Simona Rossi, scrittrice, presenta il suo romanzo “La magia di una storia dimenticata” | INTERVISTA

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Simona Rossi
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«Un libro deve commuovere, stupire, esaltare, spiazzare e turbare. Credo che scrivere sia soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e al contempo la propria»

Redazione Mobmagazine

Ciao Simona, benvenuta e grazie per avere accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Simona scrittrice e Simona nella quotidianità?

Simona per prima cosa non è una scrittrice. Quantomeno non di quelle brillanti e affermate consacrata nel mondo della narrativa. Scrivo innanzitutto per soddisfare un bisogno primario: respirare, ed in secondo luogo perché è una forma di liberazione, il miglior modo per lasciarmi andare, sognare e soprattutto permettere al mio cuore di continuare a battere. Fin da bambina sognavo a occhi aperti, fantasticavo amori passionali, mondi impossibili e, qualche volta, pubblicavo questi racconti sul giornalino della scuola, a Forlì. Oggi, a 44 anni, vivo al mare, a Cervia, e spesso al tramonto nelle giornate autunnali mi reco in spiaggia a guardare le onde infrangersi sugli scogli. Solo lì riesco a trovare la luce che penetra il mare di nebbia dei miei occhi, perché è lì che prendono vita i sogni trasformandosi in poesie e piccoli racconti. Sono ancora l’incallita sognatrice che andava a scuola con in mano Alice nel Paese delle Meraviglie e durante l’intervallo entrava tra le pagine del libro per seguire il Coniglio che l’avrebbe condotta, attraverso una insolita tana, nel mondo fantastico. Un anno fa ho pubblicato il mio romanzo d’esordio. Non avrei mai pensato di scrivere un romanzo e men che meno di raccontare come tal romanzo fosse arrivato alla pubblicazione. Ed invece eccomi qui a raccontarvi come ho trasformato un insieme di lettere ottocentesche, casualmente ritrovate, in un viaggio senza tempo, tra sogno e realtà, ovvero “La magia di una storia dimenticata”.

Qual è la tua formazione letteraria? Ci racconti il tuo percorso artistico-letterario che ti ha portato a scrivere romanzi?

Tutto inizia nella caffettiera della nonna e nei fondi di caffè che versava nel piatto, in attesa, diceva, di risposte dai cerchi che si sarebbero formati a contatto con l’acqua. Da bambina mi perdevo a fantasticare sulla storia che stava prendendo forma nella mia testa, nonna mi raccontava tanti aneddoti di vita quotidiana; era nata durante il ventennio fascista, la guerra, la fame, la perdita della madre, il dover crescere da sola i fratelli piccoli, ancora in fasce, la crisi economica e il lavoro in fabbrica a soli quattordici anni, l’avevano profondamente segnata ma, allo stesso tempo, resa più forte di quanto pensasse lei stessa. Ascoltarla era come leggere ogni giorno un libro diverso. “La vita è un ciclo infinito, fatto di tanti cerchi che si intersecano. Non puoi fermarti alle prime difficoltà. Devi lasciare che il cerchio giri più e più volte per vedere i disegni di Dio. Una ruota ferma per troppo tempo rischia di sgonfiarsi, e poi non gira più. Ma se la ruota procede, prima o poi il carro arriva a destinazione. E quando ripensi al lungo viaggio che hai fatto, improvvisamente ti accorgi di quanti momenti belli ci sono stati, nonostante la fatica, nonostante le stanchezze.” Nonna è stata una biblioteca vivente. E così, quando ho cominciato a pagarmi gli studi (sono laureata in Scienze Politiche) lavorando come cameriera in un bar, tra un caffè e l’altro mi perdevo a fantasticare sulla storia che stava prendendo forma nella mia testa; con la caffettiera in mano mi fermavo a immaginare i personaggi e i luoghi, attirandomi quasi sempre strane occhiate dai clienti. Tolti gli abiti da lavoro, tornavo a casa e trasferivo su carta i mondi lontani, gli amori impossibili, i personaggi fantastici nati tra i tavoli del bar. E la sera, per continuare a sognare, finivo per leggere Jane Austen, dimenticando il presente non roseo che aveva colpito la mia famiglia con la morte di mio padre. Jane divenne una madrina letteraria ed una compagna di viaggi che solo lì, tra le sue campagne inglesi, tra un tè con pasticcini, pettegolezzi e feste da ballo per trovare marito, potevo vivere. Sono una lettrice accanita di romanzi, spazio dal rosa al noir senza nemmeno accorgermene, e adoro il profumo della carta, riesce a trasportarmi in mondi lontani, in viaggi senza meta precisa, regalandomi emozioni infinite.

Hai recentemente pubblicato “La magia di una storia dimenticata”. Ci racconti come nasce questo libro, dove è ambientata la storia e di cosa narra?

“Ho una storia da raccontare, una storia rimasta chiusa nel cassetto di un tavolo per circa centocinquant’anni. Un giorno, per un caso fortuito, il doppio fondo di questo cassetto è stato aperto e ne è uscito un pacco con un centinaio di lettere.” Queste sono le prime parole che si leggono nel prologo al romanzo. È una storia, quella da me raccontata, tra verità e fantasia, tra storia familiare e storia di una nazione. In questa favola c’è una principessa, una Cenerentola moderna che al posto della scarpetta di cristallo indossa le ballerine comprate al mercato; incredibilmente sono le sorellastre cattive a calzare la scarpa di cristallo. La matrigna è il mio incubo, è il passato che non smette di tormentarmi, ogni notte, dopo la morte di mio padre e poi di nonna, il mio pilastro, motivo dell’abbandono della mia amata città per trasferirmi altrove e cercare di dimenticare. Poi, un giorno, non so perché, ho deciso di tornare a casa, dove abitavo con nonna. In cantina vi era un vecchio tavolo, solo, al centro di una buia e fredda stanza. Era rimasto lì, dimenticato da tutti, come in attesa di qualcuno che se ne prendesse cura. Il tavolo che mio nonno aveva costruito e sistemato al ritorno dalla guerra e nel quale prima con papà poi con nonna ci ritrovavamo a raccontarci le nostre storie, più o meno reali, con in mano una tazzina di caffè e fondi al seguito. Lì, nel sottofondo del mio caro vecchio tavolo, giacevano nascoste oltre cento lettere ottocentesche, di un ragazzo il cui nome mi era sconosciuto. Alcune erano scritte in dialetto albanese. Fin da subito ho desiderato saperne di più, volevo conoscere il nesso esistente tra quelle lettere, i loro autori e la mia amata nonna, “che forse in tutta questa storia è il filo conduttore.” Inizia, così, una vera e propria indagine archivistica per risalire all’identità dei protagonisti, Alfonso e Amalia in primis, a cui si aggiunge la ricostruzione di legami e affetti, che si incrociano, inevitabilmente, con i fatti storici. Alfonso è un giovane che proviene da una famiglia dell’entroterra calabrese, ma che ha ben chiaro il suo futuro: vuole studiare Giurisprudenza a Bologna. La notizia non entusiasma la famiglia e, in particolar modo, il padre, che in un primo momento gli pone il veto, ma poi, vinto dalla determinazione del figlio, lo lascerà partire. Ideali di libertà, giustizia, voglia di riscatto dall’oppressione che affliggeva le terre del Sud durante il periodo dell’Unificazione e misteri, segreti, custoditi così bene per paura di ritorsioni che chissà per quanto tempo hanno desiderato vedere la luce. Molti giovani scelsero le armi per combattere, Alfonso la carta, lo studio, per essere un uomo libero. Attraverso le sue lettere, che leggevo ogni sera, un pezzo del mio passato ritornava, come l’orto di papà, le rose piantate da nonna e il profumo di caffè che mi svegliava ogni mattina per scaldarci il cuore e l’anima. Ottenuto il consenso della famiglia, Alfonso, appena diciassettenne, parte per Bologna e si stabilisce presso la tenuta di Amalia Tomba, che in cambio della manodopera del ragazzo offre vitto e alloggio. La padrona di casa è una donna buona, amata da tutti; rimasta prematuramente vedova si è chiusa in un lutto strettissimo che le vieta di vivere ogni gioia. Amalia si sente responsabile della morte del marito, avvenuta secondo lei per un suo capriccio. L’arrivo di Alfonso smuoverà qualcosa nella donna, che vedrà nel giovane il figlio mai avuto. La fitta corrispondenza tra i due, che si sviluppa negli anni, servirà al lettore per ricostruire la storia di questi straordinari protagonisti, ma anche uno spaccato di storia politica e sociale dell’Italia della seconda metà dell’800. Il libro è un contino flashback tra questi due mondi, l’Ottocento e il XXI sec… che, forse, non hanno mai smesso di parlarsi…

Qual è stata l’ispirazione che ha generato questo tuo primo e quale il messaggio che vuoi arrivi a chi lo leggerà?

Non posso svelarvi molto della trama, ma sono sicura che troverete avvincente la narrazione e “l’indagine” che viene svolta nel libro, di cui il lettore è in qualche modo parte integrante. Una storia commovente e coinvolgente, ricca di ideali, sentimenti e speranza, che ci insegna a credere nei sogni e a ritrovare la strada di casa. Quello che ho provato quando ho preso in mano quell’insieme di lettere lo dico con le parole del mio libro “…al momento ho una sola certezza: sono stata la prima a fidarmi delle lettere. Le ho trovate, le ho lette, ci ho creduto e la mia vita è di colpo cambiata. Un tuffo nell’oceano di un passato risvegliato attraverso ricordi che giacevano nell’abisso e che, come un tesoro, sono riemersi, diventando la ricchezza del presente.” Per scriverlo ho dovuto riaprire un altro cassetto, quello dei ricordi, chiuso da tempo, per non soffrire, perché, talvolta, è più facile dimenticare che affrontare la realtà e non essere feriti dalla stessa.

Hai scritto altre opere letterarie, magari ancora da pubblicare? Se sì, quali e di cosa parlano?

Collaboro con associazioni di teatro e ho scritto il copione per mettere in scena il mio libro, un piccolo spettacolo teatrale oggetto di una delle manifestazioni più importanti dell’estate Cervese “lo sposalizio del mare”… Scrivo poesie, piccole raccolte che nascono da un particolare stato d’animo, do voce ai sentimenti, alle emozioni perché altrimenti ho paura possano svanire. Scrivere è un modo per organizzare i miei pensieri. Talvolta queste piccole raccolte le mando alle case editrici altre le tengo per me. Ho partecipato a piccoli concorsi letterari per racconti brevi e l’anno scorso sono stata premiata con la mia opera L’arcobaleno non ha età dove il tema dei ricordi ancora una volta è riuscito ad avere la meglio. Vorrei scrivere il seguito della “Magia di una storia dimenticata”, perché credo ci sia ancora tanto da raccontare e da scoprire.

Come nasce la tua passione per la scrittura? Ci racconti come hai iniziato e quando hai capito che amavi scrivere?

Posso dire di aver sempre scritto. Poesie, appunti, commenti, riflessioni e racconti brevi. All’Università ho capito che le ricerche storiche mi appassionavano, ed era questo che volevo diventare, un indagatore del tempo per cercare di carpire i suoi segreti fino alla verità. Il lato letterario si è sviluppato con la poesia. A lungo è stata la forma letteraria che mi sembrava più adatta a esprimere quanto cercavo di dire e anche capire. Ancora adesso cerco nei versi quegli accenti che non riesco a trovare altrove. Io sento le onde del mare sospirare e sento sulla pelle l’alito caldo del vento, odo voci provenire dall’orizzonte perché al di là di esso, oltre il mare, c’è una città che vive. E così, quando posso, al tramonto cerco la brezza del mare, mi siedo sugli scogli, ascolto le voci che giungono da lontano, e comincio a scrivere.

Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare il tuo romanzo? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per comprarlo.

Vorrei che i lettori leggessero “La magia di una storia dimenticata” perché è lì che giacciono le favole addormentate. Quando ho cominciato a scriverlo stavo vivendo un periodo difficile, era come se stessi andando alla deriva nelloceano della vita, albe e tramonti, vette e abissi che si rincorrevano senza un senso, alternandosi a luce e tenebre. Avanzavo faticosamente cercando terra, la nebbia mi offuscava la vista e non riuscivo  a vedere oltre le onde. Poi ho trovato le lettere e la nebbia ha cominciato a dissiparsi. Ho proceduto in avanti verso un profondo mistero, dove si perde la Legge e non esiste il conosciuto, e l’esistenza è un solo divenire. In quel mare di lettere ho ritrovato il mio credo, la mia vita stessa. “…quando pensavo tutto fosse finito… le ho trovate…”. Questo libro è l’essenza stessa di ciò che siamo stati, siamo e saremo. Ed è anche una sfida verso tutti coloro che non credono alle favole e ai sogni.

Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea tecnologica e social? E se sì, a cosa serve oggi l’arte secondo te?

L’arte ha la capacità di rivelare la vita di un popolo, di una comunità, di una cultura ed ha quindi la capacità di rinnovare i popoli attraverso la sua fruizione e l’educazione che la sua frequentazione favorisce. E l’arte come la vita non si ferma. Mia nonna diceva sempre “finché avrai una buona storia da raccontare essa vivrà.” La nostra nazione è stata ed è una fucina di idee riguardante l’arte, sin dall’epoca dei greci a quella romana, gotica, rinascimentale e oltre. Diverse storie di vita, successi e drammi raccontati attraverso i libri, le mostre, i monumenti, ci hanno accompagnato e ci accompagneranno nella nostra crescita culturale. Essi sono testimonianza di un amore appreso e tramesso nel tempo, e che, purtroppo, come tutte le cose del mondo hanno avuto una fine, ma solo materiale… Ma non disperiamo perché “ritornando agli antichi detti: chi semina bene ne raccoglie il raccolto” e attraverso le sue opere comunica; dunque anche se fisicamente non esistono più antiche mura, esse vivranno attraverso i racconti o semplicemente un mattone o perché no una lettera “dimenticata” nel tempo; esisterà sempre una casa che ha generato e cullato tale bellezza e se non più fisicamente essa continuerà a splendere nei racconti o nelle anime, nelle opere, negli oggetti che lì hanno avuto dimora. E si sa anche che dove vi è bellezza vi sarà sempre un seme che crescerà grazie a chi saprà curarlo; basta saper vedere al di là del mare.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, a proposito dell’arte dello scrivere diceva: «Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale e accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Un libro deve commuovere, stupire, esaltare, spiazzare e turbare. Credo che scrivere sia soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e al contempo la propria. Purtroppo (o per fortuna) le mie scritture parlano da sole ed hanno la pessima abitudine di essere ribelli in sostanza si fanno la loro vita man mano che crescono, per questo, nonostante credo che ogni scrittore debba saper raccontare una buona storia per tenersi stretto il lettore, io non ci riesco e butto giù le parole che poi prendono vita da sé, diventando talvolta romanzi altre poesie.

Chi sono i tuoi modelli, i tuoi autori preferiti, gli scrittori che hai amato leggere e che leggi ancora oggi?

Lavorando all’interno di un ufficio stampa-area comunicazione, sicuramente sono stata influenzata anche nella scrittura creativa da alcune caratteristiche tipiche del giornalismo, penso ad esempio all’economia del linguaggio, alla chiarezza della esposizione, ad una costruzione della frase basata sulla paratassi piuttosto che ipotassi. Questa è la risposta che esce dalla Simona concreta, la quale agisce soprattutto basandosi sull’esperienza pratica, ma non mi piace, così lascio che la mia parte idealista prenda il sopravvento cedendo facilmente alle illusioni e fantasticherie. Ed ecco che arriva lei Jane, una scrittrice per tutte le stagioni. Il suo stile è romantico, dirompente e moderno rispetto al metodo di scrittura dei suoi contemporanei. Lei è innovazione e ribellione in una società sessista che vedeva le donne rilegate a faccende domestiche, moda, feste, letteratura, al punto da non poter auspicare a nulla più. Jane si prende quasi gioco di tali dinamiche sociali con estrema naturalezza. Uno stile ironico e spensierato disseminato in ogni riga pur rimanendo fedele alle problematiche sociali che vuole evidenziare. Lei è stata e rimarrà sempre il mio modello da seguire, una ragazza dal linguaggio semplice che trasuda di sogni e romanticismo ma allo stesso tempo insegnante di valori quali il senso del focolare domestico, luogo sicuro sul quale sempre poter contare, l’amore caparbio che non accetta di essere ostacolato e si fa beffa delle distanze e convenzioni sociali, e infine la purezza di un cuore buono che non muterà mai il bianco trasparente del suo colore.

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere questa estate dicendoci il motivo della tua scelta.

Il taccuino delle cose non dette di Clare Poley mi ha parlato molto più di quanto avessi mai potuto immaginare, riuscendo a colpirmi intimamente. Clare Poley ha dato voce a sei personaggi apparentemente scollegati l’uno dall’altro ma che hanno una caratteristica in comune: le loro vite non sono così perfette come vogliono far credere al mondo. Ho trovato la scrittura autentica e diretta, perfetta per sorreggere il messaggio del romanzo, ovvero quello che non bisogna mai nascondersi, mostrandosi ciò che non si è, perché le cose non dette possono far più male di quelle dette, perché è l’essere chi sei davvero che ti rende libera, che ti fa costruire relazioni vere ed autentiche che ti appagano perché in esse riesci a riconoscerti. Mostrarsi senza filtri, nei pregi e nei difetti, fa davvero entrare l’amore nella tua vita perché chi ti ama davvero ti comprende. I colori dopo il bianco di Nicola Lecca. Personaggi fantasiosi eppure così reali, un continuo confronto tra due città, due culture e diversi stili di vita danno un tocco originale e intimo ai colori dopo il bianco. Questo libro è travolgente, coglie di sorpresa, perché inizia con leggerezza, descrivendo luoghi e persone nel loro semplice esistere, ma poi Nicola Lecca aggiunge dettagli e spessore conquistando totalmente la testa e il cuore dei lettori. Ho amato questo libro perché era il mare a parlare e a colorare le giornate della protagonista la cui esistenza aveva come principale obiettivo il rigore e la concretezza, e l’apparenza era il suo biglietto da visita. Poi conosce il mare che le sussurra promesse di libertà e le mostra la danza dei colori. Il calore che il mare trasmette la scioglie dalla rigidità e compostezza permettendole di scontrarsi per la prima volta con le sregolatezze e le diversità. Troverà così il coraggio di scegliere sé stessa. 5mila watt di stelle di Minnie Darke. Il caso o il destino che dir si voglia, riveste spesso un ruolo rilevante nelle nostre vite. Se ci si ferma un attimo a riflettere, ci si renderà conto di quanto determinati eventi accadono apparentemente senza un perché, spinti da una forza esterna che crea la giusta (o la sbagliata) coincidenza. È questa l’essenza del romanzo, dove il destino è espresso sotto forma di oroscopi. Può la voce delle stelle incidere in maniera profonda nella vita di un individuo? Dipende dalla percezione che si ha, molto spesso si è alla ricerca di un elemento che dia l’input a compiere qualcosa che potrebbe modificare per sempre la propria esistenza.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere assolutamente? E perché secondo te proprio questi?

Stanley Kubrick 2001 Odisssea nello spazio – racconta il viaggio di due astronauti alla ricerca del misterioso monolite che, alle origini dell’umanità, aveva attivato l’intelligenza delle scimmie, rendendole in grado di utilizzare le ossa animali come strumenti e armi. Un film, a tratti imperscrutabile, che fa riflettere lo spettatore sul complicato rapporto tra tecnologia e uomo senza mai, però, fornire una vera e propria risposta. La città incantata film d’animazione di Hayao Miyazaki è più di uno strabiliante film di animazione, è una fiaba pedagogica che insegna ad affrontare le difficoltà della vita senza lasciarsi scoraggiare da esse. La protagonista del film appena decenne, inizialmente viziata e capricciosa, vive l’evoluzione verso la maturità pre-adolescenziale sfruttando le sue naturali doti di gentilezza, onestà e devozione e la sua unica arma per portare a compimento la sua missione è la riscoperta del suo io interiore e l’esaltazione delle sue virtù. Miyazaki, attraverso i colori brillanti, i paesaggi fantastici e i personaggi stile “manga” ha insegnato a tutti coloro che hanno visto questo film quanto possa essere semplice e facile cadere nei più disparati errori e quanto, invece, credere in se stessi e nelle proprie forze possa essere importante per rimediare ai nostri sbagli, (a volte anche a quelli altrui) e quanto questo possa portarci ad una grande crescita e maturazione interiore. Tutt’altro che un film per bambini, La città incantata è un vero capolavoro senza età, cupo e poetico allo stesso tempo. La forma dell’acqua – The Shape of Water è una splendida e toccante favola moderna. Elisa è una donna affetta da mutismo e impiegata come addetta alle pulizia in un laboratorio governativo. Qui farà un’incredibile scoperta: una creatura anfibia dall’aspetto umanoide in grado di esprimere emozioni. Il film è meravigliosamente realizzato con una recitazione fantastica, inoltre ci dà molti messaggi primo fra tutti che esiste, da qualche parte ancora l’amore, ed esso, qualunque cosa accada, trasgredisce tutte le barriere sia di genere, sesso, diffidenza di colore perché la bellezza sta nell’ occhio di chi guarda! L’ambientazione, i tempi della guerra fredda, gli straordinari elementi visivi lo rendono un caleidoscopio di colori, emozioni. Elisa è una persona sfregiata, quindi sente che le manca qualcosa (il discorso) ma questa è anche la cicatrice attraverso la quale entra la luce e l’oscurità esce, facendo emergere così una donna muta ma in grado di gridare con la forza dell’anima. Ogni persona qui incarna cose diverse: paura dell’amicizia, del trionfo, della sconfitta, della punizione, tutte cose che vanno a peggio insieme mentre queste persone normali tramano sé stesse e la loro gentilezza contro i governi odiosi e le loro avidità! Nel complesso questo film è un must da guardare in quanto ci offre un’uscita dal mondo vuoto di oggi in cui la bellezza è definita dalle forme del corpo e dalla struttura facciale, dove le relazioni si basano sui bisogni fisici. In questo film la melodia si mescola alla malinconia della vita e ciò lo rende uno dei migliori film che abbia mai visto.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

In questo momento sto lavorando ad un nuovo progetto letterario. Il periodo che stiamo vivendo è qualcosa che rimarrà nella storia, auspicavo che il lockdown portasse le persone a riflettere sul senso della vita. Nei momenti di crisi, le persone tirano fuori competenze ed energie inaspettate, e le aziende hanno l’opportunità di migliorare i processi e di innovare. Ho raccolto diverse testimonianze in questi mesi e le ho trasformate in una sorta di viaggio nel tempo dove una grande eterna scommessa sta per giungere alla fine e decretare il vincitore: la lotta tra il Bene e il Male, tra mortalità e immortalità, tra uomini e forze supreme si definirà tra le pagine di questo nuovo romanzo fantasy. Sono anche politicamente impegnata, sto infatti portando avanti un progetto con il mio Comune. Viviamo in tempi di grande mutamento e trasformazione culturale in cui nuovi soggetti diventano protagonisti della scena sociale e cercano di imporre l’agenda dei propri bisogni e delle proprie aspirazioni. Sono soggetti nuovi in senso temporale ovvero i giovani che si affacciano alla società civile. Ecco allora un progetto nato in collaborazione con le varie associazioni culturali del territorio, per una nuova idea di cultura, un tavolo consultivo giovani e produzione culturale, una co-progettazione di idee in un unico spazio appositamente dedicato nel quale costruire insieme, condividere gli obiettivi da raggiungere e le priorità di intervento, ascoltare le criticità presenti e trovare il modo migliore per superarle. Questo è il mio progetto, uscito da quella mano che quando comincia non si ferma più, se non quando il computer è scarico, ma ciò è, anche e soprattutto, l’impegno che il tavolo di lavoro sulla cultura da me coordinato vuole assumersi.

Dove potremo seguirti?

Mi potete seguire sulla mia pagina Facebook dove pubblico periodicamente gli eventi in programma che mi vedono parte attiva, e chissà mai che non possiamo prima o poi incontrarci.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Io sono nata con le scarpette comperate al mercato, ho sempre dovuto scontrarmi con una società classista… e con l’estinzione del principe azzurro. Scartata dunque la soluzione che per essere felice dovessi essere salvata dal principe sopraccitato, ho deciso di tenermi le scarpette dell’artigiano locale e rimboccarmi le maniche della camicia azzurra da me comperata con il sudato stipendio. In sostanza la favola il cui copione me lo sono scritto, sto cercando di metterla in scena.

Simona Rossi

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