“Il fraintendimento elevato a inganno. Esempio: un film” | di Paolo Massimo Rossi

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Gli insospettabili (Titolo originale Sleuth) è un film del 1972 l’ultimo diretto da Joseph L. Mankiewicz.

Ha la particolarità di essere recitato per l’intera durata, oltre due ore, solo da due interpreti, Laurence Olivier e Michael Caine, oltre la casa in cui la vicenda si svolge e che ha un ruolo non di secondaria importanza.

Un famoso scrittore di gialli, Andrew Wyke, invita nella propria villa di campagna, Milo Tindle, un parrucchiere di origine italiana, che sa essere l’amante di sua moglie Marguerite. Sostenendo di non essere più interessato alla donna, visto che si è già trovato da anni una giovane amante scandinava – e anzi di volersi liberare di Marguerite – Andrew propone a Milo un finto furto di gioielli nella sua villa, dal quale potrebbero trarre entrambi vantaggio: lui si farebbe risarcire dall’assicurazione, l’altro potrebbe finalmente procurarsi quel ricco tenore di vita cui la donna è abituata.

Dopo le perplessità iniziali, Milo accetta, senza rendersi conto che si tratta solo di una messinscena per umiliarlo. Infatti, Andrew lo costringe ad eseguire il furto travestito da clown – il che gli permetterebbe un’assoluzione per aver agito contro un ladro sconosciuto – poi gli rivela che in realtà ha voluto creare le condizioni per potergli sparare legittimamente, come un intruso nella sua proprietà. Quindi, dopo averlo terrorizzato a morte, gli spara. In realtà, si tratta solo di un proiettile a salve che permette ad Andrew di poter continuare ad umiliare l’avversario irridendolo con un gioco perverso.

Qualche giorno dopo, alla villa si presenta l’ispettore Doppler, che sta indagando sulla presunta scomparsa di Milo. Malgrado l’assenza del corpo, tutte le prove sembrano avvalorare l’ipotesi che in quel luogo sia avvenuto veramente un omicidio e che il colpevole sia proprio Andrew. Ma anche stavolta si tratta di una messinscena: l’ispettore non è altri che lo stesso Milo travestito, il quale rivela la propria identità solo quando Andrew, terrorizzato di poter essere arrestato pur essendo innocente, rivela che si è trattato di una vendetta per umiliare, a sua volta, l’avversario.

Scoperto lo scherzo, Andrew rivela di essere stato al gioco e si complimenta con l’altro, definendolo un abile avversario. Ma la vendetta di Milo non è ancora definitiva, infatti rivela ad Andrew di avergli ucciso l’amante scandinava, di aver disseminato nella villa le prove che lo incriminano (un bracciale, una scarpa, una ciglia e l’arma del delitto) e di concedergli solo pochi minuti per trovarle prima dell’arrivo della polizia. Andrew si convince, con una telefonata alla miglior amica della giovane amante, che la storia è vera e inizia una affannosa ricerca delle prove da distruggere. Nell’operazione è generosamente aiutato dallo stesso Milo che, soddisfatto, a un certo momento gli rivela che si è trattato ancora di una finzione: una simulazione resa possibile dalla collaborazione dell’amante stessa che, in tal modo, si vendica dell’uomo che l’ha scientemente delusa non solo per essersi rivelato un cultore della arroganza verso chiunque, ma anche per non averla saputa amare essendo impotente.

Andrew non può sopportare di essere stato doppiamente umiliato e decide di uccidere Milo, questa volta sul serio. Questi gli fa notare che la legittima difesa contro un intruso non può funzionare perché ha già raccontato tutta la storia alla polizia locale. Ma Andrew, continuando a credere che il gioco degli inganni continui, gli spara veramente, rendendosi subito conto, però, di commettere un tragico errore allorché sente i rumori dell’arrivo della polizia.

Il titolo originale, Sleuth, significa investigatore, “segugio” ed è un invito allo spettatore a interpretare il gioco delle imposture.

Falso e vero si inseguono e si incrociano dunque per tutta la durata del film, sino a parodiare sé stessi.

Non è solo la credibile recitazione della vicenda da parte di due grandi interpreti a rendere accattivante il film, ma anche la scenografia del luogo: un appartamento come unico set cinematografico. Quello dove si attua la celebrazione dello sguardo ingannato e della verità falsificabile. Cioè, la perfetta unità di tempo e di luogo della storia, narrata con assoluta verosimiglianza, nobilita il linguaggio della finzione. In altri termini quest’ultima si fa accettare proprio per giustificare narrativamente il gioco tra vero e falso che avvince lo spettatore. E lo fa mentre lo illude di poter assistere a una vicenda che appare logicamente compiuta, anche quando si mostra nelle sue apparenti incongruenze.

Parafrasando Guy Débord: «Lo spettacolo si presenta contemporaneamente come la società stessa, cioè come una parte della società. In quanto parte di questa, è lo spettacolo il settore che concentra ogni sguardo e ogni coscienza. Lo spettacolo è, contemporaneamente, il luogo dello sguardo ingannato e della falsa coscienza; e l’unificazione che realizza non è altro che il linguaggio ufficiale della separazione generalizzata».

Un film imperdibile, per la bravura inarrivabile degli attori, per l’originalità della storia e per la regia magistrale di Mankiewicz.

Paolo Massimo Rossi