«Sicilia e “Sicilitudine”: dimora degli dei e teatro a cielo aperto» | di Mariangela Rodilosso

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Mariangela Rodilosso
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«È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra.» (Johann Wolfgang von Goethe)

Questa descrizione della struggente e poetica bellezza della Sicilia compone un’immagine che rimane impressa nello spirito e nella memoria. È un inno d’amore per un’isola che avvince come il canto delle sirene coloro i quali l’hanno conosciuta. Leonardo Sciascia affermò che la Sicilia possiede una dimensione fantastica. Secondo Sciascia, infatti, “Non vi si può vivere senza immaginazione.”

La Sicilia vista da Sciascia è anche fatta di colori che penetrano l’animo “Come Marc Chagal vorrei cogliere questa terra dentro l’immobile occhio del suo blu.” La Trinacria è anche la luce ed il lutto delle visioni di Gesualdo Bufalino. La sua luce è rappresentata dalla natura feconda, rigogliosa, generosa, dalla sua bellezza celestiale; il lutto, invece, è raffigurato dai suoi crimini, dall’oblio, dalle sue Madonne Addolorate del Venerdì Santo, e dalla negazione di molte promesse per un futuro migliore. Per questa ragione, molti dei suoi giovani sono costretti a partite. Ma nonostante ciò, I siciliani mantengono un legame viscerale con la loro madre-terra. «Io sono nato in Sicilia e li l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natia circondata dal mare immenso e geloso.» (Luigi Pirandello)

I suoi mandorli in fiore, I suoi giardini profumati di limoni e zagara, I carrubbi vetusti, gli alberi d’olivo centenari, e gli inebrianti gelsomini notturni restano tatuati nel cuore dei suoi abitanti. La Sicilia dai mille volti ammalianti diviene geografia dell’anima grazie alle sue baie turchesi, ai suoi fondali di corallo, ed al verde smeraldo delle sue coste. Anche la Sicilia ancestrale e rurale diviene una cattedrale di suprema bellezza agli occhi dei suoi abitanti. Le sue valli arse e assetate, i suoi campi dorati di grano, i suoi campanili diroccati, e le sue case fatiscenti creano dei presepi dolcemente adagiati su pianure, colline e montagne. Li, la fragranza di pane fresco, di sapori antichi, di ritmi lenti, e di paesaggi dell’infanzia cullano e danno conforto come l’abbraccio di una madre ad un bambino. È questa la nostalgia, nostalgia per quella semplicità, spontaneità e freschezza del proprio paese.

I suoi paesi si svuotano per l’emigrazione, ma nonostante ciò rimangono sempre parte di noi. «L’assenza è per colui che ama, la più sicura, la più efficace, la più viva, e la più indistruttibile delle presenze.» (Marcel Proust). Come direbbe Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che quando non ci sei resta ad aspettarti.”

La Sicilia appare sovente come un miraggio, una chimera, un paradiso terrestre ritrovato soltanto nella memoria o nell’ idealizzazione di ciò che si è perduto. Numerosi siciliani, innamorati della loro patria, sono spesso perennemente divisi da un “Odi et amo”, ossia odio e amore. L’odio per il loro forzato sradicamento, la perdita del loro mondo, e la loro mutata identità; e l’amore per tutti i doni che hanno ricevuto da un’isola che Sigmund Freud definì un’orgia di colori, suoni, e sapori.

In quest’isola, i suoi molteplici volti, simili a diamanti in una notte oscura e ad arabeschi di raro fascino, si frammentano e si ricompongono in un prisma che irradia armonia, bellezza, e storia. Romani, Greci, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Spagnoli e Borboni hanno fecondato questa mitica terra con umori, archetipi culturali, e tradizioni che rendono questo luogo unico e magnifico. La Sicilia è erede della Magna Grecia e del “miracolo greco” che, nel V secolo a.C., diede vita alle tragedie, a sublime letteratura, e a grandiose vestige architettoniche. Poiché’ essa è anche stata una colonia araba, le sue vibranti maioliche, le moschee trasformate in chiese cristiane, i vicoli di Palermo con le loro scritte in arabo, ed i mercati come quello di Ballarò evocano anche il “suq” del Nord Africa per le spezie e la teatralità dei venditori.

Non si può poi dimenticare il volto normanno della Trinacria. Esso sopravvive negli splendidi palazzi normanni, nelle chiese, nelle storie dei “Pupi siciliani” che illustrano le gesta eroiche dei paladini di Francia. Gli stessi carretti siciliani sono testimonianza di un grandioso sincretismo di cultura e vita, in cui, sacro e profano coesistono con leggende di re, guerrieri, santi, e personaggi immaginari.

Infine, la Sicilia non sarebbe completa senza il suo Barocco. Noto, Catania e Ragusa ostentano palazzi e monumenti che per il loro sfarzo e la loro opulenza suscitano stupore e meraviglia. Essi sono i nobili eredi dei Viceré’ Spagnoli, che portano con loro i rituali religiosi della “Semana Santa” delle drammatiche processioni, e l’epopea cavalleresca del galante “Don Quijote”.

Senza dubbio, questa nostra terra è confine tra Occidente e Oriente, è frontiera tra lucido razionalismo filosofico e trasognata visione del mondo. Questo “melting pot” di popoli, lingue, e costumi ha generato una creatività ineguagliabile. Andrea Camilleri era molto fiero della nostra impareggiabile ospitalità, del nostro calore, del nostro atavico bisogno di comunicare. Questi tratti sono certamente essenziali nel concetto di “sicilitudine”. Espressione coniata da Leonardo Sciascia per indicare non solo le consuetudini, la mentalità, e gli atteggiamenti dei siciliani; ma anche per ritrarre delle categorie metafisiche ed una condizione esistenziale. La “sicilitudine” si manifesta anche nella maschera comica ed in quella tragica dei suoi abitanti. Qui da noi, infatti, si recita a soggetto ed a cielo aperto proprio come nelle farse di Nino Martoglio e nei drammi di Luigi Pirandello.

La poetica teatrale di Pirandello ha messo in scena gli eterni conflitti tra vita e forme, logica e follia, inguaribile pessimismo e speranze. Essa ha soprattutto mostrato l’alienazione dell’uomo moderno ed il suo smarrimento dinanzi all’assurdità dell’esistenza, esistenza priva di sicurezze borghesi, di verità assolute, e di dogmi religiosi.

Il grandioso drammaturgo parte, dunque, dalla “sicilitudine” superandola grazie alla descrizione universale e decadente della condizione umana sulla scia di Thomas Mann, Oscar Wilde, James Joyce, e Franz Kafka.

In conclusione, rimane la Sicilia gaudente, edonista e sensuale che con il suo culto della gastronomia compone l’ultima tessera di questo mosaico dell’ essere siciliani. La nostra tradizione culinaria, fatta di maestose cassate, voluttuosi cannoli, regali “pupi di zuccaru” e frutta di Martorana, ma anche dei suoi famosi arancini, parmigiane, caponate, e delizie immortalate anche grazie al celebre “Commissario Montalbano” di Andrea Camilleri, è un’ode al piacere ed alla carnalità. In essa scorgiamo una esasperata brama di vita che vuole esorcizzare a tutti i costi la morte.

Molti scrittori stranieri sono rimasti abbagliati da questa isola senza tempo e di selvaggia bellezza, in cui tutto è acceso ed estremo: il bene, il male, i paesaggi, le passioni, e la sua lingua.

Tra questi intellettuali,  anche il famoso francese Guy de Maupassant, durante il suo mondano “Grand tour” in Sicilia nel 1885, ne rimase perdutamente innamorato. Egli descrisse la sua “Sicilie” come la terra di fuoco, dell’esaltazione dei sensi, e la dimora degli dei.

“L’odore così intenso degli aranci in fiore è profumato come una camera da letto femminile.”

“La Sicilia è il paese del suolo fiorito, in cui l’aria, in primavera è tutto un profumo, ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo è il fatto che da una estremità all’altra si può definire uno strano e divino museo d’architettura.”

Mariangela Rodilosso