L’urlo – urgente – del teatro.

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Marco buon pomeriggio! Tu fai teatro da molto tempo. Sei un professionista che ha sempre trovato una strada e una strategia per portare avanti il senso e il significato del teatro.
Cosa pensi ora di questa ripartenza a Giugno?
Parlare di ripartenza a Giugno per me è come parlare del nulla. Ammiro molto miei colleghi che cercano strade per poter riprendere la loro attività e ne comprendo le motivazioni. Ma chi ha deciso la ripartenza delle attività culturali ponendo criteri, che certamente hanno rilevanza sanitaria e scientifica, sembra non abbia tenuto conto di cosa da sempre è il teatro. E secondo me non c’è neppure una valutazione sugli effetti psicologici che la quarantena ha avuto sui cittadini e quindi sui possibili protagonisti di questa “ripartenza”. A mio avviso si è voluto dare un segnale di riacquisita “normalità” i cui effetti però ricadono sulle spalle di coloro che si troveranno a organizzare spettacoli seguendo le norme indicate dal comitato tecnico scientifico che in realtà sono in antitesi con la funzione stessa che da sempre ha il teatro a livello sociale.

Il teatro è sempre stato un evento pubblico di condivisione dai tempi dell’antichità. Ritieni che sia cambiato qualcosa o piuttosto che debba cambiare qualcosa?
Personalmente più che cambiare ritengo si debba tornare a concepire e creare il teatro come da sempre si è fatto. Ritengo sia un errore clamoroso rincorrere le nuove tecnologie che nulla hanno a che fare col linguaggio teatrale. Per non parlare del “teatro on line” che io personalmente ritengo la morte stessa del teatro. Il teatro è fisico ancor prima che momento narrativo legato alla parola. Io vengo dalla scuola di Orazio Costa e del suo metodo mimico. Il personaggio si “trovava” prima a livello fisico e poi gli si dava la parola che con questo procedimento acquisiva la giusta valenza perché ricercata e non detta. Il teatro non può al contempo fare a meno di una costruzione drammaturgica che ha i suoi tempi, che sono i tempi dell’umano sentire. Tempi che non si possono a mio avviso contrarre o disgregare per cercare la velocità del moderno andamento. Sinceramente fino ad oggi gli esperimenti fatti per dare al teatro un linguaggio legato alla tecnica e ai nuovi mediatori hanno lasciato molto a desiderare e paradossalmente hanno allontanato il pubblico giovane anziché attrarlo.

Il corpo dell’attore – così come la sua voce – è uno strumento seduttivo. Cosa produce in un attore e regista quale sei tu la parola distanziamento?
Come già detto prima, la parola distanziamento sia esso sociale che fisico provoca in me un senso di totale estraneità al mondo della cultura in genere e a quello del teatro in particolare. A pensarci bene altre discipline artistiche come la scrittura, la pittura e la composizione musicale possono essere svolte anche in solitudine, anzi la solitudine per queste discipline è una condizione agognata e propedeutica. Per il teatro la questione è totalmente diversa. Il teatro è il movimento di tutte le arti. Il teatro va agito, si avvale del contributo della pittura, della scrittura e della musica e crea un quadro sonoro e in movimento. Il regista è al contempo pittore, musicista e scrittore. Lavora con gli attori che sono i colori e i generatori di suoni e movimento con i quali crea il teatro. Non si può fare teatro col distanziamento. È impossibile. E non si può distanziare il pubblico, né tra di se ne dagli attori. Col distanziamento il teatro perde completamente la sua funzione. Ciò che verrà fatto nei prossimi mesi può chiamarsi in qualsiasi modo ma non teatro. Per non parlare del teatro online sul quale non mi esprimo perché per me non esiste.

  Cosa significa fare uno spettacolo? Quanto tempo occorre ad una compagnia per mettere in scena un testo?
Fare uno spettacolo per me significa creare un momento teatrale. Come accennato una sorta di opera d’arte in movimento. Personalmente io parto da una idea e da alcune immagini. Intorno a questa idea e alle immagini che nascono pensando a quella idea, nasce il testo o la ricerca di un testo che tratti i temi dell’idea. Poi si inizia con le prove. Come regista ho le idee piuttosto chiare su cosa voglio ottenere dagli attori, per cui tendo a iniziare quando essi sono abbastanza avanti con la memoria in modo da non dover perdere troppo tempo nella composizione e montaggio delle scene. Poi inizia il lavoro di rifinitura e di ricerca vera e propria del “tempo” che contraddistingue i vari personaggi. Il tempo dei personaggi è fondamentale e nasce dal corpo e poi dalle parola. Normalmente a me occorrono circa due mesi per mettere in scena uno spettacolo ma tendo a non provare molte ore perché nel corso del tempo ho notato che sia io che gli attori fatichiamo a mantenere la giusta concentrazione e tensione troppo a lungo.

E cosa significa autoprodurre uno spettacolo e perché oggi spesso è necessario?
Produrre uno spettacolo oggi vuol dire investire ciò che non si ha in qualcosa in cui si crede. E’ una sorta di irrinunciabile follia. Significa scommettere e avere il coraggio di creare qualcosa a prescindere dal ritorno economico che si può ricevere in cambio. Però auto prodursi è anche una esperienza entusiasmante in quanto libera da vincoli di varia natura. Io mi sono quasi sempre autoprodotto, rarissimi sono gli spettacoli in cui ero scritturato. Oggi autoprodursi, per un artista che non fa parte del “teatro ufficiale” è vitale, in quanto le tourneè ormai si sono ridotte anche per le grosse produzioni, a poche decine di repliche, per cui il ricambio e la creazione di nuovi spettacoli è diventato essenziale per coloro che vivono di teatro. Fino al 2007 ancora si poteva essere scritturati o si poteva produrre uno spettacolo e girare per due stagioni, dopo la crisi del 2008 tutto è cambiato. Ora, con il dramma del coronavirus il teatro accuserà un nuovo devastante colpo. Si dovrà ripartire dal territorio, sarà indispensabile il lavoro di prossimità. Ritengo ci vorranno anni per ricostruire il tessuto culturale teatrale. Per chi ne avrà il coraggio sarà una dura e affascinante avventura.

Il mercato è l’unico padrone oggi? Ed è diavolo o angelo?
Il mercato è oggi qualcosa che poco ha a che vedere con la cultura in generale e con il teatro in particolare. Il mercato non ha il “tempo” del teatro. I’economia di mercato ha per sua natura la necessità di creare il bisogno e soddisfarlo velocemente per poi cambiare il prodotto da vendere. Il teatro come detto prima, pur tentando, non riesce, a sua volta per la propria natura a diventare un vero e proprio prodotto di consumo. Anche se a differenza del cinema, il teatro nasce per morire. Sotto questo punto di vista il mercato per il teatro rappresenta il diavolo.

Lo spettacolo teatrale è ancora cultura?Rispondere a questa domanda per me è molto semplice. Il teatro è una forma d’arte che per prendere forma necessita e si avvale del contributo di tutte le altre espressioni artistiche. E’ raro che in uno spettacolo teatrale non ci sia musica, o la danza anche intesa come un corpo che si muove in uno spazio nel tempo. E poi la pittura, il disegno delle luci. E in primo luogo la scrittura, che insieme al corpo dell’attore costituiscono le basi per la nascita di un’opera d’arte teatrale. In questo senso il teatro, dal mio punto di vista è l’evento culturale per eccellenza.

Marco Paoli è diplomato presso il “Centro di avviamento all’espressione” al Teatro della Pergola di Firenze diretto da Orazio Costa nel 1987 e svolge attività Teatrale da oltre trent’anni. Ha diretto per quasi 20 anni il Teatro San Leonardo di Viterbo in qualità di presidente. Ha lavorato nel corso degli anni, fra gli altri, con Edoardo Siravo, Ninetto Davoli, Giuseppe Pambieri, Oreste Lionello, Paolo Ferrari, Carlo Croccolo, Franco Oppini, Orso Maria Guerrini. Dal 2017 è direttore artistico dell’Ass.ne culturale Live Art di Borgo
San Lorenzo (Fi) e del Teatro Microscena

 

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Chiara Bentivegna
Chiara Bentivegna vive e lavora a Catania come docente di lettere negli Istituti Secondari Superiori. Diplomatasi attrice presso la Scuola Triennale di Avviamento al Teatro "Umberto Spadaro" del Teatro Stabile di Catania è laureata in Lettere. Numerosi gli stage frequentati nel corso di questi anni soprattutto con l'Odin Teatret. Ha conseguito il master in "Comunicazione Linguaggi Non Verbali" presso l'Università Cà Foscari di Venezia, psicomotricità, musicoterapia, performance. Numerose le produzioni teatrali a cui ha preso parte nel corso di questi anni. Ha pubblicato presso la casa editrice "Libroitaliano - Editrice Letteraria Internazionale" il volume dal titolo "Il canto XVI del Purgatorio: Storia della critica, e di recente, Cinquantadue settimane e frammenti dell'anima, una raccolta di haiku, per l'editore kimerik. Ha lavorato come documentalista presso il CBD (Centro Biblioteche e Documentazione) dell'Ateneo di Catania dal 1999 al 2004 e collaborato con la rivista Burioni. Ha scritto per "Animazione ed Espressione - Tempo sereno" dell'Editrice La Scuola. Oltre a svolgere la professione di docente di Lettere, insegna recitazione presso la scuola di musical ArtesTre. Chiara Bentivegna https://www.facebook.com/haikueretici/ https://www.instagram.com/chiara.benti/ https://www.kimerik.it/Autori.asp?Azione=Dettaglio&Id=11934