“Ascolta Questo Fiume” | Intervista ad Aldo Villagrossi Crotti, Scrittore e Poeta | di Maria Teresa De Donato

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Quale articolo di questo mese ho scelto di intervistare il mio caro amico, scrittore e poeta Aldo Villagrossi Crotti. Uomo come pochi.

Quando penso ad Aldo due figure prominenti mi vengono in mente: Albert Einstein e Woody Allen. E questo non è un caso…

Versatile, imprevedibile, concreto, pragmatico ed altrettanto idealista, dotato di un acume intellettivo e di un affilato senso dell’umorismo dono di pochi… Aldo può piacervi, non piacervi, esservi simpatico o antipatico, ne potete condividere o non condividere il pensiero, ma una cosa è certa: non passerà affatto inosservato, ma, al contrario, lascerà un segno indelebile nella vostra vita.

A mio modesto avviso, una delle professioni che più gli si adatta è quella dello stand-up comedian (comico). Lui almeno per il momento, non essendone forse pienamente consapevole o semplicemente non essendo ancora stato scoperto da qualche eminente addetto ai lavori nel settore spettacolo, ha deciso di fare lo scrittore ed il poeta.

 

Teresa: Aldo, Benvenuto sul mio blog e grazie per aver accettato questa intervista.

Aldo: Ringrazio te e ringrazio chi ci legge.

T: Partiamo subito con una domanda tanto semplice quanto profonda: Chi è Aldo?

A: Sto ancora cercando di capirlo, a dire la verità. Probabilmente sono un essere umano che tenta di dipanare una complicata matassa relazionale, considerando che amo gli esseri viventi e tutto quello che serve al loro benessere, e questo mi dà grandi soddisfazioni, ma a volte anche qualche pensiero di troppo. Dopo anni passati a cercare di esprimere i miei sentimenti artisticamente in varie forme, poi ho scoperto la poesia. Non che non avessi considerato la poesia prima di allora… considera che la mia prima poesia risale alla fine del 1990, avevo ventidue anni. Scrivevo senza avere una tecnica poetica alle spalle, o una fonte di ispirazione tecnica. A differenza di oggi non amavo leggere altre poesie, e sono pienamente consapevole che al tempo non ero nemmeno in grado di comprenderle. Diciamo che quella porta, intendo quella della comprensione, semplicemente non si era ancora aperta. Poi un giorno ho conosciuto Craig Czury, quello che posso definire senza mezzi termini il mio mentore. In quel periodo Czury stava mettendo in pratica quella che lui stesso aveva definito la “Creative non-poetry”, vale a dire una forma poetica che in parte era stata considerata sia da Pier Paolo Pasolini sia da altri poeti ma che in Czury assumeva una forma più coerente con le problematiche attuali, il che la rendeva straordinariamente attraente ai miei occhi. Czury scriveva poesie che erano formate da frasi dette dalle persone che conosceva facendo autostop sulle highway della Pennsylvania. Parlava di disagio sociale, di fracking, di malessere fisico, di danni ambientali, di gente povera in un paese che si sforza di figurare ricco ai suoi stessi occhi.

Fu una folgorazione. Capii che quella tecnica era il senso reale della mia stessa esistenza, cioè dare voce anche all’ultimo degli ultimi e rendere le sue parole una poesia.

T: Molto interessante. Hai centrato in pieno una delle tematiche del perenne dibattito culturale, ossia se l’arte debba essere considerata più libera espressione della propria individualità oppure strumento di impegno politico e sociale. A mio avviso può essere entrambe le cose, l’importante è avere sempre la possibilità di scegliere.

Tu come la vedi al riguardo?

A: Ho conosciuto artisti di vario genere e livello. A volte la gente si fa prendere da uno strano demone, e si convince di essere in grado di produrre opere d’arte. Il problema principale è che lo fanno davvero! Voglio dire, anche io dopo due ore di tangenziale a Milano mentre ascolto il Leoncavallo inizio a cantare come Pavarotti, ma è solo una mia impressione. C’è gente decisamente convinta di essere sia Pavarotti sia D’Annunzio, e a volte sfrutta le conoscenze a livello politico e sociale per cercare di spiccare il volo verso la notorietà. Ovviamente questi individui rimangono sempre a terra, ma hanno a disposizione un certo substrato di notorietà che regala loro la dose minima di applausi finché saranno legati ai loro sponsor, dopodiché il limbo è assicurato. L’arte è così, difficile spiccare il volo da vivi. Le anime sono molto più leggere e forse la morte dell’artista ne rafforza la credibilità, e allora l’artista vero si vede solo quando ha preso il volo. Avrei mille esempi, Alda Merini fra tutti. Qui andiamo in un campo dove purtroppo ho molti nemici: io credo fermamente che l’arte non debba essere necessariamente un mestiere. Ho conosciuto gente che aveva scritto un libro e sognava di farci dei soldi ancor prima di aver corretto le bozze, figurati. Forse la verità sta qui: più il livello artistico è alto tanto meno è la possibilità che possa essere compreso dalla massa. Perché è la massa che fa la notorietà e la conseguente ed eventuale ricchezza. Negli anni ’70 andava anche bene di essere poeti maledetti senza una lira, faceva trendy. Oggi diventa difficile da sostenere anche socialmente. Se invece l’arte viene presa come impegno sociale, e concretamente l’arte c’è, beh perché no. Ma vorrei parlare di coloro che non hanno risorse per proiettare la propria arte al di fuori di loro stessi, e con questo rifaccio l’esempio di Alda Merini, o di Cesare Pavese. Hai presente Verrà la morte e avrà i tuoi occhi? Voglio dire, quanti mondi ci sono dentro quella frase… uno, due, dieci. Quegli occhi sono i miei o quelli di Pavese? Forse sono gli occhi di tutti noi. Pavese in realtà si riferiva agli occhi della sua amata, ma vedi come in questo caso Pavese parla di se stesso come se non esistesse altro essere umano al mondo, e ne parla in una frazione temporale che è quella dell’istante della morte. D’Annunzio con La pioggia nel pineto cosa descrive se non dieci minuti della sua vita con un’altra persona che non è nemmeno nominata se non vagamente, dieci minuti in un metro quadrato di terra mentre piove. Questa è arte! Alla fine, se ci penso bene, ricevere dei soldi per questo… è umiliante da parte del poeta. Lo so, morirò povero.

T: Essendo anche tu estremamente versatile ed interessato a tanti argomenti, varie saranno le tematiche che tratteremo. Iniziamo, perciò, da una che ci accomuna e cioè scrivere: scrivere come forma di arte, quindi di libera espressione, ma anche come manifestazione di un impegno sociale e politico, come metodologia terapeutica, come strumento di autoconoscenzadi autoanalisi ed autocritica.

Puoi spiegarci come sei arrivato a scrivere e perché?

A: Scrivere per me è una necessità, ma non è una forma personale di sfogo. Io sono un’antenna. Capto, elaboro e trasmetto informazioni emotive. Scrivendo conosco me stesso? Grazie per questa tua indicazione, non ci avevo mai pensato. Ti dirò, ogni volta che scrivo con la tecnica della “creative non-poetry” mi ritrovo a scoprire parti di me che non conoscevo. Per cui sì, è autoconoscenza, è autoanalisi, è autocritica. Proprio sull’autocritica ho qualcosa da dire: io sono terrificante da questo punto di vista nei confronti di me stesso, e tendo a giustificare tutto il resto del mondo. Mia moglie dice che se domani venisse Hitler, la figura che più mi ferisce a 360°, se venisse, dicevo, piangendo a chiedermi di aiutarlo probabilmente lo aiuterei. E temo che abbia ragione. E la poesia non è discriminatoria, di conseguenza io tendenzialmente con la poesia aiuto tutti coloro che la leggono, Hitler compreso. Non so se mi sono spiegato.

T: Credo ti sia spiegato benissimo. Questo è un aspetto bello ed altrettanto raro della natura umana che mi piacerebbe approfondire con te… magari in un’altra occasione…

A: Quando vuoi. Visto che vogliamo credere nella trasmigrazione delle anime, il giorno in cui saremo due balene potremo parlarne all’ombra di un iceberg mangiando gamberetti come aperitivo. Sai, un’altra cosa che mi stupisce è che l’arte abbia avuto una sorta di classificazione che ha escluso a priori determinate categorie dalla definizione di “opera d’arte”. Sai che quando porto mia figlia a vedere un film di animazione al cinema devo portarmi gli occhiali da sole perché esco in lacrime? Non c’è niente che mi emozioni di più che un film di animazione. Ci sono migliaia di persone che hanno lavorato a quel film, e le loro emozioni, le loro vite sono tutte lì dentro. Commovente. Non riesco a trattenermi.

T: Dunque Aldo, nel 1992 hai pubblicato il tuo primo lavoro Appunti, per l’appunto.

Potresti parlarci di cosa ti ha spinto a scriverlo, dei suoi contenuti, delle sue tematiche?

A: Fu in occasione di una mostra d’arte collettiva. Ognuno portava grafiche, dipinti, sculture. Io arrivai con un paio di dipinti e un libro che distribuii gratuitamente. Avevo da dire e da far vedere. Pubblicai su quel libro alcune delle mie prime poesie, e in particolar modo una, che era un gioco interessante (ancora oggi me ne stupisco, anche se non ho più proseguito con questa tecnica): avevo preso un testo, una canzone di Jimi Hendrix, Little Wing, che era una sorta di testo fra il lisergico e il nonsense che mi aveva stupito per il contrasto che creava fra la parte armonica, di una bellezza fragorosa, e la parte del testo che invece non diceva quasi nulla di denso in termini di significato poetico. Presi quel testo e alternai il testo di Hendrix ai versi della mia poesia, che a differenza del testo di Little Wing aveva un significato molto coerente e molto meno “aereo” di quello di Hendrix. Il risultato fu quello di avere una poesia che creava una sorta di altalena emozionale, dove la tensione delle mie parole era mitigata dall’atmosfera rilassata delle parole di Hendrix. Un delirio, forse anche vagamente ironico. Il risultato non si fece attendere: all’epoca per pagarmi gli studi facevo l’autista dello scuolabus per i ragazzi disabili (lavoro che ancora oggi rimpiango per la ricchezza che mi ha trasmesso), e la gente mi fermava fuori dalla scuola per dirmi quanto aveva apprezzato quel testo.

T: A quella che è stata una semplice sperimentazione è seguito, quindi, e del tutto inaspettatamente, un successo “sociale”, per così dire. Ne sono felice per te e grata che la tua creatività ti abbia ricompensato già da allora dandoti molte soddisfazioni a livello di cuore ed emozioni, ma anche di senso di utilità quale essere umano e parte del tutto.

A: Come dicevo prima, il riconoscimento economico dell’opera d’arte è un aspetto che a mio avviso è rinascimentale. Non si può pensare che il pubblico riconosca la bontà delle opere di un artista solamente dandogli dei soldi. Preferisco uno come il mio assicuratore che un giorno mi ha fermato fuori dal suo ufficio e mi ha detto: “Sai, devo ringraziarti”. E io: “Per cosa?” lui: “Perché devi sapere che in tutta la mia vita non ho mai letto un libro, tranne il tuo”.

T: Anche questa è stata, quindi, una bellissima esperienza e che ha lasciato il segno non solo nella tua vita, ma anche in quella di altri, quantomeno in quella del tuo assicuratore. Nel 2012 è seguito il tuo libro Le False Verità. Nel descriverlo dichiari “Nel 1974 io e la mia famiglia fummo coinvolti in una spy-story internazionale. Al centro di questa storia c’è il corpo imbalsamato di Evita Perón, la famosa Evita. Tutti sanno che fu imbalsamata, pochi sanno che fu nascosta al cimitero di Milano… .”

So che dopo la sua morte, Evita Perón fu, per volere forse proprio di suo marito Juan Perón, due volte Presidente del popolo argentino (1946-1955 e 1973-1974), imbalsamata e che furono fatti dei preparativi affinché la sua salma potesse non solo trovare una sua giusta collocazione, ma anche continuare ad essere visitata dal e visibile al pubblico. Dalle notizie che ho letto, sembra però che la sua prematura morte, i vari spostamenti cui la salma fu sottoposta, ed il rovesciamento del regime ad opera dei Colonnelli, per mezzo del quale Juan Perón perse il potere, crearono un momento di grande confusione nel Paese e probabilmente causarono la dislocazione della stessa salma  di Evita.

Come arriviamo dalla morte di quest’ultima al tuo personale coinvolgimento in questa vicenda e alla pubblicazione del tuo libro?

A: Questa è la cosa più incredibile che mi sia mai successa. Era il 1973 e mio padre aveva ottenuto un appalto all’interno di una grossa acciaieria del Nord Italia. Prima che noi come famiglia ci trasferissimo definitivamente, mio padre viveva in un affittacamere vicino all’ingresso di questa grossa fabbrica. Insieme a lui c’erano varie figure, e fra queste un tecnico argentino, un tale che aveva fatto amicizia da subito con mio padre. Questi volle che mio padre lo accompagnasse in un cimitero abbandonato dove per una intera giornata cercarono fra i rovi una tomba che l’argentino sosteneva essere lì di sicuro. La trovarono e la pulirono dalle sterpaglie. Sulla tomba c’erano un nome e una data: Maria Maggi Ved. De Magistris e la data era qualcosa simile a 23-02-1956, ma non ne siamo sicuri.  Per un anno questo signore argentino si recò, spessissimo in nostra compagnia, al cimitero ogni giorno, portando fiori e candele su questa tomba. Alla nostra domanda su chi fosse questa donna lui rispondeva semplicemente “una mia conoscente che ha vissuto in Argentina e ha voluto farsi seppellire qui”. Nel Luglio del 1974 questo tizio ci chiama da Milano dicendo che deve assolutamente tornare in Argentina e chiede di poterci vedere per l’ultima volta. Noi, un po’ frastornati e confusi, partiamo per andare a salutarlo. Sarà l’ultima volta che lo vedremo, nonostante ci avesse dato il suo indirizzo. Le lettere che gli mandammo tornarono indietro tutte, con un timbro che diceva “sconosciuto al postino”.

Parlammo di lui per anni, ogni anno sempre meno. Poi il giorno di Natale del 2008 io e mio padre siamo sul divano di casa e guardiamo un documentario che parla della storia della Signora Perón. Ad un certo punto viene fuori che il cadavere mummificato viene traslato per sicurezza in Italia, nel 1956, e interrato a Milano sotto il falso nome di Maria Maggi Ved. De Magistris che, dai registri di Milano, risultava nata nella stessa cittadina di provincia dove c’era l’altra tomba con lo stesso nome, quella che visitavamo con l’argentino. Immagina la scena. Io e mio padre ci guardavamo come se ci fosse passato un fantasma davanti agli occhi. Il libro arriva dopo quattro anni di ricerca.

T: Assolutamente affascinante! Sembra di leggere Indiana Jones o persino Il Codice da Vinci di Dan Brown…

Il 10 giugno 2014, il giornale italiano online Valseriana News, nell’articolo dedicato al tuo libro, lo definisce “un’opera caleidoscopica” e, dall’analisi che ne fa, ce lo presenta come un thriller che ti tiene tutto il tempo con il fiato sospeso…

Puoi spiegarci meglio fornendoci qualche dettaglio?

A: Difficile. Questa storia è complicata all’ennesima potenza. Potremmo dire, con faciloneria, che “la realtà supera la fantasia”, ma qui ci sono tutti gli elementi per dire che la mente dietro all’operazione di traslazione del corpo era una mente superiore. E non è escluso che l’attuale cadavere, quello sepolto al cimitero della Recoleta, non sia quello della Signora Perón. Ti sarai chiesta perché non la chiamo “Evita” come fanno tutti: quello era un diminutivo che lei accettava solo dai bambini e dalle folle della Plaza de Mayo. Il marito stesso non la chiamava Evita, bensì “chinita”, ovverosia “contadinella”. Nessuno poteva rivolgersi a lei direttamente chiamandola “Evita” senza scatenare una sua reazione negativa. Credo di aver visionato tutto quello che è stato scritto, detto e filmato sulla storia della Signora Perón. Ho tratto le mie conclusioni, ho scritto un romanzo ma la storia è in continua evoluzione. La parola fine verrà forse un giorno, ma solo quando il Vaticano inizierà ad aprire i suoi archivi segreti. Diversamente… sono solo ipotesi, anche se molto fondate.

T: Speriamo vivamente che il Vaticano prima o poi si decida a farlo. Chissà quante nuove o diverse verità verrebbero fuori e quale parte della storia verrebbe riscritta…

Dunque tornando a noi… Nel 2013 pubblichi La ragazza di Sighet – Da Auschwitz alla California: una storia di speranza (Edizioni Paoline). Quali sono stati i sentimenti, i pensieri e le emozioni che hai provato nello scrivere questo tuo lavoro? La tua esperienza in questo senso è stata diversa rispetto a quella che hai avuto lavorando agli altri tuoi libri, e se sì, in che modo?

A: Mi commuovo ancora. La ragazza di Sighet è un’altra delle cose che mi sono cadute in braccio. Un giorno sbaglio a scrivere il mio nome su Google e questo mi propone il nome di mio zio Adolfo, che aveva fatto la campagna di Russia, scritto su un libro pubblicato negli USA da una signora scampata al macello di Auschwitz, una ragazza proveniente appunto da Sighet, la stessa città di Elie Wiesel. Da Sighet vennero deportate circa 10.000 persone, e fra queste c’era anche l’autrice del libro, la quale aveva voluto ricordare mio zio nel suo libro di memorie. Contattai l’autrice e tradussi l’opera con il suo consenso. Sottoposi il risultato alle Edizioni Paoline che mi risposero a distanza di due o tre giorni dicendomi: “Bellissimo. Questo sarà il libro del giorno della memoria 2013”. La prefazione la scrisse il principe del romanzo storico italiano, Marco Buticchi. Fu una delle mie più grandi soddisfazioni.

T: Congratulazioni! È stato, dunque, anche questo, un grandissimo e meritato successo. Personalmente non credo che le cose accadano per caso… e le tue esperienze personali, sembrano confermare che “Qualcuno” (chiamalo D-o, Adonai, Coscienza Universale o come più ti piace) ti stia aprendo porte che altrimenti resterebbero chiuse; che ti stia usando, quindi, come strumento per diffondere questa conoscenza all’Umanità… cosa che chissà nel prossimo futuro dove ti porterà…

A: Io ho un rapporto strano con Dio. Potrei dirlo in due parole: stiamo collaborando.

T: Aldo, nella vita incontriamo persone di ogni genere, estrazione sociale, etnia, cultura. Alcune semplicemente transitano… altre restano per periodi più o meno brevi o lunghi, a volte per sempre. Ognuno di noi costituisce per l’altro un arricchimento, una lezione di vita. Con alcune persone, però, accade qualcosa di magico: ci si sintonizza perfettamente e da subito, a prescindere dall’età, dal sesso, dall’essere nati e cresciuti in paesi lontani e così diversi tra loro e da tutto il resto.

A te so che questo è successo con Lu Hsun (Lu Xun) e con altri… Vuoi parlarcene?

A: Ecco, questo è un argomento molto interessante. Io non so se credere alla trasmigrazione delle anime o affidarmi ad una più coerente linea di pensiero realista, però oggettivamente ci sono dei momenti in cui conosci una persona, o semplicemente la vedi seduta al tavolo del ristorante a tre metri da te e sai già come la pensa, sai già che faccia fa quando è allegra, quando è triste. La conosci già. E quando la conoscenza avviene davvero, è sorprendente scoprire che le impressioni avute senza contatto hanno una conferma. Se poi la cosa avviene attraverso un libro, una poesia, una telefonata, ecco che è tutto più magico. Lu Xun piuttosto che Craig Czury, Mois Benarroch o mia moglie Fatma, sono tutti colpi di fulmine positivi e illuminanti. L’unica persona che è arrivata nella mia vita ed è la mia stessa vita a 360° rimane comunque e sempre mia figlia Claudia.

T: Sì, hai ragione. Ci sono fatti che accadono ed esperienze che viviamo che sono al di là della nostra comprensione e che, malgrado i tentativi di spiegazione, restano comunque avvolti nel mistero…

Proseguendo con i tuoi lavori… Nel 2017 hai partecipato all’antologia dei cinque continenti Oír Ese Río: Antologia para los rios del Mundo (Ascolta Questo Fiume: Antologia per i fiumi del Mondo), una raccolta di poesie dedicate ai fiumi cui hanno contribuito poeti contemporanei di tutto il Mondo con poesie sia in lingua originale sia con le relative traduzioni in spagnolo e in inglese.

Quale importanza riveste quest’opera per te come Uomo e Poeta e quale per il Pianeta Terra? Cosa ti ha spinto a lavorare a questa antologia ed in che modo questo lavoro ti ha arricchito da un punto di vista umano, professionale, e culturale?

A: Nel dicembre del 2015 mi contatta Craig Czury e mi dice: “Senti, dobbiamo andare a fare un giro sul fiume perché Esteban Charpentier ha detto che vuole una poesia per ciascuno di noi sul tema del fiume”. Accettai di buon grado l’invito di Craig e la mattina del 1° Gennaio 2016 eravamo sul fiume in una atmosfera a dir poco spettrale ma bellissima. Craig in quel periodo era preda di un pesantissimo attacco di gotta che lo invalidava seriamente, aveva grossi problemi ad appoggiare il piede destro a terra e si aiutava con un bastone che aveva ribattezzato “Uncle Louis”, un nomignolo che, nello stile suo, ricordava l’espressione in italiano: “Anche lui?”. Insomma, puoi immaginare la difficoltà che aveva Craig a camminare lungo il fiume, sulla riva impantanata e umida del primo giorno dell’anno. Ma anche qui bisogna leggere il lato eroico e poetico del maestro Craig: di fronte ad una possibile fonte di ispirazione, niente lo può fermare.

Tornammo a casa ognuno con una idea diversa. Lui scrisse la sua poesia, io la mia. In particolare io scrissi una poesia che parlava di una visione del fiume, un fiume che è stato violentato dall’uomo e una natura che è stata altrettanto seviziata dallo stesso uomo che oggi va da lui, il fiume, e gli chiede la grazia di avere l’ispirazione per scrivere una poesia. “Come osi’ sembra dire la natura ‘venire con così tanta insolenza a chiedermi questo?” e anche gli insetti e le rane nella mia poesia non riescono a darmi retta più di tanto. Mi scopro colpevole indiretto, e vedo il fiume da una prospettiva diversa. Lo descrivo come se non fosse il fiume a muoversi bensì la terra a farlo, e ogni cosa che noi gettiamo nel fiume non è vero che se ne va ma rimane lì, in attesa del prossimo, il quale si accorgerà dello scempio che noi abbiamo provocato.

Scrissi tutto questo in forma poetica e lo mandai all’editore.

Il libro venne pubblicato e cominciò ad essere distribuito su scala continentale. Colombia, Argentina, Uruguay, Messico, Venezuela. Un giorno mi chiamò Charpentier e mi disse: “Lo sai? C’è una ragazzina di Cartagena in Colombia che ha fatto un video dove legge la tua poesia sulla riva del fiume”. Poi ci fu un articolo su un settimanale Colombiano dove citavano la mia poesia sul fiume come “universale”. Ero sorpreso, stupito, commosso e orgoglioso di me stesso.

T: Un altro grande e meritato successo, quindi. Quando ciò che scriviamo viene letto ed apprezzato da qualcun altro – a prescindere da chi l’altro sia, cosa faccia nella vita, dove viva ed in cosa creda – non possiamo che esserne felici. Come hai osservato anche tu, in questi casi si innesca una sorta di “Amore Universale” fra noi e quella persona; la sentiamo vicina, come se ci appartenesse, quasi fosse un nostro familiare…

Puoi raccontarci di questa tua esperienza come Uomo e come Autore?

A: È uno strano meccanismo. Esistono due forme di intimità: quella oggettiva (nel mio caso il bagno è uno dei luoghi di intimità oggettiva più gettonati) e quella indotta. L’intimità indotta nel caso dell’autore è quasi sempre compromessa, ma nel caso del poeta è definitivamente perduta. Appena scrivo una poesia dichiaro al mondo a pieni polmoni la mia idea di vita. E nel momento in cui regalo al lettore la mia intimità indotta, se per caso il lettore viene in contatto con l’autore, si innesca un meccanismo che fa di questi due elementi due poli opposti che si attraggono. Io so che quello che scrivo ti piace, e tu non vedi l’ora che io scriva per leggermi. Immagina che attrazione micidiale.

T: Verissimo. Anche questo è un altro pensiero stupendo ed altrettanto profondo e che richiede maggior tempo per essere analizzato ed elaborato e per il quale dobbiamo rimandare ad una prossima volta…

In che modo, soprattutto questo tuo ultimo libro, potrebbe essere di aiuto al pubblico in generale, ma anche ad organizzazioni che operano nel settore Ambiente o simili?

A: Quando andai in Cile chiesi ad un amico come fosse stato possibile destituire democraticamente il dittatore Augusto Pinochet e il suo regime. Lui mi guardò e disse: “Con le metafore”.

T: Grazie Aldo per essere stato con noi oggi. Ti auguro di cuore di continuare ad avere tanto successo come uomo, padre, marito ed anche autore.

A: Grazie mille cara Teresa, è stato un piacere immenso e spero che tutto quello che auguri a me si rifletta su di te mille volte ancora.

T: Aldo, se i nostri lettori volessero contattarti per avere maggiori informazioni sulle tue attività o volessero ordinare i tuoi libri, come possono farlo?

A: aldo.villagrossi@gmail.com è la mia email. In genere rispondo a tutti e lo faccio con piacere.