Malati di solitudine | di Anna Novikova

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Ai tempi del Covid-19, la cosa che spaventa di più, forse, non è la Pandemia di per sé ma l’improvviso senso di solitudine.

Quello che personalmente trovo più allarmante non ha nulla a che vedere con la imminente crisi economica, e neanche con la disoccupazione che presto raggiungerà storicamente i livelli più alti, ma l’incapacità delle persone di accettare la solitudine.

Mentre puntiamo il dito contro la Cina presumendo che sia responsabile per la diffusione del virus, contro la Germania e l’America (alleati di lunga data dell’Italia) per non aver lanciato un giubbotto salvagente mentre “la nave italiana” affonda, cosi come protestiamo con Dio per tutte le vite che si prende e lasciamo che i mainstream media ci trasformino in un gregge timorato e obbediente, andiamo a letto la sera sentendoci distrutti e senza speranza, chiedendoci se riusciremo mai a uscire dal corona-jail.

Sono sicura che voi siate abbastanza intelligenti da rispondere a questa ultima domanda. Come ogni cosa nella vita, anche la pandemia finirà. Ma che ne è di questo momento, del presente? C’è una qualche vitalità o siamo solo destinati a proiettare tutte le nostre speranze e tutti i nostri sogni su quel magico giorno in cui la nostra reclusione finirà e potremo respirare la liberta? Siamo davvero scommettendo tutto su un momento indefinito del tempo a venire e coscientemente eliminando mesi delle nostre vite solo perché non soddisfano pienamente i nostri desideri egoistici?

Naturalmente, non è un segreto, che è tipico della natura umana, vedere i limiti e i difetti del presente, come se non stessimo vivendo oggi ma solo preparando quella vita perfetta che si materializzerà in un momento sconosciuto di un futuro glorioso. È per quel momento che conserviamo intatti i nostri abiti migliori e, dopotutto, abbiamo il diritto di indossarli per un momento così poco speciale come questo? Cosa può esserci di speciale in questo istante? Vestiti costosi, nuovo trucco, profumi e i delicati servizi di piatti sono tutti tenuti negli armadi per un’occasione speciale che probabilmente non arriverà mai.

Vedete, il vero problema dell’umanità è la incapacità di arrendersi alla vita. Non riusciamo più ad accettare le circostanze che ci sembrano scomode, che non lasciano spazio per il nostro ego. Abbiamo domato la terra e la natura, ma non ci sembra sufficiente, non ci basta ancora. Nulla sembra renderci felici. Non appena giungiamo ad un traguardo, ottenendo quello che ci sembra di desiderare, il nostro apprezzamento svanisce in un lampo. E solo dopo averlo perso ci rendiamo finalmente conto di essere stati felici.

Qualche giorno fa ho visto un film sovietico (e per questo poco conosciuto all’estero, il che considero un vero peccato, perché molto tragicamente l’unica immagine della Russia ci viene raccontata dai film americani e non da quelli russi… Mi domando spesso, quante guerre – anche quelle fredde – ci saremmo potuti risparmiare se solo avessimo dimostrato più interesse e rispetto verso le culture altrui). Il film narra della straziante storia di una donna, che presa dalla sua maniacale corsa per avere una casa più grande, un telefono più bello ed una macchina più elegante, perde l’essenziale – l’uomo che la ama perdutamente. La storia di questa donna è senz’altro tragica, così come lo sono anche i motivi della sua inquietudine e le ansie che lei prova a colmare migliorando il lato estetico della vita. Questa sua fame quasi incontrollata di cose diventa talmente forte che ad un certo punto prende il controllo sulla sua esistenza. Cerca cosi di trovare un senso, perché è la solitudine, il dover stare senza fare niente e ascoltare sé stessa che la spaventa di più. Follemente innamorato di lei, il marito glielo perdona anche se a volte gli viene da dire “Stai ferma e goditi questo momento”. Ma non c’è niente che sembra poterla fermare. Neanche la morte…

Non siamo dopotutto molto diversi da lei. Non è forse vero che molto spesso dando importanza alle sciocchezze quotidiane, ci sfugge l’essenziale, quello che conta veramente? Non è vero che usiamo le cose per rafforzare la nostra immagine agli occhi di altri, curandoci poco di quello che siamo veramente? Siamo talmente inghiottiti dal nostro ego che ci manca la dimensione più vitale – la relazione con noi stessi. Questo spiega perché la solitudine forzata ci fa così tanta paura.

Dopo decenni trascorsi a identificarci con la nazione, un partito politico, una professione, un reddito, una classe sociale, ci siamo risvegliati tutti nella stessa posizione a doverci chiedere chi siamo veramente. E ora, quando siamo costretti a restare dentro casa ad affrontare la presenza di noi stessi senza una via di scampo, non sappiamo accettare quella persona che ci fissa dallo specchio, tanto bella, quanto imperfetta. Ci accorgiamo di un mondo interiore di cui non abbiamo mai conosciuto l’esistenza. Così, il nostro senso di inquietudine nasce proprio dal fatto che per tanto tempo abbiamo cercato il senso della vita nelle cose che ci circondano. Abbiamo cercato senza aver mai trovato.

Alcuni di noi hanno accettato la corona-jail con grazia e saggezza e in questo hanno trovato la libertà. Ma quelli che si stanno ribellando alla lezione della vita sono destinati a essere tumulati dalle mura domestiche. Siamo malati di solitudine, ma questa malattia ha solo una cura – la solitudine stessa.

Anna Novikova

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