Bruno Cotronei, ingegnere, manager e scrittore, presenta il suo ultimo libro “La maledizione di Templemore” | INTERVISTA

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«Credo che in un libro di narrativa (che deve basarsi, oltre che sulla fantasia, anche su una rigorosa ricerca) contenuti e forma debbano equilibrarsi in modo quasi perfetto secondo la grande lezione che diede il De Sanctis…» (Bruno Cotronei)

di Andrea Giostra

Ciao Bruno, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Bruno ingegnere, manager e scrittore?

Attualmente un tranquillo signore che ha avuto successo nella vita (come mi definì Valerio Riva in un lungo articolo su «L’Espresso») che non è stato affatto tranquillo nel passato e che ha voluto fare varie esperienze lavorative e culturali.

…chi è invece Bruno nella sua quotidianità al di fuori dal lavoro e dalla sua passione per la scrittura?

Credo un buon marito, padre e nonno sempre molto appassionato della lettura e delle arti in genere.

Qual è la tua formazione professionale e quella letteraria, visto che alterni l’attività di manager e ingegnere con quella dello scrivere?

Dopo essermi diplomato al liceo scientifico, ho studiato ingegneria e presto sono diventato dirigente in un’importante azienda fiorentina che si occupava di isolamenti e condizionamenti acustici e poi, per pura passione e divertimento, con amici aprii una Galleria D’Arte a cui fu assegnato il “Mercurio D’oro”.

Come nasce la tua passione per la scrittura? Ci racconti come hai iniziato e quando hai capito che amavi scrivere?

Fin da bambino ho letto molto e ho tentato di scrivere romanzi di avventura cercando di inserire informazioni su luoghi esotici e cose, ma ovviamente i risultati erano alquanto infantili. Poi gli studi liceali, quelli di ingegneria e lo sport non mi hanno lasciato più tempo. Ho ripreso a scrivere molto più tardi e tutto cominciò dopo un breve periodo pittorico nel quale “inventai” la “Duplicità Analitica” con l’uso della Geometria analitica Cartesiana e della Psicologia analitica junghiana. Mandai le foto dei miei primi dipinti al grande critico d’arte Marcello Venturoli che elogiò l’idea, ma ne criticò l’esecuzione pittorica. Ne nacque una discussione nella quale Venturoli mi sommerse con la sua grande cultura pittorica. Volli contrastarla e mi impegnai a leggere migliaia di pagine di storia dell’arte. Mentre prendevo appunti, mi resi conto che essi avrebbero potuto essere utilissimi a chi, con poco sforzo, voleva raggiungere una certa competenza pittorica. Ne ricavai il mio primo libro “L’arte moderna in sintesi schematica” pubblicato da un editore romano. Il libro ebbe un notevole successo con critiche molto positive e principalmente con una lettera di elogio del mitico prof. Bellonzi, segretario generale della Quadriennale di Roma. Rispolverai allora la mia vecchia passione per la narrativa e incominciai a scrivere romanzi il primo dei quali fu pubblicato da “Sugarco” nella prestigiosa collana “I giorni”.

Ci parli del tuo libro “La maledizione di Templemore” pubblicato recentemente con PandiLettere edizioni? Come nasce, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Dopo aver scritto e pubblicato i miei primi romanzi di denuncia e di ricerca stilistica “L’inserimento” e “Contrappunto borghese (Intorte spirali d’erotismo)” che raccontavano, il primo, l’inserimento di un giovane nel mondo del lavoro, e, il secondo, una pungente denuncia delle storture di un certo mondo borghese, ho voluto fare opera di vera affabulazione ed ecco nascere e prendere forma “La maledizione di Templemore”. Qui non ci sono particolari “messaggi” al lettore, ma un racconto affascinante di lotte e avvenimenti per il dominio di una grande azienda in un mondo pochissimo raccontato nei romanzi italiani, quello del Borneo, di Singapore, di Oxford e così via. In questo romanzo il lettore conoscerà anche la guerra ma vista non più in Europa, ma in Asia e nel Pacifico.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

I lettori che amano entrare in mondi lontani dal loro e che si appassionano agli intrighi anche amorosi e affaristici.

Una domanda difficile Bruno: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “La maledizione di Templemore”?

Perché è un romanzo che appassiona e che coinvolge e per il quale il grande scrittore Domenico Rea disse: “È l’opera di un vero affabulatore”.

Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Entrerete in un mondo che per buona parte di voi è sconosciuto.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Ringrazio Lara Di Carlo che ha voluto pubblicarlo e che tanto appassionatamente si dedica a farlo conoscere.

Nella tua attività letteraria hai pubblicato altri libri e romanzi. Ci racconti quali sono, di cosa trattano e quale l’ispirazione che li ha generati?

De “L’inserimento” e di “Contrappunto borghese (intorte spirali d’erotismo)” ne ho già parlato più su. E poi per la narrativa l’ironico “Hitler in gonnella”, “Tre angolazioni di donna”, “Il grande gioco” e tanti altri per la saggistica come “L’arte pittorica in sintesi schematica”, “I cinque duci a confronto”, “I segreti dell’editoria” eccetera. Alcuni di loro, sia di narrativa che di saggistica, hanno avuto più edizioni e tantissime prestigiose recensioni.

«Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi a essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto infra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo fare altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Qual è la riflessione che ti porta a fare questa frase di Marcel Proust sul mondo della lettura e sull’arte dello scrivere?

Un vero lettore non è mai passivo, ma diventa, come l’autore creativo fino, a volte, a superarlo.

«Nei tempi andati la vita degli scrittori era più interessante di quello che scrivevano. Al giorno d’oggi né le loro vite né quello che scrivono è interessante.» (Charles Bukowski, “Pulp. Una storia del XX secolo”, Giangiacomo Feltrinelli Ed., 1995, Milano, p. 52). Ha ragione Bukowski a scrivere queste cose a proposito degli scrittori contemporanei? Cosa ne pensi in merito?

No, non credo che abbia ragione, gli autori di oggi, come quelli di ieri hanno alle spalle una vita sofferta, a volte tragica e comunque ricca di esperienze senza le quali non potrebbero scrivere. Naturalmente parlo di scrittori “veri”.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Dipende dal libro che si sta leggendo. Se è un testo “impegnato” ti aiuta a riflettere e può diventare un’appassionante conversazione con chi l’ha scritto.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti, dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Il fato e la fortuna hanno indubbiamente un peso, ma senza una precisa volontà e una rigorosa disciplina non si raggiungono mai gli obbiettivi desiderati.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale e accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Credo che in un libro di narrativa (che deve basarsi, oltre che sulla fantasia, anche su una rigorosa ricerca) contenuti e forma debbano equilibrarsi in modo quasi perfetto secondo la grande lezione che diede il De Sanctis e comunque per me il narrare è questo:

“Il narrare” di Bruno Cotronei

Chi sono i tuoi modelli, i tuoi autori preferiti, gli scrittori che hai amato leggere e che leggi ancora oggi? I libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo del tuo consiglio. E tre film da vedere assolutamente? Quali e perché proprio questi?

“Guerra e pace”, “Delitto e castigo”, “I demoni” dei grandissimi autori russi che hanno fatto conoscere l’inconscio precedendo Freud e Jung. E per i film “Roma città aperta”, “Da qui all’eternità” e, perché no, “Via col vento”.

 Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

Ho già scritto tanto sia in libri che in articoli sulle pagine culturali di molti quotidiani che penso di poter tirare i remi in barca. Comunque in Facebook ho aperto una pagina, “La maledizione di Templemore” dove i lettori, se lo vogliono, possono dialogare con me.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori?

Leggete, leggete, con i buoni libri si acquisisce cultura e si riescono a vivere molte vite oltre alla vostra.

Bruno Cotronei

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Bruno Cotronei

Bruno Cotronei, “La maledizione di Templemore”, PandiLettere ed., Roma, 2020.

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Bruno Cotronei, “La maledizione di Templemore”, PandiLettere ed., Roma, 2020

Andrea Giostra

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Andrea Giostra