“Il prigioniero” | di Rossana De Santis

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Era in quella cella da solo, sporco e affamato…

Forse si erano dimenticati di lui…

Chissà cosa era successo lì  fuori…

Era molto confuso, non ricordava nulla del suo passato.

Vicino ai suoi piedi nudi il suo “animale da compagnia,” uno scarafaggio.

Non ricordava il suo nome ma aveva dato un nome al suo scarafaggio e alla sua formica da compagnia, Anacleto, uno scarafaggio simpatico che si arrampicava sui pantaloni lerci e tra le dita luride dei piedi.

Belinda era invece una formicona che a volte faceva a lotta con Anacleto. Vispa, forte, saliva sulla corazza verde del povero Anacleto, impacciato e lento.

Il prigioniero passava il tempo a vederli interagire… guardandoli si sentiva meno solo.

Chiacchierava con il muro e nessuno gli portava da mangiare o da bere… sudava e il cuore gli batteva forte.

Nella cella un piccolo scompartimento con un water maleodorante e un rubinetto da cui usciva acqua con ruggine.

Barba lunga, capelli lunghi e sguardo allucinato.… tremava, urlava e batteva la testa contro la parete…

Una parete che sembrava di gomma… era un muro con una bocca enorme che gli urlava di uscire….

Ma come uscire? Sembrava impossibile!

Si appoggiò sconsolato sull’uscio della cella e la porta pesante, di ferro scolorito si aprì!

L’avevano dimenticata aperta!

Non era il caso di farsi troppe domande: doveva andarsene subito ma non senza i suoi preziosi amici… aveva una scatola trasparente… quella dei formaggini che aveva conservato! Catturò Anacleto e Belinda e li mise nella scatoletta che aveva minuscoli forellini. Infilò nella tasca la scatoletta e si avventurò all’interno della prigione.

Era una grande prigione con tante luride celle e un lunghissimo corridoio…

Tanti tuguri dell’orrore vuoti… un silenzio spaventoso.

Si trovava  solo in quel grande carcere e non sapeva perché!

Un’immensa prigione vuota fatta di metallo freddo e disperazione…

Tante luci fissate in fila sul soffitto  illuminavano il vuoto di quelle gabbie per umani… Il vuoto della miseria: un vuoto che piange , strilla nell’anonimato…mentre attraversava il lungo corridoio  sentiva queste urla silenziose e assordanti penetrare nel cervello come lame taglienti.

Appena uscito dal carcere respirò a fondo, aveva fame d’aria.

Intorno a sé aveva alberi attorcigliati come contorsionisti in uno spettacolo macabro…

C’erano  case che al posto delle finestre avevano occhi che lo fissavano minacciosi…

Cosa sarà mai successo?

Si chiedeva nella sua testa confusa.

Il cielo era plumbeo… sembrava dovesse piovere da un momento all’altro.

La pioggia iniziò ma non era una pioggia come le altre…piovevano piume che cadevano lentamente…

Si sentiva odore di bruciato ma non c’era nessun incendio in vicinanza.

La strada sembrava in armonia con le sue gambe che si muovevano sicure.

Aveva un forte mal di testa  ma continuava a camminare. Le strade che attraversava erano senza anima viva…

i mezzi pubblici fermi, sembravano imbalsamati… ovunque una nebbia irreale.

File di auto in mezzo alla strada,  immobili, vuote con i fari accesi.

Forse era l’unico superstite… forse c’era stata una catastrofe atomica …

Non c’era però neppure l’ombra di esplosioni o distruzione, non c’era nessuno.

Tirò fuori dalla tasca la scatola trasparente con Anacleto e Belinda.

Erano fermi, non lottavano più, muovevano solo  le antenne….

“A quanto pare siamo solo noi tre qui”, disse a voce alta ai due insetti che sembravano ascoltarlo.

Dopo un marciapiede  vide un negozio di strumenti musicali completamente vuoto.

Era il negozio di suo padre… ora cominciava a ricordare! Suonava spesso lì con i suoi amici e organizzava piccoli concerti… Nella sua mente stravolta i ricordi facevano capolino…

Entrò all’interno… c’erano strumenti di ogni genere, li conosceva bene… afferrò una  chitarra che gli risultava familiare…

Le dita scorrevano agili sulle corde….

Aveva un sapore così magico quel suono di chitarra… gli stava quasi passando il mal di testa.

Poi si fermò e posò la chitarra su un tavolo, per riprendersi. Si sedette su uno sgabello e

dalla sua tasca cadde la scatola trasparente…

Anacleto e Belinda uscirono fuori … mentre si muovevano sul pavimento avvenne una metamorfosi straordinaria: i due insetti si trasformarono in due splendidi ragazzi con i jeans strappati e i capelli lunghi… i  suoi amici di sempre.

No, non c’era nessuna fata che li aveva trasformati in esseri umani… c’erano solo sul tavolo delle pastiglie responsabili di tutto…

Quelle maledette pastiglie che lo stavano facendo impazzire.

Claudio ricordò il suo nome, gli venne in mente la sua vita in un istante… un’illuminazione improvvisa che lo riportò alla realtà… capì di essere stato vittima di un’allucinazione di pochi minuti …minuti che gli erano  sembrati giorni…

Non doveva più prendere quella roba schifosa, pensò, toccandosi la fronte imperlata  di sudore.

Questa volta aveva  rischiato  sul serio di non tornare più,  di rimanere prigioniero in  quella squallida  prigione in fondo a sé stesso.

Belinda intanto lo fissava spazientita…

“Claudio ti decidi o no a suonare la chitarra? Dai! Perché ci fissi come  fossimo insetti? È vero abbiamo sbagliato qualche nota ma possiamo migliorare, no?”

“Va bene, va bene, riproviamo”! Rispose sospirando Claudio.

Forse era più simpatica da formica, solo quello “scarafaggio” di Anacleto riusciva a sopportarla.

Rossana De Santis