IL SUICIDIO DELL’UOMO DI POTERE IN UN MOMENTO DIFFICILE E TALORA DRAMMATICO. QUALI DINAMICHE PORTANO A QUESTO GESTO ESTREMO? L’ESPERIENZA DI “MANI PULITE”.

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Il tasso di suicidi è in costante aumento nei paesi cosiddetti “del primo mondo”, quello ricco, produttivo, apparentemente privo delle tare che ostacolano lo sviluppo e la dignità della persona umana vivente nel terzo mondo.

Dal 1960 ad oggi, si è stimato un aumento del 60% del tasso di suicidi, e pare che esso sia in aumento.

Tante sono le ipotesi, al riguardo, formulate da illustri psicoterapeuti. Ma quello che a noi ha suscitato questa riflessione è il suicidio deciso dalle persone di potere, quelle persone che, agli apici di una piramide di vita, ad un certo punto decidono di farla finita con quel mondo che a loro aveva dato tutto, non senza sacrifici per raggiungere una posizione che, agli occhi dei comuni mortali, pare invidiabile.

Tra queste, il pensiero corre a tutta quella lunga lista di suicidi di personaggi appartenenti al mondo della finanza, della politica, dell’imprenditoria, finiti sotto indagini all’epoca della triste stagione di “mani pulite”.

Cosa può aver spinto un uomo, dal carattere certamente forte e strutturato, a cedere allo sconforto, rinunciando a difendere le proprie scelte?

E’ un campo su cui la psichiatria non ha svolto, ad oggi, una indagine e uno studio.

Ma credo che quella stagione, e quei comportamenti, se analizzati, potrebbero essere di aiuto per capire come si possa comportare un essere umano sotto i riflettori durante una stagione “giustizialista a tutti i costi”.

Lungi da me oggi voler prendere le difese di chi ha deciso di venire a mancare ai vivi per evitare un processo, in quanto oggi io, da uomo di scienza, vorrei, invece, capire quali meccanismi, moti e pulsioni, possano portare a tale decisione in quelle circostanze.

La tentazione del comune mortale, che personalmente ritengo superficiale, sarebbe quella di affermare che, scoperti in flagranza di reato, per l’incapacità di affrontare la conseguenze di uno smascheramento plateale, hanno gioco forza dovuto preservare la loro dignità residuale mediante un gesto estremo.

Mi sembra una interpretazione del tutto insufficiente, considerato che molti, i quali, invece, hanno affrontato il processo, sono stati assolti. Anche quelli condannati, una volta ammesse le loro responsabilità e pagato il loro conto con la giustizia, sono tornati ad una vita rispettabile, senza che con ciò stiano vivendo una gogna. Quando una persona paga il suo conto, a quella persona nulla va più addebitato.

Vi è, invece, a mio modesto avviso, una ricerca da fare nella personalità di fondo di queste persone. Forse, quell’esoscheletro di forza, temperamento determinato, era solo una maschera pirandelliana. Una maschera, costruita con gli anni, finalizzata a celare una fragilità interiore. Ed è questo, a mio avviso, il grimaldello che li ha spinti al gesto estremo, anche se magari avevano tutte le prove da portare a processo per arrivare ad una assoluzione con formula piena.

La fragilità, se intrinseca in una persona, rende difficile affrontare certe situazioni anche da innocente. E questo per una serie di meccanismi che si scatenano, non ultimo dei quali la paura di “restare segnato a vita anche da assolto”.

Questa ipotesi ci spronerebbe ad analizzare meglio la neurobiologia dell’atteggiamento suicidario, anche mediante nuove tecniche di neuroimaging funzionale, anche se, di recente, uno studio pare ave escluso alterazioni di particolari circuiti cerebrali nei pazienti che presentano tendenza ad autolesionismo. Me è uno studio, a mio modesto avviso, poco significativo per il basso campione analizzato.

Che dire, quindi in conclusione?

Di certo la stagione Mani Pulite ha lasciato in tutti noi il sapore amaro di una giustizia a metà. Vi era, sì, un sistema ormai corrotto, ma il passaggio dalla corruzione del sistema alla corruzione delle singole persone, sovente, è stato troppo “spavaldo” da parte di una magistratura che, nel portare gli “altri” (politici, imprenditori, economisti, finanzieri, banchieri) a processo, non ha portato sé stessa al banco degli imputati. Se il sistema era corrotto, lo era anche perché la magistratura per decenni non ha voluto vedere. E di questa omissione, la magistratura avrebbe dovuto rispondere.

Dai pochi scritti lasciati da coloro che hanno deciso di lasciare una motivazione del gesto, che possono servire come utile indizio in una “autopsia psicologica”, pare emergere proprio questa denuncia, questo voler buttar via, a tutti i costi, “il bambino con l’acqua sporca”, dimenticando che, nel fare ciò, si aveva a che fare con delle vite umane.

Questa stagione, ahimè drammatica, diventa, quindi, anche una possibile occasione per il medico che si occupa della mente umana, per impostare uno studio serio sulla reazione umana di fronte ad eventi stressanti.

Io credo che uno studio serio, in campo neuro-psicologico-cognitivo-comportamentale e psichiatrico su questa stagione, sarebbe utilissimo per due ragioni:

  • capiremmo qualcosa di più su come reagisce la nostra mente di fronte a certi eventi stressanti;
  • impareremmo ad evitare di ricreare questi eventi stressanti, alla luce del fatto che la Costituzione Italiana tutela la vita (e la sua qualità attraverso la tutela della dignità umana) dal suo nascere fino al tuo termine naturale.

Auspico che uno studio, in tal senso, possa essere condotto. Mi rendo disponibile a collaborare, vi fossero colleghi interessati in tal senso.