Donne abbandonate: Mariano lascia Martina: “Non ti amo più!”

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“DEVI ANDARE VIA. HAI SETTE GIORNI DI TEMPO”: LA CINICA SENTENZA!

Amiche ed Amici carissimi, la raccolta “Mastr’Antria e altri racconti” di Andrea Giostra, ottiene sempre più consensi tantoché attrici ed attori sono ben lieti di prestare la loro voce, con personale enfasi interpretativa, alla lettura dei citati racconti. Racconti di vita reale, nel cui ambito, avviene molto spesso una sorta di rispecchiamento/identificazione. Una lettura che l’Autore ed io, vi offriamo unitamente al video… a portata di click:

Video Clip di YouTube: «Donne Abbandonate… “Sette Giorni”» | Leggono Emanuela Trovato e Giovanni Carta:

Oggi affrontiamo il tema dell’abbandono subìto da una Donna innamorata, fragile ed insicura e, forse per questo, molto gelosa – Martina. Lui – Mariano – manager di successo, si rassegna, dopo molte storie naufragate, alla sua incapacità di amare. Decide così di lasciare Martina, con un gelido congedo: “Non ti amo più. Devi andare via. Hai sette giorni di tempo”.

Affrontiamo l’ultima fase del rapporto tra Martina e Mariano. Un rapporto già agonizzante da tempo che ora, dopo due anni, giunge dichiaratamente alla fine.

Mariano, nel lasciare Martina, dichiarandole di non amarla più e concedendole sette giorni di tempo per andarsene, esplode in una drammatica rivelazione:

 «Lo vuoi capire che nessuna donna potrà mai scaldare il mio cuore? Lo vuoi capire? Non posso farci nulla! Sono un pezzo di ghiaccio. Ci sto male qualche volta, ma ci sono abituato oramai. Mi conosco. Non sento nulla. Dopo un tremito di passione che mi costringe a possedere quella donna, a sentirla mia, a progettare un futuro, una casa, una famiglia, dei figli. Null’altro. Non sento nulla se non questa prospettiva che se svanisce diventa inesorabile. Diventa la mia scelta per cercare un’altra via, un’altra vita, un’altra donna. E questa donna ormai non sei più tu, Martina. Non ti amo più. Non voglio più stare con te. Devi andare via. Hai sette giorni di tempo.»

«Era stata l’aridità di Mariano, la sua incapacità di legarsi affettivamente, emotivamente, emozionalmente…» prosegue l’autore.

Penso che comprendere ed ammettere il proprio stato di anoressico sentimentale, equivalga ad emettere la propria condanna a vita. Certo, le caratteristiche fisiche e l’agiatezza di Mariano, inducono i più a non concedergli neppure il diritto alla sofferenza.

Sette giorni di tempo, una scadenza terribile, ma… come hanno vissuto Martina e Mariano quei sette giorni?

L’autore li descrive con tratti che evidenziano la disperazione di lei in netto contrasto con il cinismo di lui:

 «Martina aveva un groppo nella gola che non riusciva a mandare giù, che la strozzava, che le toglieva il respiro, che la faceva sentire sospesa ad un filo di canapa che a breve sapeva si sarebbe spezzato. Sette giorni di tempo per raccogliere la sua anima frantumata in tanti piccoli cocci di vetro sparsi in una piazza enorme bagnata da una pioggia acida, cercare di ricostruirla pezzo per pezzo, anche se calpestata da migliaia di scarpe che adesso vedeva estranee e che l’avevano lasciata esanime per terra tra lacrime di sangue e di disperazione.»

Dal canto suo, Mariano si è sottratto il più possibile da Martina:

 «Sette giorni che Mariano rientrava a casa la sera tardi, si metteva sul divano, guardava un po’ di TV, e poi si addormentava lì per alzarsi la mattina all’alba e lasciare la casa come un fuggitivo. Sette giorni che Mariano non le rivolgeva la parola, solo il saluto strozzato del buon giorno quando andava via, e della buona notte quando rientrava a casa.»

Era stato molto duro Mariano con Martina, tanto che in quei sette giorni lei «aveva visto la sua crudeltà e il suo cinismo che l’avevano investita inaspettatamente senza darle scampo.»

Si critica la durezza di Mariano, tuttavia credo sia stato un comportamento coerente con l’irrevocabilità della sua scelta, ovvero chiudere la loro storia. Spesso, un comportamento più tenero e compassionevole rischia di essere frainteso con una reminescenza di amore propedeutica alla ripresa della storia stessa. Può dunque divenire fuorviante, induttivo di illusioni.

Invece, a questo punto, trascorsi i fatidici sette giorni in preda alla disperazione, Martina ha iniziato la fase convalescenziale, recuperando consapevolezza del proprio valore e, soprattutto, proiettata verso la sua nuova vita.

 «Adesso a Martina era chiaro. In fondo aveva solo trentadue anni. In fondo era bellissima e desiderabile. In fondo si piaceva.»

E, quanto alla storia con Mariano, pensò:

«Era stato un bel viaggio durato due anni. Adesso bisognava scendere da quel treno divenuto irrespirabile, puzzolente, ripugnante, e prenderne un altro pieno d’aria nuova, frizzante. Un nuovo viaggio. Sì, sarebbe stato un altro bellissimo viaggio. Erano sette giorni. Sette giorni per capire che era arrivato il momento di ricominciare una nuova vita. Sette giorni.”

 Un abbraccio

Daniela Cavallini

Gli attori che recitano e interpretano la storia:

Gli attori di teatro che leggono questa storia sono Emanuela Trovato e Giovanni Carta, due artisti siciliani, di Catania Emanuela, di Palermo Giovanni. Emanuela è attrice e voice coach. Giovanni è attore di cinema e di teatro, nonché regista teatrale con una importante carriera artistica. In questa Play List di YouTube recitano e interpretano alcuni racconti siciliani:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLwBvbICCL566eyNzwTOWcElI-uxpXu9jr 

Per maggiori info sugli attori, queste le loro pagine social:

Emanuela Trovato

https://www.facebook.com/emanuela.trovato.carta

https://www.facebook.com/ETvocelinklater/

https://www.linklatervoice.com/

https://www.imdb.com/name/nm5311054/

 

Giovanni Carta

https://www.facebook.com/giovacarta/

https://www.facebook.com/giovanni.carta.568

https://www.instagram.com/giovanni.carta.658/

https://www.imdb.com/name/nm5617394/

A seguire la versione integrale del capitolo “Sette giorni” del racconto “La stagista” della raccolta inedita “Mastr’Antria e altri racconti” di cui a seguire vi mostro il link della pagina Facebook ufficiale: https://www.facebook.com/MastrAntria/

 

Sette giorni

Erano sette giorni che Mariano le aveva detto di lasciare la casa perché non l’amava più.

Erano sette giorni che aveva visto la sua crudeltà e il suo cinismo che l’avevano investita inaspettatamente senza darle scampo.

Erano sette giorni che Mariano rientrava a casa la sera tardi, si metteva sul divano, guardava un po’ di TV, e poi si addormentava lì per alzarsi la mattina all’alba e lasciare la casa come un fuggitivo.

Erano sette giorni che Mariano non le rivolgeva la parola, solo il saluto strozzato del buon giorno quando andava via, e della buona notte quando rientrava a casa.

Erano sette giorni che Martina aveva un groppo alla gola che non riusciva a mandare giù, che la strozzava, che le toglieva il respiro, che la faceva sentire sospesa ad un filo di canapa che a breve sapeva si sarebbe spezzato.

Erano sette giorni che Martina non riusciva a trovare il coraggio di parlare con il suo papà e con la sua mamma per dir loro che sarebbe ritornata a casa per sempre.

Erano sette giorni che non aveva fame, che non dormiva la notte, che non riusciva a pensare ad altro che all’abbandono che ancora una volta stava sperimentando.

Erano sette giorni.

Sette giorni per raccogliere la sua anima frantumata in tanti piccoli cocci di vetro sparsi in una piazza enorme bagnata da una pioggia acida, cercare di ricostruirla pezzo per pezzo, anche se calpestata da migliaia di scarpe che adesso vedeva estranee e che l’avevano lasciata esanime per terra tra lacrime di sangue e di disperazione.

Era stata l’aridità di Mariano, la sua incapacità di legarsi affettivamente, emotivamente, emozionalmente che l’avevano ferita profondamente alla giugulare facendo sgorgare dolore come sangue eruttato a pompa da un estintore antincendio.

Le parole che le aveva detto le sentiva come un eco ridondante dentro le sue orecchie, come attraverso una conchiglia d’oceano che rimbomba lo stesso suono cupo e ripetitivo: «Lo vuoi capire che nessuna donna potrà mai scaldare il mio cuore? Lo vuoi capire? Non posso farci nulla! Sono un pezzo di ghiaccio. Ci sto male qualche volta, ma ci sono abituato oramai. Mi conosco. Non sento nulla. Solo un tremito di passione che mi costringe a possedere quella donna, a sentirla mia, a progettare un futuro, una casa, una famiglia, dei figli. Null’altro. Non sento nulla se non questa prospettiva che se svanisce diventa inesorabile. Diventa la mia scelta per cercare un’altra via, un’altra vita, un’altra donna. E questa donna ormai non sei più tu, Martina. Non ti amo più. Non voglio più stare con te. Devi andare via. Hai sette giorni di tempo.»

Erano sette giorni.

Adesso a Martina era chiaro.

In fondo aveva solo trentadue anni.

In fondo era bellissima e affascinate.

In fondo si piaceva.

Le sue amiche le dicevano sempre che era la più desiderabile di tutte loro.

Quelle amiche che le scrivevano messaggi per ricordarle che i maschi stravedevano per lei e che chiedevano sempre se fosse mai ritornata in città.

Tutti i ragazzi della sua vecchia scuola s’erano innamorati di Martina.

Fin dalle media, e poi al liceo.

Aveva ricevuto decine di lettere e di mazzi di fiori anonimi.

In tanti le avevano fatto la corte.

In tanti l’avevano desiderata e cercata.

Sì, in tanti.

Era una bella ragazza e lo sapeva bene.

Lo sapevano tutti a Ragusa Ibla.

E sua mamma glielo raccontava spesso: «Tutti in paese mi chiedono sempre di te, Martina. Come sta la sua figliola? Dove vive adesso? È proprio una bellissima ragazza, signora! Complimenti davvero!»

Questo le raccontava la sua mamma.

E a Martina faceva piacere.

Le piaceva sentire quelle parole pronunciate con orgoglio dalla sua mamma.

Le raccontava di queste conversazioni con i suoi compaesani, e i suoi occhi diventavano lucidi e affettuosi.

La signora Giusi aveva fatto una figlia di cui andare fiera.

Una figlia che tutti le invidiavano.

Come quando a diciotto anni aveva vinto la fascia di miss liceo.

Tutti i compagni dell’istituto le avevano dato il voto.

Non c’era alcun dubbio, era la più bella di tutte.

E sua mamma aveva pianto.

E suo papà, la mattina seguente, impettito davanti agli amici al bar Nobile per prendere il solito caffè, prima di andare al lavoro, accanto al magnifico Duomo barocco di San Giorgio che col suo maestoso portale gotico-catalano incuteva timore, aveva ricevuto sorridente decine di complimenti e pacche sulla spalla.

Il suo papà Saro, generoso e grande lavoratore.

Il suo papà che era innamorato di lei perdutamente.

Da quando era nata, le aveva confessato una volta.

Da quando appena presa dall’ostetrica ancora umida di sangue e acqua, le aveva chiesto di poggiarla sul ventre di mamma Giusi paonazza di felicità e di doglie appena consumate.

Aveva sentito per la prima volta la sua voce, un pianto potente e denso di vita nuova che s’affacciava al mondo.

La guardava e le sorrideva, fin da bambina, sempre.

E quel sorriso per Martina era come sentire d’essere protetta da un dio invincibile e immortale.

E quel dio era suo papà.

Da quando era nata.

Era perdutamente innamorato della sua unica figlia, Saro.

Era innamorata dei suoi occhi e della sua generosità, Martina.

Erano innamorati da quando per la prima volta si erano incontrati nella sala parto dell’ospedale di Ragusa.

Sì, adesso era chiaro.

Avrebbe ritrovato tutto questo a Ragusa.

Avrebbe ritrovato qualcosa che in due anni aveva dimenticato.

Avrebbe ritrovato tanto amore.

L’amore infinito dei suoi genitori.

L’amore delle sue amiche d’infanzia che ogni giorno non avevano mai fatto mancare messaggini e cuoricini d’affetto su WhatsApp.

Avrebbe ritrovato i suoi corteggiatori.

Avrebbe ritrovato tanta ammirazione, tanto affetto, tanta stima da parte di tutti i suoi paesani.

Avrebbe ritrovato tantissimi amici.

Sì, adesso tutto questo le era chiaro.

Era più chiaro.

Era stato un bel viaggio durato due anni.

Adesso bisognava scendere da quel treno divenuto irrespirabile, puzzolente, ripugnate, e prenderne un altro pieno d’aria nuova, frizzante.

Un nuovo viaggio.

Sì, sarebbe stato un altro viaggio avventuroso, ricco di cose ignote da scoprire.

Erano sette giorni.

Sette giorni per capire che era arrivato il momento di ricominciare una nuova vita.

Sette giorni.