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Il 10 febbraio in Italia si celebra il “Giorno del ricordo” per non dimenticare i diecimila e più italiani massacrati in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia tra il 1943 e il 1945.  Uccisi dai partigiani di Tito perché  erano italiani, una pulizia etnica, camuffata in una azione di guerra o vendetta contro i fascisti.
In realtà nelle cavità carsiche chiamate foibe vennero gettati ancora vivi, l’uno legato all’altro col fil di ferro, uomini, donne, anziani e bambini che in quel periodo di grande confusione bellica si erano ritrovati in balìa dei partigiani comunisti jugoslavi.

Oggi é anche il giorno dedicato alla memoria della grande tragedia dei profughi giuliani, 350.000 costretti a lasciare le case e tutti i loro averi, per fuggire una parte in Italia e  dimorare per periodi più o meno lunghi  nei 109  campi profughi allestiti dal governo italiano, per poi disperdersi per tutto il territorio italiano.

Agli occhi di molti italiani l’esodo istriano assume dunque i contorni tipici di un semplice fenomeno migratorio. Un evento che porta  con sé la scia di problematiche che ogni emigrazione si porta dietro, contribuendo ad alzare barriere tra nuovi arrivati ed autoctoni che, nel caso specifico dell’esodo, sembrano pronti ad abbandonarsi a giudizi stereotipati e di facciata, dimostrando nel contempo una scarsa capacità di “messa a fuoco e di solida conoscenza” [S. Salvatici, 2008] delle motivazioni che hanno spinto migliaia di connazionali a lasciare la propria terra di origine.

Una condotta che ha come primo effetto quello di rimandare i momenti di contatto e di comunicazione necessari a favorire quella reciproca conoscenza che, non senza fatica, permetterà con il trascorrere degli anni il superamento di ogni steccato e il progressivo inserimento dei profughi giuliano-dalmati nel tessuto sociale e culturale delle diverse realtà italiane in cui essi hanno ricominciato a vivere.

Mentre gli altri circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. L’esodo istriano-dalmata è inquadrabile in un fenomeno globale di migrazioni più o meno forzose di interi popoli all’indomani della seconda guerra mondiale e che comportò lo spostamento di oltre trenta milioni d’individui di tutte le nazionalità.


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