“Qu’est-ce que la littérature?” è un saggio oggi confinato alla lettura degli ultraspecialisti accademici, ma a un certo punto del secolo scorso impregnava – come un po’ tutte le posizioni del suo autore, Jean Paul Sartre – le discussioni degli ambienti intellettuali financo a sfiorare contesti, se non propriamente nazional-popolari, più diffusi.
A fine 2024 il quesito – totalmente scisso dall’opera del filosofo francese – è comunque sempre d’attualità, e se ne può scorgere la trattazione in filigrana pure nelle opere d’invenzione.
E’ il caso del quinto romanzo di Orofino, che in questa non auto-fiction inscena una dialettica tra due suoi non alter-ego, agli estremi opposti dell’atteggiamento nei confronti della vita e, conseguentemente, della scala produttiva in termini letterari. Il protagonista Michelangelo, di professione (significativamente) tipografo, tipica reincarnazione dell’inetto avulso e scoraggiato dal mondo, riposiziona la propria esistenza quando incontra l’opera di Antonio Biamonti, grande e prolifico scrittore d’insuccesso, destinato (forse) a una gloria postuma.
I libri riusciranno a sbloccare la paralisi esistenziale? Una scrittura – e dunque soprattutto una vita – priva di reticenze e setacci, aliena da compromessi a costo di limitarsi ai risconoscimenti di una nicchia seppur molto fidelizzata, è praticabile da chi invece, proprio per via della letteratura, non vive? I libri rendono vincenti o perdenti? Aiutano a individuare il passaggio azzeccato nelle sliding doors che a ognuno si presentano? E soprattutto, quesito subdolo perché sostanziale: un’esistenza che rompe gli schemi, e che in quanto tale dovrebbe perciò essere il miglior antidoto alla letteraturizzazione della vita, non rischia a sua volta di essere un’ulteriore illusione, risultando in fin dei conti una forma sublimata proprio di letteraturizzazione?
Oltre a farsi contorta e ai limiti del nichilismo, tale riflessione rischia di appesantire di una non molto attrattiva carica retorica qualsiasi romanzo che vi si dedichi: molta critica odierna tende a preferire la veicolazione delle idee di chi scrive (ma anche di chi filma, o più genericamente si esprime artisticamente) tramite le azioni e le trame, più che mediante l’inscenamento di convinzioni esibite: all’incirca dovrebbe essere questo il nucleo dello “show don’t tell” di cui tanto si parla.
Dunque Orofino, scrittore poliedrico e sensibile, questa volta si è dedicato a quello che si sarebbe tentati di definire “romanzo-saggio”, in ossequio alla sua grandissima passione per la scrittura e la lettura. Intende probabilmente così fare un bilancio – narrativamente articolato, e con una prosa tra l’altro impeccabile – della sua ispirazione: ed è certo un segno di onestà intellettuale. I suoi ormai non pochi lettori potranno attendere, nelle prossime prove, che l’estro lo porti verso nuovi, stimolanti lidi.
Alberto Raffaelli

Il libro:
Alessandro Orofino, “Senso”, Torino, Pathos Edizioni, 2024