Il fascino dei nuovi film in bianco e nero | Paradise | RECENSIONE di Vittoria Lotti

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“In realtà provi paura solo all’inizio. Poi non provi più né paura né dolore.”

Due grossi occhioni lucidi che fissano in camera accompagnano l’amaro racconto di un uomo. Comincia con una tranquilla presentazione della sua famiglia seguita poi dalla descrizione di sua moglie e di suo figlio. Poco dopo veniamo improvvisamente portati in un accogliente sala da pranzo dove l’uomo fa colazione. Assistiamo così alla vita quotidiana di un ispettore di polizia nella Francia occupata durante la Seconda Guerra Mondiale.

“Andremo lontano e non penseremo più a tutto questo.”

Una donna si presenta a noi come un’aristocratica russa, ortodossa e proveniente da una famiglia cosacca. Il suo nome è Olga. Il suo racconto ci porta nello studio dell’ispettore francese che la interroga accusandola di essere un membro della resistenza e di aver nascosto due bambini ebrei. Olga si mostra da subito composta e fiera, ma non appena i suoi occhi cadono sul martello insanguinato sulla scrivania del poliziotto, il suo sguardo cambia di colpo. Le urla che provengono da fuori la terrorizzano anche se la donna riesce comunque a mantenere la calma.

“Se muori ti seppelliscono, se vivi ti seppellisci da solo.”

Un terzo personaggio entra a far parte della storia. È un giovane nobiluomo che vive nel lusso e proviene da una famiglia ricca che vanta la sua parentela con Friedrich Nietzsche. L’uomo ci racconta come la sua vita sia cambiata e di cosa significhi essere un ufficiale delle SS ai vertici delle autorità. Sebbene la vita che conduce pare soddisfarlo, l’uomo avverte in ogni luogo in cui si trova una strana presenza che lo perseguita. Nemmeno lui riesce a spiegarlo, ma su una cosa non ha alcun dubbio. Quella era la vita che il destino aveva in programma per lui. Destino che nel 1933 lo portò ad aderire al partito nazista, descritto da lui come “un’ondata di sollievo dall’abisso della disperazione.”

Le vicende di Olga e dell’ufficiale di intrecciano, quando la donna finisce in un campo di concentramento e scopre che l’uomo conosciuto in una vacanza passata in Italia è lo stesso che ora decide le sorti di migliaia di persone all’arrivo nel lager.

Questo film si dirama principalmente su due piani. Uno è quello che ci viene mostrato come un flashback dei protagonisti, l’altro è il racconto in prima persona rivolto direttamente a noi spettatori. I momenti in cui i protagonisti raccontano le loro storie assomigliano ad un confessionale dove commentano, seppur in alcuni momenti in modo passivo, quello che hanno passato come se venissero messi di fronte a quegli avvenimenti. Come trasportati e gettati di nuovo in quel cupo baratro della loro vita.

Il loro è un racconto senza filtri, così accurato e pregno di emozioni che in certi momenti sembra quasi che siano loro stessi a vedere quelle immagini. Nessuno si mostra pentito o rancoroso. In loro traspare la sincerità più assoluta, rivolgendosi a noi come custodi della verità che hanno il dovere di ascoltarli e portarli così all’assoluzione.

Andrei Konchalovsky sceglie di mantenere la macchina da presa fissa con pochi cambi di inquadrature e spesso lontane. La colonna sonora è quasi assente se non in alcune scene in cui l’unica musica che si sente è spesso prodotta da un vinile o da un pianoforte. Il sottofondo perfetto per raccontare i pensieri nascosti di un poliziotto, le angosce di un ufficiale delle SS, e la trasformazione di una donna ad animale, a bestia, e poi di nuovo a donna.

Paradise, con il titolo originale di “Рай”, è stato premiato con il Leone d’Argento alla miglior regia alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Paradise, Andrei Konchalovsky, 2016:

https://www.imdb.com/title/tt4551318/?ref_=rvi_tt

Link al film su Prime Video:

https://www.primevideo.com/detail/0III35QL85700HSSCVMSHLEO5V/ref=atv_sr_def_c_unkc__1_1_1?sr=11&pageTypeIdSource=ASIN&pageTypeId=B088S5P55M&qid=1602694005

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