“Le donne del Vespro messinese”| di Giusy Pellegrino

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«Se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.»
(DanteDivina Commediacanto VIII del Paradiso)

 

Al contrario del dominio normanno, quello angioino fu ritenuto dagli isolani dispotico e oltraggioso. Sulle spalle dei siciliani gravavano i pesanti preparativi della guerra di Carlo D’Angiò contro Costantinopoli in quanto l’isola costituiva un baluardo strategico, ricca di feudatari francesi pronti a radunarsi con le milizie baronali, per la maggior parte stranieri, che continuavano a flagellare i siciliani che «maledissero e sopportarono infino a primavera» del 1282.

Il 30 marzo 1282, il lunedì dopo Pasqua, «le pesanti molestie di un soldato francese a una donna palermitana […] identificata talora con la figlia di uno dei promotori del Vespro, il capitano di Palermo, Roberto Mastrangelo» nella chiesa di Santo Spirito a Palermo avvenne un ulteriore insulto alla libertà del popolo che iniziò a manifestare il suo dissenso contro la dominazione straniera al grido di «muoiano i francesi».

Mentre per l’isola dilagò la notizia della rivoluzione palermitana, Messina rappresentò per qualche mese il baluardo della tirannide straniera e qui si rifugiarono numerosi francesi scampati all’eccidio palermitano, ma il popolo messinese aspettava solo il momento giusto per vendicarsi delle sofferenze patite. Per la città del Faro, il Vespro assunse delle «peculiarità rispetto ai moti palermitani […] infatti, nonostante le sollecitazioni provenienti dalla capitale, si schierò a favore degli aragonesi solo dopo una lunga e incerta battaglia».

Stimolati dall’esempio di Taormina, i messinesi si ribellarono, dopo aver a lungo temporeggiato, al grido di «morte ai francesi. Morte a chi li vuole» e, solo nel maggio 1282, le idee politiche di Messina e Palermo iniziarono a convergere verso gli aragonesi.

Tra le tante battaglie che caratterizzarono il Vespro a Messina vi fu quella dell’8 agosto: Carlo tentò un nuovo attacco per aprire un varco nel colle della Capperrina (Montalto) che Alaimo, uomo di spicco della nobiltà messinese, fece presiedere da un gruppo di cittadini improvvisati arcieri. Purtroppo la loro inesperienza venne fuori quando a seguito di un violento temporale abbandonarono le loro postazioni per ripararsi, dando così la possibilità ai francesi di attaccare. Vennero però fermati dal coraggio e dalle strategie del valoroso Alaimo e questa battaglia fu vista come un evento «miracoloso agli stessi cittadini meravigliati di aver trionfato».

La notte seguente gli angioini tentarono nuovamente l’assalto alla città ma furono scoperti da una pattuglia di donne fra le quali Dina e Clarenza«alle quali fu principalmente attribuita la salute della patria» e che ancora sono li a sorveglia la città dal campanile del Duomo di Messina.

L’episodio della Capperrina è identificato dalla storiografia soprattutto locale come una pagina memorabile perché i messinesi sconfissero un esercito ben armato di francesi e mostrarono il loro grande spirito patriottico.

Le donne in particolare furono le vere protagoniste dell’episodio, divenendo eroine il cui coraggio venne descritto in una poesia popolare: «Dhe! Com’egli è gran pietate delle donne di Messina, veggendole scapigliate, portando pietre e calcina! Iddio gli dia briga e travaglia a chi Messina vuol guastare».

Altra donna fondamentale per le sorti del Vespro messinese vi fu la leggendaria Dama Bianca: i messinesi furono consapevoli della superiorità dei francesi ma non si demoralizzarono ed affidarono la propria vita e la propria città alla preghiera per invocare l’aiuto della Santa Vergine.

La battaglia fu ardua ma vicino agli inesperti soldati fece apparizione una maestosissima dama della quale i francesi non poterono sostenere lo sguardo e più volte fu vista nei punti nevralgici della città a stendere veli bianchi sulle mura che divennero inattaccabili e difese da arcieri invisibili da cui partirono delle frecce che colpirono le truppe di Carlo d’Angio e impauriti batterono ritirata.

Da allora il colle Capperina divenne un luogo sacro e, nel 1295 fu eretto il Santuario di Santa Maria dell’Alto.

Giusy Pellegrino

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Giusy Pellegrino
Laureata triennale in scienze storiche, nel 2017 si specializza col massimo dei voti in studi storici, antropologici e geografici con una tesi di storia medievale locale dal titolo "la spiritualità femminile nel XV secolo: l'esempio di Eustochia Calafato e il Monastero di Montevergini di Messina". Allieva dei docenti più illustri della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo tra cui possiamo annoverare Salvatore Fodale, Pietro Corrao, Patrizia Sardina, Maria Concetta di Natale e Daniela Santoro relatrice ed esempio importante per la sua formazione storica. Nel 2012 inizia il suo percorso in ambito turistico con l'acquisizione della qualifica di organizzatore di itinerari storico, artistici e culturali che la porta a svolgere un periodo di stage presso l'ex ufficio turistico della Provincia di Palermo e, nel 2019, acquisisce la qualifica di tecnico dell'accoglienza turistica. Nel 2018 inizia la sua collaborazione con l'ente di formazione Palermo Corsi dove insegna Storia e tradizioni di Palermo e, nello stesso anno, prende avvio la sua esperienza attiva in campo turistico con l' ASSOCIAZIONE TURISTICO-CULTURALE ITINER'ARS che da anni, attraverso importanti e proficui progetti, fa amare e conoscere le bellezze della nostra città, con particolare riguardo al Complesso del Gesù meglio noto come "Casa Professa", massimo esempio del barocco palermitano, e della Chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la "Gancia". Attualmente è impegnata nella stesura di un saggio che verrà pubblicato in un libro scritto in collaborazione con i più importanti teologi gesuiti, progetto realizzato dal rettore di Casa Professa padre Walter Bottaccio Sj. Il suo motto è "la storia non va semplicemente scritta o letta ma vissuta".