“Potere musicale” | di Fannie Fairbanks

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La musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.

(Aristotele)

 

Coloro che hanno conseguito la maturità nell’anno scolastico 2009-2010, ricorderanno certamente che tra le tracce dei temi e dei saggi proposti dal Ministero nella prima prova ce n’erano anche una riguardante proprio la musica e la sua funzione, i suoi scopi e i suoi usi nella società contemporanea, il tutto accompagnato dalla celebre citazione di Aristotele.

Prima ancora di lui, nell’antica Grecia questa forma d’arte aveva già un ruolo di estrema rilevanza nell’educazione e nella formazione. Anche Platone aveva trattato lo stesso tema: secondo quest’ultimo la capacità di espressione musicale erano indice di qualità morale e di un carattere virtuoso.

Il punto di vista di Aristotele era leggermente diverso da quello del suo predecessore, giacché secondo lui l’arte musicale non era utile soltanto all’educazione. Anche il divertimento e la ricreazione intellettuale ne erano elementi costitutivi fondamentali.

Filosofia a parte, vi è mai successo di trovarvi ad ascoltare le parole di una canzone e avere l’impressione che quel testo fosse scritto apposta per voi, come se rappresentasse la colonna sonora del film della vostra vita? Oppure quando eravate più giovani, avete mai trascorso ore con la radio accesa nell’attesa che trasmettessero un pezzo sentito di sfuggita per poterne finalmente scoprire il titolo e registrarlo su una vecchia audiocassetta?

C’è chi dice di sì e chi probabilmente mente. Molto spesso tendiamo a sottovalutare, se non ignorare l’impatto che un testo, una melodia, un accompagnamento o la combinazione di tutti questi elementi possono avere sul nostro stato d’animo, come se qualcosa di sepolto in fondo al cuore si risvegliasse grazie a una sequenza di note sentite in radio, su YouTube, nella colonna sonora di un film, di uno spot pubblicitario o durante un concerto dal vivo cui forse siamo stati trascinati contro la nostra volontà.

Ignoriamo talvolta, qualcosa che invece è un dato di fatto: la musica è terapia. Può risvegliare emozioni che pensavamo fossero sepolte e dimenticate; Può rendere molto più piacevole un lungo viaggio in autobus, in treno, in auto che senza di essa rischia di essere noioso e snervante, così come una lunga passeggiata nei boschi, sulla spiaggia, in città; Può aiutare a rimarginare una ferita dell’anima, sopperire momentaneamente a forti mancanze emotive e dare nuova vita a un sogno che si è infranto; Può rendere molto più intensa e solenne una scena di un film; Può evocare ricordi, belli o brutti che siano, ma che conserviamo gelosamente perché sono parte di noi; Riesce anche a stimolare svariati tipi di creatività, a darci quella spinta in più per realizzare un’idea presente nella nostra testa. Un musicista può ispirare un milione di aspiranti tali, lasciando spesso inconsapevolmente un’importante eredità, un marchio nella storia. Tanti benefici si possono trarre dall’ascolto della musica, altrettanti nello studio e nell’applicazione della stessa. C’è chi la interpreta, cantando, suonando uno strumento e chi scrive testi o spartiti, e benché i fini della pratica possano essere, i più disparati è innegabile il senso di appagamento che deriva dall’interpretazione di un pezzo o nella stesura di un altro, da eventuali esibizioni, che ci permettono di comunicare ciò che non si può evincere da un dialogo ordinario e che solo l’arte può far emergere.

Fannie Fairbanks