“I ragazzi di oggi e la lettura” | di Carlo Barbieri | “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”

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Premessa a cura di Andrea Giostra:

L’articolo “I ragazzi di oggi e la lettura” di Carlo Barbieri, che leggerete a seguire, è uno degli importanti contributi frutto di una riflessione partecipata che vede protagonisti diverse persone appassionate di libri e di lettura. Nel mese di novembre 2019, su diversi magazine nazionali e regionali, venne pubblicato un articolo, scritto da Ilaria Cerioli e Andrea Giostra, che si poneva delle domande sul senso della lettura oggi, nel Ventunesimo secolo, a partire dal noto saggio di Marcel Proust “Sur la lecture”, pubblicato in Francia il 15 giugno 1905, fino ai giorni nostri. Un articolo che venne letto da oltre 50 mila lettori e che vide centinaia di commenti, tutti molto interessanti. A questo inaspettato successo di lettori seguì l’invito, da parte degli autori, di una riflessione partecipata avanzata a diversi loro amici e colleghi, proprio a partire dall’articolo «Da Marcel Proust ai Millennial, “Del piacere di leggere” e del “Senso di vivere tra i libri” dei ragazzi di oggi» https://mobmagazine.it/blog/2019/11/30/da-marcel-proust-ai-millennial-del-piacere-di-leggere-e-del-senso-di-vivere-tra-i-libri-dei-ragazzi-di-oggi/. Seguirono diverse adesioni da parte di studiosi, educatori, professori universitari, psicologi, critici d’arte, insegnati, artisti, scrittori e qualche giovane adulto. Il saggio, a cura di Ilaria Cerioli e Andrea Giostra, e con la co-partecipazione di diversi co-autori, che ha per titolo “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”, sarà pubblicato (se riusciremo a rispettare i tempi) entro il mese di ottobre 2020, ed ha già raccolto diversi interessanti contributi che verranno anticipati in questa piccola Rubrica su questo magazine che abbiamo chiamato con lo stesso titolo del saggio di prossima pubblicazione: “Del piacere di leggere: da Proust ai Millennial”.

È bene precisare che il saggio quando sarà ufficialmente pubblicato, sarà leggibile gratuitamente online su alcuni portali web, e, altresì, potrà essere scaricato online in pdf sempre gratuitamente. Ovviamente sarà anche disponibile su tutti i portali online di distribuzione libri.

Chi dei lettori di questo contributo, quello dello scrittore Carlo Barbieri, volesse scriverci e sottoporre alla nostra attenzione la sua riflessione su questo grande tema, ne saremmo grati e certamente la prenderemo in considerazione per un eventuale inserimento nel saggio di cui vi abbiamo anticipato i contenuti.

Buona lettura a tutti…

 

“I ragazzi di oggi e la lettura” | di Carlo Barbieri

 “I ragazzi di oggi e la lettura”… L’argomento è interessante e, come mi succede spesso in questi casi, mi vengono in mente flash e sensazioni disordinate che poi mi tocca decifrare e organizzare. Quando ci riesco, naturalmente.

«Chi non legge, a settant’anni anni avrà vissuto solo una vita: la propria”». La frase è di Umberto Eco, la ricordo bene perché è stata una delle poche volte che sono riuscito a capire cosa volesse dire senza sforzarmi troppo.

«I giovani di oggi perdono un sacco di tempo sui social e sul web invece di leggere». Quest’altra è di autore ignoto ma molto popolare fra gli “over-anta”.

Mettendo insieme i due concetti, se ne dedurrebbe che i nostri ragazzi si stiano condannando a vivere solo una vita.

Ma è vero? Anzi: è necessariamente vero?

Noi adulti ci attacchiamo ai nostri riferimenti – esperienze, successi, abitudini – come ostriche. Odiamo i cambiamenti perché sconvolgono le nostre sicurezze, ci costringono a rimetterci in discussione… e magari a riconoscere che ci sono cose in cui siamo meno capaci di un ragazzo che, “per diritto d’età” dovremmo secondo noi sovrastare. E qualche volta arriviamo, – per difesa – a pensare che se loro sono più bravi di noi in qualcosa che non capiamo, o trascorrono un sacco di tempo dietro qualcosa che non ci interessa, quel qualcosa non può che essere stupido e costituire una inutile perdita di tempo.

La storia è piena di cambiamenti a cui le vecchie generazioni hanno fatto inutilmente la guerra: il cinema fu considerato una degenerazione del teatro, la televisione una degenerazione del cinema, l’impressionismo una degenerazione della pittura – tutto perché i critici preferivano navigare in acque tranquille e conosciute anziché rischiare il mare aperto. I nostri generali nati nell’800 mandarono in Russia, in mezzo alla neve, la romanticissima cavalleria (mentre quelli tedeschi ci mandarono i carri armati). Quando apparvero i calcolatori tascabili – “tascabili” per modo di dire, visto che si trattava di ingombranti aggeggioni a led – un ingegnere che conoscevo si rifiutò di usarli: impugnava in ogni occasione il suo regolo calcolatore (sfido gli under 30 a riconoscerne uno) e proclamava: – «Io con questo posso fare i calcoli di un ponte senza ricorrere a quegli stupidi oggetti a batteria!»

La ditta internazionale che fabbricava i regoli, facendoci sopra un sacco di soldi, la pensava come lui: quegli affarini a pila non servivano. Rifiutò il cambiamento, “perse l’onda” – come direbbe un surfista – e adesso vende matite.

“I ragazzi di oggi e la lettura”… Proviamo a dare un’occhiata al passato, per cercare di capire il presente e di intravedere il futuro. Dall’invenzione della scrittura, e fino a non moltissimi anni fa, il mondo è stato popolato soprattutto da analfabeti, leggevano solo le poche persone istruite. E quali, fra queste, lo facevano per svago? Salvo rare e belle eccezioni, si trattava di benestanti che non avevano la preoccupazione di come mettere insieme il pranzo con la cena: potevano permettersi tre pasti al giorno e persino il tè con i pasticcini alle cinque. Tutto preparato da altri che si occupavano anche di lavare i piatti sporchi, spolverare, pulire a terra, fare il bucato, lucidare l’argenteria e badare ai piccoli. Il tempo dei ricchi, soprattutto delle donne che non avevano nemmeno il diversivo del lavoro, scorreva lento, scandito da poche occasioni di divertimento: la noia era sempre in agguato, e i libri ne erano il naturale antidoto.

Oggi la platea di lettori potenziali è enormemente aumentata perché l’analfabetismo nel nostro paese è praticamente scomparso; in teoria dovrebbero esserci quindi più lettori “per svago” che non cinquanta o cento anni fa: ma nel frattempo c’è stata una esplosione di passatempi rivali della lettura incredibilmente vari, innovativi, a basso costo e di immediata accessibilità. E la lettura, sotto l’attacco di una concorrenza così feroce, ha perso – e continua a perdere – terreno.

Allora è giusto affermare che le nuove generazioni sono condannate a vivere solo una vita?

Un momento.

Quand’ero piccolo, per farmi un’idea dei paesi esotici sfogliavo l’enciclopedia e ricorrevo agli affascinanti “fake” di Emilio Salgari, che descriveva posti in cui non era mai stato. Oggi con un click posso fare un giro virtuale dell’Amazzonia, vedere una partita di calcio di dieci anni fa o in diretta da Mosca, un film con contorno di spritz e patatine – il primo in stream e il resto consegnato dal delivery contattato con l’app – spaparanzato sul mio divano; magari mettendo tutto in pausa per assistere in diretta WhatsApp alla prima comunione del nipotino americano di un caro amico. Poi se non mi va più la partita, posso decidere di ammirare il trono e la maschera di Tutankhamon da vicino, come se fossi dentro la vetrina nel cuore dell’Egyptian Museum del Cairo. O, perché no, fare un po’ di movimento con una partita di tennis in 3D.

Altro che “vivere una vita”. Si tratta di cento vite. Certo, se decido di passare il tempo costantemente dietro cosucce che alla fine non mi lasciano dentro niente, potrei ritrovarmi a vivere sì, cento vite; ma vite che non valgono la decima parte di una spesa bene.

– D’accordo, e allora? – direte voi.

E allora… libri, computer, smartphone, playstation, social, sono strumenti. Nient’altro che strumenti. Il problema è in chi li usa: cosa ci fa. Cosa gli piace, di cosa è curioso.

Ecco, forse abbiamo trovato il bandolo: la curiosità. Potrebbe essere il punto chiave della questione, quello in cui entra in scena trionfalmente l’educatore. Educatore, che secondo me, non dovrebbe stimolare tanto la lettura, quanto la curiosità per la cultura. E se la curiosità per la cultura a un certo punto fa approdare il giovane alla lettura, benissimo. Se la fame di cultura va invece a saziarsi al cinema, al teatro, al museo, a un concerto o su canali TV specializzati, pazienza. Pazienza anche per noi che scriviamo: ci poteva andare meglio, accidenti, ma va bene lo stesso.

– E come si fa a stimolare la curiosità per la cultura? – insisterete voi.

Non voglio dire sciocchezze per le quali rischierei di essere bacchettato dagli educatori veri, per i quali ho la massima stima. Al massimo vi posso raccontare due iniziative in cui sono stato coinvolto in questi ultimi anni, e vediamo se offrono qualche spunto.

La prima riguarda una prima media di Palermo in cui i professori hanno fatto leggere agli alunni una mia raccolta di gialli per bambini, stimolandoli prima alla discussione in classe, e poi a preparare domande per l’autore che sarebbe venuto a trovarli in seguito. Risultato: i ragazzi si sono divertiti e appassionati, e alla fine hanno detto ai professori che gli era venuta voglia di leggere anche i miei romanzi per adulti.

La seconda iniziativa è stata di un istituto superiore di Gela con al centro, stavolta, uno dei miei gialli “per grandi”. I ragazzi non solo hanno letto e dibattuto il libro, ma hanno messo in piedi, in piena libertà e con grande coinvolgimento, un vero spettacolo: un gruppetto ha recitato scene del romanzo, una ragazza ha cantato una canzone ispirata alla storia e un’altra ha dipinto un quadro in cui ritraeva il protagonista come lo immaginava lei. Floriana, la prof anima dell’organizzazione, mi ha confermato di recente che in quell’occasione diversi ragazzi hanno preso gusto alla lettura, o l’hanno ulteriormente rafforzato. In tutti e due i casi citati, i millennial hanno scoperto che la lettura può anche essere una cosa piacevole e non un diabolico strumento di tortura; e che “cultura” non è solo una parola antipatica di cui si riempiono la bocca i grandi per rompere le scatole ai giovani.

Sapete una cosa? Mi sto rendendo conto che le righe in cui vi ho appena parlato dei due esperimenti riusciti contengono forse il segreto per fare innamorare le giovani generazioni di ogni forma di cultura – a cominciare dalla letteratura. La prima è “stimolo”; le altre sono i suoi ingredienti: libertà, discussione, coinvolgimento, divertimento.

E quindi, tirando le reti, potremmo essere arrivati a una conclusione: per far sì che fra le cento vite che i ragazzi possono vivere oggi, almeno alcune valgano la pena di essere vissute, è importante che gli educatori stimolino in loro la curiosità per la cultura, offrendogli qualche opportunità per esercitarla anche in campi e con mezzi che probabilmente loro, da soli, non prenderebbero mai in considerazione. Inclusi i libri. Saranno poi gli interessati, contagiati da questa particolare curiosità, a soddisfarla nei modi a loro più congeniali e al passo coi tempi.

Che sono i loro tempi.

Gli educatori, costretti a grossi sforzi per colmare il divario generazionale, possono consolarsi con l’idea che quando i ragazzi di oggi saranno divenuti adulti, arriverà il momento in cui si troveranno ad affrontare lo stesso problema a parti invertite. Chissà, forse dovranno educare ragazzi che avranno avuto impiantato nel cervello, al momento della nascita, un microchip con dentro tutto lo scibile umano, più un altro che produca la curiosità di andare alla ricerca di quello che ancora non è stato scoperto. E stavolta toccherà a loro, ai millennial – che non sarà più sinonimo di “giovane” –adattarsi al cambiamento.

 

INFO E CONTATTI DELL’AUTORE:

Carlo Barbieri dice di sé: «Sono uno scrittore “tardivo”, cosa che, per chissà quale motivo, è abbastanza diffusa fra gli scrittori siciliani. Sembra che Goethe, che ha detto tante di quelle cose famose che ne basterebbero per due vite, sostenesse che si diventa veri scrittori a sessant’anni; se è così, più o meno ci siamo perché ho pubblicato il mio primo libro a sessantacinque anni. Quanto al “palermitano”, io lo nacqui – come diceva Totò – e continuo a esserlo con tutto l’amore e la rabbia che tanti palermitani hanno per la propria città, bellissima e maltrattata, generosa e cialtrona, e potrei continuare con i contrasti che ne sono l’essenza. Non ho mai smesso di essere palermitano anche se la vita mi ha portato a risiedere per lunghi anni a Teheran, al Cairo e adesso a Roma. Un grande giornalista siciliano, Vittorio Nisticò, distingueva i siciliani in due categorie: quelli di scoglio, radicati e inguarbilmente stanziali, e quelli di mare aperto. Io sono un palermitano di mare aperto che però, pur essendo andato molto in giro, è sempre rimasto legato alla sua terra con una lunga gomena all’estremità della quale c’è un’ancora calata nel golfo di Palermo.»

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