“Quartiere e senso di comunità: Garbatella (Roma)” ǀ Intervista a Barbara Bartolomei, Autrice ǀ di Maria Teresa De Donato

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Nella mia vita ho svolto per più di 35 anni attività di volontariato, collaborando con organizzazioni non-profit operanti in vari settori ed aiutando famiglie e singoli nel bisogno.  In tempi recenti, tra le persone più entusiaste, esuberanti e decise a contribuire al miglioramento del proprio quartiere, attraverso un ritrovato e rinnovato senso di comunità, ho trovato Barbara Bartolomei, Autrice e, come si definirebbe lei stessa, “Romana de’ Roma”, nata a Garbatella, uno dei quartieri più tipici della Capitale.

Barbara è una bella signora, estroversa, che ti parla guardandoti dritta negli occhi e, senza troppi complimenti né convenevoli, ti dice esattamente quello che pensa.

È un grande piacere, quindi, per me ospitarla oggi su questo mio Salotto Virtuale e parlare un po’ con lei non solo della vita nel quartiere, ma soprattutto di quel senso di comunità che a molti della mia generazione sembra essersi quasi completamente estinto.

Prima di proseguire nella considerazione di questo aspetto voglio, quindi, dare il benvenuto a Barbara.

MTDD: Ciao Barbara e grazie per aver accettato il mio invito a partecipare a questa intervista.

BB:     Ciao Maria Teresa. Il piacere è mio. Quando mi hai contattato mi ha colpito molto il tuo approccio positivo alla vita. Cosa rara di questi tempi.

MTDD: Barbara, iniziamo con il presentarci e con lo spiegare chi sei, che studi hai fatto, di cosa ti occupi e/o qualsiasi altra informazione tu voglia condividere con i nostri lettori e le nostre lettrici.

BB:     Potrei risponderti con la presentazione che trovi dietro al mio libro “Se son rose… sei ar semaforo”:

L’autrice. Fa dice… parleme de te… e no eh… così me se vota er cervello… che ve devo di’ so’ nata… a Roma… quanno? UUUUh va be’ quante cose voi sape’!  So’ nata no? Accontentete! Un amico mio m’ha detto che so come papa Sisto. Me so’ offesa. A Roma se dice che papa Sisto è “ar diavolo fedele ostile a Cristo”… poi m’ha spiegato e l’ho perdonato. Papa Sisto scappava da Castel Sant’Angelo appena poteva p’annasse a ‘mpiccia’ de quello che succedeva a Roma… annava cercanno… che cercava lui io nun lo so… ma so che cerco io… storie… da riccontavve, pe favve ride, piagne e emozionavve… ve le ricconto in romanesco perché so storie piccole, de gente che viene e va… e magari nisuno se la ricorda… ma magari puro no.

Però a pensarci non sarebbe serio. Quindi chi sono io? Sono una persona che ha sempre amato scrivere. Mi hanno regalato una macchina da scrivere giocattolo quando avevo otto anni e ricordo che non avendo ancora una grande capacità letteraria mi limitavo a ricopiare i miei libri preferiti. Finchè ho cominciato a scrivere per conto mio.

Roma è da sempre il mio grande amore. Sembrerà strano, ma da ragazza, per superare i momenti difficili, passeggiavo per i quartieri storici di Roma: Garbatella, Trastevere, Monti, Pigna, Testaccio… e lì mi sentivo a casa… protetta. Grande merito per la mia cultura “romanesca” hanno avuto mia madre e i miei nonni materni che hanno riempito la mia infanzia e adolescenza di racconti sulla storia e le leggende di Roma. A dodici anni mio nonno mi ha regalato un libro: “Storia, misteri e leggende di Roma”. Lo conservo ancora. Con una storia così, come si può non amare Roma?

Per quanto riguarda la mia biografia: mi sono diplomata in lingue nel lontano… va be’ non è importante e lavoro nella pubblica amministrazione. Mi piacciono il teatro e il cinema, adoro recitare e naturalmente leggere; la lettura è stata la mia prima occasione di viaggio, quando i miei genitori non mi facevano muovere da casa.

MTDD: Cosa significa essere una “Romana de’ Roma”? Per coloro che lo ignorassero, vogliamo chiarire che cos’è la “romanità”?

BB:     Bella domanda… difficile risposta. Soprattutto per chi vive in un paese come gli USA. Vediamo… il romano vero è quello che ha sempre un’opinione su tutto, quello che al bar si infervora parlando della partita o del governo. Il romano sembra prendere a cuore tutto… e invece mantiene sempre un certo menefreghismo. È indolente ma passionale, ironico fino al sarcasmo e soprattutto irrivirente e rumoroso. A volte ingombrante ma “de core”.

MTDD: “In una Roma che va sempre de corsa e che nun ce dà tregua… forse la Garbatella è diventata un posto muto e arrabbiato come il resto del Mondo? E invece no! Garbatella è un posto magico…” (Bartolomei, 2020)

Com’è cambiata Garbatella negli ultimi decenni e perché è rimasta “un posto magico”?

BB:     La Garbatella è un quartiere che ha molte sfaccettature. Il quartiere storico “i lotti” ha mantenuto lo spirito dei suoi primi anni, con ampi spazi comuni e tanta voglia di condivisione. Ma il quartiere si è esteso moltissimo e a questo primo insediamente si sono aggiunte costruzioni moderne e la Garbatella è diventato un quartiere ad altissima densità abitativa. E purtroppo il degrado è arrivato anche qui “Cocci, monnezza, carcinacci e chi più ne vole più ne metta”. La magia di questo quartiere sta proprio in quel primo nucleo che doveva essere un “quartiere giardino” a misura d’uomo e che dovrebbe essere studiato per capire come la vita potrebbe essere differente in un quartiere che fa della condivisione, della coesione e del supporto reciproco le sue parole d’ordine.

MTDD:  “Forse questo quartiere ce deve insegna’ quarcosa. Ce deve insegna’ che un quartiere – tutti i quartieri – so’ de tutti noi e per tutti noi e siamo noi che lo potemo fa’ diventa’ un giardino.” (Bartolomei, 2020)

Ti faccio i complimenti per questi stupendi versi recitati in romanesco che centrano un aspetto fondamentale del vivere sociale: il SENSO di COMUNITÀ, di solidarietà e la conseguente importanza che ogni quartiere – ovunque si trovi al mondo – dovrebbe rivestire nella vita di ognuno di noi.

Mi farebbe piacere che tu elaborassi questi concetti spiegandoli secondo il tuo punto di vista… In questi ultimi decenni com’è cambiata, a tuo avviso, la gente e, di conseguenza, il quartiere… perché – come hai giustamente menzionato nei tuoi versi – il quartiere di fatto siamo noi…

BB:     Ah be’ adesso ti devi sorbire un pistolotto… come dicono a Roma. Secondo me il problema principale nei rapporti umani negli ultimi anni è che ognuno dà la responsabilità di tutto agli altri. Roma è sporca? Colpa delle istituzioni. Troppe macchine? È perchè ci sono pochi autobus e quelli che ci sono non funzionano e così via. Noi italiani poi abbiamo un concetto distorto della “cosa pubblica”. Non è roba mia quindi non la curo. Inoltre la mentalità diffusa è che un gesto piccolo non serve a risolvere problemi grandi. Invece bisogna cominciare a pensare che ogni piccolo gesto serve a migliorare un po’ la situazione. Tanti piccoli gesti diventano un grande cambiamento. Per fortuna la situazione sta cambiando. Le nuove generazioni mi sembrano più attente, più consapevoli. Rimane però una sfiducia di fondo nelle istituzioni, che sono viste lontane, assenti e soprattutto inefficienti. Ma anche in questo caso la regola è la stessa. Se ogni persona che lavora per la pubblica amministrazione o per un’istituzione comincia a sentirsi parte di un ingranaggio, prima o poi questo ingranaggio comincia a girare. Il percorso sarà lento e doloroso ma sono fiduciosa che questo cambiamento arriverà.

MTDD: La profondità dei tuoi versi mi fa ipotizzare che tu abbia utilizzato – forse del tutto inconsciamente – la poesia romanesca come strumento sociale, quasi politico … per arrivare al cuore della gente e sollecitare un cambiamento, un ritrovato interesse per la vita nel quartiere, per il senso di comunità, che di fatto è anche senso civico, per il contributo che ognuno di noi può dare e che dovrebbe sentire come responsabilità personale nel risolvere problemi in modo pratico e la soddisfazione che può trarne nel sentirsi parte del TUTTO, nel partecipare tutti insieme a fare la differenza … a cambiare in meglio il mondo … partendo proprio da ciò che ci circonda … invece di limitarci a essere osservatori passivi di un evidente degrado …

Mi sbaglio? E quale consiglio in tal senso la nostra ‘Signora (o Sora) Garbatella’… potrebbe dare a tutti coloro che ci stanno seguendo o ci seguiranno?

BB:     No, per carità non parliamo di politica. Sociale sì. È una parola che mi piace. Sociale è una parola tonda, che dà l’idea di inclusione… Sociale… senti come suona bene. Politica invece è una parola cupa, dura.. politica… no… è una parolaccia (ride).

Però è vero. Quello che manca oggi è sentirsi parte di un progetto comune. Siamo tutti chiusi nelle nostre individualità, attenti a che gli altri non ci disturbino, non rompano i nostri solitari microequilibri e questo ci porta a pensare che al di là di noi niente sia importante. E apriamoci agli altri! Scopriremo tante persone che vogliono parlare, che desiderano un sorriso, un gesto di affetto. Certo ci saranno anche persone che ci rifiuteranno, che continueranno nei loro personalissimi egoismi, ognuno è libero di rendersi infelice come vuole. Ma la solitudine, il senso di sconforto che derivano da questo atteggiamento dovrebbero essere sufficienti a cambiare registro.

E quando ci apriamo agli altri ci rendiamo conto che tutto quello che ci circonda può essere migliorato. Un esempio. Nel mio quartiere (Marconi, proprio a ridosso della Garbatella), mi è capitato di stare in fila al supermercato e di avere davanti a me alla cassa una signora anziana che faceva i conti per capire se oltre al pane e al cibo per il suo gatto, poteva comprare anche mezzo litro di latte. Alla fine non lo ha preso. Arrivato il mio turno ho pagato il litro di latte e poi l’ho rincorsa dicendole che aveva dimenticato alla cassa il latte. Il sorriso di quella signora mi ha dato la carica per tutta la giornata. E sono convinta che col cuore riscaldato da un piccolo gesto anche la signora ha applicato la regola della “gentilezza che chiama la gentilezza”.

Perché il romanesco: il romanesco mi permette di essere ironica, di affrontare problemi seri in modo leggero. Inoltre, il dialetto è la lingua di tutti noi romani, la sentiamo vicina, dà fiducia, fa sentire tutti uguali, senza distinzioni politiche, culturali o di classe. La mia “Garbatella” da ironica ostessa romana direbbe: “A rega’ si nun ve piace quelo che vedete, lo dovete cambia’… e nun me riccontate fregnacce che nun je la fate… basta solo penza’ un po’ più all’artri e meno a li fattacci vostri”.

MTDD: Barbara, tu sei anche Autrice del libro Se son rose … sei ar semaforo: Brevi storie in dialetto Romanesco.  Com’è nata l’idea del libro, a chi hai voluto dedicarlo e perché hai sentito l’esigenza di scriverlo?

BB:     “Se son rose … sei ar semaforo” nasce dalla voglia di raccontare lo spirito romanesco attraverso storie che capitano a tutti noi, tutti i giorni. Il traffico, le piccole ingiustizie, i personaggi particolari che si incontrano girando per Roma. Io vado in bici e  cammino tanto per Roma (che è un modo come un altro per non lamentarsi del traffico) e non avete idea di quante cose strane si vedono. Una parte del libro è dedicata alle storie della mia infanzia, e ai personaggi che hanno popolato la mia vita. È il capitolo dedicato a “Storie de famija”, una famiglia strana la mia in cui convivevano il travestito che faceva l’imbianchino, l’orologiaio che sembrava Mefistofele e il vicino di casa ignaro di essere utilizzato come spauracchio per far ubbidire noi bambini. Qualche volta trovate delle note… a volte serie a volte ironiche che servono a spiegare alcuni modi di dire un po’ più ostici.

Nel libro trovate anche qualche disegno di mia figlia Ludovica, che dopo aver letto i racconti della mamma ha voluto disegnare qualcosa per rendere migliore il libro.

Il libro è dedicato a mio marito Luca e a mia figlia Ludovica che mi hanno sopportato e supportato in questa avventura e che meritano un applauso per la pazienza.

MTDD: C’è qualche verso del tuo libro che vorresti condividere qui con chi ci segue e a cui dai un particolare significato?

BB:     Sei una specialista delle domande difficili. Ce ne sono tante “Che d’è na madre”, “Vita”, “Er giorno de la memoria”, “A frittata”, ma scelgo “Er soriso” perchè riassume un po’ quello che penso sull’atteggiamento da avere nella vita.

Er soriso

Stamane la bicicletta m’ha lasciato a piedi…

So’ salita e … pffffffffffff la rota s’è sgonfiata

come a di’: e mo’ basta me so stancata famme riposa’.

Così so annata a piedi …

Da casa mia all’ufficio so’ poco più de cinque chilometri …

Ma se uno nun va de prescia è ‘na bella passeggiata.

So’ passata pe Viale Marconi, ho girato pe’ Lungotevere Testaccio

e so arivata ar ponte der Fatebenefratelli …

Lì me so fermata. Siccome nun ce so le strisce pedonali

attraversa’ er ponte sta ar core de chi passa co la machina…

Un poro cristo se ferma, faccio un cenno pe di’ grazzie e je sorido.

Sull’artra corzia ‘na machina inchioda pe’ famme passa’…

me stupisco … due de seguito … quasi quasi gioco ar superenalotto …

Comunque faccio lo stesso cenno e n’artro soriso …

Attraverso … ma la machina nun riparte …

Allora me giro… e vedo na regazza che me chiama …

Sicuro nun la conosco … m’avvicino … e je faccio: – Dica …-

e lei – Signora lo vole sape’ perchè l’ho fatta passa’? – me chiede

– Se je fa piacere – risponno – L’ho fatta passa’ per soriso …

Perchè lei nun ha solo ringrazziato … ha pure soriso…

e c’ho tanto bisogno de sorisi. –

E che dovevo fa dopo st’affermazzione?

J’ho dedicato er mejo soriso che m’è riuscito …

e me ne so annata a lavora’ un po’ più contenta.

 MTDD: Se qualche lettore volesse ordinare copia del tuo libro o mettersi in contatto con te come potrà farlo?

BB:     Su Facebook c’è la mia pagina “Se son rose … sei ar semaforo” che permette di collegarsi al sito www.lulu.com e di acquistare il libro.  E naturalmente la mia mail barbara.bartolomei@yahoo.it, cerco di rispondere a tutti.

 

MTDD: C’è qualche aspetto che non abbiamo trattato che vorresti aggiungere a conclusione di questa nostra intervista?

BB:     Uno solo. Ottimismo. La vita non è mai facile. Ma l’ottimismo aiuta sempre. Anche nelle situazioni più difficili. Faccio un esempio. A ventidue anni ho perso mia madre e mia nonna, le persone più importanti della mia vita, a distanza di pochi mesi. È stato un periodo difficilissimo. Mio padre non era mai stato molto presente e mia sorella ed io ci siamo ritrovate a dover affrontare la vita da sole. C’erano giorni in cui pensavo che non ce l’avrei mai fatta, che quel peso che avevo sul petto mi avrebbe schiacciato. E così ho cominciato a fare “come se”. Affrontavo le giornate come se … fossi felice, come se … la mia vita fosse una favola, come se … tutto andasse bene, come se … il raggio di sole che vedevo dalla finestra avrebbe reso migliore la giornata. E pian piano quel ‘come se’ è diventato reale. E il dolore sordo e cupo si è trasformato in una maliconica leggerezza, in un rimpianto di cose non vissute soffuso dei ricordi piacevoli delle persone che amavo e il sorriso è ritornato prepotente. Ottimismo… e fare ‘come se’…

 

MTDD: Grazie Barbara per aver partecipato a questa intervista e per i tuoi splendidi versi. Spero di poterti avere ancora come mia ospite in futuro. Tanti auguri per un grande successo con il tuo libro.

BB:     Grazie Maria Teresa. Mi hai dato una splendida opportunità. La tua positività è un balsamo contagioso. Sarei felice di essere nuovamente tua ospite.