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Chiedono la busta paga e l’azienda invece li licenzia. Il Tribunale ha condannato la società di imprenditori cinesi Z&H a reintegrarli. Avviati i pignoramenti per recuperare gli stipendi arretrati. La Cgil: “No al dumping sociale, distrugge i diritti dei lavoratori”.

Licenziati per aver preteso la busta paga dai loro datori di lavoro, una società di imprenditori cinesi. E’ accaduto a cinque palermitani che lavoravano, nei primi tempi “in nero”, per un centro commerciale di Bagheria gestito da una società cinese. Dopo un controllo della guardia di finanza, sono stati messi in regola. E quando hanno chiesto di poter ricevere la busta paga effettiva, sono stati licenziati. Il Tribunale del lavoro di Termini Imerese, con diverse sentenze, nel 2017 ha dichiarato nulli i loro licenziamenti, ha ordinato la loro reintegra e ha condannato l’azienda a pagare le retribuzioni maturate.

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I cinque ex dipendenti, dell’hinterland palermitano, lavoravano in un noto centro commerciale di Bagheria, sulla SS 113, gestito dalla srl Z&H, specializzata in casalinghi, arredi, abbigliamento, elettronica, con negozi al Centro Guadagna e in via Ugo La Malfa e un emporio di prossima apertura nell’ex sede del negozio “Migliore” di via Di Maria. Dopo una visita ispettiva effettuata dai militari della Guardia di finanza, per la quale la società era stata obbligata a regolarizzare le posizioni lavorative, i lavoratori, assistiti dal legale della Cgil, l’avvocato Pietro Vizzini del Foro di Palermo, avevano avanzato la richiesta del regolare pagamento delle loro retribuzioni e la consegna delle buste paga.

Con le sentenze, la Z&H s.r.l. è stata condannata a reintegrare i lavoratori nei rispettivi posti di lavoro e a pagare loro le retribuzioni maturate. I lavoratori hanno richiesto il pagamento in loro favore di una somma pari a Euro 15 mensilità in sostituzione della reintegra. La Z&H s.r.l. non ha mai corrisposto ai lavoratori quanto stabilito dal Tribunale e per tale motivo, alcuni di questi hanno avviato delle procedure esecutive contro la società, effettuando dei pignoramenti.

La battaglia che abbiamo condotto a fianco di questi lavoratori è stata in primo luogo per la difesa del sacrosanto diritto a un lavoro equamente compensato e retribuito”, dichiarano il segretario della Cgil Palermo Enzo Campo e l’avvocato Pietro Vizzini. “Gli enti preposti ai controlli – aggiungono Campo e Vizzini – hanno il dovere di vigilare affinché siano garantiti i diritti principali del lavoratori e ciò al fine di evitare che nuove iniziative commerciali si trasformino in un fenomeno di dumping sociale –Occorre mantenere alta la guardia per contrastare il mancato rispetto delle leggi in materia di sicurezza, di diritti del lavoratore e di tutela ambientale, che consentono a un’impresa di ridurre i costi di produzione e quindi di vendere le proprie merci a prezzi molto più bassi di quelli di mercato. Abbiamo più volte denunziato tale situazione a tutte le autorità competenti e siamo ancora in attesa di risposte”.

Nel frattempo, il centro commerciale di Bagheria ha cambiato denominazione: è sorta un’altra società, la Sunny s.r.l., che gestisce diversi punti vendita anche a Palermo all’interno di noti centri commerciali, la cui legale rappresentante è la moglie del legale rappresentante della Z&H s.r.l. e svolge la stessa attività utilizzando alcuni dipendenti che già lavoravano per la Z&H s.r.l.

Alcuni lavoratori hanno avviato una causa per dimostrare la continuità d’impresa tra le due società e, inoltre, hanno più volte chiesto al Comune di Bagheria se la Sunny s.r.l fosse in regola con le autorizzazioni alla vendita. E’ emerso che la Sunny s.r.l. per un lungo periodo di quasi otto mesi aveva esercitato la propria attività commerciale abusivamente, in assenza della prescritta autorizzazione amministrativa. Tanto che, con ordinanza del dicembre 2017, l’amministrazione di Bagheria ha disposto la chiusura del centro commerciale che ha poi riaperto dopo alcuni giorni.

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