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Domani, per il 62° anniversario dell’uccisione di Salvatore Carnevale, la Cgil Palermo, il comune di Sciara e le scuole terranno una serie di iniziative per ricordare la sua figura e il suo impegno di sindacalista. Alle ore 9 la deposizione dei fiori presso il monumento celebrativo, a Cozzi Secchi, nelle campagne di Sciara; alle ore 9.30, deposizione di una corona presso la tomba al cimitero comunale. Alle 10,30, presso piazza Castelreale, dopo i saluti istituzionali, andrà in scena la rappresentazione di “Scacco matto alla mafia”, opera in atto unico, scritta dalla docente Carolina Lo Nero, realizzata dalla scuola secondaria di 1° grado di Sciara ”Salvatore Carnevale”. Alle 20,30, in sala consiliare si terrà il recital “Gira strummula gira” dell’associazione culturale Kairos e alle ore 21 la proiezione di un cortometraggio per la regia di Gaetano Rini.

Oggi il nostro compito è quello di fare memoria ma non solo- dichiara Mario Riduldo, della segreteria Cgil Palermo, presente domani all’incontro – La lotta alla mafia è lotta di popolo per l’emancipazione, è lotta per la libertà. Carnevale non scappa, non abbandona la sua terra e i suoi compagni, pru sapendo che rischia la vita. L’odio mafioso che ha armato la mano degli assassini di Turi Carnevale è la stessa che ha provocato lutti, povertà e sottosviluppo a questa terra ed è grazie a persone come Turi Carnevale che tale odio non ha preso il sopravvento. Occorre allora animare la speranza, soprattutto dei più giovani, perché le cose possono cambiare: la mafia, la povertà e il mancato sviluppo di questa terra non sono il nostro destino”.

Per Dino Paternostro, responsabile del dipartimento Legalità della Cgil Palermo, Salvatore Carnevale è “l’angelo senza ali” celebrato dal poeta Ignazio Buttitta, che ha commosso tante generazioni di giovani. “La mamma, Francesca Serio, è quella mamma-coraggio ante-litteram, ammirata ovunque – aggiunge Paternostro – Per l’impatto emotivo e la capacità di coinvolgimento. Salvatore e mamma Francesca rappresentano un po’ il Peppino Impastato e la mamma Felicia dei nostri giorni.
Carnevale, però, rappresenta soprattutto la voglia del popolo siciliano di ribellarsi alle ingiustizie e lottare per conquistare lavoro e diritti. Un messaggio ancora oggi di estrema attualità”.

SCHEDA SU SALVATORE CARNEVALE di Dino Paternostro

Salvatore Carnevale fu assassinato dalla mafia il 16 maggio 1955. Quando cadde sulla trazzera, crivellato da sei colpi di lupara, il sindacalista non aveva ancora compiuto trent’anni. Era nato a Galati Mamertino, in provincia di Messina, il 25 settembre 1925, da Giacomo Carnevale e Francesca Serio. A Sciara si trasferì piccolissimo insieme alla madre, separata dal marito. Nel 1951, con un gruppo di contadini, aveva fondato la sezione socialista e la Camera del lavoro del paese. E subito cominciò a battersi per l’applicazione della riforma agraria e la divisione dei prodotti della terra a 60 e 40 (60% al contadino e 40% al padrone), ottenendo i primi risultati positivi. Una cosa inaudita per i gabelloti e i campieri della principessa Notarbartolo, che fino ad allora erano riusciti a tenere Sciara fuori dalle lotte contadine della Sicilia centro-occidentale. E, sull’onda dei primi successi, ad ottobre organizzò l’occupazione simbolica del feudo della principessa, ma fu arrestato insieme a tre suoi compagni. Scarcerato dopo dieci giorni, ma rinviato a giudizio, dovette aspettare l’estate del 1954 per essere assolto.

Nel frattempo il movimento contadino era cresciuto, fino a ottenere due decreti di scorporo delle terre del feudo eccedenti i 200 ettari: il primo del 21 luglio 1952, l’altro il 16 marzo 1954. Dai primi di agosto del 1952, però, il giovane sindacalista fu costretto ad andar via da Sciara, per “rifugiarsi” a Montevarchi, in provincia di Arezzo. Probabilmente, per sfuggire alla feroce mafia di Caccamo che il 7 agosto aveva assassinato Filippo Intili, sindacalista caccamese. Oppure perché temeva una dura condanna al processo per l’occupazione del feudo Notarbartolo. Tornò a Sciara due anni dopo, e subito diede impulso a nuove lotte per chiedere l’assegnazione della terra ai contadini (dei 704 ettari scorporati, infatti, ne erano stati assegnati appena 202), occupando nuovamente il feudo Notarbartolo.

Ancora una volta fu minacciato dai mafiosi, denunciato dalle autorità e condannato a due mesi di carcere con la sospensione condizionale della pena. Rimasto disoccupato, inaspettatamente, gli fu offerto un posto di lavoro nella cava Lambertini. Carnevale accettò e il 29 aprile 1955 cominciò a lavorare. Ma anche qui continuò la sua attività sindacale, organizzando gli operai per rivendicare il diritto alle otto ore lavorative. “Se ammazzano me ammazzano Cristo!” La sera del 10 o dell’11 maggio, un emissario della mafia gli disse: “Lascia stare tutto e avrai di che vivere senza lavorare. Non ti illudere, perché se insisti, finisci per riempire una fossa”. “Se ammazzano me, ammazzano Cristo!”, rispose Carnevale, che, a scanso d’equivoci, il 12 maggio proclamò lo sciopero dei cavatori per il rispetto dell’orario di lavoro e il pagamento del salario di aprile. All’iniziativa aderirono trenta dei sessantadue operai: un successo. Allora piombarono alla cava il maresciallo dei carabinieri Dante Pierangeli e il mafioso Nino Mangiafridda. “Tu sei il veleno dei lavoratori!”, gli disse il maresciallo. E il mafioso: “Picca nn’hai di sta malantrinaria!”.

Salvatore Carnevale fu assassinato la mattina del 16 maggio mentre si stava recando a piedi sul posto di lavoro. Qualche ora dopo, di corsa e col cuore in gola, mamma Francesca si recò sul luogo del delitto, abbraccio il figlio e gridò: “Me l’hanno ammazzato perché difendeva tutti i lavoratori, il figlio mio, il sangue mio! Gli assassini bisogna cercarli tra gli amici e i dipendenti della principessa Notarbartolo!”. Il processo di primo grado si svolse a S. Maria Capua Vetere e si concluse con la condanna all’ergastolo dei quattro imputati: Giorgio Panzeca, Luigi Tardibuono, Antonino Mangiafridda e Giovanni Di Bella. Ma il processo d’appello e quello in Cassazione avrebbero ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo tutti gli imputati per insufficienza di prove. Il commento della mamma Carnevale: “Me l’hanno ammazzato una seconda volta!”.

 

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