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Gentile Ministra,
per evitare di fare sulla scuola i soliti discorsi da sotto l’ombrellone in questa calda estate, o limitarsi ad affascinare studenti e uditorio nel confortevole e quanto mai accogliente meeting di Rimini, o ipotizzare scenari impossibili di “rivoluzione scolastica” a senso unico, sarebbe opportuno che lei tenesse a mente alcune cosette – pur senza fare discorsi da sfascio totale – che mi permetto di sintetizzare al massimo non solo per economia di spazio, ma soprattutto per evitare lungaggini nelle argomentazioni:

– Fare demagogia è facile, ma che senso ha parlare di formazione/obbligo fino a 18 anni, se poi non si assicura quella “continua” o “permanente”, dato che gli attuali “saperi” della scuola, sono soggetti ad una diffusa e rapida obsolescenza, o vengono dimenticati perché non utili e/o non utilizzati per il resto della vita ?

– La questione non sta tanto negli anni di scuola, quanto nei contenuti, e per fare ciò, bisogna rivedere modelli organizzativi e curricoli, come abbiamo sostenuto da sempre. Lei sull’onda- del déjà vu s’è limitata ad amputare il quinto anno nei licei spacciati per sperimentali, senza neppure conoscere e/o rendere pubblici gli esiti delle sparute sperimentazioni già autorizzate ed in corso. Se esiti ci sono stati!

– L’obbligo e il diritto all’istruzione non si misurano a metro, ma in qualità: la scuola di questi ultimi decenni non è stata messa in condizione di riflettere ed auto-generarsi, s’è solo adattata a fare il meno peggio possibile, tormentata, come è stata (sic!) da malanni interni e da pesanti interferenze esterne che le hanno creato sofferenze non risolte.
– Che senso ha una formazione/obbligo fino a 18 anni se la scuola resta palestra di non cultura sociale e politica, se continua a somministrare dosi pseudoscientifiche di saperi solo attraverso libri e manuali datati, mentre i ragazzi di oggi, compreso i più piccoli, utilizzano i social per una conoscenza usa-e-getta?

– Che senso ha una scuola a 18 anni se si pensa solo al “quanto” e non ”al cosa” serve? Non evoco modelli confindustriali, ma non posso non valutare, con estrema attenzione, le attuali generazioni che vivono una dimensione mediatica aberrante e, per certi versi, condizionante sul piano esistenziale. In questo senso non basta legittimare in aula calcolatrici elettronica, tablet e smartphone … ad uso didattico.

– Che senso ha parlare di obbligo fino a 18 anni se non si assicura una scuola di qualità, una scuola per la vita, utile al processo ed alla crescita dell’uomo e del cittadino, utile a pareggiare i dislivelli culturali, utile a valorizzare il merito? Aumentare l’obbligo aiuterà l’occupazione giovanile? Aumenterà l’occupazione dei docenti dequalificati e mal pagati?
– Che senso ha estendere l’obbligo di istruzione e formazione fino a 18 anni, se l’approccio che le ha dettato è meramente funzionalistico, quasi una risposta agli interessi del mondo produttivo, e non di ampio respiro culturale e formativo ?

– Che senso ha proporre di estendere l’obbligo senza istruzione/formazione utile per la crescita umana e sociale, oltre che per la vita lavorativa futura? Lo sa quanta gente non legge i giornali e le riviste? Lo sa quanta gente non ascolta/vede un notiziario, un reportage di attualità? Lo sa quanta gente, anche laureata, non acquista un libro qualunque, saggistica o professionale? Allora, che senso ha, in un quadro tanto degradato, e poco produttivo, parlare solo di obbligo da elevare? Perché prima non ridare alla scuola i suoi legittimi spazi autonomi di formazione (risorse permettendo!) e quindi valutare dopo la durata del curricolo ?

– Che senso ha parlare di elevazione dell’obbligo senza investire sull’istruzione permanente, per corroborare periodicamente conoscenze e competenze necessarie per questo secolo, e che sono ben diverse da quelle che abbiamo studiato noi, ovviamente per chi ha studiato? Perché non rifondare la curiosità e la scoperta del sapere che cambia e fare investimenti in formazione in tutti i settori (pubblico e privato), compreso le famiglie ?

– Perché non rivedere interamente l’intero percorso partendo dal 5° anno obbligatorio della scuola dell’infanzia, secondo il modello: scuola dell’infanzia: 3 anni, di cui l’ultimo obbligatorio; scuola primaria: 5 anni; scuola secondaria di I grado: 3 anni; scuola secondaria di II grado: 4 anni; biennio finale, sempre obbligatorio, di indirizzo verso l’università oppure gli ITS, però gestiti dalla scuola? Dopo tutto l’obbligo fino a 18 anni nei Paesi Ue è previsto solo in 4 nazioni: Belgio, Portogallo, Paesi Bassi e Germania, ma solo in alcuni lander; nella stragrande maggioranza, quindi, l’età di uscita è fissata a 16 anni, come è attualmente in Italia. Inoltre c’è il problema utenza; leggendo la stata quotidiana di ieri, si possono cogliere almeno tre linee di pensiero, con tanti punti di domanda: 1) Chi paga si chiedono i genitori ed i ragazzi, alcuni dei quali spacciati per entusiasmi della proposta? Lo Stato se ne farà carico totale? È solo un’imposizione? E chi non vuole che farà; accrescerà l’evasione scolastica? 2) Parecchi giovani sembrano meno interessati, guarda caso, sull’impegno del percorso formativo obbligatorio; 3) Altri intervistati, sempre tra genitori e studenti, invece avanzano seri dubbi sulla proposta che ritengono confusa che rischia di far scadere ancora di più la qualità dell’insegnamento.

– In ultimo, dato che non disonorevole mai parlare di soldi, le chiedo: prima di parlare di elevazione dell’obbligo a 18 anni, risolvendo la dissonanza tra obbligo formativo e di istruzione, ha provato a convincere il ministra Padoan a liberare 15-20 miliardi per la scuola, e poi ne riparliamo.

– In buona sostanza, per concludere, significa creare le condizioni perché per la scuola si elabori un progetto ardito ma valido, saggio, cioè meditato e lungimirante, che colga il meglio anche dagli altri sistemi scolastici europei, con risorse adeguate, tale da identificare prima e costruire poi le esigenze e le potenzialità delle nuove generazioni ed adeguarle alle necessità della vita umana, culturale, sociale ed economica del nostro Paese. Altrimenti, significa solo fare discorsi sotto l’ombrellone, o peggio, solo becera propaganda politica pre-elettorale, che forse come responsabile del Miur, nella qualità, potrebbe risparmiarci. Almeno lei!

Ninni Bonacasa

 

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