe se dimostrassero di potersi affrancare dai rispettivi supporti di ancoraggio per spiccare il volo. E di cosa sarebbero capaci se potessero attivare le temibili fauci o gli innumerevoli tentacoli? Impossibili da collocare nella tassonomia delle specie conosciute, in Alter Eva sono posti “faccia a faccia” con le distensive forme vegetali e animali minuziosamente disegnate su carta carbone da Marta Roberti. In questo caso, la dimensione naturale si manifesta in un’accezione quasi onirica, incantata, svincolata dalla contemporaneità (e dalle sue scorie). Nella grande sala riservata ai lavori della palermitana Irene Coppola (che include anche l’installazione sonora Chiudi gli occhi, sviluppata con Simona Pedicini), l’indagine sulla Natura si arricchisce con echi di matrice mediterranea. Ceneri e concrezioni di polveri vulcaniche, foglie di agave, paraffina, un tronco carbonizzato rimandano al territorio siciliano; divengono funzionali a esprimere, ribadendolo, il concetto di caducità di ogni corpo.

A trasformare in una sorta di sala lettura uno spazio intimo della Strozzina è Martina Melilli, che conferisce dimensione ambientale alle pagine di una rivista cartacea. Pubblicate su Playboy, le dieci interviste da lei realizzate in videochiamata ad altrettanti professionisti che a vario titolo si occupano di corporeità (dal tanatoesteta al tantra expert) aprono varchi in microcosmi alternativi alle narrazioni prevalenti sul fisico e sul suo “uso”. Fa direttamente ricorso al proprio corpo per vestire i panni dei propri genitori, arrivati in Italia dal Togo, Silvia Rosi: efficacemente associati a una serie di testi, autoritratti e moving images in mostra a Firenze colpiscono per l’immediatezza delle composizioni e l’esecuzione tecnica. Duplice è la presenza di Margherita Moscardini, autrice sia dell’installazione in neon rosso che riproduce il testo The Decline of the Nation State and the End of the Rights of Man, estrapolato da Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, sia dei poetici disegni monocromi dedicati alla diaspora del popolo siriano. Dense, rarefatte, talvolta non più distinguibili nella loro unicità, le figure umane restano le sole presenze in un contesto annullato dal conflitto. Finiscono così per essere intervallate esclusivamente da porzioni di foglio bianco, emblema del vuoto democratico che affligge il tormentato Paese. Riuscito è, infine, il loro dialogo con i dipinti di Camilla Alberti, nei quali la Natura si impone su ogni traccia residua del passaggio umano: è lei l’ultima abitante di architetture senza più residenti. In Alter Eva scultura, pittura, fotografia e installazione documentano il comune impegno delle sei artiste a favore di una progressiva metamorfosi del modo di interpretare la realtà, condannata a un’inestricabile e dolente complessità.

Il libro:

AA.VV.,Alter Eva. Natura, potere, corpo”, Marsilio ed., 2021.

https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2971420/alter-eva

https://www.amazon.it/Natura-potere-corpo-italiana-inglese/dp/8829714208

AA.VV, “Alter Eva. Natura, potere, corpo”, Marsilio ed., 2021.

FONTE:

https://www.palazzostrozzi.org/archivio/mostre/alter-eva/

Dentro Dicembre | di Maria Rosa Bernasconi

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Milano, Corso Vittorio Emanuele

Crisi di coppia: restare o lasciarsi? Offrirsi la  “seconda possibilità” o addio per sempre? | di Daniela Cavallini

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Daniela Cavallini

Amiche ed Amici carissimi, il tema di oggi risponde alle molte richieste pervenutemi relativamente all’opportunità o meno di offrire una nuova possibilità ad un rapporto chiuso.

Chi mi confessa di avere paura che il partner si ricomporti scorrettamente, chi ha desiderio di vendetta per essere stato lasciato e “vuole farla pagare all’altro” rifiutandolo, chi ambisce al ritorno della persona amata promettendo persino supina accettazione delle sue malefatte pur di riaverlo, chi sostiene che “quando il ‘giocattolo’ è rotto, anche se lo si aggiusta non può più essere come prima”, chi, viceversa sostiene che può essere anche meglio di prima. Insomma, crediamo o no nella cosiddetta  “seconda possibilità”?

Innanzitutto due considerazioni: la fine di un rapporto non necessariamente coincide con la fine dell’amore ed il numero delle “possibilità” è infinito. Solo la coppia decide se e quante volte “riprovare”… non esistono regole.

Si dice che  “chi ama resta” ed in effetti, alcune coppie, superano le loro incomprensioni restando unite, tuttavia, molte altre, hanno necessità di allontanarsi per riflettere in serenità  e, dunque, decidere il futuro della relazione. Altre coppie, ancora, a prescindere dal vincolo del legame –  matrimonio o fidanzamento – si separano di comune accordo per concedersi una tregua, altre – discordi – si trovano ad accusarsi vicendevolmente di attaccamento morboso, modalità per tradire senza conseguenze, ecc.

Non siamo tutti uguali, ognuno ha la propria visione, ma certamente le accuse incrinano ancor più il rapporto, talvolta trascendendo, sino a renderlo irrecuperabile.

Personalmente, sono contraria all’accanimento  terapeutico e penso che non ci sia nulla di peggio che ostinarsi a tenere in vita un rapporto “con l’ossigeno”. Pertanto, nell’allontanamento vedo la soluzione: riflettendo con la calma necessaria atta a ripristinare obiettività ed equilibrio, saremo in grado di assumere una posizione definitiva (per quello che può esserci di definitivo in amore!) o ci si libera definitivamente da una relazione che non ha più ragion d’essere oppure si riconsidera quanto l’ex partner sia davvero importante e, qualora le posizioni fossero allineate, si riprende con maggiore consapevolezza.

Alcuni partner, mossi da pietà – magari scambiata per affetto – avvertono un forte senso di colpa nel veder soffrire l’altro e s’impongono di non lasciarlo, costringendosi a rimanere in una condizione di disagio, che, prescindendo dai motivi , nonché torti e ragioni, prima o poi diviene insostenibile.

Se il rapporto era basato sull’amore e si è mantenuto il rispetto per l’ex partner, evitando comportamenti esasperati ed esasperanti, morbosità, insulti, ricatti morali e non solo, ecc., credo che la storia possa riprendere ed offrire ad entrambi un prosieguo felice e più consapevole.

Considero, invece, fallimentare “rimettersi insieme”, mantenendo sopiti rancori, dubbi e riserve, solo per sopperire alla solitudine, per abitudine o magari per attaccamento scambiato per amore.

Un abbraccio

Daniela Cavallini

Libri: Anaïs Nin e “Il delta di Venere” | La genesi della narrazione occidentale dell’eros al femminile | di Ilaria Cerioli e Andrea Giostra

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PREMESSA

Come nacque “Il delta di Venere” di Anaïs Nin e quale processo letterario innescò nella letteratura erotica a partire dagli anni Quaranta | di Andrea Giostra

Avevo esattamente 14 anni quando comprai per corrispondenza – come si usava allora per acquistare a bassissimo costo i classici di successo – questo libro che lessi voracemente e mi aprì un mondo sconosciuto del quale rimasi affascinato e sedotto inesorabilmente. Anaïs Nin (1903-1977) divenne da allora la mia maestra per apprendere l’arte di amare e di sedurre, e le sue “lezioni” le trovai sempre straordinarie, puntuali ed efficaci. Dopo questa prima raccolta di racconti erotici, comprai e lessi tutti i suoi libri che riuscii a trovare, non senza difficoltà (non era affatto facile allora andare in libreria e trovare le opere di un’autrice ritenuta in Italia, negli anni Settanta/Ottanta, palesemente contro la morale pubblica giudaico-cristiana e contro il formalismo di facciata che si respirava in quel tempo da parte dei cosiddetti intellettuali “illuminati”. Riuscii comunque a trovarne diversi, gli altri li recuperai nel tempo. Solo nel 1990 Anaïs Nin venne sdoganata dalla “cultura” italica dominate di allora (come ancora di adesso), quella di sinistra apparentemente liberale, innovativa e rivoluzionaria, ma nei fatti – la storia de “Il delta di Venere” raccontata in questa poche pagine è un esempio lapalissiano e concreto di quella miopia culturale – bacchettona e di un moralismo estremista e pregiudiziale per principio. Fu così che nel 1990 la sinistra de “L’Espresso” pubblicò, allegandolo al settimanale, il Tascabile Bompiani de “Il delta di Venere” ristampato dall’editore italiano proprio su richiesta del magazine, che ricomprai in quella nuova riedizione. Una delle foto di questo articolo ritrae le copertine delle due copie in mio possesso.

Pochi lettori conoscono la storia di questa raccolta di 15 racconti erotici pubblicati solo nel 1977, nello stesso anno della morte della scrittrice. Nel 1978 vennero pubblicati in Italia da Bompiani.

La verità è che questo lavoro venne realizzato negli anni Quaranta su commissione. La richiesta della stesura di racconti erotici fu di un ricco possidente statunitense (il collezionista), che ne avrebbe fatto uso privato, al già allora famosissimo e conosciutissimo scrittore statunitense Henry Miller (1891-1980), al quale dal magnate venne proposta una buona paga mensile per scrivere racconti erotici che sarebbero stati di sua esclusiva lettura.

Henry Miller in un primo momento accettò l’incarico, ma dopo pochi mesi, per motivi che possiamo solo intuire leggendo il “Diario” di Anaïs Nin, si stancò e, con una evidente scusa, chiese alla sua giovane amica (amante) e ancora poco conosciuta scrittrice Anaïs, che in quel periodo aveva bisogno di soldi e di lavoro, di occuparsene. Anaïs accettò senza esitare l’incarico e iniziò a scrivere questi racconti con interesse e dedizione, coinvolgendo i suoi amici artisti e poeti che avrebbero dovuto raccontare, nelle serate salottiere della sua New York, storie di sesso vere e bizzarre dalle quali avrebbe preso spunto. Spesso ricevette anche degli apprezzamenti dal suo “datore di lavoro” che però si limitava a dirle al telefono: «Si concentri sul sesso. Lasci perdere la poesia.»

A proposito del coinvolgimento di Anaïs Nin, nel terzo volume del suo “Diario” (1966) l’autrice scrive: «Aprile, 1940. “Un collezionista di libri ha offerto a Henry Miller cento dollari al mese per scrivere racconti erotici. Sembra una punizione dantesca condannare Henry a fare pornografia per un dollaro la pagina. Si è ribellato perché in quel momento non era proprio in una vena rabelaisiana. Perché scrivere su ordinazione era un’occupazione castrante, perché scrivere con un voyeur che spiava dal buco della serratura toglieva ogni spontaneità e ogni piacere alle sue avventure amorose.» Fu sette mesi più tardi, nel mese di dicembre del 1940, che Henry Miller propose ad Anaïs Nin di scrivere dei racconti da consegnare al collezionista: «Quando Henry Miller si trovò ad avere bisogno di soldi per le sue spese di viaggio, mi proposte di scrivere qualcosa durante la sua assenza. Io non volevo dare niente di genuino, per cui decisi di creare un misto di storie che avevo sentito e di invenzioni, fingendo che fossero tratte dal diario di una donna. Non incontrai mai il collezionista. Avrebbe letto le mie pagine e mi avrebbe fatto sapere cosa ne pensava. Oggi ho ricevuto una telefonata. Una voce ha detto: “Va bene. Ma lasci perdere la poesia e le descrizioni di tutto quello che non è sesso. Si concentri sul sesso.” Così incominciai a scrivere ironicamente, divenendo così improbabile, bizzarra ed esagerata, che pensai che il vecchio si sarebbe accorto che stavo facendo una caricatura della sessualità. Ma non ci fu nessuna protesta. Passavo i giorni in biblioteca a studiare il Kama Sutra, ascoltavo le avventure più spinte degli amici … E questo diede origine a un’epidemia di “diari” erotici. Tutti si annotavano le loro esperienza sessuali. Inventate, udite, ripescate da Krafft-Ebing e da testi medici. Avevamo conversazioni comiche. Uno raccontava una storia e gli altri dovevano decidere se era vera o falsa, O plausibile.»

Fu così che Anaïs Nin, come possiamo leggere dagli stralci del suo “Diario” che abbiamo riportato, iniziò a scrivere i suoi racconti erotici, coinvolgendo in questo “progetto” i suoi più cari amici con i quali condivideva l’arte dello scrivere, gli stenti nel mantenersi com’era allora per molti artisti delle sue frequentazioni, e le goliardiche serate newyorkesi in compagnia. Nacquero così 15 racconti erotici conosciuti universalmente come “Il delta di Venere” che, come vedremo, hanno la peculiarità di mantenere la centralità della narrazione interna al mondo femminile e alla femminilità.

La cosa che dà inizio ad un processo narrativo del genere letterario erotico al femminile, ce la racconta la stessa Anaïs Nin nel “Postscriptum” al suo “Diario” che scrisse a Los Angeles nel settembre del 1976: «Nel periodo in cui stavamo tutti scrivendo pornografia a un dollaro la pagina, mi accorsi che per secoli avevamo avuto solo un modello per questo genere letterario: quello maschile. Ero già consapevole delle differenze nel modo di trattare l’esperienza sessuale da parte dell’uomo e da parte della donna. Sapevo che c’era una grande disparità tra la chiarezza di Henry Miller e le mie ambiguità, tra la sua visione umoristica, rabelaisiana del sesso e la mia descrizione poetica delle relazioni sessuali nelle porzioni inedite del Diario. Come scrissi nel terzo volume del Diario, avevo l’impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile, e per la quale il linguaggio dell’uomo era inadeguato. Le donne, mi pareva, erano più portate a fondere il sesso con l’emozione, con l’amore, e a scegliere un uomo piuttosto che stare con molti. Questo per me divenne evidente mentre scrivevo i romanzi e il Diario, e lo vidi ancor più chiaramente quando incominciai ad insegnare. Ma, nonostante l’atteggiamento delle donne nei confronti del sesso fosse piuttosto diverso da quello degli uomini, noi donne non avevano ancora imparato a scrivere sull’argomento. In questa collezione di racconti erotici, scrivevo per divertire, sotto pressione da parte di un cliente che mi chiedeva di “lasciar perdere la poesia”. E così mi pareva che il mio stile fosse un prodotto della letteratura di lavori maschili. Per questa ragione, per un lungo periodo ebbi la sensazione di essere venuta meno al mio io femminile. E misi da parte i racconti erotici. Rileggendoli ora, che sono passati molti anni (26 circa), vedo che la mia voce non era stata messa completamente a tacere. In molti passaggi avevo usato intuitivamente un linguaggio femminile, considerando l’esperienza sessuale dal punto di vista di una donna. Alla fine decisi di permettere la pubblicazione dei racconti (“Il denta di Venere” venne pubblicato solo nel 1977, 27 anni dopo che erano stati scritti su commissione al famoso collezionista) perché mostrano i primi sforzi di una donna in un mondo che è stato di esclusivo dominio maschile. Se la versione non purgata del Diario verrà mail pubblicata, questo punto di vista femminile verrà stabilito con maggiore chiarezza. Farà vedere come le donne (e io, nel Diario) non abbiamo mai separato il sesso da sentimento, dall’amore per l’uomo come essere totale.»

Quella raccontata da Anaïs Nin nei suoi racconti, è una sessualità libera, istintiva, naturale, “animalesca” se vogliamo, spregiudicata, priva di pregiudizi, di preconcetti e sensi di colpa, che si declina in tutte le forme e sfaccettature possibili che ad un lettore prigioniero di costrizioni culturali medioevali appaio, ancora oggi, come scandalose e da censurare senza contraddittorio. La passione, l’attrazione, i piaceri del sesso, si declinano da quella eterosessuale a quella omosessuale, dalle orge all’attività edonistica più dissoluta, senza mai scadere nella volgarità e nella bruttezza, e che allora, negli anni descritti da Anaïs Nin, in una certa fascia di popolazione, trasversale e già proiettata nel futuro, erano assai di moda nelle segrete camere della borghesia, del mondo degli artisti e delle modelle e delle nobiltà più spregiudicata di quel periodo newyorkese e parigino.

Ma detto questo, dobbiamo aggiungere che quest’opera letteraria non è un libro per tutti!

È un’opera che dopo quasi 80 anni da quando fu scritta, appare ancora oggi contemporanea e attuale. È una raccolta di storie per gli amanti del genere, ma anche per gli appassionati di cultura e di letteratura di spessore e alto profilo. Una letteratura, quella di Anaïs Nin, dove non si trovano tracce di “mediocrità” caratteristica identitaria di gran parte della “letteratura” (se vogliamo azzardare a chiamarla letteratura!) italica contemporanea! Ma questo è un altro discorso. Quello che ora ci interessa sapere è la prospettiva di una Donna colta, scrittrice di un genere letterario che certamente ha influenze che partono dalla nostra Anaïs Nin, e che saprà darci un punto di vista attuale, contemporaneo, moderno di una forma letteraria che finalmente ha svestito i panni dell’interdetto e ha assunto una veste che non abbisogna di camuffamenti e di ipocriti neologismi.

«Anaïs Nin rimane l’unica scrittrice capace realmente di svolgere, capitolo dopo capitolo, un immaginario erotico, che per quanto possa essere spinto fino ai limiti del lecito, non diventa mai molesto o volgare» | di Ilaria Cerioli

Insieme a Colette (1873-1954), senza ombra di dubbio Anaïs Nin è ancora oggi uno dei miei modelli di scrittura. Ho scoperto precocemente le sue opere, quando le mie coetanee preferivano la discoteca alla biblioteca e ben presto il nostro incontro si è trasformato in amore assoluto. Ho maneggiato talmente tante volte i suoi racconti da consumarne la copertina. All’inizio ero soprattutto curiosa di decifrare quelle strane sensazioni suscitate dalla lettura de Il delta di Venere, iniziando proprio con quelle pagine a praticare sesso. Non quello consumato tra Brooke Shieldds e Christopher Atkins in Laguna Blu, ma quello che ha odore, consistenza e sapore. Se oggi molti adolescenti sono circondati da contenuti pornografici stereotipati, tratti principalmente dai siti, all’epoca io avevo solo la letteratura come maestra di vita. È vero: sono stata molto precoce ma, dall’altra parte, la mia è stata un’educazione erotica-sentimentale privilegiata perché fatta da grandi maestri: Moravia, Anaïs Nin, Emmanuelle, Nabokov e Almudena Grandes. Grazie alle loro opere ho deciso che provare piacere era bello e non, come mi era stato insegnato in una scuola di suore, sbagliato o peccaminoso. Grazie a loro sono diventata una giovane donna consapevole del suo corpo. Ecco il merito della bella scrittura erotica, quella elegante e intelligente: non si tratta solo di libri. Sono formule magiche che aprono porte. Ci rivelano che crescere significa anche entrare in contatto con la nostra intimità senza falsi pudori. Anaïs ci insegna che la sessualità è spontanea, libera da vincoli e vitale. Chiunque, infatti, abbia intenzione di scrivere di erotismo, in particolare quello femminile, non può non partire dall’autrice francese. Resta, infatti, l’unica capace realmente di svolgere, capitolo dopo capitolo, un immaginario erotico, che per quanto possa essere spinto fino ai limiti del lecito, non diventa mai molesto o volgare. Così, seguendo il flusso della sua prosa raffinata, troviamo situazioni che accarezzano delicatamente tabù e fantasie lascive. Mette a nudo con grazia i nostri pensieri più reconditi, quelli che pochi oserebbero rivelare in una conversazione tra amici. La forza di Anaïs? Saper raccontare con parole sapienti, mai eccessive o triviali anche il sesso più sporco o selvaggio. La piccola scrittrice francese introduce, infatti, il lettore nella mondanità decadente e bohemien. La sua ambientazione si rifà a quella società parigina e americana delle Avanguardie, frequentata da artisti squattrinati e modelle. Tutti anime spregiudicate che vivono dividendosi tra studi e soffitte. Facile è riconoscere in questi personaggi la stessa autrice, che come Elena (protagonista del racconto omonimo), vive della sua scrittura e di amori totalizzanti (primo tra tutti Henry). Per guadagnare qualche soldo e pagare nel 1941 una bolletta telefonica, scrive infatti Il delta di Venere, la piena celebrazione del corpo e dei suoi istinti poiché, nelle sue pagine, domina solo la passione, urgente e violenta. Non c’è spazio per il sentimentalismo mediocre. Nulla qui è vietato: tutto diventa lecito e bellissimo, a patto di lasciarsi trasportare dall’emozione e non indietreggiare dalle carezze di uno sconosciuto. Non a caso Il delta di Venere si apre con uno dei racconti erotici più belli e accattivanti della storia: L’avventuriero ungherese. Un uomo che vive della sua bellezza fin tanto che può. Abituato a sedurre, diventa l’ultimo emblema di un mondo dannunziano e impudente; vagabondo per l’Europa e l’Argentina a caccia di qualche ereditiera, arriva inconsapevole all’età della pensione. Così, non potendo più dedicarsi con assiduità al talamo, il libertino trova conforto tra le braccia delle figlie fino a infrangere uno dei massimi tabù. Ecco, cosa è Anaïs: una donna senza paura, spavalda nel suo modo di indagare la sessualità, senza giudizio, ma con quella franchezza di chi ha vissuto il sesso come strumento di conoscenza. Anaïs, infatti, nel suo studio di psicoterapeuta raccoglie le testimonianze dei suoi pazienti. Ascolta, scrive e trasforma quelle fantasie in un capolavoro dell’erotismo. Come possiamo definire Il delta di Venere? Pornografia? O piuttosto un compendio acuto e raffinato di tutte le nostre fantasie più segrete? Il pubblico a cui Anaïs si rivolge sembra più quello femminile rispetto a quello maschile, nonostante il libro le fosse stato commissionato proprio da un uomo. I temi, infatti, sono più coerenti con l’immaginario erotico delle donne: il rapporto col padre, la perdita della verginità, il rapporto a tre e quello saffico. Non a caso, infatti le donne protagoniste ci vengono presentate tutte diverse: la timida, la ninfomane, la frigida, l’ambigua Leila o la donna calda e avvolgente come Bijou. Il loro modo di amare non ha nulla a che vedere con lo stereotipo dell’amore romantico, piuttosto è fatto di orgasmi rubati, violenze più o meno palesi, sex toys e sogni proibiti. Non credo sia casuale la scelta di iniziare l’opera proprio con L’avventuriero ungherese. A mio avviso, infatti, può essere considerato una dichiarazione poetica per la scelta oculata di uno stile perfetto e levigato, del linguaggio evocativo e fortemente erotico che richiama i quadri di Balthus. Oppure l’altro racconto ambiguo, dissacrante e torbido come Il collegio, dove l’ambivalente erotismo degli adolescenti sfocia nella violenza di gruppo. Immagini forti? Certo, perché nel sesso raccontato da Anaïs non c’è spazio per la razionalità o la morale: è spontaneo, viscerale, esagerato. Il sesso come strumento di ricerca: chi scopre il piacere mai provato come nel racconto L’anello; chi, invece sperimenta l’amore totalizzante. Bijou, ad esempio è la puttana sacra. Non ha alcun senso del pudore proprio perché l’amore lei lo vive con entusiasmo. È un dono gratuito come omaggio alla vita: «in lei non c’era nulla di flaccido o rilassato, c’era invece una forza nascosta, come quella di un puma, e nei suoi gesti una stravaganza e una veemenza che ricordava le donne spagnole.»  È la Maga di Cortazar, la regina del Gioco del mondo. Bijou, come Viviane o Elena, sono tutte streghe che danzano di nuovo la danza sensuale di Salomè. Seducono, prendono per sé il piacere e poi fuggono. Nessuna resta per sempre e contempla il “vissero felici e contente”. Ogni vicenda del Delta di Venere è chiusa in sé stessa, definita in uno spazio: un’abitazione, una stanza di bordello o uno studio. Anaïs non vuole farci perdere tempo nelle inutili descrizioni, affronta di petto la materia. La sua forza è quella di evocare le atmosfere con poche pennellate impressioniste, per lasciare spazio solo al calore dei corpi, all’odore della pelle sudata, al suono del respiro affannato. Per questo fa uso di metafore e similitudini che rafforzano il suo messaggio e suscitano, senza esplicitare troppo, l’attesa «Bijou infilava questa falsa virilità non dentro a Viviane, ma tra le gambe, come se stesse agitando il latte nella zangole». Finalmente un libro in cui la vulva è protagonista «una vulva gigantesca, una pianta di mare dai bordi orlati, che si aprono solo per risucchiare qualsiasi tipo di cibo riescono a catturare», dove il membro maschile diventa puro oggetto di piacere. Se le donne nel Delta scoprono qualcosa di sé, gli uomini, invece sono ambigui, infingardi come il Barone, repressi come il frate che si eccita davanti ai giovani discepoli, violenti come gli uomini di Mathilde, o malinconici e irrisolti come Pierre. Il delta di Venere non offre alcuna redenzione. Non esiste il lieto fine, piuttosto i protagonisti, tutti bellissimi, nel pieno della giovinezza, come fossero usciti dal grande Gatsby, sembrano angeli caduti. Ci raccontano di un mondo che sta per finire: quello di un’estate meravigliosa, lontana e inconsapevole: «penso – dice Pierre nell’ultimo scritto – che tutti intuissero che sarebbe stata l’ultima goccia di piacere».

Anaïs Nin, “Il delta di Venere”, Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 1978

https://www.bompiani.it/catalogo/il-delta-di-venere-9788845295003

Anaïs Nin, “Il delta di Venere”, Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 1978

Anaïs Nin, “Diario” (3° volume), Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 2001

https://www.bompiani.it/catalogo/diario-9788845248702

Anaïs Nin, “Diario” (3° volume), Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 2001

Anaïs Nin, “Storia di una passione”, Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 1989

https://www.bompiani.it/catalogo/storia-di-una-passione-lettere-1932-1953-9788845246876

Anaïs Nin, “Storia di una passione”, Valentino Bompiani & c. spa Editore, Milano, 1989

Ilaria Cerioli

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Ilaria Cerioli

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

 

Eventi: Serata contro il Femminicidio dell’Associazione “Italia e20” condotta da Beatrice Picariello e la regia di Lamberto Artigiani

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Beatrice Picariello

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE “ITALIA E20”

“Italia e20” è una associazione non a scopo di lucro formata da un team di persone che si occupano della organizzazione e realizzazione di eventi spettacolo di sala e di piazza.

Già proprietaria del marchio del concorso di bellezza regionale denominato “La Notte delle Miss”, si è affermata sulla piazza piemontese per l’organizzazione dell’evento “La Notte delle Miss finale di Miss Regione Piemonte e Valle d’Aosta”. Da un paio di anni ha incominciato a dedicarsi in particolare alla musica leggera e alla televisione. Lo scorso anno ha prodotto lo show televisivo “Beauty Fashion and Show” che è andato in onda in prima serata sulle reti di Videonovara, Teleritmo e Telebiella per un totale di otto puntate sulle venti previste causa lockdown.

Per quanto riguarda la musica si è dedicata alla produzione di brani musicali e al lancio di giovani promesse della musica.

Già in rampa di lancio con la compilation musicale “Figlio di un Dio Minore” (che è il brano trainante prodotto) destinata alla raccolta fondi pro “Telethon”, siamo a completare un’altra Compilation , “Siamo Anime”, nata per lanciare un messaggio chiaro contro la Violenza sulle Donne. (Il disco sarà reperibile al costo di  € 9,90). Il ricavato di dell’opera sarà devoluta ad enti socio assistenziali che si occupano di proteggere e sostenere le donne che subiscono i maltrattamenti dalla vita.

Giovanna Nocetti e Cristian Tranchini

PERCHÉ L’IDEA A CARATTERE SOCIALE?

L’dea di creare musica a favore del  sociale nasce dall’idea che da sempre la buona musica ha accompagnato il genere umano a comprendere le negatività della vita e ne è stata un saggio messaggio, pertanto più ascoltata e recepita.

COLLABORAZIONI

La nostra Associazione per la realizzazione del suo evento sta collaborando con la casa editrice MPC Production, con testimonial gli artisti Giovanna Nocetti e Luca Benassai.

A questa opera  hanno aderito giovani  artisti ( che ringraziamo fortemente ) quali: Riki Anelli, Nino Leuci, Caterina Ferri, Lorenzo Sarro, Alessandro Serpe, Erika Basile, Anastasia, Angela Di Liberto, Sara Iachetta, Maria Grazia Tarantola Fabio Marino, Maria Rita Indelicato e Cristian Tranchini.

INIZIATIVA

Stiamo organizzando per domenica 12 Dicembre presso l’Hotel Bella Riviera di Viareggio Viale Daniele Manin, 34, 55049 Viareggio LU, a partire dalle ore 13:30 un programma live di promozione del disco che andrà in onda in differita sul canale 53 di Canale Italia a livello nazionale con la regia video di Lamberto Artigiani. La puntata sarà presentata dall’attrice romana Beatrice Picariello. Oltre ad ospiti canori, numerose saranno a vario titolo le testimonianza che interverranno. Moda, Musica e Prosa saranno un cocktails esplosivo sotta la regia di Gianfranco De Bartolo.

INFO E CONTATTI:

Gennaro La Marca (Vicepresidente e Direttore Artistico)

Gianfranco De Bartolo (Regista e addetto stampa)

italiae20@hotmail.com

Mariù Safier poetessa, scrittrice e giornalista | INTERVISTA

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Mariù Safier

Ciao Mariù, benvenuta. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale poetessa?

Che mi colpiscono le piccole cose, frammenti di vita, frasi captate mentre sei impegnato o distratto e diventano nutrimento di versi, progetti o liriche, nati da un bagliore nascosto chissà dove, dentro e fuori di te.

…chi è invece Mariù Safier che vive la sua quotidianità e cosa fa al di fuori dell’arte dello scrivere, puoi raccontarci?

La mia quotidianità è fatta di normalità: è difficile scindere vita e scrittura. Perché oltre alle poesie, che sono più rare e vanno distillate, collaboro con il settimanale “CONFIDENZE” per il quale scrivo racconti, ispirati da storie autentiche e romanzi d’autore. Ho pubblicato diversi libri di narrativa e saggi storici. Nei momenti liberi leggo, qualunque testo trovi, sia libri che giornali, vedo amici, frequento il  teatro, vado al cinema, ai concerti.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura e della poesia?

Tutti i poeti che ci hanno fatto studiare a scuola! Ma non pensavo alla scrittura. Poi ho frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma: i miei maestri sono stati i classici greci, i mistici medievali, la scuola provenzale, Petrarca e Cardarelli, Prévert e Garcia Lorca, Ungaretti, Rilker, Thomas Eliot, Emily Dickinson, Alda Merini… Se incontro un autore che non conosco, mi affretto a leggerlo. Così, credo, si impara e si cresce. Il resto, lo fa la riflessione, l’impegno.

Come definiresti il tuo stile poetico e la tua poetica? C’è qualche scrittore/poeta del passato o del presente al quale ti ispiri?

Sono attratta dall’attualità, offre spunti da cogliere per meditare. La poesia è questo, penso. Far vedere e capire quello che c’è, dietro la realtà. Non direi che mi ispiro a qualcuno in particolare, certo è che mi ritrovo in molti Poeti, per la vicinanza ai temi, alla sensibilità. E dal momento che sono grandi, mi accosto a loro con grande rispetto e umiltà!

Come nasce la tua poesia Eden (seconda classificata al Premio Letterario Nazionale “Il Grido della Selva”inserita nell’antologia omonima bandito dalla casa editrice PandiLettere) qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore e quali gli stimoli che ti hanno portato a scrivere questo testo?

È nata nel momento peggiore della pandemia: chiusi tra quattro mura, devastati dalle notizie, i contatti esterni ridotti al minimo. Eppure, la primavera stava tornando, la Natura si riprendeva la scena e mandava, una volta di più, il suo monito. Abbiate rispetto per la Terra, curatela. Ci accoglie, ci nutre, è la sola in grado di trasmettere Bellezza e Forza. Tutta la tecnologia non vale un filo d’erba che nasce spontaneo.

Raccontaci dei tuoi libri. Quali sono che ami ricordare e di cui vuoi parlare ai nostri lettori?

Il primo, sulla vita di Mafalda, la principessa di Savoia morta a Buchenwald, mi ha fatto avvicinare alla ricerca storica e ai personaggi femminili, spesso dimenticati. E questo mi porta al recente D’ombra e sabbia il mio penultimo libro: dove racconto in versi, donne della Bibbia poco note, da Rachele a Ester, a Debora a Maria di Magdala. E il più recente, un giallo: La signora delle perle un tuffo negli anni 70, per scoprire crimini molto attuali, perché hanno a che fare con la smania di potere che domina gli uomini.

Una domanda difficile Mariù: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Il Grido della Selva? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Per la forza che trasmette la Poesia. Un messaggio di speranza verso l’avvenire, per rendere il futuro meno ostile e capire che l’uomo ha le risposte che cerca: basta saper ascoltare la Natura.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Penso che occorrano entrambi. Mi spiego: non bastano la determinazione, l’impegno e il talento, occorrono circostanze favorevoli. O se preferisci, il fato, la coincidenza fortunata. A volte, la casualità cambia il corso della vita.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

L’arte è passione, i sentimenti dettano non solo le azioni, ma le parole. Senza questo inchiostro, non ci sono versi, sai tratta di mera esercitazione. Non produrrebbe, né susciterebbe nulla.

 «…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

L’amore si respira insieme all’aria, ti viene incontro in mille modi. Io lo trovo nel sorriso di un bambino, in un gesto di gentilezza, in un complimento inaspettato, in uno sguardo complice… oggi la sua ricerca è esasperata dalla tecnologia, che amplifica a dismisura i desideri, senza essere in grado di soddisfarli. In realtà, non sappiamo più cosa vogliamo e, soprattutto, non abbiamo la pazienza di interrogarci, di riempire i silenzi con il pensiero dell’altro. L’amore è una pianta rara, ha bisogno di cure, per sbocciare.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

È un insieme di elementi: conta la storia, nella narrativa, certo, ma anche il linguaggio deve attrarre, avvicinando il lettore al mondo dei personaggi. Per la poesia, le variabili sono infinite, dipende molto dal gusto di chi legge e anche dalla preparazione, dall’abitudine ai versi.

«Direi che sono disgustato, o ancor meglio nauseato … C’è in giro un sacco di poesia accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima energia … non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene. Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata, l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19, 21.). Tu da poeta cosa ne pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?

Penso che non esistano regole. La Poesia va accolta e trasformata dal singolo, è libera, ha la capacità di dare forma a stati d’animo che diventano, il sentire universale, di propagare idee. Se riesce in questo, ha assolto il suo compito, non importa in quale modo sia arrivata.

«Il ruolo del poeta è pressoché nullo … tristemente nullo … il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Qual è la tua idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura contemporanea?

Leggevo di recente un sondaggio fatto da “Libreriamo” durato sei mesi, sugli Italiani e la Poesia: il 77% se deve fare una dichiarazione, mandare auguri o festeggiare una ricorrenza, cerca in Rete versi per esprimersi, da Leopardi a Pascoli, a Montale… Questo risponde in parte alla domanda. In realtà, l’esigenza c’è, mancano gli strumenti di base, ovvero dalla scuola. Se impari ad amare la poesia, non potrai mai farne a meno. E chi la coltiva non deve  essere, tanto meno sentirsi parte di un circolo esclusivo. Le liriche rispecchiano la vita vera, espressa in modo essenziale.

«Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

La scrittura è anche terapia: non sempre chi frequenta questi corsi ha ambizioni letterarie. Serve invece a esporre spesso un disagio latente, che prendendo forma, aiuta a liberare conflitti, a confrontarsi con sé stessi.

Non credo esista uno scrittore senza talento, non basta seguire corsi: se hai qualcosa da esprimere, ti aiutano a trovare il modo, ma non creano nulla che già tu non possieda dentro di te. Come si diventa Grandi, beh, è una domanda alla quale non sanno rispondere gli editori, figurati io!

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

L’uno e l’altro: ci sono autori con i quali inconsapevolmente dialoghi, ti spingono a porti delle domande, a cercare fra le righe le risposte. I filosofi senz’altro sono fra questi. La lettura di per sé, mette in comunicazione con il mondo interiore di chi scrive e  trasmette il suo pensiero, insieme al piacere di trascorrere in solitudine, ma non da solo, il tuo tempo.

«Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

Se sei al livello di Proust, certo comprendi in pieno, e comprendi anche ciò che sarebbe rimasto oscuro.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza è Armonia, in tutte le sue forme. Una partitura musicale, un componimento poetico, un quadro che ti emoziona.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

La mia insegnante di italiano al liceo, la signorina Piera! Lo scrittore Massimo Grillandi che mi incoraggiata, il critico e scrittore Giulio Cattaneo che non ha mai nascosto le difficoltà della strada letteraria. E tante altre persone, compresi i lettori. E comunque, di sogni ne ho ancora fin troppi!

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Storia di una Capinera di Franco Zeffirelli, tratta dal romanzo di Verga: pur riferita al passato, è uno sferzante ritratto della condizione femminile, tuttora presente,

Il Gattopardo dal romanzo di Tommasi di Lampedusa, superbo affresco di Luchino Visconti di un’Italia che non cambia,

Per sorridere Febbre da cavallo un omaggio al grande e indimenticabile Gigi Proietti, artista unico e poliedrico.

E tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Un’eredità d’avorio e ambra di Edmund De Waal, che ripercorre un pezzo di storia del ‘900, attraverso una preziosa collezione. Giovanna D’Arco di Maria Luisa Spaziani, una rilettura originale in 6 Canti e un epilogo, in ottave della celebre santa. E Il cielo è rosso di Giuseppe Berto, uno scrittore un po’ dimenticato. Sono tutti e tre emozionanti, nel loro genere.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale e artistico che puoi raccontarci?

Un romanzo d’amore. E il cammino discreto della poesia.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Attraverso i miei scritti, non sono sui social! Ma c’è Lara Di Carlo, l’editore di Pan di Lettere.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Un libro è un vero amico, sarà sempre a disposizione, non vi tradirà mai.

Il libro:

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021

https://www.pandilettere.com/inostrilibri/antologiapoetica

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021

Concerti: a Expo Dubai “Astor Concert” di Gloria Campaner, Alessandro Carbonare e Mario Stefano Pietrodarchi | 4 e 5 dicembre 2021 al Millennium Theatre

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Gloria Campaner (Pianoforte), Alessandro Carbonare (Clarinetto) e Mario Stefano Pietrodarchi (Bandoneon) presentano “Astor Concert”. L’eccellenza classica dell’Italia ad Expo Dubai

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Il trio composto da Gloria Campaner (Pianoforte), Alessandro Carbonare (Clarinetto) e Mario Stefano Pietrodarchi (Bandoneon) inizia un nuovo viaggio nelle suggestioni e nei suoni del tango in occasione del centenario della nascita di Astor Piazzolla (2021), uno dei più importanti autori e interpreti musicali di questa forma d’arte nata nella periferia di una Buenos Aires di fine ‘800 dalla necessità di comunicare tra persone di culture, lingue e tradizioni diverse: Il tango ci ricorda che i passi del migrante sono, oggi più che mai, quelli che vivono tra distacco e speranza.

“Astor Concert” si terrà il 4 e 5 dicembre al Millennium Theatre di Dubai come parte del programma culturale che segna la presenza dell’Italia ad EXPO Dubai 2020.

Nel programma sono presenti le pagine più belle scritte dal compositore argentino. Gli strumenti stessi diventano protagonisti al punto che la musica diventa quasi un soffio, un respiro che esce per rivelare la fragilità di un rapporto smaterializzato, tipico del mondo virtuale. Ispirati dalla presenza fortemente teatrale del bandoneon di Mario Stefano Pietrodarchi, dal suono penetrante e inconfondibile del clarinetto di Alessandro Carbonare e dalla grande capacità interpretativa della versatile pianista Gloria Campaner, i respiri, i colori, i ritmi e i suoni si riassumono in una sola parola chiave: “coraggio”. Il coraggio declamato dai testi immortali di J.L. Borges nei suoi tanghi e milonghe, ma anche quello dello stesso Piazzolla che ha rotto gli schemi della musicalità del “tango viejo” per arrivare al “tango nuevo” che lo ha reso così famoso in tutto il mondo.

Il trio, grazie ad un supporto elettronico realizzato in studio, cattura in alcune composizioni l’essenza del “Tango Nuevo” che Piazzolla creò negli anni ’80 partendo dal “Conjunto Electronico”, con il suono di strumenti che non venivano suonati nel tango tradizionale, come l’organo Hammond, la marimba, il basso elettrico, la batteria, le percussioni e la chitarra elettrica.

La Musica di Astor evoca i sentimenti dei migranti di oggi andando oltre la purezza tecnica e rituale del tango, rafforzando energie, desideri e palpiti, tutti appartenenti alla modernità in un concerto memorabile.

Il concerto è promosso dall’Istituto Italiano di Cultura di Abu Dhabi come occasione per presentare l’eccellenza della cultura italiana ad Expo Dubai 2020. Il progetto musicale realizza gli obiettivi di promozione del Sistema Paese del piano di MAECI e MIBACT, valorizzando la musica classica e configurandosi quale misura di vero e proprio sostegno alle industrie culturali e creative italiane.

Calendario Pirelli 2022 “On The Road” firmato da Bryan Adams

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L’edizione 2022 di “The Cal” segna i 150 di Pirelli con le foto scattate da Bryan Adams: il calendario è custodito nella custodia di un LP in vinile e si intitola “On the Road”. Con i suoi scatti il cantautore celebra le star internazionali della musica dagli anni ‘60 a oggi e il ritorno del progetto dopo la sospensione per l’emergenza Covid-19. E per la prima volta nella storia del Calendario, l’autore non è solo fotografo, ma anche parte del cast: insieme a Bryan Adams, nella 48esima edizione di The Cal, dieci artisti di fama mondiale e di generi musicali, età e percorsi professionali diversi, come Cher, Grimes, Jennifer Hudson, Normani, Rita Ora, Bohan Phoenix, Iggy Pop, Saweetie, St. Vincent e Kali Uchis.

Le foto sono state scattate la scorsa estate, in soli tre giorni di lavorazione, in due location di Los Angeles – il Palace Theatre e l’hotel Chateau Marmont di Hollywood – e a Capri all’hotel Scalinatella.

Tornare in tour: il Calendario Pirelli 2022 incarna il sogno della ripartenza, con la firma del cantautore e attivista canadese Bryan Adams (Kingstone, 1959). L’eclettico Adams, che suona da quando ha 15 anni, ha venduto 100 milioni di dischi e cantato O Sole Mio con Pavarotti, torna a stupirci con una serie di scatti che celebrano la vita delle pop e rockstar dietro le quinte. La lineup di artisti coinvolti è di altissimo livello: ci sono gli intramontabili Iggy Pop e Cher, le dive Jennifer Hudson e Rita Ora, la rapper Saweetie e l’alternativa Grimes, mentre la copertina-manifesto è tutta della cantante e musicista americana St. Vincent. “Quando stavamo scattando”, racconta Adams dalla sua camere d’albergo dove è in quarantena causa Covid, “io sapevo che St. Vincent doveva avere con sé una chitarra: è l’unica musicista del gruppo, insieme a Iggy. Ma ci stavamo fermando a quello. Per puro caso, però, io tenevo un plettro in tasca, e alla fine dello shooting mi è venuto in mente di proporle un ultimo scatto, iconico”. Così è nata la cover del nuovo The Cal, il più famoso calendario del mondo, che come un LP è contenuto quest’anno in una confezione quadrata. Il formato è speciale per un’annata speciale: il ritorno del Cal coincide infatti con il 150esimo anniversario della Pirelli, per la cui occasione l’ad e storico volto dell’azienda Marco Tronchetti Provera ha presentato un nuovo logo celebrativo.

Quale tematica migliore della strada, per celebrare la comune anima della musica live e di un brand di pneumatici? “È la cosa che conosco meglio, faccio questo lavoro da 45 anni, ed è ciò che Pirelli fa”, racconta Adams, che spiega come sia stato anche un omaggio nostalgico e apotropaico alla vita in tour: “Rappresenta anche ciò che non abbiamo potuto fare per due anni”. Le due location degli scatti dello Château Marmont di Los Angeles e di Capri rappresentano la vita da sogno delle star, esclusiva e luminosa. C’è una Jennifer Hudson in controluce, piena diva nel solco di Whitney Huston, una Saweetie in costiera, Iggy Pop ricoperto di argento – “un consiglio della costumista”, racconta il fotografo – e poi ancora Normani, Kali Uchis e Bohan Phoenix. Un inno alla musica nel senso più tradizionale del termine, quello di Adams, e a una vita sfaccettata: c’è, sì, il mondo del lusso, con tanto di piscine californiane e sogni mediterranei (il tocco qui è vintage), ma anche la solitudine della tournée: un tema affidato proprio a St. Vincent, che negli scatti guarda melanconicamente dalla finestra di una camera d’albergo. “Ci sono molti momenti di riflessione in tour, e si dorme male”, racconta ridendo la cantante, “ma è la cosa che ti manca di più: c’è lo show, ma anche un’idea di movimento a cui non potrei rinunciare, l’idea che ogni giorno accada qualcosa di emozionante e inaspettato. È ispirante”. La cantante ha appena concluso il suo tour autunnale che non esita a definire, dopo tanta attesa “il migliore di sempre”. Nonostante le attese dovute alla pandemia, che hanno allungato le tempistiche, tutti i soggetti sono rimasti con Adams: “Un onore, così come è un onore incredibile comparire insieme a grandissimi nomi della fotografia come Testino, Lindbergh, McCurry, Leibovitz e Weber”. Sono solo alcuni dei grandissimi fotografi che hanno scattato per il Calendario Pirelli. Oltre ad essere il fotografo, il cantautore è il soggetto dell’ultimo mese del calendario – “ci mancava una persona”, dice candidamente – e come se non bastasse ha scritto apposta, in un giorno, la canzone On The Road, che comparirà anche nel suo prossimo album. Per il futuro? “Ho visto i Maneskin, se vogliono collaborare, basta che chiamino”.

FONTE:

https://pirellicalendar.pirelli.com/it/home

Mostre: A Palermo Sandro Mele e suoi ritratti degli afroamericani che hanno cambiato l’America

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Sandro Mele

Da Huey Newton a John Lewis passando per Malcolm X e Rosa Parks: i ritratti degli afroamericani di Sandro Mele in mostra allo Spazio Rivoluzione di Palermo

Presso lo Spazio Rivoluzione (Piazza della Rivoluzione, 9 – Palermo) la personale dell’artista Sandro Mele. In esposizione una serie di ritratti di afromericani che con il loro operato hanno cambiato la storia dell’America, curata da Adalberto Abbate.

La mostra trae origine dalla profonda amicizia tra l’artista e l’attivista per i diritti civili Bettie Petit (Virginia, 1935), fondatrice dell’Associazione Fitil Onlus e protagonista di una videointervista filmata dallo stesso Sandro Mele. I ritratti, sintetici e intensi, hanno preso corpo durante il lockdown, in un tempo sospeso duro ma inaspettatamente orientato verso inedite e profonde riflessioni.

Con sguardo puro e attento Sandro Mele ricuce i pezzi di una storia dimenticata, forse mai scritta, facendo ricorso alla propria esperienza e a preziose testimonianze dirette. Saranno presenti all’inaugurazione l’artista e l’operatrice umanitaria Bettie Petit, autrice della lista di nomi tradotta in ritratti da Sandro Mele.

L’America ha sempre avuto due volti, quello della grande potenza economica e quello delle enormi contraddizioni nella lotta per i diritti civili. Una delle crepe più profonde nella società americana è quella del razzismo. Ed è proprio questo spaccato della nazione più potente del mondo che Sandro Mele (Melendugno, 1970) racconta con una serie di ritratti esposti in un luogo intimo e austero, lo Spazio Rivoluzione di Palermo.

La mostra affronta una tematica più che mai attuale, quella del ricordo di chi, con i suoi atti coraggiosi, ha cambiato il corso della storia e scritto una pagina contro il razzismo. I volti segnati, indelebili, carichi di espressività che condensano le vite dei protagonisti fanno da eco a un allestimento volutamente scarno, ridotto all’osso. Sandro Mele va dritto al punto tessendo le vicende dei personaggi guidato dai ricordi di Betti Petith (Virginia, 1935), attivista per i diritti civili alla quale lo lega una forte amicizia. L’artista ha tratto ispirazione dalla testimonianza diretta della Petith che, grazie al suo lavoro come responsabile di una delle sezioni del Core (Congress of Racial Equality fondato nel 1940), ha conosciuto leader rivoluzionari e partecipato alle attività di protesta, dedicando la sua vita all’affermazione dei diritti civili delle minoranze e all’eguaglianza.

Temi più che mai attuali nel mondo di oggi e nell’America attuale dove fanno sempre notizia tragiche morti per razzismo, come quella di George Floyd. Con lucidità e sensibilità l’artista fa riemergere dal passato i volti di Huey Newton, John Lewis, Malcolm X, Rosa Parks, per citarne alcuni, narrando vite che fanno parte di una storia e costringendo a una riflessione comune e profonda sull’ineguaglianza: “Ho riflettuto sull’esigenza di impaginare il racconto ‘dell’altra America’ proprio attraverso la voce di una protagonista americana dei diritti civili” ‒ afferma Sandro Mele. “La mia riflessione parte dal fatto che ritengo assurdo che dopo tanti anni, ancora oggi, sopravvive la discriminazione razziale legata al colore della pelle. Volevo portare a riflettere le persone sul mondo in cui viviamo e su come, in realtà, la situazione americana non sia poi così diversa da quella attuale in Italia”.

INFO:

Orari: dal 6 novembre al 6 dicembre.

Apertura settimanale tutti i giovedì dalle, h 18:00 – 20:00

Il libro:

Rosa Parks, “La mia storia. Una vita coraggiosa”, Mondadori ed., 2021

https://www.mondadoristore.it/mia-storia-vita-coraggiosa-Jim-Haskins-Rosa-Parks/eai978880473491/

Rosa Parks, “La mia storia. Una vita coraggiosa”, Mondadori ed., 2021

FONTE:

https://www.spaziorivoluzione.com/

 

Documentari: “Il Garante” di Gaetano Di Vaio, al via le riprese del documentario

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Gaetano Di Vaio

Dal 13 dicembre 2021 partiranno  le riprese della docu-serie in due episodi “Il Garante” di Gaetano Di Vaio, prodotto dalla Bronx film production in collaborazione con Gesco Sociale di Sergio D’Angelo.

È la storia di Pietro Ioia, da narcotrafficante internazionale a garante dei detenuti. Il regista e produttore Gaetano Di Vaio dichiara: «Ho conosciuto Pietro Ioia circa 10 anni fa, quando ancora non era stato nominato garante dei detenuti per il comune di Napoli. In quel periodo Pietro stazionava tutti i giorni fuori al carcere di Poggioreale dove, in qualità di attivista, si dava da fare per i suoi compagni rimasti in cella. In tutti i lavori che ho realizzato come produttore e come regista c’è un forte collegamento con la mia vicenda personale. Come Pietro, anche io sono un ex-detenuto che, una volta uscito dal carcere, ha cercato di reinventarsi una vita al di fuori delle logiche criminali. Sin dal primo momento ho capito che il mio film non si poteva ridurre alla denuncia delle ingiustizie perpetrate nelle carceri, ma che doveva, attraverso il racconto delle attività di Pietro, rappresentare una speranza di miglioramento delle condizioni dei detenuti e, di conseguenza, anche dei loro familiari. Prima di usare la camera da presa per raccontare le vite dei personaggi coinvolti ritengo necessario colmare la distanza con essi e con le loro storie. Questo lavoro preliminare di “scouting” renderà il momento dell’intervista, e in generale del racconto filmico, il meno possibile mediato dal mezzo cinematografico. Lo stile che userò non è stabilito a priori, ma sarà dettato dall’incontro con le vite degli uomini e delle donne coinvolte, dai luoghi, dalle abitazioni, dai vicoli della città, percorsi da Pietro Ioia nella sua febbrile attività quotidiana. Questo perché la sofferenza che caratterizza le storie dei personaggi, in quanto raccolte in un momento di pesante afflizione e angoscia, esige un approccio onesto e leale, basato sulla fiducia reciproca.»

Le riprese avranno una durata di quattro settimane e si terranno tra Napoli e Cosenza.

Pietro Ioia

INFO:

www.bronxfilm.it

LA POESIA CREPUSCOLARE NELL’ARTE. Una visione di polemica anti-dannunziana.

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Questi poeti detti crepuscolari rifiutano il mito del superuomo e dell’attivismo, sembrano adagiarsi nella visione confortante di una vita semplice e tranquilla.
Questo termine perse valore con il tempo, in opposizione alla tradizione poetica, ma quale era il modo di atteggiarsi di questi poeti?
I poeti crepuscolari non hanno mai creato un movimento, quindi va subito ricordato che il crepuscolarismo più che un vero e proprio movimento culturale è una tendenza letteraria del secolo scorso.
E’ Giuseppe Borghese che dà il via alla parola crepuscolare, cui dà la caratteristica del tramonto della tradizione poetica ottocentesca. I crepuscolari respingono della poesia ogni ruolo collettivo e civico, rifiutano il concetto dannunziano di poeta profeta, leader dell’evoluzione della storia e considerano la tradizione ed il classicismo, cui si ispirano Carducci, Pascoli e D’annunzio, un’esperienza completamente conclusa.
Una raccolta ben definita di situazioni comuni a questi poeti come: la pigrizia, la malinconia, la stanchezza, la monotona vita di provincia che fa pensare ai giardini o parchi quieti con le loro vecchie panchine consumate dal tempo, oppure il patetico arredamento di una famiglia piccola borghese… come ricorda il poeta Gozzano, altri temi dominanti sono gli amori adolescenziali, le case e cose passate, gli animali imbalsamati, i fiori appassiti, i corridoi degli ospedali, delle musiche malinconiche…insomma una poesia la loro di pessimo gusto, come espresse sempre il Gozzano, un crepuscolare, importante più di altri; inizialmente, in lui s’individua un’influenza dannunziana, ma se ne stacca e l’abbandona, contrapponendosi a ogni forma di vitalità e dinamismo, riconducibile in seguito al futurismo.
Sono poeti che vivono un’epoca di crisi esistenziale tutta colmata di nostalgia verso gli ideali romantici con un lessico fatto di parole comuni, povere, misere, che prende spunto dal vivere quotidiano, conquistando una cadenza molto prossimo alla prosa.
E su tutto questo e all’interno di tutto questo, i crepuscolari “indossano” una stanchezza del vivere, un frustrato ripiegamento su sé stessi, un’incapacità di stabilire un rapporto non dico operoso, ma almeno cordiale col mondo, un piacere di sofferenza e di auto compianto con l’angoscioso senso della solitudine e la crisi di certezze. Rifiutano ogni aggancio con la tradizione culturale e si mostrano incapaci e ostinati a stabilire rapporti costruttivi con la realtà sociale, perché osservano il lento passare dei giorni tutti uguali e vuoti di senso.
Tutto questo porta i poeti ad un linguaggio di novità, che merita parecchia attenzione e che consiste nella ricerca di un tono diverso, ripiegano più volentieri su sé stessi, compiangendosi d’essere nati, rifugiano la loro inquietudine in una poesia dai toni spossati, che coglie gli aspetti più banali ed insignificanti del loro vivere giornaliero e ricorda il grigiore delle cose comuni.
I maggiori esponenti del crepuscolarismo sono: Guido Gozzano, Sergio Corazzini e Marino Moretti, per i quali è un’esperienza di vita totale e non una mera esperienza letteraria, diversamente dalla maggior parte dei poeti crepuscolari, che presto tenteranno di definire meglio in altre correnti e movimenti, il loro mondo che sembra essere spirituale ed artistico.
I poeti crepuscolari sono accomunati da un’infelice pena che nasce dalla totale sfiducia in ogni ideale religioso, politico e sociale come già espresso, e sicuramente questi temi e modelli della poesia crepuscolare, si possono trovare antecedenti sia nella tradizione italiana, come certe tendenze realistiche-borghesi di poeti minori dell’800, o nell’andamento in prosa di certi poeti della scapigliatura, l’umile realtà e la predilezione per le piccole cose, si può dire una sorta di polemica anti-dannunziana, con miti di superuomini e delle donne di grande fascino che vanno a contrapporsi con la coscienza della propria fragilità, e di una poesia erotica e sublime in opposizione alla ovvietà della solita vita quotidiana, e dell’ideale della bellezza femminile semplice e lasciata andare su ogni aspetto.
La poesia crepuscolare comunque resta sempre nell’ambito del decadentismo, e questo perché alla base dei vari atteggiamenti di questi poeti, c’è quella crisi di certezze, quel vuoto, quella frattura fra individuo e società, l’angoscioso senso della solitudine, il ripiegamento entro il cerchio dell’io, con gli aspetti più evidenti di questa età, e nei crepuscolari sono tutti riscontrabili.
E nell’arte come si esprime il crepuscolarismo e a chi si contrappone?
In contrapposizione al crepuscolarismo, si sente la necessità del rinnovamento, una trasformazione di un’arte che sia capace di esprimere in forme nuove il dinamismo dei tempi moderni: Il futurismo.
Nasce una corrente di pensiero, che rappresenta il primo e più strutturato movimento d’avanguardia di inizio novecento, il futurismo; un modello che accende lo spirito nazionalista e imperialista, offrendo indicazioni rivolte più alle scelte di vita dell’individuo che non a quelle culturali.
E’ studio del bello, fondato sul dinamismo, inteso come esaltazione dell’impetuosità, della macchina, mito nascente di quegli anni, delle metropoli e dello sviluppo industriale, periodo durante il quale prendono vita numerose riviste fiorentine capaci di portare nuova linfa vitale alla stagione letteraria e artistica, oltre che a essere testimoni delle inquietudini del momento.
Il tema che domina l’elemento poetico del movimento futurista è la bellezza, una bellezza coniugata alla velocità della macchina, intesa come proiezione di un ideale femminile che, pseudo-compagna di un uomo; acquisisce caratteristiche tecnologiche, facendosi quasi culto della macchina, e per questo follia dall’uomo.
Per ciò che riguarda l’arte, anche questo presupposto diventa motivo di esaltazione dell’oggetto tecnologico, e si basa sulla sublimazione dei nuovi processi di produzione; la pittura non è più statica ma dinamica, capace di rendere l0idea del movimento, della velocità.
I pittori futuristi con il Manifesto del 1910, che nello specifico regola il mondo dell’arte, aderito da figure di Tomaso Marinetti, Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Gino Severini, per citarne alcuni, raffigurano con un’aperta ribellione l’arte retorica e tradizionale, e propongono nuove concezioni alla base della pittura.
Il linguaggio artistico dei paesaggi crepuscolari, smorzano i toni, i colori, soffocano la luce, si restringono all’interno di confini ben delimitati, recintati, che solo apparentemente chiudono l’orizzonte all’uomo e al poeta come conventi, i giardini, i parchi delle ville, tutto in contraddizione con la dinamicità dei futuristi, e iniziano conflitti fra crepuscolari e futuristi.
Infatti, il crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l’idea di appartenenza al gruppo, ha un pensiero della vita completamente diversa: i futuristi esaltano le innovazioni, rivoluzioni, sono prepotenti, dinamici, chiassosi, esaltano la confusione e le attività delle grandi città, i crepuscolari sono contrari a una modernità che aliena l’individuo, hanno toni rilasciai, amano l’intimità, le piccole cose di un gusto orrendo, gli affetti familiari e una vita tranquilla.
La pittura crepuscolare comunque, conquista il mondo con il pittore Michele Cascella, paesaggista crepuscolare italiano. Le sue opere sono esposte nei più importanti musei italiani e internazionali e includono tele ad olio, litografie, disegni a pastello, serigrafie, acqueforti, raffiguranti per la maggior parte cromie vibranti con mescolanze floreali. Dal 1928 al 1942 è presente alle edizioni della Biennale d’ arte di Venezia, e successivamente, in una edizione della stessa Biennale gli verrà assegnato tutta una sala con le sue opere.
M° Monica Isabella Bonaventura

Mostre: “Caravaggio, Artemisia Gentileschi e la pittura tra ‘500 e ‘600” a Roma a Palazzo Barberini | dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022

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La mostra racconta l’impatto che la celebre opera “Giuditta che decapita Oloferne” di Caravaggio ha avuto sulle rappresentazioni contemporanee e successive. Presenti oltre 30 opere di grandi maestri, da Lavinia Fontana a Valentin de Boulogne da Orazio Gentileschi alla stessa Artemisia.

Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento è il titolo della mostra, a cura di Maria Cristina Terzaghi, ospitata a Palazzo Barberini di Roma dal 26 novembre 2021 al 27 marzo 2022. Un percorso articolato che vede come punto di partenza l’opera Giuditta che decapita Oloferne di Caravaggio (della quale ricorrono i settant’anni dalla sua riscoperta e cinquanta dall’acquisizione da parte dello Stato italiano) e che racconta l’impatto che ha avuto sulla pittura contemporanea e successiva attraverso il confronto con grandi maestri. L’esposizione riunisce 31 opere – quasi tutte di grande formato – provenienti da importanti istituzioni nazionali ed internazionali, come Galleria Corsini e Galleria Palatina di Firenze, Museo del Prado e Museo Thyssen di Madrid, Galleria Borghese di Roma e Museo di Capodimonte di Napoli. Con opere di Orazio e Artemisia Gentileschi, Trophime Bigot, Valentin de Boulogne, Bartolomeo Mendozzi, Giuseppe Vermiglio Johan Liss, Pietro Novelli, Mattia Preti, Giuseppe Vermiglio e altri, la mostra racconta al pubblico un momento di svolta avvenuto tra Cinquecento e Seicento, quando la rappresentazione di questo tema biblico aprì la strada allo sviluppo di nuove soluzioni pittoriche.

INFO:

Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta.

Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento

Mostra a cura di Maria Cristina Terzaghi

26 novembre 2021 – 27 marzo 2022

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini

via delle Quattro Fontane 13, Roma

APERTURA AL PUBBLICO: 26 novembre 2021 – 27 marzo 2022

ORARI: martedì – domenica 10.00 – 18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00

giudittaeplautilla@gmail.com

https://www.barberinicorsini.org/

Il libro:

Vittorio Sgarbi, “Caravaggio. Il punto di vista del cavallo”, La nave di Teseo ed., 2021

http://www.lanavediteseo.eu/item/il-punto-di-vista-del-cavallo-caravaggio/

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Mostre: ARTIFERA a Pozzallo (Ragusa) dal 28 novembre 2021 all’8 gennaio 2022

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Arriva ARTIFERA, il progetto nato per produrre e promuovere l’arte dei nostri giorni. Frutto dell’incontro fra una galleria d’arte, tre cantine e alcuni artisti emergenti contemporanei

ARTIFERA è il nome di fantasia ideato per il nuovo progetto concepito dalla siciliana galleria d’arte contemporanea SACCA. Esso vedrà il via a fine novembre (il 28) e prevede il coinvolgimento di tre cantine co-finanziatrici nella realizzazione di una collezione limited edition di cassette d’artista e una mostra nella sede della galleria (a Pozzallo, nel ragusano) con opere dei cinque artisti invitati.

Il titolo trae ispirazione dall’aggettivo vinifero (ciò che produce vino) altresì presente, nella sua declinazione al femminile, nel nome scientifico della vite (vitis vinifera).

ARTIFERA pertanto vuole denotare un processo che produce arte, alludendo al tempo stesso al mondo del vino. Un progetto ideato e curato da Giovanni Scucces (storico dell’arte e giornalista) e reso possibile grazie alla collaborazione e al lavoro sinergico fra la sua galleria SACCA (Pozzallo), gli artisti Giuseppe Costa (1980, Palermo/Milano), Marilina Marchica (1984, Agrigento), Gabriele Salvo Buzzanca (1986, Barcellona Pozzo di Gotto/Venezia), Federico Severino (1990, Milano/Catania/Torino), Giuseppe Vassallo (1990, Palermo) e le aziende vitivinicole Di Giovanna (Contessa Entellina e Sambuca di Sicilia), Frasca (Modica) e Quignones (Licata).

Con ARTIFERA, quindi, l’arte incontra il vino in una collezione di cassette d’artista a tiratura limitata (25 o 35 esemplari per tipo + 5 p.d.a.) costituite da multipli d’arte ripresi con interventi manuali dagli artisti e da essi numerati e firmati. Un cofanetto in legno contenente due pregiate bottiglie di ciascuna cantina, prezioso e al tempo stesso accessibile a tutti, pensato per gli amanti dell’arte più raffinata e del buon vino. Ciascuna opera è realizzata su un coperchio estraibile in legno cosicché sarà possibile esporla unitamente al cofanetto o separatamente (con o senza cornice). Un’edizione che sicuramente non sfuggirà ai collezionisti di arte e a quelli del vino.

Numerose sono le testimonianze che ci giungono sul “nettare degli dei”, risalenti già ad alcuni millenni prima di Cristo. Svariate attestazioni ci arrivano da egizi, greci, romani e diverse citazioni sono presenti nella letteratura classica e nelle Sacre Scritture. E come non ricordare le tante raffigurazioni fornite da alcuni fra i maggiori artisti di ogni tempo relative al vino e al suo dio, Bacco (o Dìoniso per i greci). Inoltre la vite (e di conseguenza il vino) è una pianta presente in tutti i continenti (fatto escluso l’Antartide per ovvie ragioni climatiche), quindi ci piace pensare che sia qualcosa di “universale” come lo è, senza dubbio, l’arte.

Ciascun artista ha agito secondo il proprio gusto e stile, in totale libertà, lungi dall’idea di proporre opere “didascaliche”. Coinvolgere il mondo del vino e delle aziende vitivinicole è stato un modo per dare atto della tendenza che negli ultimi anni vede coniugare il settore dell’arte a quello dell’enologia (e più in generale un modo per rendere manifesto il beneficio che si può trarre dall’unione fra aziende e arte), oltre che per dar seguito all’idea stessa di SACCA, cioè unire più realtà eterogenee per creare contaminazione e relazioni inaspettate.

E proprio questo è accaduto con ARTIFERA: 5 artisti e 3 cantine, sotto la guida della galleria, hanno messo in piedi un progetto nuovo che confluirà in una mostra-evento in cui verranno esposti alcuni lavori degli artisti coinvolti, unitamente alle opere uniche e ai multipli che ne sono venuti fuori. Nella serata inaugurale, inoltre, verranno presentati anche i vini di ciascuna cantina scelti per il progetto.

Coniugare arte contemporanea e vino può rappresentare un ulteriore modo per promuovere la cultura artistica e il territorio in maniera nuova, diversa, valorizzando anche l’arte del nostro tempo, portandola nel quotidiano e in ambienti più familiari, in modo da evitare un’eccessiva autoreferenzialità e raggiungere anche coloro che non solo soliti frequentare i luoghi ad essa deputati. In questa maniera si attua un vero e proprio processo di sensibilizzazione del pubblico. Un pubblico trasversale ed eterogeneo attento alla qualità, sia essa riscontrabile in un’opera d’arte o in un vino.

Appuntamento fissato per domenica 28 novembre alle ore 17 presso la galleria SACCA a Pozzallo per il vernissage della mostra e la presentazione delle cassette d’artista e dei vini abbinati. Saranno presenti le cantine e gli artisti coinvolti. La mostra potrà essere visitata fino all’8 gennaio 2022 dal martedì al sabato dalle 16.30 alle 19.30 e i martedì e giovedì anche di mattina dalle 10 alle 13. Le cassette d’artista saranno poste in prevendita ad un prezzo speciale a partire dal weekend precedente (venerdì 19 novembre) collegandosi al sito della galleria.

Informazioni:

SACCA gallery – Contenitore di sicilianità – Via Mazzini, 56 – Pozzallo (RG)

Titolo del progetto: “ARTIFERA – Cassette d’artista”

Titolo mostra: “Artifera”

Artisti: Giuseppe Costa, Marilina Marchica, Gabriele Salvo Buzzanca, Federico Severino, Giuseppe Vassallo

Cantine: Di Giovanna, Frasca, Quignones

Ideazione e Curatela: Giovanni Scucces

Inaugurazione: 28 novembre 2021 ore 17

Periodo mostra: 28 novembre 2021 – 8 gennaio 2022

Apertura al pubblico: dal mar al sab ore 16.30 – 19.30; mar e gio anche di mattina ore 10 – 13.

Sponsor tecnico: FUNDUQ – Ospitalità iblea (Pozzallo) – Officina dei Sapori (Modica)

web www.sacca.online

social (Facebook, Instagram, LinkedIn) sacca.online

e-mail info@sacca.online

phone +39 338 1841981 (Giovanni Scucces)

Concerti: Le “Christmas Ladies” per le feste natalizie al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo | 22, 23 e 26 dicembre 2021

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Le “Christmas Ladies”

Il ritorno delle “Christmas Ladies” per le feste natalizie. Per la stagione Brass Extra Series. A grande richiesta sul palco del Real Teatro Santa Cecilia la produzione natalizia di grande successo del Brass Group, Carmen Avellone, Anna Bonomolo, Flora Faja, Lucy Garsia, Alessandra Mirabella. Real Teatro Santa Cecilia 22, 23 dicembre alle ore 21.30 e 26 dicembre alle ore 18.00.

Le “Christmas Ladies”

Il sipario dello storico teatro palermitano Real Teatro Santa Cecilia, a grande richiesta, si tingerà nuovamente di rosso natalizio con le Christmas Ladies con più appuntamenti per la stagione Brass Extra Series. Dopo il grande successo di pubblico e di applausi continui degli scorsi anni, le Christmas Ladies saranno nuovamente in concerto il 22 e 23 dicembre alle ore 21.30, per poi replicare il 26 sempre alle ore 18.00. Da un’idea esecutiva di Fabio Lannino e con gli arrangiamenti di Vito Giordano per la Fondazione the Brass Group, le protagoniste del progetto musicale, ritornano per le feste natalizie, dopo il fermo obbligato dovuto alla pandemia. In scena, facendo sognare il pubblico presente grazie ad un racconto tutto musicale in chiave swing-natalizia, Carmen Avellone, Anna Bonomolo, Flora Faja, Lucy Garsia, Alessandra Mirabella. Il progetto artistico delle Christmas Ladies, fortemente voluto dal Presidente della Fondazione Ignazio Garsia, ha calcato diversi palchi prestigiosi in tutta la Sicilia e adesso le cinque Signore ritornano, con una storia artistica lunga e densa di importanti esperienze in ambito jazz e soul, con qualche sconfinamento in ambiti country e pop. Cinque Artiste che hanno aderito ad un’idea divertente e stimolante, quella di cantare le Christmas songs preferite insieme, interpretando un repertorio ben bilanciato tra gli immancabili “must” natalizi ed alcune perle dei più grandi musicisti del jazz, con il comune denominatore dello spirito natalizio. Le “Christmas Ladies” saranno accompagnate sul palco dai Maestri della Fondazione The Brass Group e da un coro di circa 20 cantanti selezionati tra la Scuola Popolare di Musica del Brass ed il Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo : Vito Giordano, arrangiatore direttore musicale e tromba solista, Diego Spitaleri al pianoforte,  Fabio Lannino al contrabasso e Basso elettrico, Sebastiano Alioto alla batteria, Giuseppe Preiti alle tastiere, Umberto Porcaro alla chitarra. Il vasto programma musicale della serata prevede tra le varie canzoni anche Jingle Bells, Christmas time is here, Santa Claus is coming to town, Have yourself a little Christmas, Joyful Joyful e tante altre ancora per rivivere un Natale con suoni armonici in cui la musica è protagonista assoluta con brani divertenti e ricchi di virtuosismi vocali, acquistando un groove e nuovi colori di pezzi intramontabili. Sull’iniziativa interviene Fabio Lannino produttore dello spettacolo “Ero convinto del successo di questo progetto perché ciascuna delle Ladies ha un seguito di pubblico notevole. Sentirle cantare insieme è un evento davvero speciale che spiega la tanta presenza di pubblico e di successo”. “Non è stato facile mettere insieme stars dalle personalità così forti – dichiara Vito Giordanocome quelle delle Ladies. Ho scelto un repertorio in equilibrio fra tradizione e modernità, assecondando le diverse inclinazioni, dal jazz al soul, e poi ho ideato arrangiamenti che fondassero i diversi timbri, mantenendone le singole individualità”.

Le “Christmas Ladies”

I concerti delle Christmas Ladies sono fuori abbonamento ed inseriti nella stagione Brass Extra Series così come quelli di Mario Venuti il 5 dicembre, Ruggero Mascellino 5et il 9 dicembre, Francesco Nicolosi con “Omaggio al cinema Italiano” lunedì 20 dicembre.

INFO BIGLIETTI E PRENOTAZIONI:

The Brass Group

www.bluetickets.it

brasspalermo@gmail.com

+39 334 739 1972

L’Orchestra Jazz Siciliana-Fondazione The Brass Group esclusa dalle provvidenze statali!

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Ignazio Garsia_Ph. Mario Virga

C’è del marcio in Danimarca?”, s’interroga Ignazio Garsia, presidente della Fondazione The Brass Group, dopo l’esclusione dell’Orchestra Jazz Siciliana dal Fondo Unico dello Spettacolo del Ministero dei Beni Culturali.

Orchestra Jazz Siciliana con Kurt Elling al Real Teatro Santa Cecilia

«Un provvedimento inquietante – continua Ignazio Garsia – perché è forte il sospetto che una Commissione valutatrice che attribuisce, per esempio, un punteggio bassissimo al Teatro alla Scala e altissimo alla Compagnia Lirica Peloritana, abbia commesso un macroscopico errore nell’apprezzamento, talmente abnorme e grossolano da essere evidente a chiunque, anche a chi non frequenta i teatri musicali, di ravvisare la palese incongruità della valutazione. E poiché è sempre maggiore il sospetto che l’assenza di criteri specifici e trasparenti favorisce l’applicazione, da parte dell’esperto di jazz della Commissione Consultiva del Ministero, di giudizi arbitrari guidati dalla logica di favorire i soli raccomandati, ci stiamo riservando di valutare meglio con i nostri legali la presentazione di un esposto alla Procura della Repubblica. In disparte la necessità della Fondazione, d’ora in poi, di rivolgersi al TAR Lazio, orientato sempre di più con le ultime pronunce adottate a richiedere al Ministero le concrete e reali motivazioni che hanno condotto al negativo giudizio espresso ed impugnato. Un provvedimento – prosegue il Maestro Garsia – teso a sfregiare una delle più antiche istituzioni del Paese che opera da quasi 50 anni ed è perciò considerata, oramai, patrimonio di tutti i siciliani per l’unica orchestra italiana a partecipazione pubblica (legge regionale 1 febbraio 2006, n. 5) che opera stabilmente nell’unico teatro pubblico storico che esista al mondo destinato al jazz e che in oltre 3.000 concerti promossi, ha ospitato alcuni tra i più grandi protagonisti della storia del jazz e formato, attraverso la sua Scuola di Musica, centinaia di giovani musicisti di riconosciuto valore».

INFO:

https://www.brassgroup.it/orchestra-jazz-siciliana/

Mostre: “Klimt. La Secessione e l’Italia” | di Mattia Fiore

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Gustav Klimt

Il Museo di Roma-Palazzo Braschi celebra Kustav Klimt ospitando la mostra che rimarrà aperta al pubblico fino 27/03/2022.

La mostra propone al pubblico opere iconiche di Klimt come la famosissima Giuditta I e ripercorre le tappe dell’intera parabola artistica del pittore austriaco, Kustav Klimt, uno dei più eccellenti pittori della sua epoca e una figura di rilievo nella storia culturale austriaca.

Care lettrici e cari lettori,

prendendo spunto da questa mostra e sperando di fare cosa gradita, oggi ho deciso di condividere con tutti voi la presentazione del pittore austriaco Gustav Klimt, ( Vienna1862-1918), massimo esponente dell’Art Nouveau austriaca, meglio conosciuta come “Secessione Viennese”.

Gustav Klimt nasce nel 1862 a Baugmarten, presso Vienna, secondo di sette figli di un orafo boemo, Ernest, e di Anna Finster(mancata cantante lirica), una famiglia dalle condizioni economiche precarie.

Nel 1876 Klimt entra come allievo alla Scuola d’arti e mestieri del Museo austriaco per l’Arte e l’Industria e frequenta questa scuola fino al 1883.

Nel 1880 gli vengono commissionati i primi lavori: “Le quattro allegorie” del Palazzo Sturany a Vienna e la decorazione del Kurhaus di Karlsbad.  Klimt si ispira al classicismo del pittore e scultore francese di Jean-Léon Gérôme e del pittore austriaco Hans  Makart.

Gustav Klimt  https://images.app.goo.gl/DqbxfTET5zAimy2g8

Nel 1888, insieme al fratello ed un amico, forma una società artistica di decorazioni.

Nel 1892 muore sia il padre che il fratello Ernest.

Nel 1894 gli viene affidato dal Ministero dell’Istruzione il compito di decorare l’aula magna dell’Università di Vienna. Le tre opere “La Filosofia”, “La Medicina”, “ La Giurisprudenza” sono andate distrutte in un incendio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1900, il bozzetto dell’opera “La Filosofia”, olio su tela, cm430x300cm ,(che aveva realizzata per l’Università di Vienna ), viene premiato con la medaglia d’oro all’Esposizione mondiale di Parigi.

https://images.app.goo.gl/fWoSzCJbmz9JdDbk9

La Filosofia

Nel 1897, in contrasto con i canoni artistici classici della cultura accademica Klimt dà vita, con altri diciannove artisti, alla “Secessione Viennese”.

L’artista austriaco diviene primo presidente dellaSecessione Viennese”, movimento artistico sviluppatosi alla fine dell’800 tra Germania ed Austria, con una propria sede, il Palazzo della Secessione. Tale movimento  mirava alla creazione di un nuovo stile distaccato da quello accademico ed era caratterizzato da motivi floreali, linee morbide, fluide che vengono adottate non solo in pittura, ma anche in scultura, architettura e molti altri campi artistici, quale per esempio la gioielleria; si tratta in effetti della manifestazione di una vera e propria tendenza estetica che prende il nome di Art Nouveau.

Risale al 1898 il dipinto “Pallade Atena”, olio su tela, cm75x75cm, Vienna Historisches Museum. Atena viene usata da Klimt come nume tutelare della Secessione viennese. https://cultura.biografieonline.it/pallade-atena-klimt/amp/

Pallade Atena

Che cos’è “L’Art Nouveau”?

Il nome Art Nouveau deriva dal nome riportato sull’insegna realizzata dal designer belga Henri Van De Velde per il negozio-laboratorio aperto a Parigi dal mercante tedesco Samuel Bing nel 1895. I pezzi esposti in questo negozio sono i più svariati, mobili e stoffe, quadri, gioielli e pezzi d’arredo, accomunati da un unico stile decorativo basato su linee ondulate, sinuose, ispirate a motivi vegetali.

L’Art Nouveau si ispira alla natura, in particolare al mondo vegetale (foglie e fiori) e si caratterizza per uno stile prettamente decorativo basato sulla linea curva, che assume un andamento ondulato e asimmetrico.

L’Art Nouveau si diffonde ben presto in tutta Europa e si manifesta soprattutto nelle arti applicate e nell’architettura, con significative contaminazioni anche nel campo della pittura e delle arti tradizionali.

Il tema si dissolve in un’arte decorativa ornamentale.

Gli elementi decorativi si ispirano a forme naturali stilizzate e sintetizzate.

In Italia l’Art Nouveau assume inizialmente il nome di stile floreale e successivamente quello di Liberty dal nome del famoso commerciante londinese Arthur Lasenby Liberty.

Nel 1899 Klimt realizza la “Nuda veritas”, olio su tela, cm252x56,2cm, Vienna, Österreichisches Theatermuseum. Di quest’opera esistono due versioni. https://images.app.goo.gl/Y6NSAKLFCx4qt5QG7

«La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare» (Leopold Schefer)

 

Nuda veritas

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Nuda_Veritas

«Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è male» (Friedrich Schiller)

Nuda veritas_colori

La figura della donna effigiata nel dipinto impersonifica la verità, mentre il serpente che le cinge le gambe sta a simboleggiare la verità insidiata dalla menzogna e dall’invidia. Per quanto riguarda invece il significato dello specchio rivolto verso l’osservatore, molto probabilmente sta a voler significare un’esortazione a “Conosci te stesso” e fuggire dalla menzogna rappresentata dal serpente posto ai piedi della donna.

Nel 1901 Klimt realizza un quadro che segna l’inizio del periodo “aureo” o “dorato” del pittore, ( fondi oro e tessere di colore).

Parliamo di “Giuditta (I)”, olio su tela, cm 84x42cm, Vienna, Osterreichische Galerie. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuditta_I

La donna ha il volto di Adele Bloch-Bauer, effigiata da Klimt in un ritratto del 1907 di cui parleremo più avanti.

Giuditta (I)

In questo dipinto appare evidente quanto Klimt sia stato influenzato dalla visione dei mosaici bizantini ammirati durante i suoi viaggi nelle città di Ravenna .

Nel 1903 Klimt dipinge “La Speranza”, olio su tela, cm189x87cm,

Ottawa, the National Gallery of Canada.

https://cultura.biografieonline.it/speranza-klimt/amp/

Di quest’opera esistono due versioni. La modella è la stessa la stessa, Herma, una delle preferite del pittore che più spesso compare nelle sue opere.

La Speranza

In Germania il nuovo stile dell’Art Nouveau assume il nome di Jugendstil dalla rivista d’arte (Die Jugend),  che aveva iniziato le sue pubblicazioni a Monaco a partire dal 1896, mostrando di simpatizzare con l’Art Nouveau e pubblicando i lavori eseguiti in questo stile.

In Austria l’arte ornamentale-decorativa veniva chiamata invece “Sezessionsstil”. Questi artisti producevano un’arte fine a sé stessa, semplicemente in nome della sua bellezza: “l’art pour l’art”.

Nel 1905 Klimt dipinge “Le tre età della donna”, olio su tela,

cm180x180cm, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Le_tre_et%C3%A0_della_donna

L’artista rivisita il tema delle tre fasi della vita femminile: l’infanzia, la maternità e l’inevitabile declino della vecchiaia.

Le tre età della donna

 

Nel 1905 Gustav Klimt realizza a Palazzo Stoclet (Bruxelles), un’opera costituita da tre pannelli lunghi circa sette metri e impreziosita da uno splendido mosaico di pietre dure, marmi e coralli: ”Albero della Vita”.

http://arteidea.altervista.org/art-nouveau/?doing_wp_cron=1618574435.4395101070404052734375

Sul pannello di sinistra è realizzata una composizione chiamata “L’attesa”, raffigurante una figura femminile, (una danzatrice con il corpo ricoperto di gioielli), con il capo volto a destra. Nel pannello di destra si trova invece la rappresentazione di una coppia di giovani stretti in un abbraccio passionale ”La riconciliazione”. L’albero è conoscenza, è vita e Klimt con “Albero della vita” vuole rappresentare una sorta di congiunzione tra attesa e la riconciliazione.

Infine, sui rami dell’albero è presente un uccello nero che rappresenta la figura della morte, una minaccia costantemente presente.

Risale al 1907 il dipinto “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”, 1907olio su tela,

cm138x138cm, Vienna, Osterreichische Galerie.

Il dipinto  ritrae Adele Bloch-Bauer, moglie del barone Bloch, un importantissimo industriale dello zucchero. Questo ritratto rappresenta una delle tele più celebri del cosiddetto «periodo d’oro».

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ritratto_di_Adele_Bloch-Bauer_I

Ritratto di Adele Bloch-Bauer

Nello stile di Klimt c’è l’influenza dei mosaici bizantini di Ravenna, e del padre orafo. L’oro contraddistingue il periodo aureo che produsse opere come Giuditta(I), Il bacio, Danae, L’albero della vita.

Giuditta (I)

“Il bacio”, 1907-1908, olio su tela, cm18x180cm,

Vienna, Osterreichische Galerie. https://www.analisidellopera.it/il-bacio-gustav-klimt/

Il bacio

Nel dipinto “Il bacio”, Klimt celebra il tema amoroso raffigurando solo i volti, le mani e i piedi in forma realistica. La resa ornamentale fa delle parti del corpo scintillanti tessere di mosaico all’interno della composizione. Apice del “periodo d’oro” ormai prossimo alla conclusione, “Il bacio” è indubbiamente l’opera più popolare di Klimt: acquistato alla Kunstschau nel 1908 dalla Galleria di Stato, già all’epoca era ritenuto il massimo capolavoro dell’artista.

Il tema della coppia persa nell’inebriante unione amorosa non è certo nuovo per Klimt. Anche gli elementi formali e compositivi di questo dipinto sono già stati ampiamente sperimentati da Klimt in opere precedenti: dallo schema piramidale al fondo d’oro, dalla decorazione astratto-geometrica al trattamento simile al mosaico. La decorazione delle vesti dei due amanti rimanda al ricordo di quelle relative ai personaggi dei mosaici bizantini che Klimt aveva osservato durante i suoi due viaggi a Ravenna.

“Danae”, 1907-1908, olio su tela, cm77x83cm,

Vienna, alla Galerie Würthle. https://www.studiarapido.it/gustav-klimt-e-la-sua-danae/?amp

Danae

In questo dipinto Klimt descrive il momento dell’estasi amorosa di Danae.  Oltre al grande raffinamento tecnico Klimt acquisisce ed estrinseca una maggiore consapevolezza dell’erotismo presente nella sua arte.  Il soggetto del dipinto deriva dalla mitologia greca, secondo cui Danae fu rinchiusa dal padre Acrisio, re di Argo in una torre di bronzo per tenere lontani i suoi ammiratori. Infatti, Acrisio aveva paura che si avverasse la profezia che prevedeva la sua morte per mano di un nipote. Zeus non si arrese e penetrò nella torre sotto forma di nuvola riuscendo a fecondare Danae per mezzo di una pioggia dorata.  Da questa unione, fu generato Perseo.

“Signora con cappello e boa di piume” 1909, olio su tela,

cm69x55cm, Vienna, Osterreichische Galerie.

http://www.allaroundkaarl.com/gustav-klimt-sua-signora-cappello-boa-piume/

Signora con cappello e boa di piume

Il periodo aureo di Klimt si concluse nel 1909 con il quadro Giuditta (II). Dopo un periodo di crisi esistenziale ed artistica nei suoi quadri prevale il colore acceso e vivace e scompaiono gli ori e le linee sinuose, ondulate. Questa fase subisce l’influenzat dalla pittura espressionista e le influenze di artisti come Van Gogh e Matisse.

“Giuditta (II)”, 1909, olio su tela, cm 178x46cm, Venezia, Galleria d’Arte Moderna. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giuditta_II

Giuditta (II)

 

Nel 1910 Gustav Klimt partecipa alla Biennale di Venezia.

Nel 1911 riceve il primo premio dell’Esposizione Internazionale di Arte di Roma con il dipinto olio su tela  “Morte e Vita”, cm178x198cm, Leopold Museum di Vienna. L’opera è un’allegoria del ciclo della vita, un memento mori. https://en.m.wikipedia.org/wiki/Death_and_Life

Morte e Vita

“Ritratto di signora”, (1916-17), olio su tela,

cm60×55 cm, Piacenza, Galleria Ricci-Oddi.

https://riccioddi.it/ritratto-di-signora-di-gustav-klimt/

Ritratto di signora

“Ritratto di Maria Munk”, 1917-18, olio su tela, cm180x90cm,

Linz, Neu Galerie, Wolfang – Gurlitt-Museum.

https://www.posterlounge.it/p/398757.html

Ritratto di Maria Munk

“Adamo ed Eva”, 1917-18, olio su tela,

cm173x60cm, Vienna, Osterreichische Galerie.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Gustav_Klimt_001.jpg

Adamo ed Eva

Nel 1918, al ritorno da un viaggio in Romania, Klimt viene colpito da un ictus cerebrale che lo paralizza.

Il 6 febbraio 1918, a 56 anni, muore Gustav Klimt, considerato il più importante artista austriaco dell’epoca.

Mattia Fiore

Mattia Fiore
http://www.mattiafiore.com/

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

“Terra Viva” di Luigi Libra al Teatro Sannazzaro di Napoli | Giovedì 2 dicembre ore 20.30

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“Terra Viva” di Luigi Libra al Teatro Sannazzaro

“Terra Viva” lo spettacolo di Luigi Libra al teatro Sannazzaro di Napoli Giovedì 2 dicembre ore 20.30 la storia on the road di Luigi Libra rivive in musica

Dopo l’anteprima al Napoli Film Festival del documentario omonimo da cui trae origine lo spettacolo, una storia on the road, con Luigi Libra in giro per la Campania, alla ricerca di ispirazione per il nuovo album omonimo, finalmente il cantautore arriva al teatro Sannazaro di Napoli con la sua band storica di sei elementi (Mauro D’Ambrosio alla batteria, Nino Yambu’Pomidoro alle percussioni, Pasquale Di Fiore al basso, Andrea Palazzo alle chitarre, Antonio Ottaviano al pianoforte e alle tastiere, Peppe Fiscale ai fiati e Alfredo Irace e Vania Di Matteo, coro).

Lo spettacolo sarà un viaggio che ripercorrerà i passi di Luigi Libra, accompagnato dalla colonna sonora del film, dagli albori della sua carriera da Paolo Limiti in televisione fino ai suoi successi con “Terra viva”. Non mancheranno incursioni di attori protagonisti del film, prima del concerto una degustazione di prodotti di eccellenza del territorio che portano avanti un progetto di qualità culturale ed enogastronomico.

“‘Terra viva’ è vibrazioni dal Sud, perché tutto vibra dalla musica, alla cultura, all’enogastronomia, conosciuti in tutto il mondo per questo, dare lustro a quello che viene dal meridione, dal cibo all’arte”, spiega il cantautore.

Giovedì 2 dicembre alle ore 20.30 al teatro Sannazaro l’apericena con la degustazione delle Eccellenze campane. Ore 21.30 live sul palco, annunciato dai trailer del film e del libro omonimo edito da Homo Scrivens con la prefazione a cura di Antonello Perillo.

ll progetto diverrà un sito web in italiano e inglese dove ci saranno tutte le eccellenze che hanno contribuito alla realizzazione del progetto.

La realizzazione del progetto è stata possibile anche grazie al supporto di importanti realtà ed eccellenze gastronomiche del territorio: la Pasticceria Bellavia (Na), Casearia Lanza Flumeri (Av), Antica Pizzeria “De’Figliole” Largo Antignano (Na), Oleificio-Frantoio F.A.M Venticano (Av), Cioccolato Mario Gallucci (Na), Agriturismo “La Campestre” Castel Di Sasso (Ce), Azienda Vinicola “La Guardiense” Guardia SanFramondi (Bn), Caseificio “La Regina Dei Mazzoni” Cancello ed Arnone (Ce), Eccellenza Campana estera- Gruppo “Los Napolitanos”, “Pizzerie e sfizierie Napoletane Dop-Doc-Igp”, Cadiz-Rota-San Ferdinado (Spagna), Cantine  “Mariano Sabatino” Casola Di Napoli (Na), Panificio Antonio “Rescigno” Pozzuoli (Na), Frantoio Romano Ponte (Bn), Antica Trattoria “Scialapopolo” Napoli (Na), Birrificio Artigianale “SerroCroce” Monteverde (Av), Pastificio “Setaro” Torre Annunziata (Na), Frantoio Oleario “Uliveto Laureto” San Lorenzo Maggiore (Bn), Strutture D’Eccellenza Accademia 39 Sorrento (Na), Antico Casolare Ceselenardi Faicchio (Bn), Magie del Sannio Faicchio (Bn), Agriturismo Tenuta Santo Stefano Santo Stefano del sole (Av), Bagno Sirena Posillipo (Na).

Libri: A Roma la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria | 4-8 dicembre 2021 presso La Nuvola

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Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria

Torna a Roma la fiera Più libri più liberi. Secondo i librai fa concorrenza alle librerie. La Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola di Fuksas, non vedrà la partecipazione delle librerie romane perché “tenendosi nel periodo natalizio, indebolisce la già precaria situazione economica delle librerie”.

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Dopo un anno e mezzo di stop forzato, negli ultimi mesi sono finalmente ripartite le fiere. Un momento molto atteso, su cui si punta per la ripresa economica di ogni ambito del mercato, e sui cui punta, in modo particolare, anche il mondo della cultura. Proprio perché stiamo attraversando una fase storica delicatissima, succede che il format “fiera” in alcuni casi venga messo in discussione, perché considerato addirittura un deterrente per la ripresa post-pandemica. A sollevare questo tipo di dibattito sono ad esempio i librai romani che, a poche settimane dall’inaugurazione di Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria in programma dal 4 all’8 dicembre a Roma nella Nuvola di Fuksas all’Eur, hanno deciso di non partecipare alla manifestazione. Motivo? Le date della fiera, troppo vicine al periodo natalizio, momento in cui le librerie registrano una percentuale di fatturato molto alta rispetto al resto dell’anno.

Ad annunciare la decisione dei librai romani è un comunicato stampa dell’ALI – Associazione Librai Italiani: “dopo anni che chiedono all’organizzazione della fiera di cambiare le date e non farla nel mese di dicembre, quest’anno i librai romani hanno deciso di non rendersi complici di una manifestazione che, tenendosi nel periodo natalizio, indebolisce la già precaria situazione economica delle librerie”. Della serie, già queste date non ci piacevano. Come mai la fiera dicembrina minerebbe la situazione economica delle librerie? “Roma è l’unica città in Italia, ma forse anche in Europa, in cui si tiene una fiera-mercato editoriale nel mese di dicembre”, dichiara Ilaria Milana, portavoce di ALI Roma, Associazione Librai di Roma e provincia. “Non contestiamo l’evento, ma il periodo perché dicembre è il mese che più impatta sulle vendite delle librerie, circa il 30%, per questo avevamo chiesto di spostare l’iniziativa a novembre o dopo le feste”. In effetti i librai di Roma avevano sollevato non poche perplessità già lo scorso aprile, quando sono state annunciate le date della prossima edizione di Più libri, più liberi, ma la fiera anche quest’anno, nonostante le richieste dei librai, si terrà a dicembre, anche se “esiste una legge sul prezzo del libro per cui non si possano fare sconti e promozioni sul prezzo di copertina nel mese di dicembre”, sottolinea Milana. “Ogni libro che viene acquistato in fiera è un libro in meno acquistato nelle librerie di quartiere che pesa sui nostri fatturati, come succede ormai da anni”.

Le ragioni che hanno spinto i librai romani a non partecipare alla fiera non sono soltanto di natura economica: l’Associazione Librai di Roma e provincia ha deciso infatti di non aderire per sottolineare il ruolo culturale che le librerie svolgono nel contesto territoriale in cui sorgono, e dell’importanza che questa missione ha avuto soprattutto durante la pandemia. “Durante il periodo del lockdown, le librerie romane hanno ospitato la raccolta dei pacchi per le famiglie disagiate, hanno organizzato la consegna a domicilio specialmente per le persone anziane, così come hanno gestito servizi di ‘libro sospeso’ per i bambini e i ragazzi delle famiglie non in grado di sostenere le spese per i libri”, continua Milana. “Queste sono le librerie, questo significa la loro presenza in una città. Le amministrazioni pubbliche ed editori, scrittori e intellettuali, si ergono sempre a difesa delle librerie, ma di fatto, sostenendo la fiera, ne minano la stabilità economica, e Roma continua a perdere le sue librerie, veri presidi culturali diffusi su tutto il territorio cittadino”.

FONTE:

https://plpl.it/

https://www.artribune.com/editoria/2021/11/roma-fiera-piu-libri-piu-liberi-reazione-librai/