L’amore di Pernice e Violetto Pallido | di Paolo Massimo Rossi

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Violetto si chiese come avrebbe fatto a uscire. Saltar fuori dalla tela era sempre stato semplice, ma adesso, con la pandemia, c’era il problema di camminare all’esterno. Magari avrebbe percorso la notte, furtivamente, e sempre dopo aver disegnato una mascherina sul suo silenzioso respiro.

E Pernice avrebbe potuto fare altrettanto?

La primavera cominciava a far sentire i suoi saltuari profumi, quelli che Pernice aveva sempre amato.

Si guardò allo specchio e si rese conto di quanto fosse stato superficiale, in altri tempi, a desiderare di essere blu. No: Violetto rappresentava l’originalità assoluta, un’immagine che non si poteva ottenere mescolando altri colori arcobalenici. Senza contare il fascino che aveva sempre esercitato su Pernice, la sua innamorata!

Nel silenzio di un pomeriggio inoltrato – mentre il giorno aveva ormai archiviata la luce – si avvicinò alla grande vetrata che, nelle ore di sole, illuminava l’atelier in cui viveva. Appese sulla superficie trasparente il disco di ametista, talmente carico di energia che Pernice, dall’altro lato della strada, ne avrebbe notato gli intermittenti riverberi.

Era il segnale per dire di essere pronto. L’ombra color noce sfumata in nocciola, si mosse dietro la vetrata di fronte: la sua Pernice aveva visto e rispondeva di sì.

Allora, dipinse sul volto una mascherina arancione, uscì di soppiatto e, procedendo lungo i muri che costeggiavano la strada, raggiunse il giardinetto dove avrebbe aspettato Pernice.

Lei non si fece attendere, arrivò col respiro leggermente affannoso, sfiorò con un gesto la sua mascherina antipandemica e si accostò a Violetto, rimpiangendo che Moers, il suo creatore, non gli avesse dipinto le braccia per stringere al cuore l’amato.

“Hai avuto dei problemi per uscire?” Le chiese.

“No, sai che a quest’ora è fuori per il solito giro delle etilicità trasparenti. E tu?”

“Sono riuscito a nascondermi tra i pennelli e Gert non si è accorta di nulla.”

“La odio, l’ho sempre odiata! Lei e Moers non hanno il diritto di lasciarci monchi!”

“È gelosa. Certe volte ho paura che voglia cambiarmi il tono del colore e dipingermi di viola!” Disse Violetto.

“Prima la ucciderò!” Rispose Pernice.

“Dovremmo riuscire ad andarcene via!”

“Ma come e dove?”

“Come, vedremo. Un dove ci sarebbe!”

“Quale?”

“Una casa abbandonata in via Bianca!”

“E per arrivarci?”

“Ci travestiremo, tu con un abito nebbioso che ti renda inosservabile da chiunque, io con un cappotto di iuta grezza, opacizzata con toni granosi.” disse Violetto.

“Sì, sarò bella per te. Frusciante in una veste che distilli l’ineffabilità della luce: alchimia del non percepibile, come acqua incolore che gocciola su una pietra lisciata da secoli, dalle prime e ultime sorgenti della vita.”

“Se avessi le braccia, adesso ti avvolgerei tutta per fondere la mia intrasparenza nella tua volatile nuance. Però adesso dobbiamo andare, prima che Moers e Gert si insospettiscano.”

Si lasciarono col senso angosciante dei baci mancanti, riuscirono solo a far aderire per un attimo la superficie dell’uno su quella dell’altra. Un’emozione che irruvidiva, qual pelle d’oca, lo strato sottile dei colori che per sempre desideravano indelebili. Speranza e salvezza, eppure inquietudine appena stratificata sulle sembianze, al contatto delle reciproche tinte.

 

II

Appena giunto a casa, Violetto asportò con un già usato solvente la mascherina che prima di uscire aveva dipinto sul volto, sperando che Pernice avrebbe fatto altrettanto.

Rientrò Gert che, pur distratta da immagini di lucide pennellate da prova e riprova, lo guardò dicendo tra sé: “Prima o poi ti cambierò quel colore che mi rende gelosa, che mi fa vivere con l’angoscia di un perenne adulterio. Devo solo decidere: bluette o giallognolo. Ci penserò domani.” E andò a letto, mentre Violetto fu preso da rifiuto epidermico: mai bluette o giallognolo.

 

III

In casa di Moers, Pernice cercava di non farsi notare, celandosi tra le incrostazioni sulle tavolozze sporche di macchie poco silvane. Ma quello, trascinato da alcolici effluvi non ancora diluiti, le disse: “Mi hai tradito? Sei uscita furtiva pensando che il pernicioso tuo carattere ti avrebbe dato modo e coraggio di scolorirti fuggendo? Se sapessi parlare, ti obbligherei a rispondere, con le buone o con le cattive. Ma ti farò capire, stanne pur certa!” E andò a letto, mentre Pernice si abbandonava a romantici sogni che, nella sua fantasia, tingeva di rosa. Poi, frugò tra i barattoli alla ricerca di una sfumatura di nebbia coprente: un’umida usta di pastosità mascherante.

 

IV

La primavera non ancora esplosa diffondeva miraggi di sfumature illudenti: luci deboli e fredde come un’eco di lattiginoso velarsi. Moers era impegnato a dipingere su una tela un viale che, in stagionale contrasto, era coperto di foglie marcenti. Ne cercò il colore su un ripiano, ma continuamente gli veniva tra le mani il pernice che, essendone infastidito scagliava lontano, sino a farlo cadere per terra. Poi, pentito, lo raccoglieva, lo portava al naso e lo sfiorava con le labbra: il solo annusarlo e assaggiarlo, faceva svanire l’odore della trementina con cui puliva i pennelli.

“Che mistero è mai questo per essere un colore così indefinibile?” Si chiedeva.

 

V

Gert si aggirava nervosa tra cornici e tele in stand by. Violetto Pallido cercava di restare immobile per non farsi notare. Gert spostava barattoli, recipienti di vetro ripieni di acqua ragia e spatole che usava per la pittura materica.

Nella confusione di prove d’artista, di tubetti di colore e di altre cianfrusaglie, non riusciva a individuare Violetto. Intanto preparava un composto viola acceso con cui prenderlo alla sprovvista. Se lo avesse trovato sonnacchioso e rilassato – non poteva dormire, com’era ovvio – lo avrebbe spennellato a sua insaputa: gli avrebbe finalmente fatto abbassare la cresta e reso docile al suo volere!

 

VI 

La notte sopraggiunta, favorì la fuga impregnata di trasgressione opacizzata. Violetto Pallido lanciò il segnale ametistico, si disegnò addosso la mascherina da respiro, vide l’ombra di Pernice fresca e vagante che faceva altrettanto, uscì di soppiatto.

Nel giardinetto le disse: “Andiamo! Non abbiamo tempo.”

“Ci vedranno?” Chiese Pernice.

“Camminiamo come spennellati su muri, forse non ci noterà nessuno!”

“Andiamo in via Bianca?”

“Sì, ci integreremo nella sua lattea scoloritura che ci accoglierà sino a renderci mantellati come per anonima crema.”

“Sì, cerchiamo di scivolare come su uno stucco veneziano!”

“Ci fermeremo per un attimo da Brachina, una mia amica pittrice cubista.”

“Perché?”

“Capirai!”

Brachina li accolse con un sorriso malizioso dipinto sotto la maschera azzurra.

“Disegnerà su di noi le colorate sembianze dei nostri desideri!”

“Mi vergogno,” disse Pernice.

“Ma non cambierà i nostri colori! Farà solo in modo di mostrare, cubisticamente, che un’immagine percepita possa essere appena intuita.

Essa potrà non assumere una valenza ontologica, ossia potrà non incarnare la sua funzione di svelare, cioè di mettere in luce, di far vedere, ma si mostrerà con valori diversi, giocando con se stessa, per far intra-vedere solo a noi come siamo.”

“Mi farà male?”

“Non te ne accorgerai. Sarà come la carezza di un pennello piumato che in nulla modificherà il tuo e il mio colore.”

Entrarono, Brachetta li illustrò matitando leggera, uscirono e si avviarono ancora in direzione della via indipinta.

 

VII

Al mattino Gert si dedicò alla sua colazione confortante, poi raggiunse il laboratorio, decisa a ricolorare Violetto Pallido e, succube o ribelle che lui fosse, a sverniciarlo e ricondizionarlo in viola acceso.

Non lo vedeva da nessuna parte. “Dove si sarà cacciato!” Pensava irritata. Decise di assumere toni gentili come miele dorato: “Violetto! Dove sei amico mio?” Non ebbe risposta e si accinse ad altre occupazioni di preparativi delle tavolozze.

 

VIII

Di là della strada, Moers cercava, a sua volta, Pernice. Notò che il barattolo della coloritura adatta per mascherine traspiranti era aperto e, dopo un attimo, sospettò: “È uscita, o qualcuno l’ha fatta uscire. Ma chi? Che sia stata Gert? Se è lei la colpevole butterò sui suoi quadri un barattolo aperto di catrame indelebile!”

Uscì, attraversò la strada coperta di prussico asfalto e schiacciò il campanello sul portone di legno.

Gert gli aprì. Lui le disse: “Vorrei farti una domanda …”

“Un attimo, ho bisogno di fartene una anch’io.”

“Va bene, galantemente ti dò la precedenza.”

“Girovagando tra un bar e l”altro, hai notato il mio Violetto in giro?”

“Guarda un po’, volevo farti la stessa domanda,” rispose Moers.

“Riguardo a Violetto?” chiese Gert.

“No, riguardo a Pernice!”

“Sai bene che non amo quel colore, lo trovo privo di cromìa interessante.”

“Perché, invece, Violetto ne ha?” disse Moers sarcasticamente.

“Non mascherarti; sei tu che l’hai portato via!” Esclamò Gert.

“Ma guarda! E io che pensavo che fossi stata tu a rubare Pernice.”

“È impossibile parlare con te!”

“Mi sembra ovvio: tutto nella tua pittura mi è estraneo, anche la tua passione che scambia qualità e quantità!”

“Non ti permetto! Tu che hai dipinto mille volte di blu antracite la pelle di quella ballerina moldava solo perché era biancastra e che poi si faceva ripulire le croste da un marinaio norvegese che usava l’acqua di mare per lavare. Eri ridicolo nella fiammata gelosia!”

“E la tua passione per l’irsuto messicano, allora?” Disse Moers astrattamente.

“Parli tu! Che quando guardo le tue tele provo solo una grande tristezza … senza volerlo mi hai sempre fatto pensare alla morte nera.”

Moers uscì, sbattendo la porta.

 

IX

In via Bianca, Pernice e Violetto trovarono l’appartamento che li avrebbe ospitati. Era una piccola casa col solo pianterreno, circondata da un giardino di erbe e fiori variopinti. Tutto era bianco, invece, nel fabbricato, tranne le porte color noce chiaro, il tetto in ardesia grigia e i pavimenti rosso mattone.

“Com’è bianca!” Esclamò Pernice.

“Sì, esprime speranza per il futuro, fiducia nel prossimo e nel mondo in genere.”

“Dovremmo riverniciare gli infissi delle finestre,” osservò Pernice.

“Cominceremo domani,” rispose Violetto. “Hai già pensato al colore?” Aggiunse.

“Mi piacerebbero verde innocente.”

“Sono d’accordo,” confermò Violetto che aggiunse: “Vieni, è ora di riposare.”

Si distesero sul letto e sotto una copertina leggera.

“Come si usano?” Chiese Pernice.

“Cosa?”

“I disegni della tua amica Brachina.”

“Credo che io debba stendermi su di te o tu su di me.”

“E poi?”

“Mescoleremo il fondo del tuo oscuro segreto col colore della mia pelle!”

“Come?”

“Fammi venire su di te.”

“Così?”

“Sì; appoggia il disegno che rappresenta la tua bocca su quella che dovrebbe essere la mia.”

“Che vuol dire?”

“Si chiamano baci.”

“Un bel nome. Che colore avranno?”

“Quello delle calle: rosa pallido fuori, dentro sfumato in una nuvola di rosso e hanno una lingua gialla e arancione.

“Le abbiamo così tutti e due?”

“Sì, lo scoprirai a poco a poco.”

“E i disegni del cubo segreto?”

“Resteranno uniti per tutta la notte!”

“Mi piace quello che mi fai immaginare.”

“Troveremo nell’aria azzurra della notte la luce dei nostri smalti lippeschi.”

 

X

Gert premette un dito, preventivamente sverniciato con acqua ragia, sul campanello della locale stazione dei carabinieri.

“Si accomodi,” disse il piantone nell’atrio, aggiungendo: “Mi dica.”

“Devo fare una denuncia,” rispose.

“Venga di là, in ufficio.”

Entrarono e un maresciallo le chiese le generalità e indirizzo.

Poi: “Mi dica.”

“Voglio denunciare un furto.”

“Mi descriva il fatto.”

“Mi è stato rubato un colore.”

“Lei ha un magazzino di vernici?”

“Un atelier. E conosco chi lo ha perpetrato.”

Il maresciallo digitò sulla tastiera.

≪La signora Gertrude Telieri dichiara di essere stata vittima di furto continuato.≫

“Sa quando è successo?”

“In questo momento non saprei dire, ho un attimo di vuoto di memoria.”

≪La signora suddetta non ricorda se i barattoli di vernici fossero pieni o vuoti≫.

“Di chi sospetta?”

“Di Jules Moers.”

“È un immigrato? Sa se ha il permesso di soggiorno?”

“Certo che ce l’avrà!”

≪La signora Telieri sospetta che il colpevole sia tale Giulimerd che potrebbe essere un clandestino privo di documenti≫.

Il maresciallo completò la denuncia, la stampò e le disse: “Firmi qui, le faremo sapere.”

Mentre usciva, Gert incrociò Moers. Lo guardò di traverso e fu quasi tentata di seguirlo per sincerarsi se fosse venuto per costituirsi.

Poi pensò: che la giustizia faccia il suo corso!

Moers fu introdotto dal maresciallo a cui chiese di poter denunciare un furto.

Il maresciallo, dopo aver trascritto generalità e indirizzo, chiese: “Mi racconti cosa le hanno rubato e come è avvenuto il fatto.”

“Un colore. E la ladra è Gert la mia dirimpettaia.”

Il maresciallo ascoltò, poi stilò il verbale che sostanzialmente diceva: ≪Il Signor Giulio Moeri, denuncia di aver subito il furto di alcune vernici da parte di una signora di nome Certa Dimperti che abita di fronte a casa sua≫. Aggiunse le formule di rito in esergo e in calce e lo fece firmare.

 

XI

I giorni di Pernice e Violetta trascorrevano sereni. La pandemia era terminata e loro cominciarono a uscire per variegate passeggiate nei dintorni della via Bianca.

Capitava, nelle ore serali, di rivangare i tempi di Gert e Moers. In alcune di quelle occasioni, Pernice rimpiangeva di non aver portato via dallo studio della pittrice qualche barattolo di colori quasi introvabili, come il giallo ocra, l’arancio tiepido, il marrone caldo, il rosso sanguigno.

Al che Violetto le faceva notare che, in ogni caso, non sarebbero stati in grado di usarli. Più che altro, però, esprimeva la preoccupazione di sapere se i loro antichi mentori avessero o meno smesso di cercarli.

Non tediava Pernice con queste paure, le conservava dentro, con un misto di timore e voglia di dimenticare.

L’estate volgeva alle ore più cangianti del giorno, l’autunno mostrava i suoi colori, quelli più policromi tra le stagioni. Predominavano il rosso morbido, il giallo solare, il marrone bruciato.

 

XII

Nella taverna dei Gigli argentati, Gert e Moers – auspici amici comuni – stavano procedendo a rappacificarsi.

“Come ho fatto a sbagliarmi così! A essere vittima di tanto abbaglio!” Sconsolatamente si mise a piagnucolare Moers.

“Mai quanto me, amico mio, però è anche colpa dei tuoi blu accessi!” Gli fece eco Gert.

“Sai, quello che dissi sulla tua pittura non lo pensavo e non lo penso tuttora.”

“Lo so, e anch’io, devo dirlo onestamente, ammiravo quel corpo moldavo dipinto con mordace trasgressione. Mi chiedevo solo il motivo che ti aveva spinto a usare il blu antracite.”

“Tutti hanno cercato di scoprirci un rimando poetico nascosto; usai quel colore solo perché nello studio non avevo altro e non volevo uscire lasciando sola la ragazza!”

“Fosti epigono di Monet e del suo soleil a Étretat.” Chiosò Gert con indulgente simpatia.

“Ma veniamo a noi. Credo sia giunto il momento di ritrovare Violetto e Pernice. Non possiamo farci prendere per i fondelli così!”

“Hai ragione, ma ormai se ne sono perse le tracce.”

“Potrei prestarvi un mio cane molecolare,” disse il primo amico che sedeva con loro.

“E io potrei interrogare gli abitanti della strada dove abitate e scoprire se qualcuno li abbia visti,” disse il secondo.

“Forse il cane potrebbe trovarli; non mi fido dei testimoni che mentono sempre per principio,”risposero all’unisono Gert e Moers.

“Anche se,” fece Gert, “non so cosa sia un molecolare.”

“Un cane color marrone chiaro, quasi beige,” fece notare il primo amico.

“Con una grande bocca?” s’informò Moers.

“Credo con un grande tartufo nero,” rispose il secondo amico.

“Penso sia un’idea blu,” osservò Moers.

“Allora,” concluse Gert rivolgendosi al primo amico, “Cominceremo domani. Vi spetto nel mio atelier col molecolo e gli faremo annusare la buccia madre di Pernice.”

 

XIII

“Volevo farti una domanda,” chiese Pernice a Violetto.

“Dimmi.”

“Non ti piacerebbe avere un bambino?”

“Sì, ma con che incarnato potremmo farlo?” Rispose, chiedendo a sua volta, Violetto.

“Questo è il problema! Anche se credo che, come te, avrà un animo nobile che lo renderà più luminoso di ogni arcobagliante.” Osservò Pernice.

“Potrebbe nascere porfirogeneta!”

“Come una prole reale!”

“Però, a pensarci bene, mi piacerebbe una sfumatura delicata.”

“Ma dovrebbe avere anche il riflesso rosso naturale della risolutezza, che nella vita può sempre tornare utile!” fece notare saggiamente Pernice.

 

XIV

Nell’atelier di Gert, al molecolare fu fatto annusare una pennellata che, almeno nell’intenzione della pittrice, doveva essere un Violetto pallido.

Il cane sniffò, risniffò, poi partì in quarta verso la porta, si fermò indeciso, tornò indietro e si affacciò alla finestra osservando a destra e manca, volgendosi poi al padrone con aria interrogativa.

“Cos’ha?” chiese Gert.

“Non trova, non trova,” rispose l’amico, che aggiunse: “Non è la gradazione giusta.”

“Lo sapevo, che dovevo affrettarmi a dargli una mano di viola deciso,” rimpianse Gert.

“Prova ad aggiungere del blu,” suggerì Moers che era presente.

“Penserei meglio una scolatura di bianco,” disse Gert.

“Poca, però, più che altro come una pioggia che stilli, facendo attenzione che l’elisir – mi permetto di chiamarlo così animato da speranza – non diventi troppo scuro e fluido, perdendo la pregnanza dell’essenza.”

Mescolarono, frullarono, lasciarono decantare. Poi, ognuno al suo letto.

 

XV

“Sei felice qui in via Bianca?” Chiese Pernice a Violetto.

“Che domanda!” Quello rispose.

“Potresti anche uscire qualche volta, così, per distrarti un po’ con le luci e le ombre del mondo!”

“Uscirò questa sera, se ti fa piacere!”

“Ma sì, ma sì!” fece lei con esclamazione condiscendente.

Dopo cena, Violetto uscì, addentrandosi timidamente tra i quartieri rimovidati dopo la fine della gialla pandemia.

Entrò in un bar, sedette al banco. Si avvicinarono due ragazze.

“Non ti abbiamo mai visto, qui, come ti chiami? Io sono Elettrica.”

“E io sono Aria Trasparente,” disse l’altra.

“Avete bei nomi,” osservò Violetto.

“Sembri un po’ denutrito, però. Bevi qualcosa con noi?”

“Sì, volentieri.”

Aria disse al barman di portare tre Gin in bicchieri cristallini.

“Alla salute,” fece Elettrica, che bevve e, per reazione, sembrò acquistare un colorito più rutilante sul viso.”

Bevve anche Violetto che, subito, fu preso da un accesso di tosse cadaverica.

Sottovoce, Aria Trasparente sussurrò all’orecchio di Elettrica: “Si vede che non è un cliente abituale, un po’ magro e malaticcio, però è un tipo interessante.”

Ed Elettrica: “Secondo me non ha un centesimo in tasca!”

“Non ha neanche le tasche, se è per questo,” osservò Aria Trasparente, sempre sottovoce.

Poi, a voce alta: “La mia amica ha nel suo giardino, qui vicino, un pozzo profondo da cui s’innalza un profumo di effluvi stordenti. Potremmo andare tutti e tre da lei e trascorrere una serata emozionante.”

“Stasera non posso,” rispose Violetto. Però uno dei prossimi giorni verrò a trovarvi.” E uscì.

Tornò a casa in via Bianca e raccontò l’episodio a Pernice che, pur inesperta delle cose più nere del mondo, capì al volo e gli disse: “Possibile che non hai capito? Avevano le bocche dipinte?”

“Sì.”

“Cangianti o variegate?”

“Mi sembra cangianti.”

“Rosse luccicanti?”

“Sì”

“Hai dato spago?”

“No.”

“Per fortuna.”

 

XVI

“Liberiamo molecolo,” disse Moers a Gert.

E molecolo infine partì come un fulmine biancecante su un cielo blu notte.

 

XVII

“Guarda quel molecane!” Disse Pernice a Violetto, con aria preoccupata.

“Forse cerca noi. Ma non ci troverà,” rispose Violetto a Pernice.

Osservarono in silenzio: il mole passò trottando davanti al loro giardino senza fermarsi, poi proseguì sino alla villa in ombra adiacente. Si fermò, fissò il pavone che da dietro l’inferriata gli fece la ruota variegata della vanità a mo’ confondente e abbaiò.

Uscirono i padroni che lo scacciarono. Il cane sembrò scolorirsi di bile repressa, alzò una gamba, la fece contro il pilastro del portone in ferro nero battuto e passò oltre.

Tornò indietro e restò scodinzolante e caninamente indeciso se entrare da Moers o da Gert, non avendo recepito gli annusabili stili dell’una o dell’altro.

 

XVIII

Al bar, nel frattempo, Aria Trasparente ed Elettrica chiedevano al ginman chi fosse quel sottile e distinto avventore appena uscito.

Quello rispose che non l’aveva mai visto, che certo non reggeva il Gin – non poteva pronunciarsi su altri distillati – forse era tipo da Chartreuse, gialla o verde che fosse.

“Gialla,” suggerì Elettrica.

“Verde,” confermò Aria.

“Era bello, però,” si espresse Elettrica nostalgicamente.

“Sì, era berlo,” confermò Aria Trasparente.

“Hai ragione, era da bere,” concluse Elettrica.

Le due oneste perimetrici, uscirono a braccetto. Aria chiese a Elettrica: “Dove hai preso questo foulard giallo canarino? Ti dona.”

“Me lo ha regalato un attore veneziano di un teatro dal palcoscenico in listoni aformosici scricchiolanti.”

 

XIX

Pernice e Violetto davanti alla finestra del salotto.

“Per gli infissi, preferisci una tinta alburnea bianco-giallastra o duramica bruno-dorata?” Chiese Violetto.

“La seconda,” disse Pernice, “purché tendente al bruno-oliva e non verde innocente!”

“Così sia!” concesse Violetto.

E si misero all’opera.

 

XX

Moers e Gert uscirono per interrogare il molecolo.

“Sembra irritato,” disse Moers

“Portiamolo su da me, lo rifocilleremo,” disse Gert.

“Perché da te? Meglio da me. Il mio ambiente è più accogliente!”

“”Con tutti quei blu accesi? Lascia perdere!”

“Cos’hai contro i miei blu?

“Vorrai mettere la delicatezza dei miei griaranci!”

“Sono anonimi!” Sentenziò Moers.

“O da me, o niente!”

“Allora, niente,” concluse Moers, che si girò e sparì nel suo portone noce antico.”

“Stronzo marronaccio! Altro che blu!” Gli gridò dietro Gert che si accinse a rientrare attraversando il suo uscio chiaro d’abete.

Molecolo restò solo, interdetto, nel bel mezzo della via. Malinconicamente, si crogiolò nei suoi rimpianti a zero all’ora.

“Almeno avessi una molecola che mi sorridesse!” Mutamente mugolò e si dipartì.

 

XXI

Gli infissi furono riverniciati.

Violetto e Pernice assaporavano l’ultimo sole dell’estate, distesi in poltrona sotto il portico ombroso che abbelliva l’ingresso della piccola abitazione che li aveva accolti da qualche mese.

Poi, Violetto disse: “Guarda chi c’è!”

“Ma è …” notò Pernice.

“Sì, è molecolo!”

“Com’è denutrito!” notò ancora Pernice.

“Sarà stato abbandonato per punirlo di non averci trovati!”

“Facciamolo entrare!” Esclamò Pernice.

“Vieni piccolo!” Lo invitò Violetto.

Quello si avvicinò scodinzolante e prese a godere delle carezze affettuosamente elargite.

“Forse vorrebbe dirci qualcosa! Che ne dici?” s”intenerì Pernice.

“Sì, certamente, che Gert e Moers ci hanno dimenticati. In fondo non eravamo coì importanti per loro.”

“E cosa eravamo?”

“Un pretesto per insultarsi tra loro!”

“Che miseria!”

“Chiamiamolo Trovò.”

“Sì, troverà la stessa libertà di cui godiamo noi. Come noi, non sarà sospettoso e gli permetteremo di vivere a modo suo, come se fosse il nostro prossimo!”

“Se potesse parlare!” Disse ancora Pernice.

“La gioia nella coda ci parlerà del piacere che proverà annusando i pigmenti che conservammo, amandoci, e che rivestono le nostre sembianze.” Concluse Violetto come chiosa finale.

Paolo Massimo Rossi

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Paolo Massimo Rossi
Laureato in Ingegneria presso l'Università di Bologna con una tesi sulla posa di gasdotti sottomarini in mare in acque profonde. Durante gli studi di ingegneria, ha inserito nel proprio programma un esame di Storia dell'arte tenuto dal Professor Renato Barilli nella facoltà di Magistero e ha frequentato un corso di Filosofia della scienza del Professor Alberto Pasquinelli presso la facoltà di Filosofia. Ha lavorato in Iran per alcuni anni occupandosi di gestione di grandi cantieri, di esplorazione di deserti e di fotografia realizzando reportages specializzati. Dal 2009 si occupa di scrittura a tempo pieno, avendo al suo attivo cinque romanzi, risultando finalista in alcuni premi letterari: Premio internazionale Indipendente Cesare Pavese con il romanzo Jacob Rohault I giorni di Venezia; Premio Il giovane Holden con il romanzo L'intruso nelle vecchie stanze; Menzione di merito della Giuria del Premio Charles Bukowski con il romanzo Il venditore di pensieri altrui. Ha pubblicato racconti e poesie in alcune sillogi. Scrive recensioni su siti di filmografia e di letteratura. Paolo Massimo Rossi