“L’alcova anti-Covid-19” | Racconto onirico per puro caso

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di Valentina Neri

Stiamo vivendo un incubo che strangola la morte strizzandole i polmoni. Ma io non temo la morte e adoro gli incubi che nutrono la mia fantasia. Sono egoista e ho imparato presto a rassegnarmi anche a quella degli altri come fatto da accettare perché, in quanto credente, la vita va avanti e i nostri cari estinti sono le persone che ci stanno più vicino; e io li sento, nelle mie stanze, a lume di una candela che risponde, per loro, alle mie domande. Vivo di fronte ad uno ospedale con annessa una chiesa in cui si trova la statua di Maria Bambina. Non ho mai voluto figli, anche se mi sono sempre sentita una mamma perché esserlo fa parte della mia genetica e della mia sensibilità mammiferaia; ho 46 anni e, anche se rivedessi le mie posizioni, forse sarebbe troppo tardi, sia biologicamente sia storicamente ma sono troppo fatalista per preoccuparmi di questi aspetti. Ora o mai più? Carpe diem. Potrebbe essere il momento perfetto. Ora che è più pericoloso, che il piccolo nascerebbe in un momento senza pace, con la gente in quarantena, gli ospedali intasati, l’Italia frantumata, gli italiani divisi, col cuore sulle montagne russe, il cervello in panne e il conto in un rosso talmente profondo che quando entri in banca trovi come sottofondo la musica dei Goblin. Ed ecco l’avvento di un nuovo arrivo in saldo fuori stagione, messo subito davanti alle difficoltà e fatto nascere in casa, seguendo le istruzioni sul un tutorial on line. Potremo avere tante cose in comune io e la creatura nascente che potrebbe colmare questo mio essere mai del tutto pieno e vagante, che non viva nella bambagia ma apprenda le difficoltà della vita, che cresca consapevole del suo valore e pronto a lottare per la libertà. Quelli sono i bambini che amo, che conoscono la sofferenza e maturano presto, crescendo come me, nelle macerie; molto spesso mi si scambia per una persona mite e quindi manipolabile dunque obbediente ma si sbagliano: io sono anarchica, solitaria, vivo di poesie, di storie che mi vagano per la testa. Non ho il senso del tempo e forse nemmeno quello della realtà, gli orari dei pasti non esistono, mangio quando capita, dormo quando capita, mi sveglio quando capita; talvolta alle due, alle tre del mattino e allora scrivo, come adesso, assorta in quel silenzio che solo la notte può garantirti, prima che la giornata inizi a turbare la mia pace. Questo stile di vita, così disordinato, anomalo insensato, mi predispone ad una morte che sto confezionando da me come una sarta che taglia e cuce l’abito di una cliente esigente, che chiede qualcosa d’altri tempi per il suo ultimo debutto nell’alcova dell’amore proibito da un decreto inconcepibile che ha dispetto, delle restrizioni, forse la porterà a concepire la colpa dell’ambito peccato. Sto subendo queste restrizioni con trasgressione e spirito di disobbedienza. Ho voglia di camminare lentamente ma a lungo, ho voglia di perdermi per strada, non tollero chi mi chiede dove vado, forse nemmeno so dove vado. Eppure l’amore mi sta consumando, mi usura ed è una calamita che non conosce timori, una calamità che mentre cerca il disastro vi si abbandona rassegnata e mi fa infrangere i decreti portandomi nei labirinti del rischio. Morirò per amore o con amore? Il sole splende da tanti giorni, forse perché qualcosa deve pur allietare lo strazio o forse piove e quello che vedo è solo il Paradiso che vivo nelle mie fughe fantastiche e che mi porto dentro come Eva, in arrivo nell’Eden per gustare il frutto proibito ed è al sole che incontro l’oggetto del mio desiderio, l’uomo da cui provengo attraverso il suo costato e che vado a completare con il mio corpo, in una Genesi, dove l’ira di Dio è l’Esodo per giungere al “libero arbitrio” capace di sconvolgere i disegni divini donandoci non la possibile scelta del male ma l’inevitabile caduta in esso necessaria come nutrimento della coscienza, poiché il male è un boomerang  che può solo tornare indietro compiendo un giro che al fine ultimo porterà alla comprensione dei suoi perché; dopo il morso di quella mela, il disegno sembra essersi aperto a mille strade, strade che nel nostro errare ci condurranno nell’unico punto di fuga verso un destino ineluttabile che per tutta la vita ci illude di essere nelle nostre mani; tutti oggi dovremo ringraziare il serpente che si è reso complice di un utile delitto e della sacralità della sua esigenza morale: l’errore. Quell’errore che commetto quanto più posso poiché incapace di ritenerlo tale. L’amore è l’unica potenza che non può sbagliarsi, almeno fintanto che sussiste. Il Covid–19 non può vincermi. Ho capito che esiste un modo per aggirare i controlli, esistono le bugie, da sempre, il modo di documentarle, e così altri espedienti automuniti e inosservati che mi consentono di volare nelle braccia calde del mio amato Signore per concedermi senza paura perché il coraggio dell’immoralità mi rende immortale, il contrario di ciò che accade nell’Eden. E questo non è nulla di straordinario, tante coppie si dannarono l’anima o scelsero la morte pur di non separarsi. Forse è questo il vestito che sto facendo confezionare o quello del bambino che magari vedrà la luce nell’anno che verrà. Prima di riprendere gli incontri, io e il Signore ci siamo tamponati, per amore l’uno dell’altra, negativamente eletti, previo pagamento anticipato, e così abbiamo aperto le nostre danze nel talamo dell’incoscienza. Ci siamo messi nella posizione di non contagiare, senza fustigare i nostri corpi deprivandoli del dovuto piacere, semplicemente evitando di non vedere più nessun altro fuorché noi stessi. I beni di prima necessità arrivano al domicilio per illuderci di essere al sicuro. Ci godiamo questa passione infinita senza sottrarci a nulla nemmeno alla possibilità di una tragedia. Ma l’amore val bene una vita. Dunque nessun senso di colpa qualora fosse. La morte avrà comunque sconfitto il più grande orrore del Coronavirus, l’attentato all’amore e ai suoi piaceri, l’attentato alla libertà siglato da un assurdo patto col diavolo che pone sullo stesso piano la qualità della vita rispetto alla sua durata. E per questo spero che il mio ventre generi quel tenero feto che non ho mai accolto nel mio corpo indisciplinato e assetato di senso. Questo è ciò che farei nella realtà se la realtà non fosse un sogno. O meglio: un incubo!

Valentina Neri

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