“La Madonna di LU RITU”| di Giusy Pellegrino

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Sul ponte Corleone vi sono i resti di un edificio normanno di grande importanza storica e religiosa: la Chiesa della Madonna dell’Oreto.

Percorrendo il trafficato Ponte Corleone e volgendo lo sguardo verso destra (o verso sinistra dipende dalla vostra direzione) possiamo notare quello che rimane di uno dei santuari mariani più importanti del periodo normanno, il Santuario della Madonna dell’Oreto, che secondo Camillo Filangeri è la traduzione di “di lu ritu”. In verità la denominazione è da riferirsi alla sua posizione geografica in quanto, nel 1072, il Granconte Ruggero d’Altavilla scelse quel luogo in seguito ad un’apparizione mariana avuta da lui sul fiume Oreto mentre scendeva verso Palermo per liberarla dai Saraceni e, insieme alla chiesa, fece costruire un monastero basiliano che le suore abbandonarono poco dopo, come riportato da Gaspare Palermo, per trasferirsi nella chiesa del SS. Salvatore posto più sicuro nel “ Cassaro” della città.

L’8 Novembre 1708, la Madonna dell’Oreto venne eletta compatrona della città e, nel 1719, Antonio Mongitore nelle sua opera “Palermo divota di Maria”, da una spiegazione dettagliata di quella che era l’immagine simbolo della chiesa, la Madonna col Bambino di scuola gaginesca di cui il “ Signore si degnò di accrescere il suo prestigio con molti miracoli operati a conforto dei fedeli che invocarono la materna pietà in questa chiesa”.Fra questi miracoli lo storico riporta quello compiuto il 12 gennaio del 1719 a frate Gioacchino Lauria, eremita e custode del santuario, mentre faceva ritorno da Palermo, in piena notte, dopo aver acquistato l’olio per lampada che ardeva davanti alla statua di Maria SS: passando per il ponte poco sicuro e consumato dal tempo inciampò e cadde nel precipizio che sprofondava verso il fiume e mentre rotolava, invocò a gran voce la Vergine dell’Oreto ricordandole la sua grande devozione e il motivo per cui era caduto in quel burrone.Quando arrivò giù rimase illeso “per miracolo di nostra Signora” e messosi immediatamente in piedi, iniziò a salire verso la chiesa la cui chiave era rimasta intatta e ancora dentro la sua tasca. Arrivato dinanzi all’immagine della Madonna fece subito i suoi ringraziamenti e “poiché nutriva il proposito di lasciare quella chiesa” decise di rimanervi per “perseverare nel servizio della chiesa stessa, per obbligo di gratitudine verso la Vergine Maria”.

Sempre Mongitore ci riporta un altro strano aneddoto sempre legato a questa immagine miracolosa: i Corleonesi “invaghiti dalla bellezza della statua, o spinti dalla fama dei suoi miracoli tentarono di rapirla per portarla al loro paese pensando di poter riuscire nell’impresa trovandosi la chiesa in un luogo solitario e allora abbandonata, ma quando vollero mettersi all’impresa furono dalla Vergine atterriti in tal maniera che si diedero ad una precipitosa fuga senza toccarla”. Le suore basiliane venute a conoscenza del fatto, incaricarono don Giuseppe Patricolo, di recuperare la statua della Madonna dell’Oreto e di trasferirla, prima nel loro monastero e poi posizionarla nella chiesa del SS. Salvatore. In seguito alla soppressione degli ordini monastici, avvenuta nel 1866, le monache pensarono bene di trasferire la loro amata statua presso la chiesa di San Giuseppe dei Teatini affinché fosse posta alla venerazione dei fedeli. La statua, secondo alcune fonti, fu fatta realizzare dall’Arcivescovo di Palermo, Ubertino de Marinis nel XV secolo ma Don Vincenzo Auria, analizzandone lo zoccolo, notò che vi era scolpita la data 1589 che metteva in discussione la commissione arcivescovile e ne accertava l’appartenenza alla scuola gaginesca (in essa oltre alla data fu notata la presenza di una piccola scena della Natività che i Gagini erano soliti rappresentare come una loro firma ai piedi delle statue).

Di quella che doveva essere una delle opere ecclesiastiche di origine normanna più belle e interessanti presenti lungo l’Oreto, oggi sono visibili i resti dell’abside, precariamente messa in sicurezza, e alcuni stucchi che ne decoravano le pareti del transetto e lo studio strutturale fa ipotizzare la presenza di una copertura a vela tipicamente bizantina. La chiesa rimase aperta al culto fino al 1846, anno in cui fu definitivamente abbandonata alla storia, al tempo e all’incuria.

Giusy Pellegrino

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Giusy Pellegrino
Laureata triennale in scienze storiche, nel 2017 si specializza col massimo dei voti in studi storici, antropologici e geografici con una tesi di storia medievale locale dal titolo "la spiritualità femminile nel XV secolo: l'esempio di Eustochia Calafato e il Monastero di Montevergini di Messina". Allieva dei docenti più illustri della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo tra cui possiamo annoverare Salvatore Fodale, Pietro Corrao, Patrizia Sardina, Maria Concetta di Natale e Daniela Santoro relatrice ed esempio importante per la sua formazione storica. Nel 2012 inizia il suo percorso in ambito turistico con l'acquisizione della qualifica di organizzatore di itinerari storico, artistici e culturali che la porta a svolgere un periodo di stage presso l'ex ufficio turistico della Provincia di Palermo e, nel 2019, acquisisce la qualifica di tecnico dell'accoglienza turistica. Nel 2018 inizia la sua collaborazione con l'ente di formazione Palermo Corsi dove insegna Storia e tradizioni di Palermo e, nello stesso anno, prende avvio la sua esperienza attiva in campo turistico con l' ASSOCIAZIONE TURISTICO-CULTURALE ITINER'ARS che da anni, attraverso importanti e proficui progetti, fa amare e conoscere le bellezze della nostra città, con particolare riguardo al Complesso del Gesù meglio noto come "Casa Professa", massimo esempio del barocco palermitano, e della Chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la "Gancia". Attualmente è impegnata nella stesura di un saggio che verrà pubblicato in un libro scritto in collaborazione con i più importanti teologi gesuiti, progetto realizzato dal rettore di Casa Professa padre Walter Bottaccio Sj. Il suo motto è "la storia non va semplicemente scritta o letta ma vissuta".