“Il Mondo e l’Arte visti da uno Scrittore e Poeta: Aldo Villagrossi Crotti” ǀ Intervista di Maria Teresa De Donato

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Oggi sono felice di intervistare nuovamente l’amico e collega autore Aldo Villagrossi Crotti, Scrittore e Poeta.

Aldo è una persona colta, estroversa e poliedrica, impegnata in varie attività non solo culturali e che ha una veduta del mondo e di tutto ciò che è in esso a 360̊, oltre ad una profondità di pensiero ed un affilato senso dell’umorismo come pochi.

Come avevo già menzionato a suo tempo, Aldo mi fa pensare – avendolo conosciuto ed avendo letto alcuni suoi scritti – ad Albert Einstein e a Woody Allen.  Il che non è poco.

Detto questo, vediamo oggi quante e quali sorprese ci riserva.

 

MTDD: Ciao Aldo. Felice di averti qui e grazie per esserti preso il tempo anche per questa intervista.

AVC: Ciao Teresa, grazie per avermi concesso una seconda chance!

 

MTDD: La nostra precedente intervista l’avevo intitolata Ascolta questo fiume prendendo spunto proprio da uno dei tuoi lavori. Vorresti riassumere, per i lettori che non avessero avuto modo di leggerlo o non ricordassero il nostro precedente articolo, le pubblicazioni che hai scritto fino al 2019, titoli, contenuti e circostanze?

AVC: Sicuramente, ho iniziato con una pubblicazione giovanile, nei primi anni ’90. Era una raccolta di racconti brevi e poesie che intitolai “Appunti, per l’appunto”. Stampata in proprio, ma nel vero senso della parola: approfittai della fotocopiatrice di un amico, della graffettatrice di un altro, e stampai circa 200 copie. Le distribuii tutte durante una mostra d’arte collettiva. Non sentivo il bisogno di pubblicare un libro, lo feci perché mi sembrava originale unire racconti brevi e poesie in un libretto autoprodotto e distribuirlo come istallazione artistica. La cosa ebbe un certo successo, non perché vennero distribuite tutte (erano gratuite) ma per il fatto che ebbi dei feedback interessanti. La cosa che mi stupì di più fu che molti di quelli che lessero il mio libro riuscirono a cogliere il significato più profondo di quello che avevo scritto. La cosa mi aveva spaventato un po’, ti dico la verità. Avevo scoperto di essere decodificabile. Persino una delle poesie che avevo scritto, una sorta di cross-poem che incrociava un testo di Jimi Hendrix con una mia interpretazione, era a mio avviso piuttosto ermetica, anche se gradevole nella metrica. Arrivò un tizio a farmi i complimenti per quella poesia, descrivendomi esattamente lo stato d’animo in cui mi trovavo quando l’avevo scritta. Da quel momento in avanti cominciai a pensare che scrivere è un po’ come maneggiare un’arma: bisogna fare attenzione. Tolta la tesi di laurea e qualche pubblicazione di carattere tecnico, la mia produzione editoriale, seppur continuassi a scrivere quasi incessantemente, subì una pausa di circa 10 anni. Nel dicembre del 2008 io e mio padre scoprimmo di essere stati coinvolti inconsapevolmente, all’inizio degli anni ’70, in una complicata spy-story internazionale. Dalla ricostruzione (difficilissima) di quell’evento scaturirono due libri, un primo libro nel 2012, “Le false Verità” ed un secondo libro, molto più dettagliato e carico di riferimenti documentali, edito nel 2019 “Quindici ipotesi logiche sul caso Evita Peron”. Subito dopo, per una serie di coincidenze, scoprii un libro che parlava di una storia legata alla deportazione di una donna ebrea dal ghetto di Sighet, nell’allora territorio rumeno annesso all’Ungheria. Questa donna aveva conosciuto uno dei miei zii, e per tre pagine lo aveva descritto. Decisi di tradurre le tre pagine del libro e di mandarle a mio padre, per conferma. Alla fine tradussi tutto il libro, e lo mandai ad una importante casa editrice italiana, francamente senza tante speranze che potesse essere pubblicato. Questi mi risposero dopo una settimana con una email che diceva: “Bellissimo. Lo pubblichiamo.”
Nasce così “La Ragazza di Sighet”, un libro che negli USA passò immeritatamente inosservato, ma che in Italia guadagnò nel 2013 il titolo di “Libro del giorno della memoria”. Una grandissima soddisfazione. Nel frattempo avevo riempito il cassetto di mie poesie. Come succede spesso, quando rileggi quello che hai scritto ne butti il 90%. Così feci, ma il 10% rimanente era così interessante che decisi di condividerlo con alcuni amici appartenenti alla cerchia poetica americana e sudamericana. La cosa fu apprezzata (sempre nel mio più completo stupore) al punto tale che mi fu chiesta una partecipazione a quella che oggi è “L’enciclopedia poetica dei cinque continenti”, pubblicata inizialmente in Colombia e in Argentina e oggi presente un po’ in tutto il mondo. La prima edizione si chiamava “Oir Ese Rio”, cioè “Ascolta questo fiume”, ed aveva una precisa funzione, che era quella di sensibilizzare, attraverso la poesia, i popoli del mondo nei confronti dell’inquinamento dei corsi fluviali. Oir Ese Rio uscì nelle librerie, e a distanza di qualche mese mi arrivò una richiesta di contatto su Facebook da parte di una persona che risiedeva in Colombia. Pensai ad un errore, ma accettai. Dopo qualche ora questa persona mi mandò un filmato dove una studentessa liceale colombiana leggeva la mia poesia, quella pubblicata in “Oir Ese Rio”. Poi arrivarono altri contatti, uno dietro l’altro. Dalla Colombia, dal Venezuela, dall’Argentina, dal Cile, e così via. Gente che comprava il libro e aveva letto la mia poesia. L’avevano gradita al punto tale che volevano saperne molto di più su di me. Avevano il piacere di conoscermi. Seppi che la poesia a quelle latitudini è molto più importante di quello che non sia dalle nostre parti. Iniziarono a chiedermi altre poesie, e la cosa iniziava ad essere una costante della mia vita. L’anno scorso arrivò la richiesta di partecipazione alla seconda edizione dell’Enciclopedia Poetica dei Cinque Continenti, questa volta dedicata alla vegetazione, “Arbolarium”. La richiesta al sottoscritto da parte dell’editore stavolta era un po’ più sostanziosa: non voleva che scrivessi solo una poesia, ma mi chiese la prefazione del volume. In questo momento stiamo preparando il terzo volume dell’Enciclopedia, questa volta interamente dedicata al Vento. Voglio ricordare che tutti i proventi provenienti dalla vendita di questa Enciclopedia sono stati devoluti all’associazione “Pibes”, una fondazione Argentina che realizza opere legate al miglioramento delle condizioni di vita dei bambini delle popolazioni indie nella foresta pluviale nel Nord dell’Argentina.

 

MTDD: Complimenti vivissimi! Ricordo che nel 2019 hai partecipato anche ad alcune trasmissioni radiofoniche di un’emittente argentina.  Vorresti parlarci di questa tua esperienza?

AVC: L’editore dell’Enciclopedia Poetica dei Cinque Continenti, il poeta argentino Esteban Charpentier, da più di 20 anni conduce una trasmissione radiofonica interamente dedicata alla poesia, la trasmissione “Denserio”. Inevitabilmente fui coinvolto in una di queste trasmissioni, inizialmente come ospite e poi come presenza pressoché continua.

 

MTDD: Nella precedente intervista erano emersi degli aspetti molto interessanti cui, tuttavia, per ragioni di tempo e spazio avevamo solo accennato e che in questa occasione mi piacerebbe invece approfondire.  Vorrei iniziare con una tua affermazione quando, parlando dell’arte come “libera espressione”, ma anche come “manifestazione di un impegno sociale e politico” e “metodologia terapeutica, come strumento di autoconoscenza, di autoanalisi ed autocritica”, avevi affermato di essere estremamente critico nei confronti di te stesso, ma di avere la tendenza a giustificare il resto del mondo e a perdonarlo. Hitler compreso, nel caso resuscitasse e vi incontraste.

Molta gente che ha sofferto prove inenarrabili e che ha, direttamente o indirettamente, testimoniato atrocità come quelle compiute nei campi di concentramento è probabile che abbia serie difficoltà non solo a “giustificare” azioni del genere, ma ancor di più a “perdonare” chi ne è stato l’artefice.

Potresti elaborare questa tua risposta spiegando se, nel tuo caso, ritieni si tratti di amore incondizionato, di empatia o di altro o quale altra spiegazione dai a questa tua tendenza?

AVC: Credo profondamente nell’evoluzione dell’essere umano. Si cambia, è inevitabile, ma il cambiamento può anche essere in meglio, e spesso lo è. Una vita passata nella rettitudine e nella perfezione è inevitabilmente noiosa. Ci sono persone che sono radicalmente malvagie, è un dato di fatto. Fra questi c’è qualcuno che riesce a concretizzare la propria malvagità anche a livelli molto alti, e i danni sono incalcolabili. Quello che li sostiene, però, non è quasi mai la loro stessa malvagità. Le figure stile “capo della Spectre” sono figure pressoché cinematografiche, letterarie. I malvagi potenti sono sempre supportati dagli approfittatori, dagli opportunisti, e da una massa di sostenitori convinti di poter trarne un vantaggio personale. Tutto questo genera una dittatura, un regime militare, una fabbrica di schiavi. Questi personaggi passano una vita senza mai confrontarsi con nessuno che li possa far ragionare sulla loro stessa cattiveria, perdendo spesso la sensibilità fino ad esserne completamente privi. La figura di Hitler è un esempio quasi lampante. La determinazione nello sterminare il popolo ebraico europeo era la sua unica ragione di vita, apparentemente. Sosteneva le sue ragioni sulla base di una serie di fake-news che ancora oggi circolano incredibilmente inalterate dopo tanti anni. Sapeva che l’odio razziale avrebbe unito i popoli europei, e usò la propaganda per fomentare qualcosa che era già nel DNA europeo da molti secoli. Le diversità spaventano. Il nazismo fu solo un innesco, l’odio era profondamente radicato ed aspettava di uscire con una scusa. Lo sterminio era sotto gli occhi di tutti, e tutti furono testimoni silenti, in quelle nazioni coinvolte. Dunque, tutti furono complici. Nel dopoguerra, tutto fu appianato e tutti furono “perdonati”, soprattutto le nazioni che si resero protagoniste dei fatti più aberranti. Le responsabilità vanno distribuite, ma la stessa cosa deve valere per il perdono. Nel momento in cui qualcuno torna sui suoi passi, come è successo nel passato, è necessario comprenderne tutte le ragioni e cercare di migliorare insieme. Lo so, è molto Cristiano come messaggio. Credo che questo sia uno dei tanti messaggi evangelici, la resurrezione vista da una prospettiva diversa.

 

MTDD: Un altro aspetto che era emerso nel nostro precedente incontro, e che a mio avviso merita di essere approfondito, riguarda il rapporto che si instaura tra scrittore e lettore e che a volte, pur mancando il contatto fisico tra i due – che magari non si conoscono né si conosceranno mai – fa sì che nasca una sorta di Amore Universale, un connubio di anime, fenomeno che, dal tuo punto di vista, è più facile che avvenga con la poesia piuttosto che con altre forme letterarie.  Nel menzionare questo aspetto, tu avevi addirittura fatto riferimento a due tipi di ‘intimità’, quella oggettiva e quella soggettiva.

Vorresti elaborare questo pensiero, magari facendoci anche qualche esempio?

AVC: È fondamentale. Se non ci fosse questo tipo di connessione non esisterebbe la letteratura, la poesia. A volte leggo autori o poeti freddi, o semplicemente falsi. Fingere un sentimento è relativamente facile per certa gente. Molta gente ama scrivere poesie, e molti di questi sono poeti sinceri, ma nella poesia ci si trova troppo spesso di fronte alla banalità o all’incomprensibile. In Italia abbiamo avuto una importantissima scuola che risale ai tempi antichi, forse la più importante al mondo. Abbiamo avuto centinaia di poeti straordinari per ogni secolo passato, poeti che sono arrivati fino ai giorni nostri e che ancora emozionano per la capacità di entrare in simbiosi con il lettore, basti pensare a Dante Alighieri. Questi erano coloro che avevano la fortuna di poter pubblicare le loro opere. Probabilmente ce ne siamo persi altrettanti che non hanno avuto la fortuna di poter farsi notare. Con internet ci si aspettava un fiorire di tutti i talenti letterari e poetici, ma la cosa sembra non essere avvenuta, anzi. Ci sono gruppi su Facebook dove partecipano più di 30.000 persone e dove non si riesce a trovare un nuovo Ungaretti o Quasimodo nemmeno a pagarli. La maggior parte delle poesie sono banali oppure sono lo scimmiottare in “difficilese” poeti di ben più alta levatura. Dunque, internet non ha risolto niente in termini di numero di poeti e letterati validi, ha solo aggiunto un certo numero di persone che scrivono e rimangono al livello più basso. Quelli che spiccano rimangono sempre e comunque un numero molto limitato, e sono sempre quelli che “attaccano la spina” con il lettore, per non staccarla più.

 

MTDD: Il mondo di ognuno di noi – autori, scrittori e poeti inclusi e che probabilmente sono tra i più sensibili ed attenti osservatori della realtà che li circonda – viene arricchito dalle esperienze vissute e dalle conoscenze acquisite. Grazie al tuo lavoro secolare so che hai la possibilità di viaggiare molto anche all’estero.

Puoi farci qualche esempio di paradossi estremi in cui ti sei imbattuto, di situazioni inimmaginabili – positive o negative – di cui sei stato testimone e che rimarranno per sempre scolpite nella tua mente, ma anche e soprattutto nel tuo cuore?

AVC: Wow… avrei bisogno di qualche Tb di spazio… diciamo che il giro del mondo l’ho fatto molte volte. Ho visto le condizioni in cui versano gli homeless di Manhattan e la incredibile ricchezza di certe famiglie di petrolieri africani. L’inutile ostentazione di Dubai contrapposta alla straordinaria e sorridente ospitalità del Bangladesh, nella sua semplicità. Tutto il mondo merita di essere scoperto. In ogni posto ho sempre cercato di tornare a casa con un libro in mano, un libro di poesia, scritto da un poeta locale. Dal Libano sono tornato con la raccolta completa delle opere di Kalil Gibran. In questo modo ho conosciuto autori straordinari come Mois Benarroch in Israele, Esteban Charpentier ed Hector Urruspuru in Argentina, Robert Max in Colombia, Craig Czury negli USA.

 

MTDD: Aldo, secondo te, dove stanno andando il Mondo e l’Umanità? A volte c’è da preoccuparsi seriamente e da chiedersi se abbiamo davvero superato il punto di non ritorno…

AVC: Non credo. Il punto di non ritorno è molto difficile da individuare. Forse lo abbiamo passato molto tempo fa e non ce ne siamo mai accorti. Forse siamo ancora distanti. L’importante è avere la consapevolezza di aver passato una soglia, e oggi siamo in molti ad avere questa sensazione, e la consapevolezza è il principio di tutte le svolte.

 

MTDD: Il mondo della cultura a che punto è a tuo avviso? Pensi che le nuove tecnologie, i socials e quant’altro non era disponibile fino a 30-40 anni fa abbiano, in linea generale, incrementato solo la circolazione di informazioni o anche la cultura di per sé?

AVC: Temo di aver già risposto a questa domanda poco sopra. Ad ogni modo: la circolazione delle informazioni è enormemente aumentata, mentre la capacità di interpretarle è rimasto esattamente allo stesso punto.

 

MTDD: Siamo arrivati al 2020 e, Covid-19 a parte, ci hai sorpresi con la tua ultima ‘semplice’ – a tuo dire – ma altrettanto bella pubblicazione. Ho avuto il privilegio e la gioia di leggere questo tuo ultimo lavoro intitolato La zia Quintilla, che ho molto apprezzato e che consiglio vivamente.

Senza rivelare troppi dettagli ai lettori, ce ne vuoi parlare?

AVC: Erano anni che cercavo di scrivere un giallo che non fosse minimamente riconducibile ad un libro giallo canonico. Ho usato un contesto che nessuno ha mai usato per un libro giallo, ho usato dei personaggi assolutamente reali, ne ho descritto i relativi caratteri e le caratteristiche fisiche reali. Ho raccontato di me in un contesto reale, dei miei parenti, di una vita vissuta realmente, ma è un giallo, che si rivela solo alla fine. I primi sospetti arrivano a ¾ del libro, circa. Ma sono solo sospetti. E per giunta non è nemmeno un giallo.

Insomma, non so quanti libri ci siano in commercio al giorno d’oggi con gli stessi contenuti de “La zia Quintilla”. Non voglio peccare di immodestia, ma io di libri ne ho letti tanti e non ho mai trovato niente di simile. Dunque, scrivere La zia Quintilla è stato un gran piacere perché stavo scrivendo qualcosa di inedito e di surreale al tempo stesso.

 

MTDD: Chi è La zia Quintilla

AVC: Quintilla è il surrogato di una sorella che non tornerà mai più. Quintilla è l’ombra di una donna passata dal tritacarne dei campi di concentramento. Quintilla è una sedia vuota, una voce registrata, una personalità aliena, il simbolo dell’accettazione. Non vedevo l’ora di scrivere questo libro, ma non riuscivo a trovare lo spunto giusto. La zia Quintilla è, in parte, quello che Primo Levi descrive ne “i sommersi e i salvati”. Già, Primo Levi, ancora lui. È un elemento ricorrente della mia esistenza. Levi fu l’unico in grado di raccontare la prigionia e lo sterminio con una visione critica dei fatti, quantomeno ne “I sommersi e i salvati”. Quel libro è il suo vero capolavoro, e io ho voluto omaggiarne i contenuti ne “La zia Quintilla”, seppur siano due libri estremamente diversi sia nei contenuti che nel contesto. La zia Quintilla è un romanzo, va letto così. Ci sono cose che accadono in una famiglia che vanno al di là della normalità. Quintilla è una di queste anomalie, una anomalia durata 40 anni.

 

MTDD: Gli amici lettori che volessero acquistare questo tuo libro, altre tue pubblicazioni o contattarti in che modo potranno farlo?

AVC: Per adesso “La zia Quintilla” è disponibile in italiano su www.amazon.it , fra poco lo sarà in lingua inglese sulle piattaforme Amazon anglofone, e so che lo stanno traducendo anche in spagnolo.

 

MTDD:  Grazie Aldo per aver partecipato a questa intervista. È sempre un piacere ospitarti. Tanti auguri per tutte le tue pubblicazioni e soprattutto per La zia Quintilla. Che possa avere un grandissimo successo!

AVC: Ancora una volta ringrazio te per l’attenzione in tutto quello che scrivo e faccio. È bello avere amici così attenti!