Dalla CINA a BERLINO. Un viaggio ai tempi del coronavirus

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di Dorina Achelaritei

La crisi continua. Globalmente. 

Apro la finestra e guardo la strada. Vuota. Non è che di solito ci sia un un’atmosfera più movimentata, specialmente un mercoledì alle ore 13:00 – sono a Berlino, nel quartiere di Charlottenburg. Ma comunque, non è un mercoledì “normale” – viviamo anche qui i tempi del corona. Il virus è apparso quasi dal nulla, più di 4 settimane fa. All’inizio si parlava di un’insolita influenza, che la Cina potesse contenere, e che mai ci potrebbe colpire: come se l’Europa fosse ad anni luce distanza dall’Asia… come se fosse intangibile, indistruttibile… si è sottovalutato il pericolo e l’incapacità della gente di proteggersi e proteggere gli altri…

Quasi tre settimane fa, anche la Germania ha deciso di reagire all’emergenza globale – e le misure sono state chiare: “vita pubblica” e contatti sociali ridotti ad un minimo, frontiere chiuse, voli internazionali cancellati. Nonostante ciò, il movimento negli spazi pubblici è ancora permesso, ma non in gruppi superiori a 2 persone. 

La situazione sembra essersi già stabilizzata – varie aziende, come Bosch, hanno già sviluppato dei test veloci con dei risultati precisi e disponibili in sole 2 ore. Secondo i virologi, proprio la diagnosi corretta e seguita dalle misure adatte rappresenta una delle spiegazioni per la bassa mortalità in Germania. 

Ovviamente, il modello da seguire sarebbe la Cina, che sembra di essere riuscita a gestire la crisi, nonostante l’allarmante inizio… che ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi: il 26 gennaio ero arrivata in una Pechino abbandonata, senza vita e quasi senza speranza, ormai chiusa da più di 2 giorni. Le 6 ore trascorse lì durante lo scalo del mio volo per Manila sono state, 10 giorni dopo, la ragione per la mia indimenticabile deportazione dall’Asia. 

La storia continua il 27 gennaio a Manila: le Filippine mi hanno accolto senza problemi, i voli Air China erano ancora permessi – dato che la Cina aveva già chiuso le città più grandi, aveva isolato Wuhan (come l’intera provincia di Hubei) e misurava la temperatura di tutti i viaggiatori in transito per la capitale.

Dopo un bellissimo viaggio che mi ha portato da Manila a Palawan e Cebu, non mi sarei aspettata nessun tipo di difficoltà per andare anche in Indonesia, a sole 4 ore di distanza. Il problema è avvenuto il 5 febbraio, quando presi un volo internazionale da Manila a Bali. Indonesia intanto aveva cambiato le “regole del gioco”, respingendo qualsiasi viaggiatore che aveva transitato la Cina nelle settimane precedenti. Anch’io ero una di loro: l’inevitabile conseguenza: deportazione a Manila, dove mi aspettava un’intera avventura… Niente quarantena, solo una sorte di arresto: passaporto confiscato, ambasciata irraggiungibile, notte trascorsa all’aeroporto, in un alloggio allestito per i richiedenti asilo e per gli illegali. 

Per quasi 24h sono stata considerata “persona non grata” e mi è stato richiesto di lasciare le Filippine il prima possibile: lla compagnia aerea Cebu Pacific era anche disposta a pagarmi il biglietto per Berlino. E proprio 1h prima del volo per Dubai mi è capitato di notare il fatto più strano di tutta questa storia: le autorità filippini non avevano saputo niente della mia “permanenza” all’aeroporto… alla fine, troppo Kafka per un viaggio in Asia.

È stato interessante osservare la differenza di percezione: né a Dubai né a Zurigo o a Berlino, al mio ritorno, l’impronta della Cina sul mio passaporto interessava veramente. A febbraio l’Europa faceva ancora l’errore di categorizzare il mondo secondo le distanze fisiche… e forse è questo l’aspetto che l’attuale crisi del virus potrà cambiare: la prospettiva.  

Dorina Achelaritei

https://www.facebook.com/dorina.achelaritei