“La lettura è come l’amore, nessuno può imporla dall’esterno” | di Paolo Massimo Rossi | “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”

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Paolo Massimo Rossi
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Premessa a cura di Andrea Giostra:

L’articolo “La lettura è come l’amore, nessuno può imporla dall’esterno” di Paolo Massimo Rossi, che leggerete a seguire, è uno degli importanti contributi frutto di una riflessione partecipata che vede protagonisti diverse persone appassionate di libri e di lettura. Nel mese di novembre 2019, su diversi magazine nazionali e regionali, venne pubblicato un articolo, scritto da Ilaria Cerioli e Andrea Giostra, che si poneva delle domande sul senso della lettura oggi, nel Ventunesimo secolo, a partire dal noto saggio di Marcel Proust “Sur le lecture”, pubblicato in Francia il 15 giugno 1905, fino ai giorni nostri. Un articolo che venne letto da oltre 50 mila lettori e che vide centinaia di commenti, tutti molto interessanti. A questo inaspettato successo di lettori seguì l’invito, da parte degli autori, di una riflessione partecipata avanzata a diversi loro amici e colleghi, proprio a partire dall’articolo «Da Marcel Proust ai Millennial, “Del piacere di leggere” e del “Senso di vivere tra i libri” dei ragazzi di oggi» https://mobmagazine.it/blog/2019/11/30/da-marcel-proust-ai-millennial-del-piacere-di-leggere-e-del-senso-di-vivere-tra-i-libri-dei-ragazzi-di-oggi/. Seguirono diverse adesioni da parte di studiosi, educatori, professori universitari, psicologi, critici d’arte, insegnati, artisti, scrittori e qualche giovane adulto. Il saggio, a cura di Ilaria Cerioli e Andrea Giostra, e con la co-partecipazione di diversi co-autori, che ha per titolo “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”, sarà pubblicato (se riusciremo a rispettare i tempi) entro il mese di ottobre 2020, ed ha già raccolto diversi interessanti contributi che verranno anticipati in questa piccola Rubrica su questo magazine che abbiamo chiamato con lo stesso titolo del saggio di prossima pubblicazione: “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”.

È bene precisare che il saggio quando sarà ufficialmente pubblicato, sarà leggibile gratuitamente online su alcuni portali web, e, altresì, potrà essere scaricato online in pdf sempre gratuitamente. Ovviamente sarà anche disponibile su tutti i portali online di distribuzione libri.

Chi dei lettori di questo contributo, quello dello scrittore Paolo Massimo Rossi, volesse scriverci e sottoporre alla nostra attenzione la sua riflessione su questo grande tema, ne saremmo grati e certamente la prenderemo in considerazione per un eventuale inserimento nel saggio di cui vi abbiamo anticipato i contenuti.

Buona lettura a tutti…

 

“La lettura è come l’amore, nessuno può imporla dall’esterno” | di Paolo Massimo Rossi

Parafrasando Oscar Wilde: L’amore per la lettura non può e non deve essere un’utopia.

Siamo determinati dall’ambiente che comprende certo la scuola, ma anche la famiglia, gli amici, i desideri e la voglia di apparire o nascondersi.

Ma anche dal caso che, per alcuni Millennial, può essere fortunato, per altri può essere respingente o ostativo a proseguire nell’esplorazione del mondo della lettura.

Mi chiedo: l’analisi delle esperienze personali ci permette di riconoscere un criterio che ci aiuti a comprendere quali debbano essere le condizioni necessarie affinché l’amore per la lettura nei millennial possa formarsi e persistere nel tempo?

In altri termini, esiste un criterio che, libero dalle mode, possa poi essere calato nel tema specifico della lettura, permettendoci in tal modo di individuare le condizioni sociali e tecniche che rendano questa un piacere?

Premessa/Antefatto

Alcuni giorni fa, mentre lavoravo davanti al portone della mia abitazione, è passato un ragazzo a me sconosciuto e certo in età scolare.

Si fermò e, dopo alcuni secondi, durante i quali sembrò indeciso, mi chiese: “Possiamo parlare di Socrate?” Rimasi perplesso, anche se la mia curiosità fu stimolata piacevolmente dalla domanda.

Risposi: “Volentieri”.

Parlammo a lungo di Platone, Aristotele e dei sofisti.

Mi chiese: “Sei mai stato insegnante?”

“No”, risposi.

“Io, forse, lo diventerò”, concluse.

Mi salutò e, prima di allontanarsi, disse di chiamarsi Antonio.

L’educazione sentimentale

Come diceva John Milton, sopprimere un buon libro significa uccidere la ragione. Ora, se si chiedesse a dei Millennial cosa pensano della morte dei libri, si potrebbero ascoltare le risposte più varie, come anche notare atteggiamenti di indifferenza oppure di dolorosa riprovazione. Ma se si chiedesse della morte di “un” libro in particolare, potrebbero protestare indignati.

I Millennial hanno allora un atteggiamento diverso o in linea con quello che potevo avere io da ragazzo?

Imparai a leggere grazie a una malattia esantematica: la scarlattina. All’epoca non esistevano gli antibiotici e la guarigione era possibile solo restando per un mese o poco più a letto.

Non sapevo leggere, ma sapevo rompere le scatole.

Per tenermi buono la mia mamma mi comprò un libro che, per inciso, conservo ancora: I pirati della Malesia di Emilio Salgari Edizioni Carroccio. Sedette sul bordo del letto e “obbligandomi” a seguire le parole che pazientemente leggeva, pronunciava e sottolineava con un dito, mi portò a un punto per il quale, dopo un giorno o due, poté dirmi: “Adesso arrangiati”.

Così, grazie al caso, e per mezzo di un pretesto, nacque in me il piacere della lettura.

Ma – risultato ultimo ma non ultimo – devo ammettere che, a quell’epoca, l’amore nascente per i libri rimase circoscritto ai cicli salgariani. Non riuscii mai a leggere, per esempio, i romanzi di Verne che giudicavo, certo per un errato e misterioso pregiudizio, velleitari e scadenti.

Non si comportano così anche molti Millennial di oggi? Nella piccola libreria sulla testa del letto possono avere le biografie di Totti o di CR7, oppure, nel caso dei più impegnati, di Vasco Rossi. Ma se parlate loro di Giovanni Pascoli, potrebbero chiedervi, con ironia vagamente beffarda: Pascoli chi?

Eppure, pensando alla mia adolescenza, breve fu il passo per apprezzare – improvvisamente, e dopo I pirati della MalesiaI miserabili di Victor Hugo che trovai nella libreria di casa come anche, più tardi, negli anni dell’adolescenza, Faulkner, Steinbeck e tanti altri.

Preso atto che la vita cambia i riferimenti culturali, o presunti tali, e che le mode finiscono per condizionare gli interessi soprattutto dei giovani, esiste un insegnamento di fondo che posso trarre da quell’esperienza, e cioè che … «I ragazzi devono essere liberi di scegliere i loro testi, quelli che sono loro più congeniali proprio in quel particolare momento della vita» (Ilaria Cerioli). Condivido pienamente l’assunto di Ilaria Ceroli. Come io feci scegliendo, appunto, Salgari.

D’altra parte credo sia facile – per chi Millennial non è – stigmatizzare le scelte dei ragazzi in ambito letterario, tacciandole di superficialità nella migliore delle ipotesi, ma di cialtroneria e sudditanza consumistica nella peggiore.

Mi chiedo come avrei reagito negli anni della mia adolescenza, se qualche adulto si fosse espresso negativamente su quelle che furono le mie passioni letterarie. Avrei protestato accusando i critici di essere violenti profanatori della verità, anche se, probabilmente, sarei stato propenso a parlare con un linguaggio più semplicistico e colorito.

Ricordo, anche sorridendo, il tentativo di parenti “colti” di convincermi a mettere da parte La crociera della Tuonante o Jolanda la figlia del corsaro nero o la trilogia stessa dei corsari – nero, verde e rosso – a favore di letture, qualificate più serie, come il Gattopardo o Delitto e castigo. Onestamente, e forse colpevolmente, mi rifiutai.

Eppure senza i corsari, senza Sandokan, Janez e Kammamuri, probabilmente non sarei mai approdato a Dostoevskij, Tomasi di Lampedusa e a Manzoni.

Non mi sarei mai nutrito del piacere sublime di leggere e rileggere:

“Dio gli acciecò. Dio mi guidò. Dal campo inosservato uscii; l’orme ripresi poco innanzi calcate; indi alla manca piegai verso aquilone…” (A. Manzoni, Adelchi)

Dunque atteniamoci alla metanarrazione e non all’oggetto del narrato. E quella ci dice che possono cambiare gli argomenti ma, negli atteggiamenti, è possibile ritrovare una continuità. Quella che ci permette di condividere e amare:

Quanto a me, non mi sento vivere e pensare se non in una camera dove tutto sia la creazione e il linguaggio di esistenze profondamente diverse dalla mia, di un gusto opposto al mio, dove io non ritrovi nulla del mio pensiero cosciente, dove la mia immaginazione si esalti nel sentirsi tuffata in seno al non-io …” (Marcel Proust, Il piacere della lettura, NET Pag. 18).

Da parte mia, ho amato camere dove poter leggere di esistenze diverse dalla mia, che proprio questa diversità avevano come suadente attrattiva.

In altri termini realizzavo (e in fondo realizzo ancora, come retaggio latente trasfuso nelle modalità del mio scrivere odierno) … realizzavo, dicevo, la possibilità di poter vivere più vite. Epigono dei protagonisti delle storie parallele di William Faulkner, da Palme selvagge a L’urlo e i Furore (L’uomo è la somma di tutto quello che vuoi).

Allora il messaggio, magari più semplicisticamente espresso e trasmesso ai Millennial, potrebbe essere proprio questo: “Vivere più vite, non attraverso il ricorso a facili percorsi allucinogeni, ma ricorrendo ad ambiti letterari”, dove la letteratura è scelta e non imposta, magari elementare nei contenuti, purché seducenti.

Forse una visione utopica da non addetto ai lavori, ammetto. Ma l’utopia, in un contesto come questo, dove il letterario fa aggio sul sociologico, non propone un valore aggiunto al tecnicismo di tante interpretazioni specialistiche?

Dunque ritengo che occorra stimolare nei Millennial l’amore per la lettura cercando di non imporne i contenuti. Se svolgono una funzione positiva in tal senso, vanno bene anche le biografie di Totti e CR7.

E infine, chi non ha seguito, in alcune trasmissioni televisive dedicate, le risposte e le domande che tanti Millennial riuniti in scolaresche hanno rivolto a giornalisti che li stimolavano su Platone oppure Ovidio oppure Ariosto? Mi si dirà: non sono poi tanti, la maggior parte invece … Forse.

Ma anche ai miei tempi, il caso, l’ambiente familiare o la capacità di un insegnate potevano determinare atteggiamenti e riposte contrastanti.

Dunque, sono la famiglia e la società che dovrebbero farsi carico, sempre, di supportare, suggerire, educare: amorevolmente e anche utopisticamente, e senza aspettarsi una gratificazione in cambio.

D’altra parte, non c’è forse una criptata e inevitabile utopia nell’esergo del tema proposto da Andrea Giostra e Ilaria Cerioli?

Così parlò, chiese e rispose Antonio.

Quando frequentavo le scuole medie, il primo della classe era un figlio di contadini di un paese vicino alla città dove abitavo. In realtà un ragazzo animato più da vanità (che se ben indirizzata può anche portare all’amore per la cultura) e da voglia di primeggiare (anche questa, se ben condotta da buoni maestri, foriera di risultati positivi sia nel nostro ambito che in altri), che da vero amore per la lettura.

Però un risultato lo otteneva: la voglia di emulazione – foriera di gratificazioni scolastiche – da parte di studenti altrimenti solo sedotti dalle figurine Panini. O, almeno, dai migliori tra quelli.

Emulazione e buon indirizzo furono, pertanto, gli elementi portanti per la creazione, se non altro, di un atteggiamento proiettato nel tempo per non dimenticare ma di coltivare “… un ricordo così dolce (tanto più prezioso, a nostro attuale giudizio, di quello che si leggeva allora con amore) che, se ci capita ancora oggi di sfogliare i libri di una volta, altro non vediamo in essi se non gli unici calendari che abbiamo conservato dei giorni fuggiti, e con la speranza di vedere riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che non esistono più.” (Marcel Proust, Il piacere della lettura, NET Pag. 9).

Ma tutto ciò non sa forse di melenso velleitarismo, nel momento stesso che si propone di sedurre un Millennial con la nostalgia? Là dove quest’ultimo “è abituato, invece, alla lettura dei post sui loro smartphone”. (Dalla premessa di A. Giostra al Saggio).

Come se un Millennial fosse immune per principio dal provare un sentimento di nostalgia! Mentre, sappiamo bene che tale immunità è solo dovuta e permessa da un atteggiamento alimentato dalla voglia di appartenere a un branco e non alla colonia dell’umanità.

Ed è proprio questo cinismo del branco che può allontanare l’adolescente dall’accettazione di un sentimentalismo, dovuto e sempre provato invece, in ogni momento della storia degli uomini.

Un pessimismo della ragionevolezza sembra così farsi strada nella possibilità dell’utopico “amore per la lettura”.

Pessimismo della distopia e ottimismo dell’utopia sembrano, in tal modo, combattersi in una guerra nella quale il secondo è sì destinato a vincere, ma a prezzo di rivolgimenti e sconvolgimenti che colpiscano salute, cuore e mente dei protagonisti della vita, nelle sue opposte accezioni di solitudine e di solidarietà.

Dunque Antonio chiese: “Possiamo parlare di Socrate?” Criptando un’altra domanda, e cioè: “Conosci Socrate?” Volendo assumere su di sé un ruolo nel quale poteva riconoscersi sì come Millennial, ma anche aspirando a ribaltare la codificazione dei ruoli maturo-docente / adolescente-discente.

Con ciò mostrando la predisposizione a conoscere e a proporre una lettura colta dell’avventura platonico-socratica.

Antonio aspirava, in tal modo, a quell’utopia che potrebbe definirsi come il sogno di un giovane svincolato dai tanti luoghi comuni che lo vorrebbero, invece, becero e pedissequo seguace del conformismo protettivo dell’incultura.

Non un gioco delle parti, dunque, e neanche parte del gioco immaginato e illusorio caro ai detrattori della possibilità della cultura come risultato della lettura. Stereotipo, quest’ultimo, di un conservatorismo invidioso e oscuro che potrebbe, improvvisamente, mutarsi in sorriso, allorché ogni ostacolo a un generoso avvicinarsi al piacere del leggere sia rimosso e fuggito.

Torno, allora, a un gioco scherzoso e poetico, quello che immaginavo, da adolescente: un libro levitante nell’aria, quasi guida rarefatta a precedermi. Avrei cercato di raggiungerlo affrettando il passo, per ritrovarlo, di nuovo materia, nelle mie mani in attesa.

Da adolescente cercavo, anche inconsciamente, non solo un sapere a me sconosciuto, ma un piacere profondo, quasi sensuale, che mi portava a desiderare che il libro che avevo in lettura non finisse mai.

Guardavo quante pagine mancassero alla fine e provavo un’angoscia senza rimedio quando verificavo che ormai erano poche, e che sarebbe stata necessaria una sorta di seguito per non interrompere il piacere.

Avrei ricominciato da capo, o avrei cercato qualcos’altro dello stesso autore per avere la certezza che tutto si sarebbe reiterato con una sorta di “progress”? Là dove poter leggere il nuovo pur restando nell’atmosfera del vecchio già letto.

Il nuovo come insegnamento e come conoscenza, sino al punto di fingere di non sapere, sperando nello stupore di scoprire verità solo apparentemente sconosciute, ma agognate come tali, in un gioco ludicamente accettato e sempre da amare.

Apro ancora il saggio di Proust: “… per una legge singolare e d’altronde provvidenziale dell’ottica dello spirito (legge che significa forse che non possiamo ricevere la verità da nessuno, e che dobbiamo crearla noi stessi), quello che rappresenta la fine della loro saggezza ci appare solo come il principio della nostra, così che proprio nel momento in cui [sembra che] ci abbiano detto tutto quello che potevano dirci, destano in noi la sensazione che non ci abbiano detto ancora nulla. D’altronde, se poniamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo loro anche risposte che non ci istruirebbero affatto: perché un effetto dell’amore destato in noi dai libri. È di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro hanno il significato di emozioni personali.” (Marcel Proust, Il piacere della lettura, NET Pag. 29).

Emulo di Proust (mi si perdono l’irriverenza), posso così raccontare del mio amore per i libri e di quello per la conoscenza che essi mi infusero.

Un amore che vorrei fosse trasferibile a ogni Millennial, magari anche attraverso la lettura della vita e dei gol di Cristiano Ronaldo.

Ma Antonio non dava tregua a chi, come me, era stato adolescente in un altro tempo.

Non a caso proseguì, provocandomi e adulandomi, parlando del Fedro.

Un dialogo in cui si esamina l’uso e il valore della retorica in connessione con l’educazione e la conoscenza.

Fedro era un giovane ateniese (un Millennial ante litteram). Mentre Antonio un giovane al giorno d’oggi disponibile a fare da apripista ad altri come lui che, utopisticamente, possano ergersi a simbolo di una categoria.

Fedro si può trasfondere in Antonio? E questi, a sua volta, in un Millennial della sua e delle prossime generazioni?

Élite irraggiungibile oppure orizzonte a portata di mano e di mente?

In teoria la famiglia e la scuola potrebbero rendere l’élite caratterizzata da ragionevole normalità, mostrando un orizzonte con modi tali da renderlo agognabile.

Allora, responsabilità e compito didascalico appartengono in primis a quelle istituzioni?

Non sono un insegnante e, quindi, neanche un addetto ai lavori; posso però ragionevolmente pensare che il primo input debba arrivare dalla famiglia, che è, in realtà, l’istituzione che andrebbe rieducata. Poi il carattere del bambino fa il resto. E infine, la scuola, se ben organizzata, può rappresentare il valore aggiunto.

A mio modo di pensare la scaletta dovrebbe essere questa.

D’altra parte ho l’impressione che la famiglia sia in tante occasioni manchevole e latente, non perché ci sia un automatismo tra esempio educativo e formazione del carattere, ma la superficialità e l’egoismo dei genitori può essere determinante in senso negativo.

Naturalmente è evidente che continuo a parlare da inesperto e da non pedagogo, bensì da scrittore.

Il bel libro

Stabilire cosa sia un bel libro, o come dovrebbe, per essere giudicato tale, è un problema complesso, coinvolgendo cultura, educazione, abitudini, tutti elementi che in ogni caso esulano dal presente saggio.

Con i termini Generazione Y, Millennial generation, Generation next o Net generation si indica la generazione che, nel mondo occidentale ha seguito la generazione X. Coloro che ne fanno parte – detti Millennial o Echo boomer – sono i nati alla fine degli anni Novanta e, soprattutto, negli anni 2000.

Dunque potenzialmente ricettivi a sollecitazioni di letture non specifiche per ragazzini più giovani.

Fui affascinato, al tempo dei miei vent’ anni, da alcuni autori che seppero parlare al mio cuore e alla mia ragionevole fantasia (e mi scuso per l’ossimoro solo apparente).

All’inizio, William Faulkner e Jean Paul Sartre e le loro opere che, all’epoca, più mi colpirono: Palme selvagge e Le Parole.

Il primo per la capacità dell’autore di scoprire una e più debolezze dell’animo umano, tra cui l’istinto a vivere più vite; il secondo per l’amore di un giovane per l’educazione alla lettura che riceveva da suo nonno Charles Schweitzer. Un uomo, quest’ultimo, dalla forte personalità che gli impartì la prima istruzione, ancora prima che il ragazzo Jean-Paul, a dieci anni, iniziasse a frequentare la scuola pubblica. Le Parole è romanzo di formazione, se di romanzo si può parlare, che arrivò a commuovermi proprio per questo amore evidente per la lettura.

E non era un caso che il titolo fosse esattamente: Le Parole, e il sottotitolo: leggere/scrivere. Ho sempre avuto quella che potrebbe chiamarsi presunzione intellettuale, pensando che tutti i giovani dovrebbero leggere quel libro.

Sono due opere che vanno al di là della importanza letterale che hanno avuto per i loro autori, assumendo una valenza universale e, come tale, un ruolo didascalico/educativo.

Citando ancora Proust, “… più di uno scrittore ha amato leggere una bella pagina prima di mettersi al lavoro. Emerson raramente incominciava a scrivere senza aver riletto qualche pagina di Platone. E Dante non è il solo poeta che sia stato condotto da Virgilio alle soglie del paradiso.” (Marcel Proust, Il piacere della lettura, NET Pag. 33).

I Millennial non diventeranno tutti scrittori, evidentemente, ma che in gran parte possano essere lettori è, se non altro, auspicabile; per loro stessi e per la sopravvivenza della cultura attraverso quel “piacere di leggere” che dà il titolo a questo saggio.

E l’invito è rivolto non ai letterati, che “leggono per leggere e per far proprio ciò che hanno letto”, piuttosto a coloro che “con i libri passano la serata per il piacere di farlo.”

Dunque, risolvendo proustianamente il dubbio iniziale espresso nel paragrafo, “… proprio questa è una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (e che ci farà comprendere la funzione essenziale e nel contempo limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale): che per l’autore potrebbero chiamarsi «conclusioni» e per il lettore «incitamenti»”. (Marcel Proust, Il piacere della lettura, NET Pag. 29).

L’auspicio: chi ha un potere educativo sui Millennial, li stimoli a comprendere che la loro saggezza “comincia proprio là dove finisce quella dell’autore”.

Ci si potrebbe porre la domanda: c’è una distinzione tra la saggezza nell’umano quotidiano e una vera (presunta) saggezza? Idealità o romanticheria?

E qui torniamo ad Antonio, Millennial curioso e provocatore (come si spera siano o diventino tutti i Millennial).

Socrate non conosce una qualsivoglia saggezza (in questo caso sinonimo di sapienza) perché non possiede quella vera (quella divina nell’accezione platonica). Infatti, secondo l’oracolo di Delfi il punto non è la quantità certificabile di saggezza ma solo la sua misura relativa: Nessuno ha più saggezza di Socrate!

Il problema, a questo punto, esula dalla capacità della famiglia normale, per investire responsabilmente la scuola. È questa che deve inculcare nei giovani l’amore per la lettura.

La lettura come scuola di vita e non solo come piacere

Sartre s’inoltrò, e io lo seguii, nella Nausea (che i Millennial dovrebbero cominciare a riscoprire come strumento della conoscenza e non solo come introduzione all’esistenzialismo scolastico tout court). Per poi proseguire con la trilogia: L’età della ragione (un sottile riferimento?), Il rinvio (a un mondo migliore da loro creato?), La morte dell’anima (un pessimismo tutto esistenziale).

L’essere e il nulla solleticò la mia vanità di presunto lettore di opere complesse.

Samuel Beckett mi fece sedere, sul bordo di una desolata strada di campagna, in compagnia di Vladimir (chiamato anche Didi) ed Estragon (chiamato anche Gogo), per aspettare un certo Godot. Un ineffabile personaggio che non apparirà mai sulla scena, e del quale nulla si saprà. Si limiterà a mandare ai due vagabondi un ragazzo (un Millennial?), il quale dirà semplicemente che Godot “Oggi non verrà, ma verrà domani”.

Un’opera di un intellettualismo estremo che fece pendant con quello che rappresentò uno dei miei primi topos letterari: Molloy. Un romanzo travolgente e stravolgente che, dal buon Millennial che fui, lessi su una banchetta di libri usati sino al momento in cui il venditore, dopo aver atteso che arrivassi alla penultima pagina mi apostrofò dicendo: “Lo compra o non lo compra?” Chiusi il volume, lo acquistai, lo portai a casa, lasciai l’ultima pagina in attesa come se fossi epigono di Gogo e Didi, e scrissi un omaggio forse a Molloy stesso o forse all’idea del tempo che aspirava a passare.

(WAITING FOR MOLLOY)

Mi perdo ancora nei sentieri del bosco

– specchio ombroso del cuore –

sperando di trovare la notte uscendo

luminosa di luna.

Ma cammino invano

intricando il silenzio

ora la è la voce che attende la luce.

Sarà il tempo a mostrare salvezza

e interiore misura

richiamo a conoscere

e a dire di me

passione ora sopita

ora improvvisa e tornante

altalenante

tra illusione e realtà.

 

E potrei aggiungere, tra gli altri, “Fine di partita” o “Come è” per stupire, ultima frontiera della vanità, gli odierni Millennials.

Elias Canetti mi insegnò come leggere un’autobiografia lunga mezzo secolo. L’autodafé mi procurò, letterariamente parlando, il piacere dell’angoscia da leggere. Anche se, tramite Il cuore segreto dell’Orologio, trovai il piacere di reiterare ogni mese la lettura del racconto. L’aforisma di cui il titolo è impregnato suona: Nessuno può conoscere il cuore segreto dell’orologio. Come se intendesse: zitti, voi, non vedete che sto meditando? Vale la pena star zitti ad ascoltarlo? Ogni Millennial dovrebbe abbandonarsi, almeno per un giorno, al silenzio e all’ascolto dell’Orologio analogico e meccanico, per conoscere la lettura come fine e non solo come mezzo.

Ebbi un dubbio: sarei diventato anch’io un Uomo senza qualità? Avrei partecipato al giubileo che nella provincia di Cacania sarebbe stata organizzata per la mia fuoriuscita dall’età dell’innocenza millenniana? Mi sarei innamorato di Diotima e, incestuosamente se avessi avuta una sorella, di Agata, donna tanto dolce quanto irraggiungibile, letterariamente parlando?

I fanatici mi posero più di un problema; Torless mi fece scoprire l’abisso delle perversioni a cui può giungere il tentativo di un’educazione malata; Tre donne mi riportarono alla quotidianità dell’animo femminile.

Per leggere Borges, sognai di raggiungere una panchina in Piazza San Martin, nel quartiere Palermo di Buenos Aires: unica possibilità di una lettura altrimenti troppo ricca di karma per poter essere accettata e proposta a un Millennial in scettica attesa.

Mi rifeci proiettandomi in Centomila miliardi di baci (tenera dichiarazione d’amore), in Quercia e cane (studio esegetico di un nome e delle sue origini), in Pierrot amico mio (Pierrot era un Millennial?) e nei Fiori blu (un gioco atemporale epigono di fantasmagorici esercizi di stile che stravolsero il senso del tempo, per affascinare, col non sense possibile solo in una letteratura di fantasioso delirio, ogni giovanotto impegnato a circoscriverlo cinicamente).

Ma tutto doveva servire per approdare, al libro definitivo: il metaforico Ulysses che qualcuno sostiene essere la penultima possibilità di lettura (ce ne sarà pur sempre una che precederà la successiva).

Il piacere di leggere Ulysses non è inquadrabile in nessun cliché letterario. E come tale, può essere proposto a ogni Millennial che, almeno per un giorno, dalle sei del mattino alle due della notte (senza necessariamente fare a ritroso un viaggio al sedici giugno del 1904), voglia estrapolarsi dalla acquiescenza alla descrizione conformistica del raccontare per immergersi nell’universalità del tempo. (L’autore disse: Novel).

E con Ulysses, posso concedere una mia momentanea estraneità al mondo dei millennial, per scoprire il piacere della lettura universale.

Dissi ad Antonio.

Una famosa interpretazione dell’Ulisse è quella dello scrittore e poeta inglese Thomas Stearns Eliot, secondo il quale “vi è espressa la distanza tra la mediocre realtà contemporanea e la grandezza eroica del mondo greco”. E ancora: “… nell’Ulisse è esaltato il valore del mito in quanto mezzo dell’uomo per riscattare un’esistenza altrimenti priva di senso …” Ma quella di Eliot, a mio modo di vedere, è una interpretazione intellettualistica forzatamente romantica (tra l’altro mai avvalorata da J. stesso, per quel che ne posso sapere).

D’altra parte, la critica letteraria classica ha molto amato gli aspetti epici delle grandi storie, soprattutto quando il linguaggio ne ha supportato e ne ha compenetrato le trame. E, dunque, molti grandi scrittori hanno portato al limite estremo le modalità del narrare l’esplicita e dichiarata “epica umana”. In essi il linguaggio è a “esclusivo servizio” del racconto e viene elevato a perfetta arte dello scrivere, fondendosi armonicamente con questo.

Vorrei partire, invece, da un altro punto di vista: quello di un esploratore di portici bassi e di visioni del mondo a volte limpide a volte bruciantemente morbose di conoscenza anelata, di un camminatore di viottoli di campagna, di storie minimalistiche e di passioni nascoste. Espresse, queste, attraverso parole pronunciate per conquistare uno spazio nel mondo, ma che finiscono per comprendere nel ritmo il loro esserne prede.

Dunque, nell’ evoluzione stilistica di Joyce amo vedere come sia privilegiato il “modo della scrittura” che permette un nuovo linguaggio che da rimandi di più o meno criptata trasfigurazione si palesa, se pur ironicamente, alla luce. E questo “modo” finisce per essere prevalente sulla storia, conservandone l’epicità solo al contorno.

In altri termini, in Joyce la “grande storia” si sfuma: le vicende non prevedono più, almeno esplicitamente, eroi o passionali figure vittime/interpreti delle pulsioni e degli sconvolgimenti dell’anima. Essa resta a latere della trama e, tutt’al più, aleggia su questa, magari costituendone una modalità che non può non diventare intellettualismo storico/letterario nel contenuto e interpretazione della modernità nella forma.

Nessuno di noi potrebbe oggettivamente proiettarsi in Enrico IV, in Ettore o Achille o addirittura in don Chisciotte. Ma tutti possiamo “vederci” in Dedalus (riservato esploratore della vita), in Bloom (cinico ebreo ironizzatore di conformismi protestanti e disincantato mentitore), in Buck Mulligan (blasfemia vivente) o in Molly (fascinosa e seducente fedifraga) e nelle loro vicende minimalistiche.

Dunque, cos’è che, malgrado tutto, rende i personaggi Joyciani evocanti (o criptici navigatori) dell’epica – come sono invece esplicitamente gli eroi Omerici o Riccardo II, Enrico IV, Macbeth o i dimoranti dei gironi infernali? Che cosa li illumina di un alone eroico? – Esclusivamente la forma/linguaggio. O, per dir meglio, le forme/linguaggio. Che non descrivono l’aspetto dei personaggi (o lo fanno in minima parte) e tanto meno i sentimenti e le loro convulsioni: si limitano ad accompagnarne i movimenti, gli spostamenti e i percorsi: la parola ritmica prima di tutto. E, coerentemente, le parole astratte come tristezza, malinconia, amore sono nulla se confrontate ai nomi delle persone e delle strade, ai numeri civici e alle date: è la parola ritmica che, da sola, deve rendere il senso del racconto, a costo di essere neologismo e, a volte, onomatopeismo.

In Joyce è la forma “linguaggio” che, intrinsecamente, diventa di volta in volta, drammatica, evocativa, tragica, ironica. In qualche modo referente formale di un mito.

Ma Antonio mi stimolò, sospettando che avrei corso il rischio di proporre un testo non leggibile su uno smartphone, e chiese altri ricordi, altre letture, per reiterare un sospettato piacere.

Gli consigliai allora, per abbellire la vita sua e di qualunque Millennial desideroso di sopravvivere a sé stesso – conservando sogni e curiosità di un’età ineffabile – di coltivare l’idea einsteiniana che il tempo non esiste. Un’idea mirabilmente raccontata dall’eterno Millennial Albert al digiunante ascoltatore Godel, il quale, annoiato dall’incompletezza del mondo, riuscì a misurare la completezza dell’essere. (Un mondo senza tempo di Palle Yourgrau, Il Saggiatore 2004).

Stanco dell’anoressia Godeliana, decisi di cibarmi dei racconti del più fenomenale tra i mangiatori leggibili: Nero Wolfe. Semisconosciuto ai Millennial, volevo proporlo come lettura d’evasione (che spesso, se ben scelta, è giocosamente e intellettualmente foriera di uno stimolante piacere investigativo).

Per convincere un qualsiasi Millennial a procedere all’esplorazione di quella lettura, sapevo che avrei dovuto inserire il fascino di un luogo che facesse parte del suo immaginario.

Così, magari velleitariamente, iniziai dall’abitazione dell’investigatore. Situata al numero 918 della 35a strada ovest di New York, l’abitazione di Wolfe è un elegante palazzo in arenaria rosso-bruna, nel cui attico lui stesso ha creato una singolare e rigogliosa serra per la coltivazione e la cura delle sue amate e talvolta create orchidee.

In Nero Wolfe e i ragni d’oro, Wolfe ha un socio nel giovane Peter Drossos, un ragazzo, Millennial in fieri, al quale l’investigatore consiglierà la lettura delle sue indagini. E forse anche dei suoi pasti; “… Un pranzo a base di starne è sempre una festa in famiglia, e il mio signore lo pregusta con raffinato piacere …”. (Dalle memorie di Archie Goodwin, Il profumo del delitto, Rex Stout pag. 13, A Mondadori editore).

 Passeggiammo più tardi, Antonio ed io, parlando dei libri e dell’emozione di leggerli. Imparai che l’Apologia di Socrate e soprattutto il Parmenide sarebbero stati essenziali per la mia formazione, sempre rinnovabile, di ex Millennial.

Si fermò a raccogliere funghi. Rimasi per un po’ da solo.

Fu allora che notai un anziano signore venirmi incontro. Mi disse: “Mi riconoscerai, spero, sono Karl Popper.”

Dopo un’iniziale perplessità, mi fermai per porgere un deferente saluto.

Ma Popper, senza frapporre pause alla sua voglia di parlare: «Ho notato, e la cosa mi è dispiaciuta, che hai abbandonato la frequentazione dei miei testi e delle mie teorie che, pure, dicevi di amare molto.»

«È vero – risposi – ma è che spesso non mi sento all’altezza; ho quasi paura di disturbare, con il solo guardare, la mirabile costruzione di un sistema di proposizioni che mi affascinano, ma per le quali sento dentro di me, accanto a una sorta di doveroso rispetto, anche una inevitabile soggezione.»

«No, non è solo questo, è che ti sei invaghito vieppiù delle storielle che scrivi e, seguendo quelle, trascuri il mondo della filosofia rigorosa. Senza contare che, in qualche modo, vuoi carpire – adombrando con quel “solo guardare” un superficiale richiamo a un principio di indeterminazione – la mia benevolenza filosofica.»

«Ebbene sia, riprenderò a frequentare la meditazione speculativa inviandole, di tanto in tanto, delle mail nelle quali – oltre a ringraziarla per la pazienza e la benevolenza con la quale mi giudica – le comunicherò il progredire dei miei studi.»

Si allontanò e io ebbi sinanche timore di porgere la mano per un saluto amicale.

(Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici [1945], 2 voll., Armando, Roma, 1973-74 e Opera Omnia).

Antonio mi raggiunse e mi chiese: “Chi era?”

“Uno che dovreste leggere.”

“Di che parla?”

“Della falsificabilità.

“Un tema interessante, lo leggerò e consiglierò.”

 

Fu in quel momento che chiesi ad Antonio se volesse anche lui diventare un uomo-libro. Mi rispose che certo ambiva non a diventare ma essere sempre un uomo libero. Sorrisi, riflettendo come il fraintendimento possa generare un’ispirazione per perseguire la verità. Lo ringraziai, senza fare alcun riferimento alla speranza di Bradbury:

«C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai: sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e, finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda».

Fahrenheit 451 segnò dentro di me uno dei momenti più emblematici per comprendere il piacere della lettura.

L’autore vi aveva espresso la certezza che nuove generazioni avrebbero amato la sua fantascientifica opera.

Comunicai allo stupito Antonio che io avrei voluto essere, come uomo libero/libro, quell’Educazione sentimentale che era stata già scelta come titolo di un paragrafo di questo mio intervento.

 

Fu dopo qualche giorno, in un mattino d’autunno segnato da un sole ultima chance e in un rugginoso invito di provvisorio colore, che decisi di partire per uno dei miei viaggi in oriente.

Portai con me solo due libri (gli altri li avrei ritrovati al mio ritorno): Il ritratto dell’artista da giovane di James Joyce e Aden Arabia di Paul Nizan.

Il primo mi sembrava in tema con il progress, a prescindere se lo avessi sfogliato o meno; il secondo lo rilessi disteso sotto la palma di un’oasi.

Al cospetto di uno spazio infinito, abbagliato da una luce accecante, col sole che come la spada di Allah s’infilava in alto tra le foglie, cercai di immaginare come fosse questa Aden lontana.

Lasciai il libro accanto al pozzo dell’acqua, a disposizione di qualche millennial assetato che, fermandosi casualmente, lì avrebbe potuto soddisfare la sua sete.

 

INFO E CONTATTI DELL’AUTORE:

Paolo Massimo Rossi dice di sé: «Sono uno scrittore che esplora i sentimenti e le modalità con cui questi vengono trasmessi a chi legge. In altri termini un costruttore di modi che siano esplicativi del mio modo di concepire la letteratura, come anche le capacità di amare e provare i sentimenti dei miei personaggi. Anche a costo di addentrarmi in quella che, attraverso le parole, ricercate ad hoc, potrebbe apparire come una fredda analisi. Con la speranza che sia stimolante per tutti.»

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