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Per comprendere meglio la struttura di ogni sistema economico non basta analizzare i dati dell’occupazione o dell’inflazione oppure del potere d’acquisto dei consumatori. Per verificare la salute di un’economia moderna, va osservato quanto esso investa nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico del proprio territorio. Uno studio europeo chiamato “economic, social and territorial situation of Sicily” analizza la struttura economica dell’isola e le attribuisce lo status di “moderate innovator”. L’investimento complessivo in ricerca e sviluppo non supera l’1% del Pil regionale mentre quello nazionale si aggira attorno al 2%. Tale divario dovrebbe far riflettere la nostra classe dirigente poiché rende poco efficienti i poli tecnologici presenti in Sicilia, i quali avrebbero tutte le potenzialità per sviluppare reti di impresa moderne e competitive a livello internazionale. Il divario si accentua se compariamo il numero degli addetti in ricerca e sviluppo della regione con la media italiana ed europea.

 

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Ogni mille abitanti in Sicilia, solo l’1,70 per mille lavora nella ricerca mentre in Italia questo dato sale al 2,8 e in Europa arriva al livello di 5,10 per mille. Un quadro poco soddisfacente se pensiamo all’alto capitale umano che la Sicilia dispone. La classe dirigente della Sicilia avrà nei prossimi vent’anni un’ulteriore sfida da affrontare e solo attraverso investimenti pubblici e privati, si potrà porre limite al gap tecnologico con il resto d’Europa.

 

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