LA CONNETTIVITA’ CEREBRALE FUNZIONALE A RIPOSO COME POSSIBILE INDICATORE DI PROPENSIONE ALLA VIOLENZA: PUO’ ESSERE UN MARKER CREDIBILE PER LA NEUROCRIMINOLOGIA? UNA REVISIONE SISTEMATICA DELLA LETTERATURA.

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Oggi Vi presento un recente lavoro di revisione sistematica di diversi lavori scientifici, su un tema che ha stretta attinenza al diritto penale, ovvero all’imputabilità. E’ possibile avere a disposizione una sorta di “macchina della verità” che possa fungere da possibile indicatore della propensione di un soggetto alla violenza? Come vedete, i termini del quesito, lungi dal voler essere fantascienza, sono attinenti ad un aspetto molto reale della nostra quotidianità, la ricerca di un marker credibile per la neurocriminologia, un indicatore che ci possa predire se, allo studio dei bioritmi cerebrali, un soggetto possa risultare, sotto  l’influsso di certi stimoli “stressanti”, più propenso di un altro a sviluppare comportamenti  violenti.

INTRODUZIONE. Oggi vi è un interesse crescente nel cercare di comprendere i meccanismi che causano e/o sottengono (questa differenza sarà fondamentale) comportamenti violenti per poter sviluppare programmi efficaci di trattamento e prevenzione del crimine. A tal riguardo, la relativamente recente comparsa del campo di studio della neurocriminologia rappresenta  un importante passo in avanti  nella comprensione di queste problematiche applicando il metodo neuroscientifico al loro studio.

In anni recenti la ricerca neuroscientifica ha cercato di dimostrare se l’attività intrinseca nel cervello a riposo in assenza di una stimolazione esterna (la “resting state functional connectivity “ o “RSFC”) potesse essere impiegata come marker credibile e attendibile per identificare diverse abilità cognitive e tratti di personalità che siano importanti nella regolazione del comportamento umano, in particolare, per ciò che concerne la propensione alla violenza.

RISULTATI. I risultati, presentati in dettaglio in questa revisione, sono stati interessanti. Ve li riassumo.

L’identificazione di ben 181 abstracts e di 34 testi completi ha permesso di analizzare 17 paper complessivi. I risultati complessivi offrono una migliore comprensione dei circuiti cerebrali che potrebbero spiegare la tendenza a sperimentare rabbia

La maggioranza degli studi ha evidenziato che una diminuita connettività funzionale a riposo tra la corteccia prefrontale e l’amigdala potrebbe rendere le persone prone a reagire con violenza, ma che è necessario  l’intervento di  strutture cerebrali aggiuntive,  corticali (insula, giro angolare, sopramarginale, temporale, fusiforme, frontale superiore e intermedio, corteccia cingolata anteriore e posteriore) e sottocorticali (ippocampo, cervelletto, striato ventrale, nucleo centrale superiore), per spiegare un fenomeno così  complesso come la violenza.

CONCLUSIONI. I risultati di questa sintesi e analisi critica delle risultanze della connettività funzionale a riposo in diverse popolazioni offre linee guida per attività di ricerca futura e per sviluppare un modello più accurato di propensione alla violenza, per creare programmi efficaci di prevenzione e cura.  In sostanza, lo studio della connettività cerebrale di diversi soggetti può essere un buon indicatore della propensione a sviluppare atteggiamenti violenti. Sarà, quindi, utile, approfondire questo campo di ricerca con studi futuri.

 

BIBLIOGRAFIA

Angel Romero-Martinez et al; Behav Sci (Basel) 2019; 9(1):11