La Sicilia del Novecento: “La scannatina”, riti siciliani che furono | di Mariella Di Mauro

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“Mastr’Antria e altri racconti” di Andrea Giostra è una raccolta di otto novelle siciliane ancora inedite. Alla lettura si evidenzia che dietro un aspetto crudo delle sue descrizioni, a volte direi brutale, troviamo le nostre origini di siciliani. Spesso ci narra dei piccoli drammi, ma sono sempre affrontati con una leggerezza e giusta ironia e, alla fine, la lettura sfocia sempre in un sorriso anche se amaro.

Quello che riportiamo a seguire, con l’autorizzazione dell’autore, è uno dei capitoli della novella intitolata “Mastr’Antria” (l’ultimo racconto che dà il titolo all’intera raccolta) che si compone di 8 capitoli e di 38 pagine, e narra dei nonni dell’autore nel periodo post bellico, e in particolare del rito definito nel racconto “La scannatina”. Buona lettura…


La scannatina

Nei trenta campi di detenzione disseminati in tutto il territorio australiano, diciottomila italiani erano impegnati a faticare nell’edilizia, nelle opere di difesa da calamità naturali, a fare strade, acquedotti, ponti, a buttare sangue e sudore sotto il sole cocente dei campi australiani.

Tutto facevano gli italiani.

Avevano costruito la nuova Australia.

Bellu chiffari nca’ ci rietti Mussolini con la campagna della conquista della Libia nca’ finiu a frischi e pirita con la cattura di tutto l’esercito italiano in Libia nta’ guerra nto’ deserto, comu a’ chiamavanu l’alleati!

L’agricoltura in Australia era molto ricca, mi raccontava mio nonno.

I campi coltivati erano come mille campi di calcio messi uno accanto all’altro.

C’era di tutto nta’ stu continente, racina, mele, banane, arance, pere, ananas, papaie a mai finiri.

Potevano sfamare il doppio della popolazione di tutto il continente.

E pì chistu il mangiare non mancava né ai prigionieri, né all’esercito di sua maestà, né ai cittadini dell’impero britannico, né ai maiali, né ai vitelli, ai montoni, alle pecore, alle capre, alle galline, ai conigli, a tutti gli animali da fattoria chi facevanu latti e uova, o pì manciarisilli.

E tutto buonissimo era.

Ma quanto ce n’erano di animali di manciari?

A casa, in paese, la carne era un lusso.

Solo il profumo si poteva sentire.

Poi la domenica si preparava la pasta col sugo fatto con le ossa che si chiedevano al carnezziere il sabato sera, a’ mucciuni, prima che chiudesse la saracina.

Carni picca e nienti o’ paisi!

Picciuli nun ci n’eranu.

In prigionia, invece, spissu si manciava la carni.

– Quasi quasi nun ni poteva chiù di manciari carni ogni simana. Avevo disiu di favi fritti cu’ l’uova frischi di me matri Rosa, cunzati cun filo d’ogghio d’oliva virdi trasparenti e profumato di bontà chi mi facieva veniri un pititto sulu a talialli.

Con i maiali ci facevano di tutto in prigionia, pancetta, sasizza, prosciuttu, salami piccanti, salami duci, cotenna, zampe, orecchie, cervello, liggua, mascidda, guanciale, figatu, vuriedda vogghiuti, cotechino, capocollo, lardo, struttu, frittula, sangu cruru e sangu cottu.

Della scanna se ne occupavano mio nonno e i tre calabrisi.

Erano organizzatissimi.

Attaccavanu u’ maiali chi corde pì tinillo fermo, una a destra, una a sinistra, uno nt’arreri.

Mio nonno si metteva davanti al maiale nca’ u’ taliavi nta’ l’occhi.

Gli sembrava nca’ u capiva a fini chi stava faciennu.

U’ taliava e iddu u’ taliava.

Appena Pinuzzu, Viciuzzu e Cicciuzzu lo tenevano fermo, immobile, per un solo secondo, Antria alzava la zappa e con tutte le sue forze, con un colpo secco e deciso, lo colpiva dritto dritto in mezzo agli occhi.

Lu cranio si scatasciava.

Lu maiali iccava na’ vuci sicca e sorda.

Strammazzava tuttu e s’accasciava finutu.

Un corpu sulo.

Si sbagliava eranu tutti futtuti.

Non lo potevi più tenere e lu dannu chi ti faciva nun si poteva cuntari.

Comu quannu so’ patri, Mastru Piddu u’ sciancatu, quannu me nonno era picciutteddu, ci dissi d’ammazzallu iddu u’ maiali pì Natali.

Antria lo aveva sempre taliatu fari e so’ zii e a so patri Piddu.

Mai l’aveva fattu iddu.

Mai.

Era u’ capu famigghia n’ca’ avevi ammazzari u’ maiali pì Natali.

Ma dù Natali Antria aveva quinnici anni e so’ patri lu vosi spruvari, lu vosi fari crisciri, lu fosi fari cristianu, omu.

Un omo era oramai, un omo granni, giovani e forti, massaru e ncignusu.

Accussì ci diceva sempre so matri, donna Rosa a furnara, “Ora sì granni, Antria. Si avissi a mancari to’ patri, sì tu u’ capu famigghia. U’ capisti?”.

Ma picchì aveva a’ mancari so patri?

Ma a quei tempi si pensava sempre al peggio per prepararsi al meglio.

Si prevedevano tutte le possibilità, tutte le ipotesi, tutte le situazioni, per essere pronti, per essere preparati, per saperle affrontare e superare le difficoltà della vita che erano quotidiane.

E mai si scoraggiavano.

Se moriva qualcuno, si piangeva, si faveva u’ cunsulu, si arricivivano i parenti e l’amici, si vestievanu a lutto di nivuru, e subito dopo si riprendeva a lavorare perché la famiglia era prima di tutto e non ci si poteva fermare.

So’ patri, Piddu u’ sciancatu, u’ taliò e ci rissi: “Antria, oggi u’ maiali lu scanni tu.”

Iddu u’ taliò e senza pensari un secondo, pigghiò la zappa, ma a diri la verità, cacatu era.

Mai l’aveva fattu e n’anticchia si scantava a sbagliari, si scantava a’ scannari u’ maiali.

E se sbagliava?

E se si dava un corpu ca’ zappa n’te pieri?

E se il maiale riusciva a scappare?

Era tutto un rito la scannatina del maiale per Natale.

La prima cosa da fare era di preparare le corde per tenerlo fermo, bastava solo un attimo, doveva stare fermo solo un attimo.

Erano in tre che tiravano le corde imbracate nella testa del maiale e nelle zampe posteriori.

Uno a destra, uno a sinistra, uno dietro, e mio nonno quindicenne davanti con la zappa in mano pronto per dare il fendente che l’avrebbe scannato.

Erano come una squadra di formula uno della Ferrari, che per cambiare le quattro gomme ci mette due secondi.

Così, si schierarano zio Sariddu a destra, zio Vituzzu a sinistra, zio Santinu darreri, me nonno ca’ zappa davanti o’ maiali, e cu Mastru Piddu u’ sciancati allatu prontu cu’ cuteddu di cannizzieri pì rapirici i cannarozza e nun ci fari arrisieriri u’ sangu.

La velocità era determinante.

In un nanosecondo il maiale fu imbracato e le quattro postazioni erano prese.

La testa del porco era immobile e a dù puntu so’ patri Piddu ci iccò na vuci “Ora Antria, ora, cafudda, cafudda, subitu!”

Preso come da un’improvvisa scossa elettrica, Antria di scatto alzò la zappa, e con tutta la forza che aveva addosso colpì il maiale dritto in fronte cu’ l’occhiu du zappuni.

Il porco davanti a lui si vitti rapiri u’ ciriveddu, il sangue schizzare a frusciu dappertutto a ritmo frenetico di una pulsazione che di lì a poco avrebbe cessato per sempre.

Forse, pensai ascoltando mio nonno Antria, Quentin Tarantino aveva preso dai racconti dei suoi nonni, come io adesso dal mio, le scene dei suoi film di scannamenti.

Il maiale si accasciò, le tre postazioni si erano immediatamente spostate a legare le zampe posteriori e a sollevarlo nto’ ferru a T piazzato tra le due pareti della stalla.

Con una forza e una velocità imprevedibili, in un attimo il maiale si ritrovò sollevato a testa in giù.

So’ patri Piddu, cu’ putenza c’infilò u’ cuteddu nte’ cannarozza e il sangue cominciò a riempire il cato che zio Sariddu intanto aveva messo fulmineamente sotto la testa del porcu.

U’ sangu scorreva di un rosso corposo, fluido, fumante, puzzolente di una vita appena astutata.

“Minchia corpu, Antria. Bravu. Bravu. Accussì si fa. Ora omo sì”.

Il sangue era unneghiè, tutto aveva annigghiatu.

Antria taliò a so patri, poi taliò u’ porco scannatu, lassò la zappa n’terra e in bagniu appotti a’ ghiri di cursa.

Prima cacò, poi vomitò.

Ma a so’ patri nienti mai ci rissi.

Da allora, ogni anno, il maiale per Natale lo scannava Antria.

Mastr’Antria.


Recensione pubblicata il 22 luglio 2019 su:

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Andrea Giostra

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Andrea Giostra