“Il bracciante” | di Rossana de Santis

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Mohammed  non era in regola con il permesso di soggiorno, ma per l’imprenditore che lo assunse non era un impedimento… anzi, era l’occasione per sfruttarlo ancora di più. Mohammed era alto, con una muscolatura notevole, sano. Aveva circa  35 anni, la pelle molto scura e i tratti del volto marcati, i capelli corti, ricci.

Un uomo come lui faceva comodo, resistente, robusto, forte… dal carattere mite.

Mohammed  aveva avuto inizialmente  un permesso di soggiorno.  Successivamente il permesso non gli era stato rinnovato. Il suo “caporale”, Umberto, gli aveva riferito che non c’erano problemi e poteva continuare a lavorare. Senza quei pochi spiccioli della paga non avrebbe mai avuto alcuna forma di sostentamento.

Umberto, approfittando del fatto che non poteva lavorare per nessun’altra azienda, aveva iniziato a imporgli orari e turni massacranti.

Lo insultava con un ghigno terribile, lo chiamava “scimmione”. Lo scherniva con quegli occhi  chiari e sprezzanti. Il “caporale” aveva i capelli grigi e radi,  sulla cinquantina.

In bocca teneva sempre uno stuzzicadenti. Le  braccia sui fianchi…

La pancia strabordava dai pantaloni, a volte indossava un cappello da cowboy…

Mohammed non reagiva a quelle provocazioni,  stringeva i pugni e si mordeva la lingua per non rispondere…

Di notte dormiva su un materasso sporco… si copriva con una  coperta logora…

Su dei mattoni vecchi e rotti aveva un piccolo fornello dove si preparava qualcosa da mangiare.

Il grande rudere dell’azienda agricola ospitava circa 150 migranti….

Persone usate, sfruttate, trattate come animali e lui era uno dei tanti che

respirava sudore e sofferenza

Mohammed  si sentiva soffocare quella sera di fine giugno…aveva bisogno di una boccata d’aria. Era stanchissimo ma non riusciva dormire. Decise di allontanarsi dall’azienda. Camminava lentamente…

Voleva raggiungere il paese.

Nel silenzio della  notte si sentivano solo le cicale…Quel silenzio però fu interrotto dalle urla di una donna che provenivano da una villetta isolata, a pochi passi da lui.

“ Lasciami stare!”, gridava la donna…sembrava disperata.

Passando aveva notato una bella donna che stendeva i panni in quella villetta… spesso si salutavano da lontano, con un cenno della mano. C’era qualcosa di triste nei suoi gesti, lui lo sentiva…quelle urla confermavano le sue sensazioni.

Decise di entrare, scavalcare il recinto… voleva aiutarla, a tutti i costi.

C’era un grosso cane ma lui lo accarezzò dolcemente…

La sua presenza lo rendeva docile come un agnellino…era incredibile quella situazione: gli girava intorno scodinzolante …

Ora sentiva in modo distinto che qualcuno stava picchiando la donna: rumore di oggetti caduti, mobili spostati, urtati… .

Mohammed era nel giardino e da  una delle finestre del salotto vide, attraverso le tendine,  l’ombra minacciosa di un uomo che stringeva il collo  alla donna: lei cercava di ribellarsi, senza successo…

Afferrò un sasso e sfondò  la finestra per interrompere la violenza sulla poveretta…

L’aggressore sorpreso gridò: “Chi è stato? Esci fuori, dove sei?”

Mohammed riconobbe la voce di Umberto, il  terribile “caporale” che non gli dava tregua!

La donna era incollata al muro della stanza e cercava di prendere fiato…era ansimante, sconvolta.

I capelli chiari, spettinati le coprivano  metà  del volto…

Umberto la lasciò da sola per uscire a cercare il colpevole del sasso…

Rita, così si chiamava la donna,  approfittò per prendere il cellulare e chiamare la polizia…

Nel frattempo rientrò Umberto…dimenticando la porta aperta:  “Non ho trovato nessuno… tu comunque non la passerai liscia”, disse rabbioso fissandola con i pugni chiusi.

Riprese a picchiarla selvaggiamente ma dalla porta lasciata aperta entrò senza indugi Mohammed che  lo inchiodò contro il muro. “ Ma guarda chi si vede, lo scimmione! Sei tu!” Rideva con il suo ghigno sprezzante.

Umberto riuscì a liberarsi dalla presa e iniziò a lottare con lui. Nella lotta caddero entrambi a terra… Rita afferrò un soprammobile pesante e lo diede in testa ad Umberto che perse i sensi….

Arrivò la polizia. Rita spiegò la situazione e anche Mohammed raccontò tutto…

I loro sguardi di sofferenza s’incatenarono istantaneamente… lei lo abbracciò forte, con riconoscenza.

La donna decise di aiutare Mohammed  e lo accolse…da allora non si lasciarono più, lottando contro ogni pregiudizio.

Rossana De Santis