“Mastr’Antria e altri racconti” … «Le scene narrate sono tele di olio ovattate, tamponate, proprie di un Macchiaiolo moderno»

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Recensione di Paola Milicia

Carissimo Andrea,

mi appresto a scriverti cosa penso della tua opera “Mastr’Antria e altri racconti”. Ho scelto un foglio perché ci sarebbe molto da dire o, diciamo pure che sono io a volerti consegnare molto di quanto ho colto nelle tue pagine.

Ci sono aspetti che mi hanno colpita più di altri e visto che mi hai chiesto di darti un parere senza peli sullo stomaco, non mancherò di dirti anche di questi ultimi, quelli che per me e in me, hanno funzionato meno.

Le tue opere, i tuoi racconti, sono di una straordinaria potenza evocativa, oserei dire, alla stregua di una scena pittorica o di una moderna sceneggiatura cinematografica in cui le parole bastano da sole a comporre un‘armonica sequenza di accadimenti e a trasferirli oltre la carta, la tela, lo schermo. Anche là dove gli eventi più direttamente legati all’intreccio narrativo sembrano non esserci o essere quantitativamente sacrificati alla volontà di descrivere (a volte con insistenza e abbondanza, a volte con una melanconica avarizia di dettagli), le scene “parlate” riempiono l’attesa di chi ti legge. C’è una fortissima galvanizzazione degli oggetti e della Natura (molti i riferimenti a nomi botanici di piante e fiori): le vie, le piazze, i baretti dall’aria sopita, la Sicilia che si sveglia quando il sole è già caldo, quasi vaporosa (sì, io la Sicilia me la ricordo così) e i siciliani che non possono non fare un tuffo in mare prima di qualsiasi cosa al pari di fare all’amore o fare colazione in piazza. Le tue scene sono tele di olio ovattate, tamponate, proprie di un Macchiaiolo moderno.

Ti muovi con estrema sapienza linguistica: mi ha colpito l’utilizzo degli aggettivi mai banali ma di una semplicità ricercata, macchiaiola anche questa. E mi colpisce poi l’astuzia narrativa che instauri col tuo racconto (e col lettore) quella che si incontra in quasi tutti i racconti ovvero, si accenna ad un evento lontano, ad un compagno di scuola del protagonista, ad un elemento fuori la scena principale che viene riportato alla memoria presente, per poi farlo scivolare via alla fine del racconto, insieme a tutto il resto, con una frase di cerniera, la stessa che hai utilizzato qualche passaggio prima proprio quando parlavi di questo oggetto che ha distratto la tua memoria, e la nostra lettura. Finisce la scena, finisci di raccontare e il personaggio finisce di ricordare e la frase del finale è capace di trascinarsi via tutto, di ingoiare tutto quanto, come uno sgorgo di flussi di memoria, in una frase -cerniera che appunto cicatrizza tutto quanto. La struttura circolare, che ritorna sui passi iniziali, o addirittura che evoca un racconto – fuori – il racconto (sembrano tutte legate tra loro…) è molto potente e ben riuscita.

È riuscita anche sul piano emozionale: ci vedo molta melanconia, una melanconia mai solamente del tutto triste, e mai solamente del tutto gaia.

PS: una parentesi sull’uso del dialetto. Bellissimo… ma starei attenta a non esagerare. In una frase ci sono troppi rimandi al dialetto e credo che non ce ne sia bisogno se lo scopo è quello di rafforzare la sicilianità del “set”. Lo userei con parsimonia soprattutto per evitare di inflazionare la sua energia: meno ne usi, più sarà di effetto.

Quello che invece devo confessare mi ha “disturbata” è oltre la scrittura.

Non risiede dentro di essa ma è nel rapporto che si instaura tra scrittore–lettore, o meglio, tra il racconto e l’affezione che aumenta (o diminuisce) con quanto si legge. Man mano che avanzavo con la lettura qualcosa si è rotto: mi sono cioè accorta di non essere il tuo lettore.

Mi pare che la Sicilia di cui parli sia una trasposizione in chiave moderna, di quella del Gattopardo, della “cerchia perfetta”, di coloro che abitano la fetta giusta di questo mondo. Sembra che i tuoi personaggi abitino e si muovano tutti nel palazzo Pietralunga, che si chiamino tutti Manfredi o Tancredi, senza macchie, affettati, perfetti appunto.

Beati loro! mi sono detta, che la loro vita sia questa: l’insistenza sulla bellezza delle cose (non c’è una cosa che è alla portata di noi essere umani, brutti e troppo normali) viventi e non viventi, le citazioni insistenti di brand, mi sembrano conferire all’opera un voluto edonismo narcisistico da cui sono esclusi alcuni topoi letterari particolarmente siciliani, e alcuni lettori.

A questo si aggiunge una predilezione quasi voyeristica (conseguenza dell’edonismo), e con un certo compiacimento, ai rapporti personali tanto effimeri quanto innaturali.

Ecco: ad un certo punto non mi sono più rivista, o ritrovata in questi spazi esclusivi che non MI includono.

Questo non fa di te un dilettante, al contrario: sei uno scrittore da fare invidia…Ti ho invidiato!

Paola Milicia, scrittrice, lettrice, laureata in lettere, vincitrice Premio Inedito 2019

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Paola Milicia, Vincitrice Premio Inedito 2019

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