Camilla Cuparo, regista teatrale, sceneggiatrice, pittrice. «… essere nata in Calabria è stato determinante, per le scelte che ho fatto e per il carattere che ho …»

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Intervista di Andrea Giostra.

Ciao Camilla, benvenuta e grazie per la tua disponibilità. Se volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale artista della narrazione?

Ciao Andrea, grazie a te. È un piacere. Io sono nata da una madre che amava cantare e scrivere ma che, da bambina, ha dovuto imparare a fare il pane “da vendere”, e da una padre amante della musica che, cresciuto senza padre, si è sempre spaccato la schiena per lavorare. Entrambi con una mente geniale, creativi e amanti dell’arte. Hanno fatto enormi sacrifici per farmi studiare e devo a loro quello che sono. Ma anche essere nata in Calabria è stato determinante, per le scelte che ho fatto e per il carattere che ho. La passionalità e la “rabbia” che segnano le mie opere mi vengono certamente dall’essere calabrese. Ma anche l’amore, quello che muove le viscere e che mi fa essere empatica, compassionevole… quando scrivo ho una regola importante: non tradire mai tutto questo. Quando scrivo sono lo Ionio, la Sila e il sole cocente.

Qual è stato il tuo percorso artistico che ti ha condotto dove sei ora?

Ho iniziato a suonare il pianoforte a cinque anni, quando ancora non sapevo né leggere né scrivere. Ma già dipingevo. A otto anni ho scritto il mio primo romanzo, che ancora conservo. Ho frequentato il liceo artistico in una sezione di architettura e il conservatorio di musica, fino all’ottavo anno. Poi sono stata investita e ho trascorso molti anni a recuperare il mio corpo. Nel frattempo ho frequentato la scuola di teatro di Beatrice Bracco. È stato un momento di formazione importante. Lei era una grande didatta. Ce ne sono pochi. Ho indirizzato il mio percorso di formazione sull’insegnamento proprio per questo. Amo insegnare. E studiare. Ho approfondito lo studio dei sensi e lo sto facendo ancora, attraverso una ricerca sul corpo depositario. Sono anche una conduttrice di classi in esercizi di analisi bioenergetica. Ho studiato per tre anni all’IIFAB di Roma. E continuo a studiare. Sono curiosa.

Come definiresti il tuo stile narrativo? Chi sono i tuoi modelli e chi sono stati i tuoi maestri che vuoi ricordare in questa intervista?

Domanda interessante e difficile. Quando scrivo cerco di essere diretta, senza filtri ma anche di mantenere una bellezza di linguaggio, di parola intesa come suono. La parola devo sentirla in bocca come cibo, deve avere un profumo, una consistenza, un gusto che mi carezza le papille gustative. La parola la vivo con tutti i sensi. Non credo di avere un “modello”. Posso dirti che al liceo sono stata folgorata dalla scrittura di Emile Zola. Ho letto tutte le opere. I maestri che mi hanno segnata certamente sono quella delle elementari, Caterina Carella, bravissima, severa, materna. Ha sempre creduto in me. Certamente il mio maestro di pianoforte, Michele Pisciotta… lui era capace di mettere un solo dito sul piano e farti piangere per ore ogni cellula, per la bellezza che ne tirava fuori. E poi, ovviamente, Beatrice Bracco. A lei devo tantissimo. Io ero timida (e lo sono ancora, per fortuna) insicura e piena di paura. Una volta mi disse: in tanti anni di insegnamento non ho mai avuto un’allieva così talentuosa. Salgo sul palco rarissime volte ma, ogni volta che lo faccio, cerco di non deludere quel suo pensiero.

Se dovessi consigliare tre autori stranieri e tre autori italiani, chi consiglieresti di leggere e perché?

Sugli italiani ti dico subito: Pavese, Pasolini e Fava. Per la malinconia, la lucidità, la poetica freddezza, il narrare sinuoso… il malessere e anche la voglia di divorare la vita. E concedimi – anche se è un drammaturgo – De Filippo, per come ha saputo descrivere l’umanità. Con gli stranieri sono in difficoltà perché ne avrei troppi. Di Scott Fitzgerald, Hemingway, Miller, Mc Ewan, McCarthy e Bukowski, ho letto tutto. Abilità narrativa e occhio alla camera. Ogni pagina un insieme di immagini, colori, anime, emozioni… Arundhaty Roy ha scritto quello che, per me, è un capolavoro assoluto: Il Dio delle piccole cose. Un romanzo che non puoi spiegare ma solo vivere. Ho letto tutto Orhan Pamuk, Doris Lessing, la Allende e amo visceralmente la poesia narrativa di Mahamoud Darwish. Da drammaturga non posso non citare Shakespeare, per la lungimiranza e la potenza. Immortale e irraggiungibile.

Chi sono secondo te i più bravi sceneggiatori nel panorama internazionale e nazionale? E con chi di loro ti piacerebbe lavorare e perché?

Per prima cosa specifico che io scrivo per il cinema da pochissimi anni e che quindi non voglio mancare di rispetto a nessuno facendo delle preferenze. Ti dico quali i film che ho amato, pensando, chiaramente, alla scrittura, così evito di farmi dei nemici. Charlie Kaufman per “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” e “Being John Malkovich”. Tutta l’opera dei fratelli Coen, di Kubrick, di Lee; Eastwood con le sceneggiature di Paul Haggis, Brian Helgelan, Nick Schenk, Michael Straczynski e Richard LaGravenese. Ma come posso non parlarti di Bergman, di Kieslowski e von Trier o de I 400 Colpi di Truffaut? Per gli italiani certamente De Sica con la penna di Zavattini; Comenicini e Monicelli con la penna della Cecchi D’Amico. Ti dirò quali sono i registi per i quali vorrei scrivere. In Italia certamente Garrone, Tornatore, Costanzo, Crialese e Patierno ma anche Mainetti, i D’Innocenzo… chiaro che c’è tutto un filone che punta più sulla commedia, che mi piace molto ma che non è il mio genere, però riconosco belle penne dietro. Per il cinema internazionale, che dire? Chi, per i Coen, Eastwood, Stone, Trier, Haneke e Nolan non farebbe la valigia? Per Steve Mcqueen la farei subito!

«La sceneggiatura è il genere di scrittura meno comunicativo che sia mai stato concepito. È difficile trasmettere l’atmosfera ed è difficile trasmettere le immagini. Si può trasmettere il dialogo; se ci si attiene alle convenzioni di una sceneggiatura, la descrizione deve essere molto breve e telegrafica. Non si può creare un’atmosfera o niente del genere…» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Cosa ne pensi delle parole di Kubrik sulla sceneggiatura? Quanto è importante la sceneggiatura per la realizzazione di un’opera cinematografica?

Se lo sceneggiatore è anche regista e ha bene in mente ogni singola immagine, allora la descrizione può essere telegrafica. Può esserlo nel caso in cui uno sceneggiatore e un regista lavorino insieme sempre e l’intesa è tale da ridurre le descrizioni al minimo. In ogni caso sono convinta che un film debba funzionare sulla carta. Dico anche che ci sono “registi” capaci di appiattire anche la più grande delle storie. Le inquadrature sono come i colori per un pittore. Se non sa dipingere puoi presentargli un colore o la tavolozza migliore che hai… imbratterà la tela. O Dio… oggi qualche imbrattatore di tele vale più di pittori geniali. C’è una grande confusione in campo artistico. E molto, di questo, è dovuto ai social, che innalzano e livellano tutto. O lo seppelliscono.

«Le sensazioni date dalla storia la prima volta che la si legge sono il parametro fondamentale in assoluto. (…) Quella impressione è la cosa più preziosa che hai, non puoi più riaverla: è il parametro per qualsiasi giudizio esprimi mentre vai più a fondo nel lavoro, perché quando realizzi un film si tratta di entrare nei particolari sempre più minuziosamente, arrivando infine a emozionarsi per dettagli come il suono di un passo nella colona sonora mentre fai il mix.» (tratto da “La guerra del Vietnam di Kubrick”, di Francis Clines, pubblicato sul New York Times, 21 giugno 1987). Cosa ne pensi di queste parole di Kubrik sulle storie narrate da trasformare in film? Qual è la tua prospettiva in proposito?

Posso risponderti da regista teatrale e drammaturga. Io parto sempre da un’idea silente che per mesi si muove nella mia testa e fino a quando non mi coglie ogni organo resta lì, a fermentare. Deve stravolgermi, farmi male e bene e, se non accade, quell’idea non era buona o io non sono pronta per farne qualcosa, che sia uno spettacolo o un film, una canzone o un dipinto. Per ogni spettacolo impiego non meno di sette mesi, a volte un anno di lavoro. Scrivo, abbandono, rileggo. Abbandono ancora. Inizio a leggere ad alta voce e, nonostante abbia chiaro che si tratti di teatro, l’occhio è alla “camera” e allora, fino alla prova generale, ogni dettaglio diventa l’occhio della camera che ingigantisce tutto e pretendo da me e dagli attori una perfezione maniacale. Soprattutto emozionale. Nonostante ciò, ogni sera, quando si spengono le luci in sala, ho paura. Mi chiedo se ho fatto abbastanza per rendere esattamente quello che volevo. Sono molto severa con me.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, in una bella intervista del 1967 disse… «A cosa serve l’Arte se non ad aiutare gli uomini a vivere?» (Intervista a Michael Perkins, Charles Bukowski: the Angry Poet, “In New York”, New York, vol 1, n. 17, 1967, pp. 15-18). Tu cosa ne pensi in proposito. Secondo te a cosa serve l’Arte della scrittura, della narrazione, del raccontare, dello scrivere?

Io ho iniziato a scrivere per il teatro all’inizio degli anni 2000 con uno spettacolo che parlava di stupro. Poi ho parlato di guerra, di terrorismo, di malattia, femminicidio, immigrazione… spesso sono stata additata come “pesante” anche da chi non ha mai visto uno solo dei miei spettacoli. Oggi tutti vogliono fare teatro impegnato, anche quelli che ci andavano giù pesante con la mia drammaturgia. E, lasciami togliere qualche sassolino dalla scarpa, se lo fai solo per moda, il risultato è pessimo. Io ho scelto la scrittura d’impegno civile perché sono convinta che l’Arte debba farci porre delle domande. Non ho risposte. Non credo ce ne siano. E non amo le storie con la morale finale. Quando qualcuno mi dice: mi scrivi una bella storia, forte, di quelle che fanno piangere? Io scappo via a gambe levate, perché ci sento dentro la pochezza, l’affare studiato a tavolino per fare botteghino. Ma chi scrive ha una grossa responsabilità. La penna non può essere la puttana di questo o quel produttore per il solo profitto. La penna si impugna come un’arma o come una carezza. Non esistono vie di mezzo. Oggi ce ne sono tante di vie di mezzo. Basta entrare in una qualsiasi libreria, aprire un libro a caso e leggere… o guardare alcuni film o fiction in tv. Ma anche al cinema. Non si narrano più le storie perché si ha veramente voglia di narrare. È sempre un trito di cose viste e riviste. O pagine totalmente inutili… i produttori, i distributori e le case editrici hanno una grande responsabilità nella divulgazione della mediocrità dei tempi moderni. Io non credo che il pubblico voglia la mediocrità. Dobbiamo smetterla di aggrapparci a questa scusa, perché fa comodo. Credo, invece, che il pubblico sia affamato e, proprio per questo, se non ha altro da divorare divora il mediocre. Ma l’eccellente lo capisce e come. Manca il coraggio di servirglielo.

Perché secondo te oggi il cinema è importante?

Più che importante oggi è diventata una vera e propria sfida. Nel senso che le nuove generazioni hanno un nuovo modo di vedere e concepire le storie. È difficile portare i giovani al cinema e quindi è diventato difficile fare cinema perché le sale non si riempiono più. Fatta eccezione per pochissimi autori e registi. O generi. Anche i tempi della narrazione sono cambiati. Non mi chiedono più “mi scrivi un film?” ma: mi scrivi una serie per XXXXX? Io appartengo ancora alla generazione del grande schermo. Mi rifiuto di credere che quell’emozione possa morire schiacciata dai video di cellulari e computer. La sfida è continuare ad andare in parallelo, scrivendo e promuovendo le giuste storie per continuare a portare la gente al cinema.

A cosa stai lavorando in questo momento? Quali i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti di lavoro?

Ho da poco concluso l’ultima stesura di una sceneggiatura tratta da uno dei miei spettacoli teatrali, METROPOLI’S. È la storia di un gruppo di adolescenti che nascondono un segreto inconfessabile e tutto ruota intorno agli interrogatori di questi ragazzi che, tassello dopo tassello, ricostruiscono l’intera vicenda. Sta partendo la preparazione del film ALI SPEZZATE, del quale ho scritto la sceneggiatura, sulla vicenda della piccola Annalisa Durante, uccisa per sbaglio nel 2004 dalla camorra. Ho concluso la stesura del romanzo IL DOPPIO MURO, dal quale è stata tratta l’opera teatrale che vinse il secondo Premio al Mario Fratti di New York per la drammaturgia, nel 2014, e sto concludendo la prima stesura di una nuova sceneggiatura, CORVICATI VIVI. In teatro ho un importante debutto, THE CRADLE, che parla di un problema gravissimo e sottovalutato: la depressione post partum. E poi sto lavorando per mettere insieme tutte le canzoni che ho scritto in questi anni, alcune hanno vinto il Premio della Critica al Premio Mia Martini, al Valentina Giovagnini o al Botticino Festival. Ho qualche idea. Di quelle non più tanto silenti…

Immagina una convention all’americana, Camilla, tenuta in un teatro italiano, con qualche migliaio di adolescenti appassionati di cinema e di belle storie. Sei invitata ad aprire il simposio con una tua introduzione di quindici minuti. Cosa diresti a tutti quei ragazzi per appassionarli al mondo della settima arte e della narrazione? Quali secondo te le tre cose più importanti da raccontare loro sulla tua arte?

…una bella storia inizia con un bel salto nel buio: la convinzione che quella storia sia giusta. Una bella storia rinasce tutte le sere quando in sala cala il buio e lo spettatore già vibra di emozione. Una bella storia resta se nel buio della propria stanza, lo spettatore continua a ripensare a ciò che gli abbiamo raccontato… non se ne sa staccare e non sa neppure spiegarsi il perché ma è segnato. Allora, operando nel buio, abbiamo creato uno spiraglio di luce. La giusta storia inizia quando qualcuno ha il coraggio di dire che non è vero che tutte le storie sono belle storie da raccontare. La maggior parte delle belle storie sono come delle invitanti torte in vetrina, ma inacidite dentro. Fanno male. A tutti. Da chi le produce a chi le guarda. Bisogna insegnare alle nuove generazioni a non lasciarsi attrarre dalle vetrine. La verità è che oggi potremmo fare a meno di centinaia di film, così come di libri e di musica. Ma non possiamo fare a meno di Beethoven, di Caravaggio, dei Queen o di film come C’era una volta in America o Matrix. Questo perché, in fondo, sappiamo distinguere la potenza della vera Arte. Perciò bisogna distinguere la mediocrità – che nasce sempre dalla faciloneria o dalle raccomandazioni – dall’eccellenza, che è frutto di studio continuo. E premiare quest’ultima. Distinguere tra chi fa Arte per apparire e chi scrive con etica e rispetto verso l’Arte stessa. Non si scrive per l’applauso o la gloria. Si scrive perché è l’unico modo che un artista ha di ringraziare il Fato per il dono che gli ha concesso. Senza fronzoli stilistici. Si scrive senza vendersi. Si scrive perché si legge e si osserva tanto ed è un modo per tirar fuori un eccesso fruttuoso di emozioni. Soprattutto non possiamo avere sempre qualcosa da dire, perché significa che non siamo mai veramente in ascolto verso ciò che vogliono o vorrebbero dire gli altri. Saper ascoltare è il più grande dono per chi vuole raccontare storie. Tre cose su di me. Difficilissimo. La prima, certamente, è che nella mia testa ci sono più Camilla. È l’Arte che si divide in drammaturgia, cinema, pittura o musica. Io non ho mai costretto nessuna delle mie me a sovrastare l’altra. Questo è l’unico modo che ho affinché ogni cosa che creo sia spontanea e mai imposta, nemmeno da me stessa. La seconda è che non ho mai avuto padroni – e questo a costo di fare la fame – perché rispondo solo alla mia coscienza di artista e voglio assumermi ogni responsabilità di ciò che creo. In passato ne ho avutiper quanto riguarda la scrittura cinematografica e non ha funzionato. Non funziona mai quando lascio pilotare le mie idee da altri. …la terza…  tutte le mattine mi sveglio e dico alle Camilla: dai, facciamo questo bel salto nel buio!

Camilla Cuparo

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Andrea Giostra

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