“Un luogo di pace e silenzio: la Gancia di Palermo”| di Giusy Pellegrino

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La spinta di rinnovamento e di cambiamento propria del XIII secolo sfociò in un grande impulso riformatore. Tra queste esperienze ricoprirono un ruolo importante i cosiddetti “Ordini mendicanti” che si mantenevano o con le elemosine e le donazioni dei fedeli oppure con il loro lavoro.

Tra questi spicca l’ordine fondato da san Francesco d’Assisi: la sua conversione fu un vero e proprio cambiamento che da personale divenne sociale. Il nome di Frati Minori, stando a Tommaso da Celano, venne dato dallo stesso Francesco che disse “si scrivano nella Regola queste parole “siano minori”, appena l’ebbe udite esclamò: voglio che questa fraternità si chiama Ordine dei Frati Minori”approvato da Onorio III nel 1223.

Con la morte di Francesco,l’Ordine Francescano si scisse in Osservanti, Conventuali e Cappuccini. Nel Quattrocento figura di spicco dell’ordine fu san Bernardino da Siena “tra i più efficaci predicatori” del secolo mentre in Sicilia ebbe un ruolo importante per la diffusione del pensiero francescano Matteo Gimarra, vescovo di Agrigento,che “riuscì a far emergere quasi dal nulla un virgulto rigonfio di energia che ben presto impose la sua presenza”.

Alcuni storici fanno risalire la presenza francescana a Palermo già dal 1224 anche se non vi sono fonti certe. Una notizia assodata è del 1235: Gregorio IX chiese, attraverso la mediazione dell’arcivescovo di Messina Landone di Anagni,al clero palermitano di “riparare i danni fatti ai frati con la distruzione della prima fondazione, avvenuta per loro istigazione” ma, nel 1239, l’imperatore Federico II, in rotta col papato, proibì la costruzione degli edifici di culto francescani ma i frati prontamente disobbedirono, ottenendo soltanto la requisizione delle loro aree che vennero assegnate ai favoriti dell’imperatore.

Tra le chiese dell’ordine più importanti ancora esistenti in città possiamo annoverare la chiesa di Santa Maria degli Angeli detta “la Gancia” dal latino ganea (luogo solitario).

Essa fu edificata negli ultimi decenni del XV secolo nell’antico quartiere arabo della Kalsa sul luogo in cui sorgeva l’antico palazzo degli Emiri e di cui, ancora oggi, sono visibili alcuni elementi decorativi (ad esempio la decorazione della finestra sul braccio che unisce la torre al loggiato come riportato da uno studio di Antonino Cutrera).

La chiesa, nella parte esterna, si presenta priva di qualsiasi decorazione effimera rispecchiando i valori di semplicità e povertà assunti dall’ordine. La facciata principale, che si affaccia sul cortile della Gancia, risale al 1530 e presenta una monofora mentre la facciata laterale, che da su via Alloro, è in stile gotico-catalano con il bassorilievo della Vergine degli Angeli.

L’interno, a croce latina e a un’unica navata, mostra un tetto ligneo “a cassettoni” arricchito di stelle indorate al centro del quale, un tempo, era posta l’immagine di Santa Maria degli Angeli.

Vi è un aneddoto particolare e quasi esilarante che interessò la zona del transetto nel 1672: durante i lavori di ampliamento della cripta, i maldestri frati abbatterono i pilastri portanti della zona sopra menzionata, provocando il crollo e la perdita dell’imponente tribuna gaginesca sita nel catino asbidale.

La chiesa fu prontamente ricostruita e l’apparato decorativa fu opera di artisti illustri come Giacomo Serpotta, Andrea Sulfarello e Gaspare Farina che le diedero una configurazione barocca che si è persa col tempo.

Ai lati dell’altare maggiore realizzato dal Marvuglia, si aprono le due cappelle più importanti dell’intero complesso: la cappella“dello Sposalizio” (1509) così denominata per la presenza di una pala d’altare realizzata tra il 1520 e il 1530 da Vincenzo da Pavia, presenta degli affreschi realizzati da Filippo Tancredi e stucchi di Giacomo e Giuseppe Serpotta tra i quali spicca, nella sua tenera bellezza, il Monachino, un piccolo putto col saio francescano mentre, sul lato destro dell’altare, si apre la cappella della “Madonna di Guadalupe” o degli “Inquisitori spagnoli”, concessa alla nazione spagnola nel 1508. Perché tale denominazioni? La prima è da attribuire sicuramente a uno dei molteplici culti mariani portati in Sicilia durante la secolare dominazione spagnola, la seconda per la presenza di alcune opere sepolcrali appartenenti rispettivamente a Giovanni Osorio de Quiñones (immagine di uno scheletro ed un epitaffio, in lingua spagnola, che allude all’inevitabilità della morte) e a Don Juan Lopez de Cisneros, l’inquisitore ucciso nelle segrete dello Steri dall’“eretico” Fra Diego La Matina.

Al di sopra della controfacciata centrale vi è il coro che ospita un imponente organo sorretto da telamoni lignei realizzato, nel 1615, da Raffaele La Valle esponente di una delle più importanti famiglie di organari palermitani attivi in Sicilia tra il XVI e il XVII secolo.

La Gancia è stata il centro nevralgico della rivolta antiborbonica del 1860: tra il 3 e il 4 aprile un gruppo di rivoltosi guidati da Francesco Riso trovarono rifugio in chiesa, in attesa del suono a stormo delle campane che avrebbe dato il via ai tumulti (una di queste campane è ancora “viva” nel cortile del complesso). La rivolta fu bloccata sul nascere e solo due si salvarono dalla carneficina: Gaspare Bivona e Francesco Patti. Dopo aver trascorso molti giorni sotto i cadaveri dei loro compagni,i due superstiti trovarono la “salvezza” da un buco praticato all’esterno (l’attuale buca della salvezza) e grazie ad alcune donne che inscenarono uno scontro tra carretti per distrarre le guardie borboniche.

Nei giorni a seguire la situazione in città peggiorò e tredici dei rivoltosi della Gancia, senza un regolare processo, furono fucilati presso il Castello a mare il 14 aprile 1860 (in memoria di questo efferato eccidio fu realizzata la Piazza XVIII vittime).

Giusy Pellegrino

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Giusy Pellegrino
Laureata triennale in scienze storiche, nel 2017 si specializza col massimo dei voti in studi storici, antropologici e geografici con una tesi di storia medievale locale dal titolo "la spiritualità femminile nel XV secolo: l'esempio di Eustochia Calafato e il Monastero di Montevergini di Messina". Allieva dei docenti più illustri della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo tra cui possiamo annoverare Salvatore Fodale, Pietro Corrao, Patrizia Sardina, Maria Concetta di Natale e Daniela Santoro relatrice ed esempio importante per la sua formazione storica. Nel 2012 inizia il suo percorso in ambito turistico con l'acquisizione della qualifica di organizzatore di itinerari storico, artistici e culturali che la porta a svolgere un periodo di stage presso l'ex ufficio turistico della Provincia di Palermo e, nel 2019, acquisisce la qualifica di tecnico dell'accoglienza turistica. Nel 2018 inizia la sua collaborazione con l'ente di formazione Palermo Corsi dove insegna Storia e tradizioni di Palermo e, nello stesso anno, prende avvio la sua esperienza attiva in campo turistico con l' ASSOCIAZIONE TURISTICO-CULTURALE ITINER'ARS che da anni, attraverso importanti e proficui progetti, fa amare e conoscere le bellezze della nostra città, con particolare riguardo al Complesso del Gesù meglio noto come "Casa Professa", massimo esempio del barocco palermitano, e della Chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la "Gancia". Attualmente è impegnata nella stesura di un saggio che verrà pubblicato in un libro scritto in collaborazione con i più importanti teologi gesuiti, progetto realizzato dal rettore di Casa Professa padre Walter Bottaccio Sj. Il suo motto è "la storia non va semplicemente scritta o letta ma vissuta".