E l’uomo creò i suoi credi religiosi

Riguardo al sentimento religioso alcuni pensano che sia sempre esistito fin dall’inizio dell’umanità. Questo fenomeno ha avuto un inizio, degli sviluppi ed al giorno d’oggi con l’aiuto fornito dalle scienze per comprendere certi fenomeni, un declino. Il percorso che ha portato al definirsi della specie Homo sapiens è stato lungo e tortuoso. Le tracce umane che possano far supporre una qualche religiosità, risalgono al Paleolitico superiore. Prima di questo periodo con ogni probabilità non vi era nulla che riguardasse la sfera religiosa. Nelle altre specie di animali non vi è nulla che abbia a che fare con il “religioso”; quindi il sentimento del sacro è un qualcosa che può essere stato posto in essere solo dalla razza umana. Esso seppur molto diffuso nei tempi antichi, non era tipico di tutti gli uomini essendo esistiti negli stessi periodi atei e scettici. Un’altra costatazione è che il modo di estrinsecare la “religiosità” cambia da soggetto a soggetto, da popolo a popolo e da epoca ad epoca. L’uomo ha creato e modificato le varie divinità a seconda della propria indole e convenienza.
Purtroppo i ritrovamenti dei reperti risalenti all’uomo primitivo non ci forniscono dati univoci e certi in quanto non supportati dalla scrittura o da altri materiali di facile interpretazione, quindi sul loro tipo di religiosità possiamo fare solo delle ipotesi. Per la formulazione di queste ipotesi è utile il confronto con usi e costumi di tribù che vivono in modo simile agli uomini primitivi, studiate dagli antropologi nei tempi più recenti. Unendo tutti questi materiali si possono formulare delle teorie circa la religiosità primitiva che inizialmente, non era né uniforme, né presente in tutte le aree geografiche del pianeta. Con i primi agglomerati umani che costituirono le prime città non vi sono tracce di edifici adibiti a culti religiosi. Con il nascere dei regni si definì la classe dei sacerdoti e le connotazioni delle varie divinità che spesso (soprattutto in oriente) si identificarono con il re. Da qui le costruzioni dei luoghi di culto ed il tramandare i concetti religiosi in maniera più unitaria. L’incontro tra culture, la costruzione di imperi hanno dato vita alle grandi religioni che a causa di diversi fattori hanno standardizzato le idee sul sacro; nonostante questa uniformazione, si può constatare una diversa interpretazione dei singoli individui sui dettami religiosi dovuti appunto, alle esperienze, all’indole ed alla percezione di certi fenomeni da parte di ciascun essere umano.
Nelle nostre società grazie alla maggiore consapevolezza del funzionamento di certi meccanismi quali ad esempio le influenze della psicologia di massa, lo studio di certi fenomeni sia fisici che mentali, che forniscono spiegazioni se non certe, probabili, le verità dogmatiche tramandate automaticamente dalla religione hanno sempre meno valore, considerazione ed utilità nella vita associata.

 

 

2. Le molteplici vie della psiche umana

Il cervello umano reagisce a miliardi di input sia esterni che interni rielaborandoli in svariati modi. Ciò ha anche creato percezioni fallaci non corrispondenti alla realtà. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la reazione inquadrata nel sentimento della paura, a seguito di un rumore improvviso, sia frutto di un meccanismo di sopravvivenza che ha la funzione di rendere l’uomo allerta su un eventuale pericolo; così il rumore causato da un ramo che si spezza desta allerta perché quel rumore può essere causato da un predatore che si avvicina. Questo sistema di “allarme” insito nel nostro cervello può avere contribuito alla nascita del sentimento religioso riguardo al timore di un essere invisibile identificato per esempio in uno spirito o in un dio. Stazio nella sua opera intitolata Tebaide, libro III verso 661, affermò: «Primus in orbe Deos fecit timor». La paura primariamente creò nel mondo gli dei.
È necessario fare una distinzione tra funzionamento del cervello, che è uguale in tutti gli uomini, e mente che invece è differente da soggetto a soggetto. La psicologia ha svelato l’origine di malattie della mente che non solo influiscono sulla percezione errata della realtà, ma anche incidono sul buon funzionamento delle funzioni corporee. Certe malattie psicologiche non manifestano alcuni sintomi al livello fisico, così gli esami condotti dai medici non rivelano lesioni ai tessuti od agli organi che appaiono sani. Per esempio nella catalessi il soggetto rimane immobile senza che vi siano lesioni ai muscoli ed in certi casi ai nervi; questa patologia può guarire (oltre con le opportune cure) per uno shock emotivo. Questo può costituire una delle spiegazioni della nascita di concetti illogici come la grazia ricevuta dal dio, un pellegrinaggio in un luogo sacro andato a buon fine ed altre esternazioni che rientrano nella categoria dei miracoli.
Le malattie psicologiche e non, in passato ed in misura minore ancor ora, destano stupore e paura.
Già Ippocrate padre della medicina occidentale, parlò dell’epilessia come di una malattia; ai suoi tempi veniva chiamata “morbo sacro”, appunto per la meraviglia e l’inquietudine che i sintomi e le manifestazioni di tale patologia generavano nella gente.

3. Il dio è nella testa e non nel cuore

Il cervello umano è frutto di un lungo percorso evolutivo che oltre ad innovazioni dovute all’adattamento, trascina con sé anche vecchi retaggi comportamentali. Infatti, nel nostro DNA si possono trovare tracce genetiche comuni ai nostri antichi antenati. La diversificazione che ha creato la varietà di esseri viventi sul nostro pianeta, ha comportato anche una specificazione di diverse funzioni del cervello. Così per esempio, un rospo percepisce un punto nero come una preda ed aziona la sua lingua per catturarla; l’apparato sensorio di questo anfibio è semplice e quindi anche facilmente ingannabile. Se proviamo ad utilizzare il telefono cellulare con il gioco dove appaiono le formiche da schiacciare, il rospo vedendo questi insetti virtuali cercherà di afferrarli con la sua lingua. Si pensi che certe funzioni addirittura cambino nella stessa specie a seconda dello stadio di sviluppo. Nell’uomo accade lo stesso. Per esempio un bambino di sei o sette mesi percepisce gli oggetti solo quando sono alla sua portata visiva. Un esperimento per confermare ciò, può essere facilmente compiuto, quando un bambino dell’età sopra specificata cerca di afferrare gli occhiali di chi lo tiene in braccio; basta che quest’ultimo li nasconda nella sua tasca anche sotto gli occhi dell’infante. Una volta compiuta questa operazione, il bimbo cesserà dal suo iniziale intento perché la sua percezione si limita agli oggetti che rientrano nella sfera della sua diretta percezione (quindi non andrà a cercarli nella tasca). Negli esseri umani adulti dove le funzioni sono più complesse, possono accadere anche dei fraintendimenti tra ciò che effettivamente è, e ciò che pensiamo che sia. I significati che l’uomo può dare ai fenomeni possono essere molteplici a seconda delle condizioni nelle quali sono stati percepiti od anche per le molteplicità interpretative utilizzate nelle nostre aree celebrali. Così un uccello migratore utilizza le stelle per orientarsi nel volo notturno, mentre l’uomo oltre a sfruttarle per lo stesso motivo (cosa che accadeva soprattutto tra gli uomini di mare prima dell’avvento delle tecnologie moderne), rimane anche estasiato dalla bellezza di un cielo stellato, lasciando sfogo all’immaginazione. Questa immaginazione a volte si trasforma in fantasia che falsifica la realtà (come nel caso degli oroscopi) od in culti religiosi (come nel caso della venerazione di Orione che era praticata in Beozia).
L’uomo nel corso della sua storia, oltre a subire retaggi arcaici ereditati geneticamente, ha vissuto per la gran parte del tempo con uno stile di vita che comportava la caccia e la raccolta, il che ha avuto ripercussioni anche sul suo sistema sociale. Tutto questo si è riversato anche nelle concezioni inerenti al sentimento religioso. Così alcune teorie hanno supposto che il dio o le divinità siano conseguenza dell’idealizzazione del “capo branco” e da qui le lotte presenti nelle mitologie per la supremazia, il ruolo di punitore degli ingiusti, e così via. Altri studi hanno teorizzato che il timore verso il sacro derivi da “fraintendimenti” dovuti a primitive funzioni che ancora influenzano i nostri comportamenti, come per esempio, la paura di un essere invisibile che ci controlla, riconducibile all’istinto di allarme che desta un rumore improvviso, come quello causato da un ramo spezzato, che in altri periodi storici del percorso evolutivo, era di fondamentale importanza per non essere predati da altri animali; e da qui tutti i credi che vedono segni divini in casualità o fraintendimenti legati a cose od accadimenti.

4. La trasmissione culturale e la religione

Lo sviluppo di ogni essere umano è legato all’apprendimento. Vi sono certe abilità che se non si apprendono in un determinato periodo dello sviluppo, comportano gravi deficit nell’individuo. Così per quanto riguarda il linguaggio, studi scientifici hanno dimostrato che se da bambini non vi è nessuno che insegna loro a parlare, questi avranno gravi problemi di comunicazione per tutta la vita. Un esempio tipo è fornito da un esperimento effettuato da Federico II per la ricerca della lingua naturale; tale episodio trasmessoci da Salimbene da Parma (Cronica par. 1664-1665) narra che questo sovrano medioevale ordinò di allevare dei neonati senza l’uso della parola: il risultato fu che nessuno di questi imparò mai a parlare e tutti morirono prematuramente. Questo triste esperimento era volto a dimostrare l’eventuale esistenza di una lingua universale ed innata.
Riguardo alle religioni il contesto familiare e sociale è molto importante per la loro diffusione. Al contrario di certe abilità tipiche dell’uomo, se la religione non viene appresa, non comporta nessun deficit. Esempi in tal senso sono l’educazione atea ed i casi classici dei “bambini lupo” (per esempio Mowgli il cucciolo d’uomo allevato dai lupi del celebre racconto di Rudyard Kipling), cioè quelli cresciuti fuori dal gruppo sociale umano. Ciò dimostra che il sentimento religioso non è insito in ogni uomo e soprattutto che non è essenziale per lo sviluppo delle normali funzioni tipiche di un individuo sano.
Un ruolo di primaria importanza nella diffusione dei credi lo occupa la trasmissione culturale. Se sin da piccoli si è educati al rispetto di determinati dettami religiosi, vi è un’alta percentuale di diventare credenti o di avere idee generali tipiche di una determinata religione soprattutto, come avveniva in tempi passati, se non vi è una diffusione di idee critiche ed alternative, ma solo un’imposizione con metodi coercitivi, che in molte epoche comportavano l’isolamento sociale o addirittura la morte per chi non si allineava. Diversi studi hanno evidenziato l’importanza dell’educazione dei bambini nell’ambito del sacro. Così i bambini Boscimani Mrican, che fin da piccoli partecipano ai riti sciamanici, hanno molte più probabilità utilizzando certe tecniche, di entrare in estasi religiosa rispetto ai loro coetanei che vivono nei paesi industrializzati che non sono abituati ad assistere alle pratiche sciamaniche.
Il bambino non recepisce tutto automaticamente ed in maniera identica a chi lo educa; così ai nostri tempi nonostante molti abbiano ricevuto da piccoli un’educazione religiosa, crescendo sviluppano idee diverse ed in molti casi contrastanti con i dogmi religiosi. Addirittura in tempi passati sono state condotte ricerche che hanno dimostrato la presenza di persone scettiche, dissidenti e correnti scissioniste circa il pensiero religioso tramandato dalla cultura ufficiale. Così per esempio Brian Hayden ci racconta di aver scoperto che in una delle comunità più religiose, quella dei Maya che abitavano negli altopiani, era presente una straordinaria presenza di persone che si professavano agnostiche ed atee; circa il 10% delle persone non si curava dei rituali o delle credenze soprannaturali, mentre un altro 10-20% aveva abbandonato le loro credenze tradizionali a favore di nuovi sistemi di credenze proposte dei missionari che venivano da fuori. Un altro studio di Karl Izikowitz (1951:321) ha riscontrato la stessa percentuale di atei ed agnostici in una popolazione molto remota e legata alla tradizione nel sud-est asiatico, quella dei Lamet. Invece, la studiosa Marie Reay (1959:131) ha osservato che nella cultura Kuma in Nuova Guinea, la maggior parte delle persone non avevano una conoscenza operativa delle proprie dottrine religiose o dei propri miti, anche se questi erano per loro accessibili, probabilmente a causa del loro disinteresse nei confronti di ciò che riguardava il sacro.

5. Conclusioni

Per quanto brevemente riassunto, la religione non è nulla di naturale, innato ed uniforme. I motivi che spingono la gente a credere in qualcosa, sono più diversi fra loro di quanto si pensi. Su questo incidono fortemente l’educazione, l’indole, le esperienze personali e l’interpretazione di certi fatti.
Una maggiore conoscenza di sé e dei fenomeni esterni, nonché lo studio di certi processi e delle stesse religioni, porterebbero ad una maggiore consapevolezza delle scelte religiose (o di non essere religioso), in gran parte dei credenti.
Il peggior nemico della religione è la conoscenza, se molti tra coloro che hanno sposato una fede, leggessero i testi considerati “sacri” sui quali si fondano le loro religioni, troverebbero validi motivi per diventare atei.
Terminando questo breve articolo che ha per oggetto un vasto argomento, possiamo affermare: “Non esiste un dio per tutti, ma viene creato un dio da ognuno e per ogni religione”.

LASCIA UN COMMENTO