“Quale futuro?” | di Silvia Ruggiero

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Silvia Ruggiero
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Avevamo imparato a cambiare il nome alle cose che sentivamo. Avevamo imparato a chiamare le nostre emozioni in un altro modo: chiamavamo “ansia” la paura, “depressione” la tristezza, l’angoscia, la delusione e l’impotenza. Avevamo imparato a chiamare “amore” la dipendenza. E così avevamo imparato a distanziarci da noi stessi. Riuscivamo a metterci la maschera e a lavorare tutto il giorno per sfiancarci ed essere sicuri di non avere più energie per guardare in faccia i nostri mostri interni. Avevamo imparato a lamentarci di tutto, a essere spettatori passivi delle vite altrui. Avevamo imparato ad anestetizzarci per non sentire il dolore. Abbiamo preso i multivitaminici pur di non fermarci mai e un aiutino per dormire per poterci fermare senza pensare. Avevamo un piano per tutto: prevedevamo che il futuro sarebbe stato come il presente ma un po’ migliore. Abbiamo trascurato i segnali del nostro corpo per farci consumatori di ogni cosa ci venisse proposto con sufficiente luccichio. Abbiamo trascurato la nostra identità per diventare come gli altri si aspettavano. Abbiamo preso a calci la natura e strappando l’erba abbiamo coltivato giardini di plastica. E ora? Ora che inermi guardiamo esterrefatti l’inatteso che ha preso il posto delle nostre certezze, ora che i nostri piani si riducono all’essenziale, ora che la sopravvivenza che avevamo dato per scontata, che fino all’altro giorno vedeva placida la tv con noi sul divano, ora che ci sfugge dalle mani e non riusciamo a trattenerla, ora il vero mostro che ci morde le caviglie è questa sensazione di non saper più chi siamo.

(Articolo già pubblicato da “La Gazzetta del Salento” del 5 maggio 2020)

Silvia Ruggiero