LA MASCHERINA DELLA VERITÀ| di Flaviana Pier Elena Fusi

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ODE ALLA MASCHERINA, di Flaviana Pier Elena Fusi

 

Impariamo a respirare, anche con la maschera si può fare, adesso che ad altre culture ci possiamo comparare, mai come ora un sorriso consola; non si vede ma appare, dietro quello sguardo che sa parlare.

Occhi profondi sono miraggi verecondi. S’impara a lasciar andare a tenere l’essenziale, a far percepire con un movimento, ciò che non è atteggiamento, ma comunicazione, che col corpo mostri senza attenzione.

Impariamo a respirare, ad aspettare ciò che sta per arrivare, attenti ad inalare solo quello che ci fa avanzare. Diamo retta all’intuizione, è sempre lei a trovar la direzione e alla fine ha sempre ragione.

Impariamo a respirare, a prendere fiato per contrastare, un momento che ci vuol procrastinare.

Forza ce la puoi fare, trattenere il respiro non è mai buon ritiro. Buttati nella storia e crea la tua memoria.

 

Se il tuo fascino è negli occhi è il momento che ti tocchi. Lo devi alla mascherina che dà visione alla tua zona più carina. Questa maschera sa raccontare, che la vita di tutti sta per cambiare, se non stai attento, perdi l’opportunità che arriva dal momento.

Non c’è più nulla da capire, se non agisci tutto il mondo va refluire, in un buco esistenziale, dove il nero cancella ogni ideale. La mascherina è così carina perché spiega che la parola raffina, non conta come ti presenti ma è importante l’arnese che tieni fra i denti. La lingua come creazione, di un pensiero che arriva non dalla sola ragione, ma dalla summa delle cose, come l’esperienza e la virtù delle rose.

Sempre fa fede la santità, che riguarda della tua anima la beltà e se non l’hai ancora capito, vuol dir che sei rincitrullito. Non c’è nulla su cui indagare, è arrivato il momento del fare. La maschera diviene lasciapassare, se taci e ti metti a lavorare, nella Coscienza Universale: lì devi andare a pescare.

 

LA MASCHERINA DEL PASSAGGIO EPOCALE, di Edoardo Flaccomio

La maschera è senza espressione, gli occhi e la vitalità sono assenti: simboleggia il cervelletto, ereditato dall’epoca istintiva della terra, quando i virus presero il sopravvento sui cristalli. Col tempo diventati insetti, istinto che vola nelle api o che agisce in terra nelle formiche.

La maschera è l’ultima pelle prima dell’esterno, è indossata per nascondere ciò che appartiene al sonno dei millenni. Consola e di amore non parla. A volte si ride dietro di essa.

MAS-CHE-RE: verità.

MAS: disdegnare, aborrire, detestare, dice la lingua divina affacciata al bacino Mediterraneo.

Conosciamo così il primo parere dell’Ordine Celeste.

 

CHE è formata sia dalla lettera ‘C’, in ebraico Caf כ, simboleggiante qualcosa che diviene concreto, sia dalle lettere ‘HE’ che richiamano il glifo het ח

Osserviamo attentamente het ח, somiglia molto alla nostra acca H se facciamo discendere verso il centro il trattino superiore.

Il ramo destro simboleggia l’INTERNO, il ramo sinistro, rappresenta l’ESTERNO. Il tratto orizzontale superiore è la fusione dei due opposti spaziali: trascendere l’opposizione strutturale è il capolavoro da effettuare tutte le volte che si giunge alla massima divergenza con chi sta di fronte.

Togliere la maschera è un gran morire nella nudità, simile alla cacciata dal Paradiso terrestre, il PARDES. Per questo motivo si continua ad indossarla, a pensare che ci copra, ci nasconda e ci difenda. Quelle rare volte che la togliamo, il sorriso diviene macabro rituale, un mostrar denti alla freddezza del FUORI: La Maschera ci tiene DENTRO.

 

La Vita non accetta maschere. È spontaneità, fluidità, corteccia cerebrale parlante, occhi luminosi e innamorati.

Lo dice la sillaba RE, iniziale del glifo ebraico per eccellenza: Risc (ר); lettera che rimanda immediatamente alla corteccia cerebrale parlante ROSC, annunciato da BERESCIT, prima parola della Genesi.

Il cervelletto, detto anche Complesso rettile, è superato e inglobato dal cervello dei mammiferi, dalla neocorteccia, che detiene il potere della parola e della Conoscenza. Gettare la mascherina è la realizzazione finale, il ponte fra questo mondo e l’altro, fra la terra e l’Oltrecosmo, gettarla via significa aprire le porte alla magia dell’esistenza, intrappolare la ragione nell’incantesimo della Verità.