“Apologia delle arti” | di Fannie Fairbanks

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“Dedicato ai folli e ai sognatori”

(“La La Land”, 2017)

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita si è sentito dire – o ripetere, come un fastidioso ritornello- che chiunque intenda intraprendere un qualsiasi tipo di carriera artistica sia inesorabilmente destinato a fallire, fare la fame o, al massimo finire a lavorare in una catena di Fast Food. Nessuno, vero?

È una storia ormai vecchia come Matusalemme. Sei venuto al mondo da poco, non hai neanche pronunciato la tua prima parola, ma la tua famiglia sembra riporre in te grandi speranze: sarà un dottore. Un avvocato. Un ingegnere.

Eppure, man mano che cresci, ti accorgi che l’ago della bilancia pende da tutt’altra parte, quella che nessuno avrebbe mai osato prendere in considerazione ed è qui che comincia il dramma.

C’è chi sogna di fare musica, chi vive per il cinema o il teatro, chi trova nel disegno, nella pittura, o nella scultura la sua unica vocazione, chi trascorre ore del suo tempo libero a scrivere pagine piene di pensieri o storie che prendono forma nella sua testa.

Al tempo stesso, però sappiamo già che la maggior parte di questi folli sognatori andrà incontro sin dall’inizio a numerosi ostacoli: dai genitori che, nella buona fede, sognano un futuro economicamente stabile per i propri figli, dalla società che li bombarda di luoghi comuni, secondo cui le arti a prescindere non gli daranno mai un lavoro sicuro, chi gli dirà che non sono abbastanza capaci ed è inutile anche solo fare tentativi.

Naturalmente esistono anche quei miracolati che trovano il completo appoggio delle famiglie, ma sono pur sempre in netta minoranza.

C’era una volta un ragazzo che aveva una discreta attitudine alla scrittura e alla comunicazione e avrebbe tanto voluto intraprendere una carriera nel campo del giornalismo e dell’informazione (perché sì, anche la comunicazione è un’arte, non dimentichiamolo!).

Nonostante tutto non lo fece, perché per mamma e papà, un lavoro in banca sarebbe certamente stato più sicuro.

Non dimenticherò neppure quell’amica d’infanzia che una volta conseguito il diploma con il massimo dei voti, espresse il desiderio di frequentare un’accademia di cinema, desiderio che fu stroncato in un nanosecondo dal padre che le negò il sostegno economico e dalla parente coetanea che non la appoggiò come invece lei aveva ingenuamente sperato.

V’invito a porre a voi stessi una domanda: quanti percorsi, oggi ti portano a un lavoro sicuro? Non molti, purtroppo. È davvero giusto, dunque, reprimere una sincera vocazione per qualcosa che non ci appaga davvero e talvolta rischia persino di allontanarci da quello che siamo realmente? Non tutti aspirano a fare il dottore o l’ingegnere, né sono tagliati per natura per tali mestieri, e lo dico con il massimo rispetto che nutro verso tali professioni per cui sono richiesti una forza d’animo fuori dal comune, un gran cervello e un coraggio esemplare. Tuttavia dobbiamo farcene una ragione: non siamo tutti uguali ed è proprio la nostra unicità a renderci umani.

Il mondo ha bisogno di tutti, dal medico allo scrittore, dall’ingegnere al musicista e ogni inclinazione naturale dovrebbe sempre essere valorizzata.

La fantasia, il talento e la creatività sono veri e propri doni, ed è giusto coltivarle in un modo o nell’altro anche se non saranno necessariamente un mezzo diretto per guadagnare soldi a palate, ma sarà certamente un altro tipo di ricchezza a fruttare: quella interiore, la più nascosta, la più ignorata, ma forse la più importante.

Fannie Fairbanks

https://www.instagram.com/fannie_fairbanks/