“Estate: malie e suggestioni nella letteratura e nelle nostre vite” | di Mariangela Rodilosso

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Mariangela Rodilosso
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L’estate, con la sua raggiante bellezza, sfrontata esuberanza, e sensualità irresistibile, è stata spesso soggetto di forti emozioni, di liriche riflessioni, e di nostalgiche rimembranze di pensatori, scrittori, e poeti.

Questa stagione è infatti vista come un tripudio di vita, che, percepita come metafora della vita umana è anche una sinfonia che con la sua pienezza affascina ed ammalia.

Arthur Rimbaud descrive così tale tempo mitico «Nelle azzurre sere d’estate, me ne andrò trasognato per i sentieri graffiato dagli steli, sfiorando l’erba nuova. Trasognato, ne sentirò la frescura sotto i piedi e lascerò che il vento mi bagni la testa nuda. Non parlerò, non penserò a niente. Ma l’amore infinito mi salirà nell’ anima. E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro».

Per Rimbaud, dunque, l’abbandonarsi all’incanto dell’estate, che con tutte le sue allettanti sensazioni, rapiva l’anima ed il cuore, era una sorta di animismo. I suoi giovanili fremiti erano quelli delle generazioni passate e di quelle future. Poiché, come ben sappiamo, lo splendido arazzo delle pulsioni umane non cambia con il tempo.

Anche per Marcel Proust, questa magnifica stagione era idealizzata e rievocava l’edenica villeggiatura al mare presso il Grand Hotel di Cabourg, deliziosa cittadina della Normandia che, durante la giovinezza di Proust era una destinazione prestigiosa ed alla moda  per la buona borghesia e per l’aristocrazia francese.

A sua volta, anche Albert Camus vide in questa bella stagione un’allegoria dell’esistenza umana. L’allegoria del superamento di lotte, sfide, e ostacoli attraverso il trionfo delle incredibili capacità umane. «Nel profondo dell’ inverno, ho finalmente imparato che c’era in me un’ estate invincibile».

Anche Shakespeare è stato sedotto dalla folgorante malia di questa calda stagione. Egli ha infatti immortalato il suo eterno splendore nei versi sublimi di questo sonetto. «Dovrei paragonarti ad un giorno d’estate? Tu sei più amabile e più tranquillo. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio, e il corso dell’ estate ha fin troppo presto una fine. Talvolta, troppo caldo splende l’ occhio del cielo, e spesso la sua pelle doratasi oscura. E ogni cosa bella la bellezza talora declina spogliata per caso o per il mutevole corso della natura».

Dunque, l’estate come metafora della fugace giovinezza che, ricca di gioie passeggere e di diletti, gode di un tempo glorioso che continuerà a vivere nella memoria.

Shakespeare ha pure ritratto con grande leggiadria di colori pastello e di eterea bellezza la magia dell’estate nella sua celebre commedia “A Midsummer Night’s Dream”. I suoi temi principali sono la magia ed il sogno. Amanti, fate, folletti, boschi incantati paesaggi favolosi, e diafane creature impreziosiscono questa fantasia fatta di merletti linguistici, di giochi di parole, e di dialoghi stupendi.

Leggendo, invece, i romanzi dei nostri grandi scrittori siciliani, scorgiamo una poetica diversa sull’estate, fatta di disilluso realismo e rassegnata contemplazione. Per Verga, nei suoi Malavoglia, la calda stagione non redime i suoi personaggi da miseria e tormenti. Per Brancati, essa è icona di sensualità, di piaceri e di una ostentata sessualità vista come parodia dei canoni del gallismo fascista di stampo sciovinista.

Il grandioso Pirandello parla del sole accecante che assopisce le coscienze dei siciliani negandogli la speranza dell’ ottimismo, della razionalità, e della comunicazione. I suoi tramonti infuocati, l’afa, la calura eccessiva sono una condanna che insegue gli uomini in una realtà «aliena, aspra, e multiforme.»

Infine, il mio amato Tomasi di Lampedusa, nel suo magnifico romanzo Il Gattopardo, ha raffigurato l’estati siciliane in un affresco che rimane nell’anima come rappresentazione suprema di una Sicilia amara e nobile. Colori indimenticabili, paesaggi bucolici, ed epiche celebrazioni di un fascino incantatore si materializzano in cieli stellati, in profumi inebrianti, ed in una natura che rievoca le divinità. Il caldo torrido è sinonimo di sonno, di rassegnazione, di apatia, ma anche di scetticismo verso le novità, verso coloro i quali promettono un rinnovamento. Il Principe di Salina esprime così magnificamente questa ancestrale filosofia di vita: «Questo paesaggio che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza incomparabile della Baia di Taormina; questo clima che infligge sei mesi di febbre a 40 gradi; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo contiene di fatto gli archetipi del nostro carattere. Da noi si può dire che nevica fuoco come sulle maledette città della Bibbia. Questo paesaggio continuamente evocato, governato e sopraffatto da un sole implacabile e da una arsura che disseccano e isteriliscono ogni cosa, è veramente immagine non di vitalità ma di morte».

In conclusione, l’estate è mitica e poliedrica percezione di allettanti visioni, un’ode interminabile ad un miracolo della natura, ed un ritratto delle molteplici anime della nostra Sicilia e del mondo. Essa vive nella frescura delle serate in campagna, nelle innocenti evasioni, nei viaggi che divengono mitici, nei falò degli adolescenti al mare, nella spensieratezza, nel senso di libertà, nei colori vibranti che sembrano esplodere su terrazze fiorite ed inondate di sole. L’estate vissuta da tutti noi nella sua bellezza prosaica, con i suoi monili sgargianti, i sandali coloratissimi, le maioliche che ravvivano e creano allegria, i profumi di irresistibili cibi poveri ma squisiti che si diffondono tra le stradine, le piazze, ed i balconi. Cosi, tra rituali folklorici e tra storie di pupi siciliani, madre natura ci offre questa magica pozione con  cieli tersi e  mari cristallini, come ogni anno,  riesce sempre ad emozionarci.

Mariangela Rodilosso