Cecilia Crisafulli, violinista e concertista veneziana di origini siciliane | INTERVISTA

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«Amo stare sul palco. Suonare in teatri rinomati ma anche in quelli minori, più familiari. … Ma il momento perfetto per me è quella piccola pausa di silenzio prima dell’applauso dopo un solo o un brano particolarmente suggestivo.»

Palastorchetsre im Spiegelsaal, Clärchen´s Ballhaus, Mai 2019

di Andrea Giostra.

Ciao Cecilia, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Ai nostri lettori che volessero conoscere qualcosa di te quale artista, cosa racconteresti?

Sono Cecilia, ho 36 anni, sono musicista di professione e mamma di due meravigliosi bambini. Sono l’unica donna, l’unica italiana e l’unica violinista della Palast Orchester (Max Raabe Max Raabe è il nostro cantante).

Il tuo cognome non mente. Hai evidentemente origini siciliane. Da veneziana quale sei cresciuta, come hai vissuto la cultura siciliana che i tuoi genitori ti hanno certamente condiviso? E cosa vuoi raccontare ai nostri lettori delle tue esperienze di “turista” nella tua terra di origine?

Credo che quello che mi hanno trasmesso i miei genitori di veramente siciliano (a parte le innumerevoli ricette e un po’ l’aspetto direi) sia il senso di apertura e ospitalità che si respira nel sud. Quel “fare sentire a casa propria” chi ti viene a trovare. E l’essere pronti ad aiutare e ad essere disponibili. Io ho sempre avuto la sensazione di poter liberamente invitare a casa i miei amici, anche all’ultimo momento. I miei genitori ne sono sempre stati felici. E anche ora che abito a Berlino quando posso invito gli amici a pranzo o a cena o organizzo riunioni o a volte addirittura “giocate” in stile siciliano con carte e quant’altro in periodo natalizio. Per passare invece alla seconda parte della tua domanda, non mi ritengo una “turista” in Sicilia. Anzi! Sicilia per me ha sempre voluto dire in prima linea FAMIGLIA. Una montagna di parenti, che saremmo andati a trovare e che sarebbero venuti a loro volta. Risate, coccole, divertimento, gioco e relax. Sicilia vuol dire MARE e CAMPAGNA. Con i colori e profumi più svariati. Ho avuto la fortuna di trascorrere le mie estati nella casa di campagna dei miei nonni materni. Oltre a loro e a noi, c’erano mio zio (il fratello di mia mamma) e la sua famiglia. Conservo ricordi meravigliosi di quegli anni: lo stare insieme, condividere i pasti, i giochi, gli inviti, le feste, i bagni al mare e i piccoli concerti e spettacoli che mia sorella, mia cugina ed io preparavamo per la nostra famiglia e per gli ospiti del giorno. E ancora Sicilia vuol dire MANGIARE BENE. Potrei andare avanti ore ad elencare quanti prodotti e ricette siciliane hanno accompagnato (e lo fanno tuttora) la mia vita. Dalla granita caffè con panna montata e brioche col tuppo la mattina, alla pasta alla norma o al forno e piccola pasticceria a pranzo, per merenda il gelato gianduia e per cena rustici (pitoni, arancini, mozzarelle in carrozza) e focaccia. Non proprio leggera la cucina siciliana ora che ci penso, ma che buona! Già da bambina ho girato molto l’isola. Ma anche ora con mio marito e i miei due bambini, approfitto delle vacanze in Sicilia per ritornare in quei luoghi o visitarne di nuovi. Ogni zona offre piccoli tesori da scoprire. Siracusa, Taormina, Trapani, Agrigento, Palermo. E nominando le città non intendo solo le città ma anche i dintorni. Perché ogni città e paesino piccolo o grande che sia, merita di essere visto. Se non fosse anche solo per una spiaggia o cala, aerea archeologica o museo, o perché produttore di pomodori piuttosto che di sale o capperi o mandorle etc. A chi volesse fare una vacanza in Sicilia posso solo dire che non è tanto importante per quale parte dell’isola ci si decida, quanto il partire con le valigie vuote! Perché sono innumerevoli i prodotti del luogo che si vorranno portare con sé. L’aglio rosa di Paceco, il sale di Mothia, le paste di mandorla, le mandorle di Avola, l’origano, le lenticchie di Pantelleria, i capperi sotto sale di Salina, la pignolata di Messina (per me quella della pasticceria Irrera è superiore), le conserve, il pesto di pistacchio, il pistacchio tritato di Bronte, le bucce di cannolo, la ricotta infornata, la tuma, il primo sale, le acciughe sotto sale, i pomodorini secchi di Pachino…

Tuo papà Pierluigi, oltre ad essere siciliano, è stato violinista al Teatro La Fenice di Venezia. A 8 anni ti ha regalato un violino e lì è iniziata la tua avventura di musicista. Vuoi raccontarci questo cruciale episodio della tua fanciullezza che ha inciso in tutta la tua vita?

Mio papà aveva provato già con mia sorella Valeria a convincerla a suonare. Ma lei, che già suonava il pianoforte, ha preferito impegnarsi nello studio di quello strumento. Il violino non le piaceva. Qualche anno dopo (io e Vale ci passiamo sei anni e mezzo) ci ha provato con me. Mi ha chiesto se volevo andare con lui a sentire un saggio di violino di bambini. Nell’occasione mi ha presentato la maestra, Edda, e mi ha chiesto se avessi voglia di cominciare. Gli chiesi in cambio un Polly Pocket “per tenermi occupata durante il tragitto” aggiunsi. (Allora non esistevano i cellulari!) E così fu. Quel Polly Pocket rosa ancora ce l’ho e ci sono molto legata. A Venezia tutto va a rilento. I tragitti sono lunghi. E per noi che abitavamo al Lido, arrivare a S. Tomà a casa della maestra era davvero un viaggio. Quasi un’ora all’andata e un’altra al ritorno. Avevo il Polly Pocket e ci giocavo, ma non sempre. Perché poi ho scoperto che mi piaceva quel viaggio una volta alla settimana, con me c’era il mio papà e io me lo godevo tutto. Chiacchieravamo un sacco e ci coccolavamo e a volte ci prendevamo la cioccolata calda dopo la lezione, altre volte le caramelle, altre ancora addirittura le giostre per premio. E poi lo studio a casa, la preparazione agli esami, il nervosismo misto a eccitazione prima di un saggio…

Come è nata questa avventura artistica? Cosa ci vuoi raccontare di questo bellissimo progetto che hai abbracciato e che ti ha reso famosa in tutto il mondo musicale e non solo?

Mi ero trasferita a Berlino nel 2002 per continuare gli studi e perfezionarmi all’università delle arti di Berlino (UdK – Universität der Künste). Nel gennaio 2007 l’occasione di partecipare al concorso per diventare la nuova violinista della Palast Orchester. Intanto l’idea era un anno. Un anno di prova, di viaggi, avrei comunque fatto una nuova esperienza. Ho partecipato senza pensarci troppo. E ho vinto! Da quel 17 gennaio mi sono fatta poi completamente travolgere dagli eventi. Avevo bisogno di un passaporto perché di lì a poco saremmo partiti per il Giappone, poi per gli Stati Uniti… alla Carnegie Hall di New York avremmo addirittura inciso un CD dal vivo! Ero eccitatissima, quasi confusa da tutto questo. Molti i brani da preparare, ore ed ore di studio. Mi accompagnavo con le incisioni precedenti dell’orchestra, volevo prepararmi al meglio. Quando faccio una cosa la faccio bene. Non ci sono mezze misure. Ci ho veramente messo tutta me stessa. E il lavoro è stato ripagato dai consensi positivi dei colleghi così come dei primi giornalisti e non da meno del pubblico. Ero alle stelle. Mi sentivo, e lo ero, molto fortunata, ero priva di esperienza e questa era un’occasione unica. A parte il violino e lo studio, sono stata presa anche dalla preparazione scenica. Dovevo sorridere, mi dicevo, rimanere concentrata sul palco, ma allo stesso tempo sembrare rilassata. Poi c’erano gli abiti. Mi avevano dato il numero di una sarta che avrebbe cucito degli abiti di scena apposta per me. Wow! Che sogno! Il mio primo abito era stupendo. Mi sentivo una principessa. Nero, lavorato con delle paillettes che lo illuminavano e di conseguenza illuminavano me…

Cosa vuoi raccontare ai nostri lettori della “Max Raabe & Palast Orchester”? Qual è la sua storia e quali i suoi successi a livello internazionale? Vuoi infine dirci dove si possono trovare i vostri dischi e le vostre produzioni artistiche perché i nostri lettori ascoltino la vostra musica?

Max Raabe e la Palast Orchester è stata fondata nel 1986. Allora non erano che un gruppo di studenti con l’idea di suonare musica anni 20 e 30. I primi concerti, i varieté, si spostavano e dormivano in pullman o in stanze di alberghi economici condividendo la stanza. Col tempo la bravura e l’originalità del gruppo si è fatto strada tanto che ora, da anni ormai, ha il privilegio (e io con loro) di suonare nei teatri più rinomati. E la stanza condivisa non è più un tema da molto ormai. Innumerevoli le incisioni della Max Raabe und Palast Orchester. Abbiamo CD, DVD, dischi in vinile, ma ovviamente ci teniamo al passo e molta la musica che si può ascoltare utilizzando i mezzi più comuni oggi, quali YouTube e Spotify.

Qual è stato il tuo percorso artistico e professionale?

Ho iniziato a quasi 9 anni prendendo lezioni private dalla maestra Edda Pittan Lazzarini. Poi ho studiato, sempre privatamente, prima con il Prof. Dejan Bogdanovich, poi con il Prof. Stefano Zanchetta con cui nel 2002 mi sono diplomata al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Nel 2006 ho conseguito la prima laurea in pedagogia del violino all’Università delle Arti (UdK) di Berlino e nel 2008, sempre all’UdK, la seconda con indirizzo specialistico orchestrale, sempre accompagnata in questo mio percorso a Berlino dal Prof. Axel Gerhardt.

Come definiresti il tuo stile di concertista? A cosa e a chi ti ispiri?

Non saprei come definire il mio stile. Ma posso dire che cerco quando studio e quando suono di prendere da tutto ciò che mi è stato insegnato. Dai miei maestri così come da mio padre. E ci sono momenti in cui studio, in cui sfrutto questo e quel trucchetto per risolvere una difficoltà tecnica, altri sul palco, in cui mi devo concentrare e penso a papà che quando ero piccola mi faceva esercitare per un pezzo che dovevo suonare a memoria, passandomi davanti ballando, improvvisamente con un ombrello aperto in mano, tossendo ad alta voce, facendo finta di parlare al telefono o ancora di scartare una caramella e fotografandomi con il flash. “Niente può distrarti quando suoni” ripeteva. E poi ancora, quando sto per finire un mio solo e la parte critica o più difficile e superata mi dico in testa quello che mi ripeteva sempre lui: “Concentrata fino all’ultima nota… solo dopo che l’ultima nota ha vibrato nell’aria, allora hai finito e ti puoi godere l’applauso”.

Chi sono stati i tuoi maestri, quelli che ami ricordare e dei quali vuoi parlare con noi?

Mio padre ha sempre cercato gli insegnanti che riteneva più adatti a me. Vorrei nominarne due: la prima e l’ultimo. Perché per me non sono stati solo maestri di violino ma molto, molto di più. Ho cominciato con Edda Pittan. Edda ed io siamo tuttora in contatto. È sempre stata molto affettuosa. Ancora oggi insegna e trasmette ai suoi alunni la sua passione per lo strumento e per la musica in generale. Ritiene fondamentale che chi si approccia a imparare il violino, in prima linea si diverta. Non ricordo mai una critica o una frase detta con un tono che non fosse quello di una persona felice di dedicarmi in quell’ora tutto l’amore, l’attenzione e la serenità del trascorrere del tempo insieme e di imparare qualcosa di bello. Sempre positiva, capace di far pensare a chiunque di essere in grado di suonare, di migliorarsi, di arrivare, di essere degni di un applauso dopo un’esecuzione. L’ho sempre ammirata per il suo entusiasmo. Anch’io ho insegnato sia privatamente che in diverse scuole di musica, ho cercato di portare nelle mie lezioni quello che Edda mi aveva trasmesso. MA non è così semplice! La stanchezza, la giornata storta, la frustrazione di non ottenere risultati dall’alunno che si ha davanti a volte mi rendeva anche antipatica direi… ma Edda no! Lei è sempre allegra. Come fa, mi sono chiesta tante volte? Credo che la risposta venga da sé. Edda è così. Meravigliosa, la maestra perfetta. Un altro maestro che merita sicuramente di essere ricordato è Axel Gerhardt, ex spalla dei secondi violini dei Berliner Philharmoniker, ora in pensione, e tuttora professore all’università delle arti (UdK) di Berlino. Ricordo ancora quando ci siamo conosciuti, il 17 ottobre del 2002. Ci siamo capiti subito, nonostante il mio tedesco fosse davvero scarno. Ci siamo intesi e insegnante privato prima, all’università dopo, è nato tra noi un legame molto forte che va ben oltre l’essere insegnante e alunna. È diventato a Berlino il mio punto di riferimento, il mio papà tedesco. Presente in ogni momento cruciale della mia vita, persino ad ogni trasloco da studentessa, al mio matrimonio ha suonato in Chiesa, quando sono nati i miei figli è stato \           uno dei primi a venire a trovarci in ospedale. Nel campo musicale è stato la mia guida, ha sempre cercato di tirare il meglio dalle mie possibilità, motivandomi, spronandomi, criticandomi quando necessario ma sempre in modo costruttivo. Inutile dirlo, viene a sentirmi ai concerti ogni volta che può e credo proprio di poter aggiungere che sia fiero di me. È una bella sensazione.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, in una bella intervista del 1967 disse… «A cosa serve l’Arte se non ad aiutare gli uomini a vivere?» (Intervista a Michael Perkins, Charles Bukowski: the Angry Poet, “In New York”, New York, vol 1, n. 17, 1967, pp. 15-18). Tu cosa ne pensi in proposito? Da questa prospettiva, a cosa serve la tua arte, ovvero, la musica?

Io vedo che le persone nel pubblico sono serene, si divertono, si rilassano, a volte si commuovono. Direi che riusciamo nel nostro intento di musicisti e artisti sul palco, se riusciamo ad ottenere questi risultati.

Cosa ami della tua professione di concertista e di violinista affermata a livello internazionale?

Amo stare sul palco. Suonare in teatri rinomati ma anche in quelli minori, più familiari. Mi piacciono le luci e l’effetto d’ombra che si crea con i riflettori quando suono con il mio violino. Mi piace provare con i miei colleghi e cercare di perfezionarmi sempre. Prima di iniziare il concerto, assaporo quell’agitazione mista a euforia, a volte c’è un pizzico di paura che però in genere si rivela positiva per l’esecuzione. Adoro il pubblico e gli applausi. Mi piace osservare il viso delle persone, specialmente dei bambini. Scorgere qualche sorriso, o una stretta di mano tra due innamorati. O ancora la commozione di una persona anziana, chissà magari quel brano le ricorda il suo amore perduto o la mamma che non c’è più che canticchiava in cucina… mi piace fantasticare. Ma il momento perfetto per me è quella piccola pausa di silenzio prima dell’applauso dopo un solo o un brano particolarmente suggestivo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti artistici? A cosa stai lavorando adesso e dove potranno seguirti i nostri lettori e i tuoi fan?

Da poco con Max Raabe e la Palast Orchester abbiamo inciso un nuovo cd/dvd che uscirà il 22 novembre. Si chiama MTV Unplugged. Abbiamo lavorato con ospiti di diverso genere, uno più bravo dell’altro. Attualmente sono usciti due dei singoli previsti aspettando il 22 appunto. Ci tengo a ricordare le date in Italia: il 25 novembre suoneremo al Teatro dal Verme di Milano, il 26 al Kursaal di Merano. Da gennaio partiremo con un programma tutto nuovo che prenderà il nome da uno dei singoli Guten Tag, liebes Glück (Buongiorno, cara felicità). Invito i lettori ad ascoltarlo su Spotify. Giuro che la lingua tedesca non è poi così “dura”. Anzi! Sarà che io adoro il tedesco… A marzo saremo in Inghilterra, ad aprile negli Stati Uniti (persino nella rinomata Carnegie Hall di New York) e in Canada, a ottobre in Scandinavia. Gli appuntamenti in Europa e non, sono tanti e le occasioni per sentirci non mancano. In Italia però suoniamo poco. E questo è un fatto che vorrei cambiare.

Come vuoi concludere questa chiacchierata? Cosa vuoi dire ai nostri lettori?

Vorrei aggiungere che sono mamma. Ho due bambini: Julia (4 anni) e Nicolas (17 mesi) mi seguono quando è possibile in tournée. E spesso sono presenti alle prove. Julia ha imparato a gattonare sul palco e sembrava lo facesse a tempo di musica. Ma lo racconto perché voglio aggiungere che anche quando non lavoro, non faccio mancare la musica ai miei figli. Né in casa, né fuori. In casa mio marito ed io proponiamo loro i generi più svariati: dalle canzoncine per bambini, alla classica sia per radio che seguendo i concerti che vengono trasmessi in televisione, al rock anche in macchina mentre li portiamo all’asilo. Quando se ne offre l’occasione li portiamo a sentire concerti o spettacoli musicali adatti alla loro età, Berlino offre molto. Ho violini di tutte le misure, l’ukulele, la chitarra, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica a bocca, vari tipi di fischietti e flauti e svariati piccoli strumenti a percussione che lascio sempre a disposizione dei bambini. Mi rivolgo soprattutto alle famiglie che non hanno ereditato la musica e che a volte, si trovano in difficoltà davanti al desiderio di un bambino di suonare uno strumento. Provate! Prendete l’iniziativa, se non è il bambino stesso a chiedervelo, e cercate nella vostra città esperienze musicali adatte all’età dei vostri figli. Portateli a teatro a sentire l’opera lirica. Mia mamma prendeva i biglietti nella barcaccia alla Fenice così che avessimo anche la possibilità di guardare il nostro papà e gli orchestrali e per avere un pochino di spazio in più per muoverci. La mia prima opera a 5 anni è stata la Bohéme di Giacomo Puccini. Ad un certo punto mia sorella Valeria (allora aveva 11 anni) si è messa a piangere e io le ho detto che era tutta finzione, che Mimì non stava morendo davvero. E lei mi ha risposto: “Ma io non piango per quello, piango per la musica”. Eravamo entrambe piccole, eppure ce lo ricordiamo ancora. Queste sono esperienze che non si dimenticano. La musica non dev’essere un privilegio, ma un diritto di tutti. E dato che purtroppo nel sistema scolastico italiano è stata cancellata, è nostro compito di genitori, nonni, zii etc. far sì che i nostri bambini vengano a conoscere la nostra storia della musica, gli autori, le canzoni, i compositori di cui ci vantiamo in tutto il mondo.

Cecilia Crisafulli

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Max Raabe & Palast Orchester

https://www.palast-orchester.de/de

Foto di: Gregor Hohenberg, Majiid Moussavi, Michael Enders, Ingo Schneider.

Andrea Giostra

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