La “femme fatale” tra seduzione e perdizione.

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di Riccardo Bramante

Il mito della “femme fatale”, donna affascinante e ammaliatrice ma temibile nello stesso tempo, da sempre ha colpito poeti e scrittori a iniziare dall’antica Grecia con Circe, Medea, Cleopatra fino a Clitemnestra nella sua versione di vendicatrice sugli uomini, ma si è diffusa soprattutto nel XIX secolo in coincidenza con la nascita dei primi movimenti di emancipazione femminile dei quali è divenuto paradigma in un dialogo di amore e morte, tra ideale classico e cultura borghese.

Donna straordinaria la cui pelle levigata e luminosa, i folti capelli, l’insospettata forza del suo corpo sottile la rendono un fenomeno ineguagliabile e ne fanno il fine da raggiungere tramite un percorso iniziatico costellato di ostacoli; è lei la Grande Madre, affiancata alla Natura, che sa donare ma anche uccidere.

Prototipo della “femme fatale” può essere considerata la Eva descritta nella Bibbia che non si accontenta di quello che ha ma desidera la conoscenza, disobbedisce a Dio e si sottrae al suo ruolo di costola di Adamo. E’ forse questo ricordo ancestrale del paradiso perduto a far si che l’uomo ancor oggi talvolta veda la donna come fonte di perdizione?.

Ma è soprattutto lo sguardo di questa donna l’enigma maggiore, sguardo che dice quel che il corpo non dice, divenendo un’arma di rivalsa nei confronti dell’uomo, delle consuetudini e dei ruoli; è la “femme fatale, che si reincarna nei secoli in forma diverse, è Kalì, Ecate, Lamia, le Furie, Medusa, Lilith la prima moglie di Adamo femmina indipendente e selvaggia.

E’ questo lo spirito delle donne descritte nella letteratura moderna dell’800 e del ‘900 da Gabriele D’Annunzio nel “Trionfo della morte” e nel “Piacere”, poi da Mérimèe con la sua Carmen, da Gauthier con Cleopatra, nella musica lirica da Puccini con la Turandot e da Bizet con la Carmen e poi nelle numerose Salomè della “fin de siècle” tratteggiate da Flaubert, Heine, Laforgue e Wilde, solo per ricordarne alcune.

Siamo lontani dalla donna angelo idealizzata dal “dolce stil novo” e questa differenza si accentua ancora di più con l’avvento del cinema e la prima, raffinatissima “femme fatale” impersonata da Louise Brooks ne “Il vaso di Pandora”, donna seducente e disinibita che porta alla rovina gli uomini che si innamorano di lei, a cui seguì Marlene Dietrich, la Lola Lola dell’”Angelo azzurro” che fa innamorare un anziano professore di liceo travolto dalla passione al punto di perdere la stima perfino di se stesso e poi ancora Greta Garbo, la Mata Hari che, nella cinica veste di spia, usa il suo irresistibile potere di seduzione per carpire segreti diplomatici e militari.

E poi come non ricordare in tempi più recenti la “Gilda” di Rita Hayworth, la Ava Gardner ne “I gangster” e, perchè no?, la Marilyn Monroe di “Niagara”, anche se in queste ultime prevale più l’aspetto sessuale della “femme fatale” piuttosto che quello tenebroso e spiritualmente seduttivo delle prime apparizioni.

E’ comunque sempre l’”eterno femminino” del Faust di Goethe che aleggia su tutti questi personaggi come elemento proprio della donna portatrice di una originaria magia insita, quel “favor dei” che ognuna di esse possiede in potenza per dote non puramente genetica.