“La porta Vicari o Sant’Antonino: da porta “viceregia” a porta degli “ultimi”| di Giusy Pellegrino

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La porta Vicari o Sant’Antonino è una delle otto porte superstiti rimaste a Palermo. Realizzata nel 1600, la sua fu una storia dalla parabola discendente divenendo uno dei simboli del degrado e di abbandono della città.    

Come può una semplice porta da un passato fastoso diventare il simbolo degli “ultimi” e degli emarginati?. Porta Vicari o, come è più comunemente conosciuta, Porta Sant’Antonino, venne costruita nel 1600  con il nome di Porta Vicari in onore del pretore Francesco del Bosco, conte di Vicari, denominazione che sostituì l’idea del Senato cittadino di dedicarla ad Aloisia Manriguez moglie del Vicerè di Sicilia Bernardino de Cardenas y Portugal, duca di Maqueda. In questo stesso anno fu realizzata una delle prime e significative arterie stradali che congiungevano la zona meridionale con la parte alta della città dove si trovava la Porta Maqueda.

Porta Vicari, sostiene La Duca, “si apriva verso la campagna meridionale” ed “ era stata realizzata creando una specie di breve galleria sotto il baluardo che muniva la cortina muraria ricadente tra i bastioni di Porta Termini e di Porta Sant’Agata”: inizialmente era caratterizzata da due imponenti pilastroni che avevano, all’esterno e all’interno, due lapidi che ne ricordavano la costruzione.

Il 1630 fu l’anno che vide la realizzazione della chiesa e del complesso francescano di Sant’Antonio da Padova, detta “Sant’Antonino”, da cui la porta mutuerà il nome e, sette anni dopo, il viceré Luigi Moncada duca di Montalto fece costruire una strada che collegava suddetto convento con la contrada di Sant’Erasmo (per intenderci l’attuale via Lincoln). In occasione della realizzazione di questo asse viario, il pretore della città Pietro Valdina marchese della Rocca, attuò il primo restauro della porta con l’aggiunta di alcuni apparati decorativi preservando la struttura architettonica.

Nel 1635, tra il complesso di Sant’Antonino e l’imbocco di via Oreto, fu realizzata una piazza semicircolare con un sedile in marmo su cui si ergevano le statue di Sant’Antonino e San Pietro d’Alcantara realizzate da Gaspare Guercio ed oggi esposte nel cortile del convento mentre La piazza fu abbellita con la fontana della “Ninfa” di Vincenzo la Barbera (poi spostata in piazza Alberigo Gentili).

Nel 1716 su progetto di Andrea Palma, il pretore Don Ferdinando Gravina principe di Palagonia fa abbellire ulteriormente sia la facciata esterna che quella interna che, nel 1778, verrà ulteriormente arricchita.

Nel 1789, durante il vicereame di Francesco d’Acquino principe di Caramanico, sia la porta che il baluardo vennero abbattuti: il nuovo progetto previde lo spostamento della porta più avanti rispetto al sito originario in modo da essere allineata “alle fabbriche che man mano erano state addossate alle mura e che prospettavano sulla strada suburbana, ricadente sull’abolito fossato della città”. L’impianto architettonico fu del tutto rinnovato con l’installazione di due fontane, in precedenza destinate alla Porta Reale, e i due stemmi appartenenti rispettivamente a Girolamo Grifeo, principe di Partanna, e Girolamo Corvino principe di Mezzojuso e sindaco della città.

Agli inizi dell’Ottocento l’area vide un generale declino e tra il 1870 e il 1880 tutto il piano di sant’Antonino , compresa la porta, fu modificato fino ad assumere i caratteri odierni.

Oggi la porta Vicari versa in un grave stato di abbandono e degrado con la presenza di rifiuti all’interno delle vasche delle fontane non più attive e la mancanza di una illuminazione adeguata che la rende luogo prediletto per bivacchi occasionali.

Tra i progetti e le idee avanzate anche dal parroco e guardiano della comunità dei frati di Sant’Antonio da Padova, fra Gaetano Morreale, vi è la richiesta di affido della porta al Convento dopo un’accurata riqualificazione dell’area con  l’installazione delle due statue dei santi sopra citati nelle apposite nicchie (progetto già esistente dal 1873 ma mai realizzato).

La storia della porta Sant’Antonino rappresenta simbolicamente la nostra storia, la storia di un intera città, gloriosa un tempo e umile tra gli umili oggi.

 

Giusy Pellegrino