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In Italia circa 2 milioni w 200 mila giovani tra i 15 e i 29 anni, il 24,3% della popolazione della stessa fascia d’età, secondo fonti Istat ed Eurostat, non studiano, non lavorano, non seguono una formazione. Sono i neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Trainin), un universo che dopo la fine degli studi (diploma o laurea) o che ha abbandonato gli studi anticipatamente, non trova lavoro!
Una situazione pesante da cui prima si esce e meglio sarà, dato che il costo sociale dei neet nel 2016 ha pesato sulle casse dello Stato per 36 miliardi di euro, il 2% del Pil.
Se è vero, come è vero, che la curva dei giovani inoccupati scende in Europa, in Italia, però, il calo è meno significativo.
Qualche dato può essere utile per riflettere su questo grave problema: nel 2007 nella Ue il numero dei neet era il 13,2%, è cresciuto al 15,9% durante la crisi, ma è ridisceso al 14,2% nel 2016; in Italia, invece, il tasso dei neet era del 18,8% nel 2006, è salito al 26,2% durante la recessione ed è sceso appena al 24,3% l’anno scorso!
Secondo alcuni studiosi di demografia occorrono precise azioni per ridurre il fenomeno neet:
1) formare i ragazzi, già a scuola, con competenze avanzate tecniche e digitali, ma anche capacità relazionali (creatività, intraprendenza, sapersi mettere in discussione);
2) investire nell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro;
3) valorizzazione dei giovani da parte delle aziende, con pagamento salariale equo (e non al ribasso!) per farli diventare risorse attive per la crescita competitiva del Paese.
Una ricetta possibile? Forse, dato che il programma Garanzia Giovani non ha dato i risultati sperati, mentre si attende qualcosa di più dalla riforma dei Centri per l’impiego, oggi quasi del tutto ignorati dai giovani.
Basta un dato: oggi ai servizi per l’impiego si rivolgono solo il 10% dei giovani tra i 20 ed i 35 anni, mentre gli altri preferiscono affidarsi a conoscenze per ritrovarsi – sempre che vada bene! – a svolgere un’attività poco o nulla coerente con la propria formazione.

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