«Una lettura coinvolgente che mi ha preso completamente…» | di Giusi Patti Homes

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Giusi Patti Holmes
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Louis Vuitton

Ho trovato meravigliosamente sarcastico il parallelismo tra Louis Vuitton, nuovo luogo di culto, e Santa Caterina, u’ sepulcru, da visitare con lo stesso religioso silenzio durante, però, la notte di Pasqua. Due pianeti diversi, tra terra e cielo, frequentati dalle stesse donne firmate e truccate; status symbol di una umanità sovrapponente il sacro al profano e per cui, sempre più, l’apparenza vince l’essenza.

Di sicuro urticante, per la categoria toccata, la riflessione amplificata, attraverso toni da commedia che, a volte, hanno un retrogusto da tragedia, sulla figura di u’ pacchiuni, oggi soffocata dal “bullismo” pret-à-porter, che un tempo, forse perché senza catene protettive, riusciva a ritagliarsi un ruolo, quello del “diversamente sportivo”, che lo faceva stagliare, per ironicità, sui compagni “sicchi e luogghi”, abili solo nel calcio. Il proteggere contro tutto e tutti i nostri figli, li renderà uomini attrezzati ad affrontare prove sempre più difficili? Oppure, nella maggior parte dei casi, dovremmo lasciarli fuori nel mondo e farglielo affrontare con modalità proprie?

Realistica, infine, la lettura dei politici, nunc et semper sepolcri imbiancati, scoperti con le mani nella marmellata per le spese pazze all’Ars, fatte magari saccheggiando, proprio, u’ sepulcru di Louis Vuitton.

Beatrice

Beatrice, Ferdinando, Eva, Anciluzza e Nina. Il bello di questo racconto breve è che nulla è come sembra. In ordine di apparizione: Beatrice, la bella padana dai colori mediterranei, la Giulietta veronese che, stregata dai colori forti e intensi della Trinacria, decide di eleggerla a sua terra; Ferdinando, il “suo” Romeo, che seduto da Mazara la attende, non accorgendosi di essere osservato dalla spy of love, bramosa di lui; Eva, l’amica dell’aperitivo che, la fantasia disegna con l’eterea bellezza normanna della nostra Riccobono; lo spazio total white dei loro incontri, coprotagonista, imporporato dalla travolgente passione e, infine, la telefonata ri-velante di Nina, attraverso Anciluzza, nomen omen, che delinea, sottolinea i caratteri, spegnendo gli ardori.

The Stylist

Il palcoscenico è Milano, città glamour e dal clima frivolo; l’Hotel, il Boscolo, nel quadrilatero della moda; la colonna sonora, Duke Ellington, e la protagonista, dalla bellezza paralizzante, dagli occhi perforanti, è Federica, una Venusia che trova il suo Actarus in Andrea. Un incontro di stile, una notte di passione eternata da una lettera che sigilla quel momento che, irripetibile, non va reiterato, proprio come un crimine. Il persistente ricordo della passione ardente, bloccato in un tempo e in uno spazio e consegnato ancora crepitante ai lettori.

Cala Pisana

Adriano e Alessia, un big match culturale e antropologico tra due mondi, la Terronia e la Padania; due estranei resi familiari dal cellulare; una vacanza prospettata, a parole, dalla fantasia sicula e trasformata, in fatti, dalla pragmaticità veneta. Detto vs Fatto: profanazione della bellezza immaginifica del dire e sublimazione dell’immediatezza del realizzare. Un tour de force che accompagnerà i due giovani da Palermo a Lampedusa, isolati “assieme” in un’isola, più vicina alla Tunisia che alla Sicilia. Un viaggio tra una Dimora di Charme, affacciata sulla Palermo misterica, e un B&B, sul mare cristallino di un remoto lembo di terra.

Al Tribeca

Il Fil Rouge di un’amicizia per sempre in fieri, anche se vissuta e in dimensioni diverse.

1) Maria

Alessandro scrive a Maria parole d’amore disarmate dalla distanza e private dalla carnalità, nonostante l’immagine di lei, con-turbante. La ragazza con gli occhi color del mare gli invia una foto che lo avvolge col suo inebriante sorriso; la risposta, però, svuota quell’immagine “promettente” e arriva ad Alessandro come un pugno allo sterno, dolorosa perché distaccata e lontana. Il cuore si ferma, lo avrebbe rifatto, di lì a poco. Appartenersi da sempre, fidarsi e affidarsi a qualcuno che è e sarà in noi ancor prima di viverlo o senza averlo del tutto potuto vivere.

2) Enrico

Bologna fa da palcoscenico all’amore paziente e devoto di Enrico per Maria. Una storia lunga 15 anni, costruita su un sentimento sincero o ingabbiata dall’incantevole immagine di una dimora dorata, in cui Maria, la indomita Maria, può essere crisalide, felice di non spiccare il volo, ma pronta a farlo in qualsiasi momento? Enrico la ama con un sentimento talmente forte da lasciarla libera di andare, di perdersi e di tornare; perché lui la vuole viva, non vivente. E poi c’è Vittorio, una figura appena accennata, che le dà quella dignità di artista, non di donna, che è ciò che lei ricerca. Maria è un fiume in piena, racconta ad Enrico la sua giornata, la telefonata di quel suo estimatore, i progetti, le prospettive. Di colpo, però, Enrico la vede spegnersi e farsi sempre più lontana, dalla voce fioca diventata un sussurro e, infine, un assordante silenzio.

3) Messenger

Un post di Maria è la nota che dà il via a un ricordo che lega Alessandro al nonno non solo perché ne porta il nome, ma per l’egoismo di donare e godere del sapore della felicità su bocche altrui. Il dare e il darsi in Alessandro si fondono; in altri uomini, invece e troppo spesso, si trovano scissi. Alla padronanza e onnipotenza dei secondi, si oppone la sofferenza e la dedizione del primo. Chi vive veramente? Il mascherato, timoroso di svelarsi? Oppure chi si mostrava così forte da essere tenero?

4) Alessandro

La paura di innamorarsi troppo, di farsi male, di soffrire, di schiantarsi e non rialzarsi e di contro una vita priva di dolore, pianto e abbandoni. Thanatos senza Eros; spegnersi in vita per timore di abbandonarsi alla sublime pericolosità di un amore. Se dovessi tratteggiare Alessandro, lo farei citando Kahlil Gibran: “Ragione e passione sono timone e vela della nostra anima navigante”, aggiungendo che lui, per me, da come trapela da queste pagine, è (amo il presente, detesto il passato) maestro nel veleggiare, spinto da quel vento a cui non ci si deve mai opporre.

5) Scopello

Luogo di sogno che rende onirico lo sguardo; Maria, il cui sapore, anche se noto, continua a stordirlo; Alessandro, felice preda della sua donna; Maria, che non immagina vita senza quell’uomo che l’ha travolta e stravolta; un approccio erotico-sentimentale; una passione che profuma di vero amore, quello universale, quello totalizzante.

6) Al Tribeca

Racconto il cui motto potrebbe essere “vanitas vanitatum omnia vanitas” oppur “Il Falò delle vanità”. Alessandro è di nuovo solo, con Maria che da Bologna gli racconta i suoi progetti, le prospettive, assorta nella sua arte, chiusa nel bozzolo del suo atelier, eccitata dalla telefonata di Vittorio, che la guarda come pittore (lo stesso giorno, probabilmente, in cui Enrico la sente con la voce sempre più fievole, fino a diventare silente).

E poi il Tribeca, con quella socialità condizionata, quell’ora d’aria da l’Ucciarduni vip, popolato da Barbie e Ken, in tenuta da rimorchio e pronti a giudicare le apparenze, essendo vuoti di essenza. Immagini da “amici di Maria”, di un popolo di tronisti e cacciatrici, palestrati, ben pettinati, “affarate” da lampade, super truccate e arrampicate su tacchi. Alessandro salvato da uno “scirocco di acidità” che lo allontana da Sara, felice di abbandonare un ragazzo che si dipinge senza “arte né parte”, per poi rendersi conto, vedendolo salire su una macchina “altra” da quella descritta, di aver perso un’occasione.

Storie di ordinaria quotidianità, che rendono ordinaria, purtroppo, la vita.

Luisa e Antonio

Il Leitmotiv che, dopo “Al Tribeca”, ritorna in “Luisa e Antonio” è il motto “Art is all“, che lega le protagoniste. Prima Maria, poi Luisa e, infine, Anna: tre donne accomunate dall’amore per la pittura che vede la prima farne il suo centro; la seconda spostarlo all’oggetto/soggetto della sua passione e la terza, subirlo, trascinata in un turbinio di vernissages in giro per il mondo.

In questo bel racconto in più capitoli che, come gli altri, vedo proiettato sul grande schermo, c’è la descrizione di un attimo. Il luogo dell’incontro tra Antonio e Luisa è il Caffè letterario del Massimo, tempio della buona società di ieri e di oggi, meta d’incantamento in cui condurre l’affascinante ed erotizzante preda. L’approccio tra i due, non ancora amanti, è segnato non da parole, ma dal muto linguaggio delle mani che, tradendo, legando e rivelano anche l’indicibile, fanno saltare ogni tappa di avvicinamento all’alcova “liberty”, conducendo Luisa e Antonio direttamente e imperiosamente in essa.

La Cintura di Cluny

La cintura di castità diventa foriera di fantasie trasudanti lussuria. La copula, tempo semplice del verbo essere, mantiene la funzione di unire, in questo caso un uomo e una donna, trasformandoli in un unicum di desiderio.

Mozart e Ravel

Un amplesso che ha il ritmo di un concerto che abbraccia Mozart, Ravel e David Bowie e fa galleggiare i due nel tempo sospeso di una stranezza spaziale. Cos’è d’altronde il riconoscersi a pelle, se non la collisione di due mondi che implodono in un attimo di liquida eternità?

Il Dipinto

Attimo che, mentre per Antonio è forse già ieri, essendo lontano da Luisa da una settimana, per lei, schiava del vortice di questo desiderio, è ancora presente, che vorrebbe eterno per poterlo rivivere e rivivere ancora. La pittura utilizzata per allontanarla dalla sua ossessione erotico-sentimentale, le stesse pennellate, i soggetti che vi legge, tutto la riconduce con ancora più trasporto e tormento ad Antonio. E lui? Già altro e altrove.

Anna

Un vernissage di una giovane pittrice francese, Anna, a cui lo invita Vittorio, importante gallerista e caro amico, lo fa regredire ai suoi quindici anni, con lo stesso sudore delle mani, la stessa difficoltà a concentrarsi, la stessa insicurezza che pensava di aver superato. Un tempo la professoressa, incrocio tra Brigitte Bardot e Sharon Stone, e oggi, Anna. Lui-sa, Lui (Antonio) sa che Luisa è l’accaduto ormai superato, mentre Anna, l’accadimento che, forse, resterà solo in potenza.

La Stagista

In questo racconto appaleso tutta la mia rigidità e ruvidezza. “Pensavo fosse amore, invece era un calesse”. Questo è il pensiero che ho fatto su Mariano Vicari, che vincente non è, uomo tipo da fast food sentimentale: Martina, Simona, donne su donne. Sedotte e abbandonate per aridità, per incapacità ad amare. Figlio orgoglioso di una famiglia tradizionale che lui, col suo comportamento bulimico, distrugge, incolpando la giovane moglie, privata del dono di generare e quindi vittima di un piano “alto” e “altro”. E poi Simona che, a soli ventitré anni, racconta di numerose esperienze negative che l’hanno segnata; donna vissuta che altro non è che una ragazzina che cede e crede all’inganno di un uomo navigato, se non per età, per forma mentis. Dopo tre mesi ama e pretende amore. Salvo la figura di Martina, la sua signorilità, i suoi valori, l’amore per i genitori e il papà Saro che le fanno intra-vedere che un altro futuro è possibile.

Giusi Patti Holmes, giornalista, scrittrice, book blogger, reader influencer.

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Andrea Giostra