Da un racconto di Andrea Giostra: “Al Tribeca”… se non sei ricco sei uno sfigato!

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Daniela Cavallini
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Storia di apatia – vuoto interiore – consumismo sessuale – superficialità

Amiche ed Amici carissimi, chi più chi meno, siamo tutti verbalmente allineati nell’affermare di vivere in una società priva di valori, indifferente alla sofferenza altrui, dove regna sovrana la superficialità dell’avere in contrapposizione all’essere, ecc. Non di meno s’ invocano, mitizzandoli con grande rimpianto, i cosiddetti “princìpi di una volta”.

Credo che questa manifestazione di sconcerto sia in parte imputabile ad una visione apatica e circoscritta ad alcuni momenti difficili della vita oltreché all’effetto alone della generalizzazione.

Infatti, se ci soffermiamo anche solo brevemente a riflettere su quell’idealizzato “c’era una volta…”, ci sovvengono molti comportamenti deplorevoli, che di esaltante avevano ben poco.

Un fatto resta tuttavia inconfutabile: tutti noi deteniamo sempre il potere di scelta dei nostri pensieri e del nostro agire, cui ne consegue l’ovvia assunzione di responsabilità in merito ai risultati.

Per alcuni, scivolare apaticamente nella mediocrità, percependo il proprio malessere impresso dal devastante vuoto interiore, mostrando in pubblico una contrastante immagine vincente, – la famigerata maschera – diviene una consuetudine induttiva di uno stile di vita autoillusorio.

Poiché per legge di risonanza attraiamo chi è simile a noi, ne deriva la formazione d’interi gruppi “portatori insani” dello stesso doloroso sintomo. Sintomo che si sviluppa illimitatamente proprio traendo energia (negativa) dal gruppo stesso.

Con l’obiettivo di approfondire il tema succitato, ho tratto dall’inedita raccolta “Mastr’Antria ed altri racconti” – a cura di Andrea Giostra – il racconto intitolato “Al Tribeca”, un locale frequentato dalla “Palermo bene”, teatro di uno stile di pensiero effimero, esclusivamente proiettato all’immagine esteriore di sé. Tuttavia, si sa che più siamo concentrati sull’apparire, più ci allontaniamo da noi stessi, indebolendo così la nostra personalità, ma – forse inconsciamente – si sceglie il precipizio alla sana inversione di tendenza.  Paradossale? No, anche la disperazione se “conosciuta” funge a creare la nostra zona di comfort. Affrontare il cambiamento richiede forza, quel valore che molti hanno disperso in facezie e, pertanto individuano nella superficialità l’anestetico. Da alcuni frammenti che ho estrapolato e commentato dal racconto di Andrea, individueremo fatti esemplificativi – purtroppo reali – induttivi di riflessione. Infatti…

«Il Tribeca era un locale frequentato da tutta la città giovane che contava, da ragazzi rampanti e di buona famiglia, da ragazze allicchittate e firmate di tutto punto che cercavano chi avventure passeggere, chi d’accasarsi con giovani inesperti di ottimi e ricchi casati isolani.”

Già in questa breve descrizione, dal vuoto interiore emerge il desolante consumismo sessuale allineato al ben più grave opportunismo agìto con perfidia da donne avide di denaro, nei confronti di giovani inesperti e, soprattutto, ricchi.

Per quanto il sesso “usa e getta” non mi entusiasmi, posso intravvederne un lato “spensierato”, ma nell’obiettivo di “incastrare” il giovane inesperto per beneficiare dei suoi averi, vedo solo la peggiore forma di prostituzione.

Spesso per fuggire alla solitudine o solo per mostrarsi “a coloro che contano”, leggeremo aneddoti, riferiti con l’ironia tipica dell’Autore.

 

«Alle venti Alessandro era solito lasciare il suo studio di via Emerico Amari per dirigersi talvolta a piedi qualche altra in auto verso il Tribeca. Maria era rientrata nella sua casa. Adesso Alessandro era solo. Ancora una volta. Solo. Per un’ora. Per un giorno. Per sempre? Non rispose. Non disse nulla alla sua anima inquieta. Lasciò che si chiudesse il portone massiccio e gigantesco del suo studio di via Emerico Amari, salì in auto che il suo parcheggiatore di fiducia gli aveva fatto trovare accanto all’ingresso, si diresse veloce verso l’aperitivo.» … «Non c’era modo di rilassarsi in quel posto. Non c’era modo di essere ignorato lì. Certamente.»

È evidente che Alessandro desidera “stordirsi”, nel tentativo di silenziare il dolore per la solitudine infertagli da Maria … la donna di cui è innamorato, ma poiché è l’amante, legata dunque ad un altro, non sa se e quando tornerà da lui.

«Alessandro tutte le sere che c’andava, era circondato dalle stesse facce, dalle stesse marche d’abbigliamento e d’accessori. Per tutti i giovani astanti era come se alla fine della libertà condizionata, quella del lavoro, dello studio, dell’ufficio, obbligatoriamente si doveva andare all’Ucciarduni per trascorrere in quella bolgia di calici tenuti ben in vista, almeno due ore di libertà, di socialità, di saluti circolari, di occhiate complici, di “Come stai, bene? Sì, bene! Tu?”. Due ore a respirare tutti la stessa aria di frivolezza, di leggerezza, che potevano diventare di fatica se non si affilavano le armi dell’estraneazione ambientale.» … «Quelle due ore di socialità condizionata al Tribeca, se ci si voleva integrare e far parte di quello strato sociale che in città cuntava, erano un dovere, un rito necessario come la messa la domenica per i cattolici praticanti.»

Che dire… un’imposizione determinata dalla legge dell’esibizionismo, cui sottostare!

«“- Ciao Alessandro, come stai, bene?

– Sì Francesca, bene! Tu?

– Bene grazie.”

Un abbraccio apparentemente affettuoso. Due baci sulle guance che scavalcavano i reciproci nasi, dove si sarebbe dovuto capire se c’era stato uno sfioramento o un leggero e umido poggiare le labbra sulla pelle del viso. Quello era meta-messaggio. Dopo il saluto cerimoniale, ognuno riprendeva a bere il suo drink.»

Tuttavia, come vedremo, in quei saluti stereotipati, vi era insita la promessa – o meno –  di un veloce atto sessuale, consumato nello squallore.

«Se le labbra s’appoggiavano sul viso con la parte interna lasciando un leggerissimo strato di umidità, si sarebbe consumato frettolosamente il drink e, con tecniche da agenti segreti del Mossad sotto copertura, sparire improvvisamente dal Tribeca per ritrovarsi in uffici limitrofi deserti e silenziosi, in alcove improvvisate di amici complici, in auto spaziose nascoste in zone isolate della Cala o del Foro Italico. Un’ora al massimo sarebbe durato, e i fuggitivi si sarebbero ritrovati separatamente al Tribeca con i calici sulla mano destra chi con vino rosso, chi con vino bianco. Come se nulla fosse accaduto.»

Da tanto squallore, mi sovviene il ricordo di un amico, un Signore in età matura, corteggiato da una ragazza universitaria, che, peraltro, seppure a malincuore respinse. Quando lui le chiese cosa ci trovasse una ragazza di ventitré anni in un uomo tanto più grande, lei gli rispose candidamente: “i ragazzi non sono interessati all’amore, mi propongono di consumare sesso nel bagno dell’università e tutto finisce lì”. Il linguaggio era stato più esplicito, ma ci siamo capiti.

«Qualche volta era Alessandro che chiedeva ai suoi amici se conoscevano quella o quell’altra ragazza che per la prima volta s’era presentata al Tribeca. Ma anche lì erano sempre le stesse domande e sempre le stesse risposte. O almeno, sarebbero dovute essere le stesse domande e le stesse risposte. Sì, perché Alessandro si divertiva a recitare quella sceneggiatura ossessivamente ripetitiva.»

Un ambiente – “Al Tribeca” – dove la ripetitività dei comportamenti è talmente influenzatrice al punto da divenire ipnotica: infatti Alessandro ha interiorizzato la condotta generale dell’ambiente, – che pur non ama – al punto da aver plasmato il suo atteggiamento mentale.

Una sera, Alessandro, insolitamente si divertì nel prendere in giro Sara, una ragazza dal comportamento rappresentante l’apoteosi della superficialità, seppure adeguato all’emblematico contesto, ben descritto da Andrea Giostra”:

«- Non ti ho mai vista qui Sara. Dove vai di solito?

– Vado alla Cuba. Qui non sono mai venuta.

– Sì, alla Cuba. Ogni tanto ci vado anch’io. Il Tribeca è vicino al mio studio. Finisco di lavorare e in cinque minuti arrivo a piedi. Qualche volta vengo in auto. È comodo per me. E poi come vedi c’è bella gente.”

Bella gente! Quasi tutti figli di papà benestanti della città bene, spesso senza né arte né parte. Solo i soldi a palate di papà e macchine di lusso rigorosamente Audi, BMW o Mercedes. Solo quelle marche. Qualsiasi altra auto in quel posto, che non fosse la Lamborghini, la Maserati o la Ferrari, era da sfigati. Da sfigati da tenere lontani. Da sfigati da evitare. Se non avevi almeno un’Audi, una Bmw o una Mercedes, quel posto non lo potevi frequentare senza che ti guardassero di traverso e con una sufficienza orticante che solo un frivolo irresponsabile avrebbe potuto sopportare. Senza quelle auto saresti stato individuato in un nanosecondo. Saresti stato evitato come appestato. Saresti stato considerato uno sfigato appunto. Dalla loro prospettiva alto borghese e pseudo aristocratica ovviamente. Non c’era solo la macchina che faceva status symbol, c’era il quartiere dove abitavi. Qualche eccezione rispetto al quartiere, si faceva se si conosceva il cognome della famiglia, che doveva essere noto, ricco e potente insieme. In quel caso il quartiere dove si abitava non contava un cazzo. Il nome della famiglia era più importante del quartiere. E infine c’erano il lavoro, la professione, il ruolo in azienda, ch’erano gli altri elementi distintivi. Era necessaria una professione che avrebbe dovuto far guadagnare almeno cinque volte lo stipendio di un operario della Keller. Altrimenti, anche in quel caso, si veniva considerati degli sfigati. Potevi avere anche due lauree e un master ad Oxford, ma se non guadagnavi un cazzo o non appartenevi ad una famiglia con un nome importante, non contavi nulla, eri da scartare, da evitare, da escludere, bisognava frequentare un altro posto, un posto per sfigati.»

Mi sono dilungata nella descrizione dell’ambiente, riportandone anche i particolari, per non privarvi di frasi che enfatizzano l’ambiente “Al Tribeca” e, naturalmente, la mentalità di coloro che lo frequentano. Certo «non tutti sono così», scrive Andrea, tuttavia anche chi ha una visione più estesa, vedi lo stesso Alessandro, non si appalesa. Non osa opporsi e men che meno allontanarsi.

Ma ora viene il divertimento di Alessandro con Sara:

«Arrivò quindi il momento delle domande da lascia o raddoppia. Quel momento Alessandro lo aspettava sempre con trepidazione. Con particolare interesse. Con un’aspettativa di estrema goduria percettiva. Era una sceneggiatura che costruiva con una matrice fatta da tre domande: “Dove vivi? Di cosa ti occupi? Che macchina hai?” Lì iniziava una storia scenica intimamente esilarante, gustosa, prelibata, originale, appassionante. Come avrebbe reagito la marionetta inconsapevole?

– Vivi in città, Alessandro? In che zona?

Lì doveva semplicemente decidere. Se iniziare l’azione di seduzione, oppure no. Se iniziare un processo interlocutorio che avrebbe consentito ad Alessandro di ritrovarsela da lì nell’alcova, oppure no. I suoi primi dieci secondi erano quelli determinanti.

– Sì Sara, vivo in città, a Sette Cannoli.

– E dov’è, scusa?

– Ti andrebbe di venire con me qualche volta per vedere un bel film?

– Beh! Non lo so. Vediamo. Magari un giorno sì. Però è lontano quel posto.

– Lontano da cosa, scusa? Tu dove abiti?

– A villa Sperlinga. Ce l’ho proprio a due passi la multisala Strasburgo. Ah, certo. Da lì puoi andare anche a piedi. È vero. Anch’io da Sette Cannoli potrei andare a piedi. Ma quella strada di sera non è sicura. Preferisco andare in auto o in tram.

– In tram? Ma perché tu prendi il tram per spostarti?

– Qual che volta sì. È comodo.

– Io non l’ho mai preso il tram. Neanche l’autobus ho mai preso. Una volta sola con le mie compagne di liceo. Solo una volta per divertirci. Mia mamma mi dice che non li devo prendere i mezzi pubblici. Mi accompagnava lei quand’ero piccola. Dappertutto. Adesso vado in auto o in scooter. Per il compleanno dei diciotto anni mio papà mi ha regalato la Smart. Ma… tu prendi il tram? Ma tu di cosa ti occupi?

– Lavoro in una cooperativa sociale.

– In una cooperativa sociale? E che si fa in una cooperativa sociale? Eh… che lavoro fai intendo.

– Lavoro con i disabili psichici e con i tossico dipendenti.

– Disabili psichici? Con i pazzi vuoi dire?

– Sì, ma adesso non si chiamano più così.

– Ma tu che macchina hai?

– Vuoi che andiamo a fare un giro da qualche altra parte?

– No! No! Era solo per chiedere. No, adesso no.

– L’ho parcheggiata lì, in seconda fila. È là, la vedi? È quel la bianca.

– Ma che macchina è scusa?

– Una Fiat Punto seconda serie sporting.

– Cosaaa? Una Fiat Punto seconda serie sporting?

– Sì. L’ho comprata nuova qualche mese fa. Un ottimo prezzo. Me l’ha fatta comprare un mio amico che vende auto. Mi ha fatto fare un buon affare. Va benissimo questa macchina. Consuma poco ed è affidabile.

– Una Fiat Punto seconda serie sporting?

– Sì. Ti piace?

– Come? … Ah! … Ok! … Eh! … Scusa Alessandro, mi sta chiamando la mia amica Lucia.”

Alessandro si limitò a dirle…

– Ok! A presto Sara. Ciao.»

Risulta sconcertante, tuttavia evidente, che l’auto di Alessandro fu l’elemento, deterrente all’avventura fino a quel momento. Se avesse avuto almeno una BMW… “si poteva fare”.

 «Alessandro lasciò il Tribeca. Si diresse dove in seconda fila aveva parcheggiato la macchina. Si avviò per superare il locale ch’era a trenta metri alla sua sinistra. Rallentò per la folla che popolava la piccola terrazza abusiva in strada. S’accorse di Sara. Anche Sara s’accorse di lui. Di scatto si resse, alzò lo sguardo e lo puntò dritto negli occhi. Alessandro ricambiò e la puntò dritto negli occhi belli, grandi e scuri. Lentamente superò il Tribeca, le scosse la mano da lontano e si allontanò solo, con lo sguardo che usciva dal finestrino della sua BMW X3 grigio metallizzato».

 Chissà, forse la sciocca Sara avrà compreso il distinguo tra una vettura ed un uomo… Tuttavia vi chiederete perché Alessandro adottò scientemente questa tattica respingente dopo aver apprezzato la bellezza e l’eleganza della ragazza.

«Sara, prendendo lesta la tartina sul bancone del Tribeca, dall’ascella aveva sprigionato un improvviso afrore acido che l’aveva colpito dritto alle narici come un pugno di Tyson sul naso. Quel lezzo non era stato sufficientemente ammortizzato dall’antiaspirante a base di cloruro di alluminio. Fu quell’insolito afrore a costringere Alessandro a modificare subitaneamente la sua recita a soggetto. Fu quel tanfo inaspettato a fargli ribaltare la decisione dopo i primi dieci secondi di teatrino. Che peccato si disse. Un vero peccato.»

Quando si dice un finale a sorpresa!

Un abbraccio

Daniela Cavallini