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di Paola Fagone

Lo slogan palermitano del Gay Pride 2016 suscita polemiche e giustamente. E’ osceno e di dubbio gusto e per certi versi, offensivo.

Chiariamo subito una cosa, chi scrive non è bigotta, non sopporta i moralismi, detesta ogni forma di pregiudizio. Ma è chiaro che lo slogan scelto per il prossimo Gay Pride di Palermo fa saltare dalla sedia chiunque. Non solo per il contenuto discutibile, “ficcare” è un termine forte e di pessimo gusto, inequivocabile, ma anche perché si è scelto di usare il dialetto siciliano per veicolare un messaggio di pessima qualità. A questo punto, quando i giochi sono fatti e tutto è pubblico, già visto e ampliamente discusso, mi pongo sempre il problema del prima. Il prima è lo studio del creativo che si spreme da giorni per concepire un messaggio efficace e ficcante, appunto. Il lampo di genio esce improvvisamente, ma emerge a seguito di indicazioni, relative a chi si vuole indirizzare, del perché, con quale effetti e soprattutto da parte di chi. E il punto è proprio questo, immagino quindi che la comunità gay palermitana condivida pensieri e messaggi da veicolare a coloro che sono sensibili a certe tematiche sociali, oppure  blandamente simpatizzanti e lo faccia all’unanimità. In questo slogan non si vuole comunicare niente di civile, ma pura volgarità, che compiace quanti vorrebbero i gay estinti. Si offre in un vassoio d’argento la conferma che certi retaggi culturali sono difficili da sradicare e paradossalmente sono concepiti da chi dovrebbe biasimarli. Penso alla difficoltà di spiegare ai meno giovani terminologie sessiste e di bassissimo livello. Perché tra adulti ci siamo capiti e con le pacche sulle spalle, ma ai giovani, ai bambini o agli anziani, magari restii a comprendere o volerlo fare, che messaggio arriva con questo slogan? Arriva un messaggio di dubbio gusto, incomprensibile giacché andrebbe sottotitolato – esprimersi in dialetto consente esclusioni – ed incapace di essere rappresentativo della comunità gay palermitana e siciliana, alla costante ricerca di normalità, di accettazione. Una comunità che è fatta di famiglie vere, con bimbi, parenti e amici da affrontare nell’affermazione dei propri diritti. Nel the day after della legge Cirinnà, la comunità gay tutta ha incassato l’ennesimo colpo basso, ovvero vedere stracciate gran parte delle intenzioni del legislatore, a favore di un bigottismo becero e anacronistico. Nello slogan palermitano si è fatto un salto nella macchina del tempo, ma ai tempi della pietra e della clava. In dialetto siciliano, e lo trovo grave, si è voluto passare un messaggio offensivo per tutti, gay ed etero. Si è tracciato un solco tra noi e voi, gli altri e loro. E chi si vuole rappresentare attraverso questo slogan è incivile, complice di un messaggio denigratorio, al dialetto, ai gay, agli etero e quanti con dignità rendono questa società civile, crescendo figli, accudendo genitori, vivendo dignitosamente una presunta diversità. In tal senso, mi pare evidente che il Gay Pride palermitano non è rappresentativo del popolo siciliano o di chi condivide le istanze dell’universo omosessuale. Non é rappresentativo nemmeno dei bambini figli di etero e gay che avrebbero il piacere di partecipare ad un evento importante e necessario per l’affermazione e la legittimazione dei diritti. Il Gay Pride di Palermo è solo la sagra di quattro travestiti che si prostituiscono in via Roma dopo le ventitre.

 

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