“The social dilemma”: più di un semplice documentario | di Mattia Mincuzzi

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Le produzioni originali di Netflix (serie, film e documentari) sono già, sicuramente, garanzia di ottimi lavori, ma, con “The social dilemma”, la società californiana ha ulteriormente alzato l’asticella.

L’unico ostacolo, che separa dall’immergersi in questo documentario, è l’accettare che si sta per vedere un lavoro di critica verso le piattaforme “social” su uno dei siti di maggior successo mondiale, che sfrutta i social stessi, ma, un po’ come un patto narrativo all’inizio di un libro qualsiasi, è superabile.

“The social dilemma”, infatti, non rappresenta un semplice punto di vista negativo sui social network, ma un punto di vista ulteriore, una vera presa di coscienza.
Questo documentario è uno specchio che ti mette di fronte non il tuo riflesso, ma un prodotto di commercio, che poi, purtroppo, sei sempre tu.

Se pensiamo a noi stessi è difficile immaginare di essere “prodotti”, ma, se pensiamo a tutte le volte che sentiamo dire di persone che guadagnano con i social network, è più semplice rendersi conto della logica di compravendita: non è Chiara Ferragni a comprare Instagram, è Instagram che la paga, la compra, per utilizzarla a fini pubblicitari. Non sei tu a pagare le app, le scarichi gratuitamente, sono loro che comprano te, i tuoi dati e le tue informazioni, per rivenderle alla miglior azienda offerente.

Ma c’è anche qualcosa in più. Sarebbe facile, infatti, criticare i social su questi argomenti: chi di noi non si rende conto che, assieme alle grandi potenzialità, ci siano evidenti problemi di privacy, sicurezza e di condizionamento delle proprie abitudini. Sentire, però, i creatori di queste piattaforme che, intervistati, dicono con semplicità disarmante “Sì, abbiamo progettato tutto ciò con lo scopo di controllare il comportamento delle persone e renderle dei prodotti” è empaticamente diverso.

Quello che fai, anche il semplice gesto di “scrollare” una pagina come fosse una slot machine, ti è stato impiantato nel subconscio da persone che hanno scelto di programmarti esattamente come si fa con un software, come se fossimo tanti burattini e le nostre vite fossero nella loro disponibilità e ci potessero giocare come con dei computer: questa è la differenza.

La struttura del documentario è semplice: una serie di efficaci interviste ad alcune delle più importanti menti della Silicon Valley, che, anni dopo aver lavorato alla creazione di Google, Twitter, Facebook, Instagram ed altri, spiegano di come si siano pentiti delle proprie scelte ed ora cerchino di aiutare le persone, per mezzo di proprie società e fondazioni, a disintossicarsi dai social. Il tutto, inoltre, con una storia immaginaria, ma non tanto, di ragazzi vittime del condizionamento sociale di queste piattaforme, che fa da sfondo al perfetto flusso argomentativo di interviste, a cui, appunto, può rendere giustizia la sola visione e nessun tipo di articolo.

Il lavoro, inoltre, apre a tantissime discussioni differenti. I problemi, infatti, da affrontare non sono solo di carattere sociale e psicologico, ma anche di carattere economico e legale: una delle principali questioni a livello globale, difficilissima da risolvere, riguarda proprio il fatto che queste grandi aziende sembrino avere un livello personale e sopraelevato nella gerarchia delle fonti del diritto di ogni paese, perché sono intoccabili, sfuggono a qualsiasi legge e, con lo loro potenza, sono loro stesse ad influenzare la politica e le elezioni nei paesi più importanti.

La presa di coscienza è, quindi, di un mondo che è cambiato sia nelle persone, che nella società, in modo inarrestabile, ma, finché saranno gli uomini a controllare il progresso, e non il contrario, potremmo cogliere e ripartire dai tanti aspetti positivi dei social, che offrono grandi possibilità, per poterli sfruttare sia a fini di utilità, che di semplice e leggero divertimento: l’importante è rendersene conto.

Tuttavia, sarebbe assolutamente riduttivo continuare a parlare degli aspetti del documentario, sembrerebbe un discorso non tanto diverso dalla televisione degli anni ’70 che trasformava le pubblicità in cartoni animati: solo la visione stessa di questo lavoro può essere veramente efficace ed esaustiva, facendo capire la novità della situazione e come ci sia bisogno, in primis, di una convincente regolarizzazione legale ed economica di queste piattaforme, con legislazioni che non possono essere solo nazionali, ma comunitarie.

L’unico, e ultimo, spunto, necessario da fornire, è quello di pensare a noi stessi durante la visione e riflettere, concretamente, su tutti gli, eventuali, cambiamenti di cui facciamo o siamo parte, mettendo anche il telefono sulla scrivania, sotto gli occhi, come fosse un altro interlocutore.

di Mattia Mincuzzi