Attraversare le periferie: CAGLIOSA.

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di Chiara Bentivegna

La letteratura è empatia soprattutto quando entra nel sociale e ne riporta i contrasti, i drammi, le ferite.

Il calcio ha le sue regole, la vita – specie la vita dei poveri cristi – no. 

Cagliosa di Giuseppe Franza è un romanzo che parla di calcio dilettantistico e degli eroi/antieroi della periferia violenta.

Vangò, dai rossi capelli arruffati, è un Malpelo contemporaneo che ruba motorini per conto di un carrozziere e nel tempo libero gioca a calcio nella squadra del suo quartiere: formazione di dilettanti della periferia napoletana.

Ventidue sono le partite del torneo, e ventidue sono i capitoli del libro, attraverso cui Giovanni, detto Vangò, misura i propri limiti e il suo abbrutimento. La struttura ferrea e regolare del romanzo fa per antitesi l’occhiolino al disordine dell’esistenza di strada, coperto alla meglio da una facciata di normalità.

Ogni realtà ha i suoi codici, anche il disordine della periferia, e il protagonista, pur calato perfettamente nel suo contesto, cerca scappatoie dalla prigione di quel sistema di vita.

Non ci sono campioni né sportivi, e ogni personaggio rivela senza vergogna la propria deficienza morale. Ciononostante lontani dai riflettori, su campi polverosi e invasi dalle erbacce, Vangò e compagni combattono per resistere alla forza centrifuga del non senso, per sopravvivere a loro stessi.” si legge nella sinossi del libro.

Nello strano ordine delle cose la vita spesso si rivela “una chiavica” per chi nonostante tutto conosce l’arte di scomparire e di farlo per bene. Il segreto resta “contentarsi, pigliarsi quel poco di buono che uno era riuscito a meritarsi o a scippare nel contesto, senza mai farsi il sangue troppo amaro.” E tuttavia l’amaro, nonostante il tono a tratti umoristico delle situazioni, rimane.

Cagliosa, che in napoletano vuol dire percossa violenta, rivela quanto anche il sogno in questa autodistruttiva società massificante sia impastato di lotte meschine e come diventi, il sogno stesso, solo riflesso falsato (o falsificato?) di quella stessa società. 

Il lessico del romanzo ci porta tra i quartieri napoletani e in una realtà giovanile di chi, seppure ancora incredulo, ha senza tragedia e senza catarsi, abbandonato del tutto l’innocenza e l’anima.