HONG KONG, alla fine della formula “1 stato, 2 sistemi”

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27 e 28 maggio – migliaia di persone in strada, sommosse, scontri con la polizia, almeno 300 arresti… In esame al parlamento locale, la legge sul rispetto dell’inno nazionale cinese (e gli 3 anni di carcere come possibile punizione). La sessione legislativa include il dibattito sulla contrastata legge sulla sicurezza nazionale, che verrà approvata oggi ed entrerà in vigore a settembre.

In alcuni conflitti globali, la crisi corona fu una tregua, un periodo di armistizio forzato, che non annullò né alleviò le tensioni preesistenti. Sono stati gli ultimi momenti di pace… e la pausa è già finita nelle aree in cui COVID-19 non è più un’emergenza sanitaria.

Così, domenica 24 maggio, sono riprese le proteste di Hong Kong, alimentate dalla decisione della Cina di introdurre una nuova legge sulla sicurezza nazionale, considerata dalle autorità locali una minaccia all’indipendenza e all’autonomia dell’ex colonia britannica.

Ovviamente, l’atto normativo ha determinato la reazione immediata di migliaia di attivisti, che hanno preso d’assalto le strade. Le proteste si sono trasformate in una vera e propria battaglia tra gli attivisti e le forze dell’ordine, che sono intervenute con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i cortei. Sono state arrestate almeno 180 persone, quasi tutte con l’accusa di assembramento illegale. 

I manifestanti sostengono che la nuova legge reprima le libertà civili (e quella della stampa!), consentendo al governo cinese di prevenire, fermare e punire qualsiasi manifestazione vista come possibile atto di secessione, istituendo agenzie di sicurezza. Praticamente verrebbe calpestata l’attuale legislazione dell’ex colonia britannica, violando il principio “1 stato, 2 sistemi”, che regola i rapporti con Pechino dal 1997 e garantisce alla metropoli un ampio margine di autonomia.

Hong Kong divenne colonia britannica dopo la Prima Guerra dell’Oppio (1842) per poi tornare sotto il controllo della Cina nel 1997, dopo 99 anni di concessione e cambiamenti radicali.

La “regione amministrativa speciale” non ha un suo esercito, ma solo uno status di autonomia che le conferisce una libertà invidiabile: l’amministrazione e la sua valuta (dollaro HK), un ambiente economico prospero, un sistema fiscale attraente, prospettive economiche globali.  Non sorprende che la megalopoli, da tanta tempo una delle più moderne al mondo, sia paragonabile a Tokyo, Seul o Singapore in termini di reddito pro capita, tenore di vita, sviluppo umano, prosperità, mancanza di corruzione, competitività economica e finanziaria.

Tutto ebbe inizio l’anno scorso… Le proteste del 2019, una sconsideratezza parzialmente ammissibile a livello economico, sono state anche loro provocate dall’intenzione della Cina di esercitare il suo controllo e forzare la mano degli enti locali attraverso una controversa legge sull’estradizione dei fuorilegge. 

È stata questa pretesa legalmente e simbolicamente esagerata la goccia a far traboccare il vaso e dunque a scatenare le violente proteste avviate dai leader del movimento pro-democratico “indipendentista”, guidato da Joshua Wong (il Fronte dei Diritti Civili, fondato nel 2002). 

Solo a seguito dei brutali scontri che sono andati avanti per mesi, il governo cinese ha abbandonato la legge.

HK ha la sua identità, il suo dialetto (cantonese) e le sue istituzioni che spingono gli abitanti a considerare l’attuale appartenenza a Pechino una punizione inutile, una farsa del destino… 

Per questa ragione, HK si è trasformata in un rifugio per i dissidenti della Cina continentale: proprio come accadde negli anni ’90, quando il movimento religioso Falun Gong aveva raggiunto una pericolosa popolarità per i leader comunisti, riunendo più membri del Partito. La logica conseguenza fu di vietare la pratica del culto nella Repubblica, che determinò la fuga della maggior parte dei membri verso Hong Kong o negli Stati Uniti.

Stavolta, nel teso clima del post-corona, le tensioni socio-politiche tra HK e la Cina hanno raggiunto il picco – il governo di Pechino non ha però nessuna intenzione di fare un passo indietro, sottolineando la necessità di approvare la legge sulla sicurezza nazionale. 

Il messaggio è chiaro: HK resta una questione interna (quindi parte integrante) della Cina, qualsiasi interferenza è intollerabile e la sovranità e l’integrità della Repubblica Popolare verranno difese ad ogni costo.

Tuttavia, per calmare gli spiriti e le critiche internazionali, il governo centrale ha affermato che l’iniziativa non annullerebbe lo status speciale della regione, l’obiettivo essendo invece la “stabilità e la pace a lungo termine”, una formulazione che ha spaventato la popolazione di HK, sapendo che il PC usa la stessa frase quando si riferisce all’oppressione di tibetani, uiguri e altri cosiddetti “elementi dirompenti”… Infatti, nemmeno gli Stati Uniti si sono dichiarati convinti dalle intenzioni “pacifiche” di Pechino.

Hong Kong, come l’ho vissuta durante il mio viaggio nell’aprile 2019, era impegnata in un processo di sviluppo che sfida e approfitta arrogantemente della propria posizione, imbarazzata solo dall’appartenenza ad uno stato con il quale la maggior parte dei locali non si può più  identificare.

Era difficile immaginare che una tale oasi di modernità e “occidentalità” (una delle prime nel sud-est asiatico) potesse trasformarsi in un teatro di guerra nell’arco di pochi mesi – soprattutto perché 2,3 milioni di abitanti (~30% della popolazione) sono degli immigrati mandarini, che hanno lasciato la Cina continentale nella speranza di una vita migliore.

Ma come al solito, le contraddizioni appaiono a livello semantico: cosa significa “vita migliore” per una generazione in cerca di benessere materiale, in doloroso contrasto con quella animata dagli ideali di libertà, democrazia e indipendenza?…