Giovanni Delvò, scrittore, presenta i suoi due volumi di racconti “C’era il vuoto tutt’intorno” | INTERVISTA

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«È il “come” si scrive a caratterizzare un autore. È necessario essere onesti e sinceri per poter descrivere quello che si vede e di cui gli altri non si sono accorti. L’attenzione del lettore si cattura con il “come” viene scritto un racconto. Uno scrittore che pensa a che cosa scrivere prima di scriverlo e non a come scriverlo mentre lo sta scrivendo, credo non si possa definire scrittore.» (Giovanni Delvò)

di Andrea Giostra

Ciao Giovanni, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Giovanni scrittore?

Buongiorno e grazie a voi. Resto subito perplesso perché non sono abile a parlare di me o a presentarmi, soprattutto come scrittore…

…e chi Giovanni nella sua quotidianità?

…posso dire che vivo da solo, nella campagna toscana, tra i gelsi della piana del fiume Cecina. Condivido, mio malgrado, lo spazio esterno alla casa con qualche gatto. Campo di giardinaggio.

Qual è la tua formazione professionale e letteraria? Ci racconti il percorso che ti ha portato a svolgere quello che fai oggi?

Svolgo il mestiere di giardiniere da oltre vent’anni. Ho iniziato per caso, in quanto disoccupato. Ho avuto la fortuna di avere buoni maestri i primi anni, poi l’esperienza ha fatto il resto. Maturità scientifica, giusto l’ iscrizione all’università abbandonata inesorabilmente per mancanza di fondi e volontà di studiare, leggo molto… non so se è definibile come formazione letteraria e professionale…

Come nasce la tua passione per la scrittura? Ci racconti come hai iniziato e quando hai capito che amavi scrivere?

In realtà, ancora oggi, scrivere non è per me una passione. E neanche posso dire di amare scrivere. Raccontare è per me una necessità, anche fisica. È tradurre in parole qualcosa che occupa il mio “di dentro”, rendendomi incapace di concentrarmi sulla vita quotidiana e portandomi in una sorta di altra dimensione. Qualcosa che cattura tutta la mia attenzione rendendo, a volte, pericolose azioni molto banali come usare un paio di forbici da potatura oppure guidare. La necessità di svuotarmi di scene, luoghi e personaggi che prendono forma, si uniscono e diventano realtà, tanto concreta da impedirmi di fare altro. Allora devo fermare l’auto o il furgone del lavoro che sto guidando e scrivere. Buttare giù le idee che piano piano diventano racconti. Quindi, tornato a casa, comincio a camminare avanti e indietro per le poche stanze in cui vivo fino a trovarmi seduto con una storia davanti già scritta. E allora una sorta di euforia coglie il mio animo e mi sento meglio. Ma, subito, percepisco che lo svuotamento del mio corpo da quella storia è lo spazio per il racconto che già sta entrando… hai presente la marea? Che sale piano, quasi non si vede. Poi, all’ improvviso è già alle caviglie e vengono i brividi…

Ci parli dei tuoi racconti, “C’era il vuoto tutt’intorno” pubblicato da Rupe Mutevole? Come nasce, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

“C’era il vuoto tutt’ intorno” nasce dalle radici di un libercolo autoprodotto intitolato “Graffi su vita quotidiana senza terracotta” che ho presentato in Lombardia, da dove vengo e in Puglia, dove ho le mie origini. “Graffi” era una sorta di trampolino. “C’era il vuoto tutt’intorno” è stato, invece, rendere concreto e comprendere, lasciandolo uscire in modo rapido, genuino, senza censure o inibizioni quello che si era creato in me. Mi sono sentito, finalmente, libero di non pensare al “cosa”, ma concentrandomi solo sul “come”. Storie e personaggi nascono autonomi. Il mio filtro è come far loro scavalcare il confine tra il “dentro di me” e il “fuori di me”, facendoli venire alla luce, rendendoli così fruibili ad altri. Non mi sento foriero di alcun messaggio non avendo altro scopo nello scrivere se non lo scrivere in sé. I racconti sono ambientati in un presente molto concreto ed esplicito dentro cui i protagonisti si trovano a vivere con qualche difficoltà, avendo una visione di ciò che li circonda diversa dalle persone che hanno intorno. Si trovano spesso un pochino spostati di lato, senza trovare un codice comune con gli altri per spiegare il loro punto di vista, precipitando, così, in situazioni a tratti comiche che sfiorano il grottesco. …aiutami: fare spoiler significa anticipare la trama?…

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre scrivevi questi racconti?

Non avendo messaggi da portare, non penso a nessun destinatario dei miei racconti. Gli unici destinatari che mi vengono in mente sono le persone che prendono i miei racconti e li leggono. Cioè chi si fa destinatario da solo.

Una domanda difficile Giovanni: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “C’era il vuoto tutt’intorno”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Se potessi campare anche di scrittura, la mia schiena ringrazierebbe molto. Vent’anni di giardinaggio danno piccole soddisfazioni e grandi mal di schiena! Altruismo e solidarietà potrebbero essere due motivi sufficienti per comprare i miei libri! C’è da dire, però, che chi ha letto i miei racconti si è divertito molto, percependo, a lettura avvenuta, una strana sensazione di qualcosa di impalpabile rimasto dentro che li ha spinti, poi, a riprendere i racconti e rileggerli. Io, comunque, mi sono divertito a scriverli… forse anche questo potrebbe bastare…

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Non ho nessun ringraziamento da fare, se non alla mia editrice Cristina Del Torchio, senza la quale, ovviamente, i miei libri, così come sono, non sarebbero.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, a proposito dell’arte dello scrivere diceva: «Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale e accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Amo molto Bukowski. Scrittore di livello altissimo e uomo onesto e sincero. Il filtro di un autore è il “come” scrivere. Il “che cosa”, la storia, quello che si narra vengono da soli. I luoghi, i personaggi, le loro sensazioni, le loro emozioni sono cose reali per chi scrive, istintive. Prorompono nostro malgrado e ci inducono a sederci e a tradurle su un foglio. È il “come” si scrive a caratterizzare un autore. È necessario essere onesti e sinceri per poter descrivere quello che si vede e di cui gli altri non si sono accorti. L’attenzione del lettore si cattura con il “come” viene scritto un racconto. Uno scrittore che pensa a che cosa scrivere prima di scriverlo e non a come scriverlo mentre lo sta scrivendo, credo non si possa definire scrittore.

«Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto infra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo fare altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Qual è la riflessione che ti porta a fare questa frase di Marcel Proust sul mondo della lettura e sull’arte dello scrivere?

Nonostante il rispetto che nutro per l’autore di questa frase, ammetto che non mi porta a fare nessuna riflessione. Abituato a leggere in modo attivo, non comprendo chi, leggendo, si siede nella storia senza viverla, ma facendosi trasportare in modo passivo. Mi sembra piuttosto ovvio che un libro resta una storia dentro delle pagine. In me restano, a lettura conclusa, le sensazioni che mi ha suscitato e il cibo che mi ha nutrito che mi spingono, in modo naturale, un po’ più dentro di me. Ma tutto questo mi sembra ovvio, è un meccanismo quasi banale…

«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

Leggere ci mostra “qualcos’altro”. E ci rende consapevoli. Sappiamo che quel “qualcos’altro” siamo noi, quella parte di noi che, a volte, non abbiamo voluto vedere o che abbiamo relegato nelle pieghe scure del nostro animo. Un lumicino si infila in noi e, inesorabile, va dritto nelle anse strette e buie e le illumina.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto?

Malgrado l’autorità di chi ha espresso questa opinione, devo dissentire in pieno. Non trovo che leggere sia una conversazione con chi ha scritto il libro. Infilarsi in una storia ed abbandonarsi ad essa rende più leggero l’animo e gli permette di spostarsi in un’altra dimensione. Può darsi, eventualmente, che quell’altra dimensione in cui ci si trova leggendo, siamo noi stessi. Questo sì. Allora, forse, potrebbe diventare una riscoperta di noi stessi e, quindi, una sorta di conversazione con la parte di noi con cui non conviviamo tutti i giorni e che ritroviamo grazie alla storia che stiamo leggendo. Ma un conversazione con chi l’ha scritto, questo credo di no.

Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea tecnologica e social? E se sì, a cosa serve oggi l’arte secondo te, e l’arte dello scrivere in particolare?

Per quanto io riesca a guardarmi intorno, mi sembra che grettezza e volgarità vogliano prendere il sopravvento. La diffusione capillare dell’educazione alla bellezza mi sembra soccombere. Nonostante gli sforzi, spesso nell’ombra, di tanti animi gentili i quali cercano di operare il bene, forze troppo meschine e potenti minano i loro risultati. Ma l’arte ha una corsia preferenziale percorsa solo da alcuni la cui forza, istintiva e prorompente, non può essere scalfita. È come se, ad ogni attacco, si rifugiasse in una grotta attendendo un nuovo momento propizio per diffondersi. L’educazione alla bellezza ingentilisce gli animi e li rende altruisti e consapevoli.

Quando parliamo di bellezza, siamo così sicuri che quello che noi intendiamo per bellezza sia lo stesso, per esempio, per i Millennial, per gli adolescenti nati nel Ventunesimo secolo? E se questi canoni non sono uguali tra loro, quando parliamo di bellezza che salverà il mondo, a quale bellezza ci riferiamo?

I ragazzi nati dopo il duemila non credo che abbiano il concetto di bellezza. Credo comprendano più il concetto di ciò che ritengono bello. E per quello che vedo non mi sembra che abbiano buon gusto. Non credo, comunque, che sarà solo la bellezza a salvare il Mondo… serve ben altro!

Chi sono i tuoi modelli, i tuoi autori preferiti, gli scrittori che hai amato leggere e che leggi ancora oggi?

Il mio problema è che il livello degli autori che prediligo è talmente alto da divenire, a tratti, demoralizzante per me che scrivo. Mi riferisco a Raffaello Baldini, Alberto Moravia, Dino Buzzati, Albert Camus, Franz Kafka, John Fante, Charles Bukowski… e mi fermo a questi, perché mi sembrano sufficienti per far comprendere quello che intendo…

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere questa estate dicendoci il motivo del tuo consiglio.

Mah… tre libri da leggere subito potrebbero essere: Intercity di Raffaello Baldini, Racconti Romani di Alberto Moravia, La Cameriera di Artaud di Veronica Nieto. Sono sicuro che saranno i lettori a volerci dire il perché!

E tre film da vedere assolutamente? Perché proprio questi?

Tre film… Lo chiamavano Jeeg Robot, Vita di Adele, Lo chiamavano Trinità. Proprio questi perché sono i tre che mi sono venuti in mente. Di sicuro ce ne sono molti altri da consigliare…

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

È in stampa un secondo libro (DUE RACCONTI, Rupe Mutevole) e sto lavorando alla stesura del terzo. Tutti racconti. Un romanzo è una cosa seria, l’ho rimandato all’anno prossimo.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori?

Una stretta di mano, credo, basterebbe per chiudere, se solo potessimo… Nient’altro che questo.

Ecco i link per l’acquisto diretto dei due volumi C’ERA IL VUOTO TUTT’INTORNO

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B384803

https://www.reteimprese.it/pro_A40124B384802

RupeMutevole

https://www.reteimprese.it/40124

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

 

 

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Andrea Giostra
SHORT-BIO | ANDREA GIOSTRA Appassionato di Arte, Letteratura e Cultura. Laureato in Psicologia Clinica con lode, con gli ultimi quattro esami sostenuti all'Università di Gent (Belgium), dove ha preparato la tesi di laurea all'interno di un progetto di ricerca scientifica della Faculty of Psychology and Educational Sciences diretta dalla Prof.ssa L. Verhofstadt-Denève. Per cinque anni ha collaborato con la Cattedra di Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Palermo diretta dallo psicoanalista Prof. L. Sarno. Ha partecipato ad un Corso Biennale di perfezionamento post-lauream in Psicoanalisi Freudiana presso l’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo diretto dal Prof. L. Sarno. Ha frequentato un Master biennale in Formazione e Specializzazione Rorschach diretto dai Dott. S. Parisi e P. Pes presso l’Istituto Italiano di Studio e Ricerca Psicodiagnostica Scuola Romana Rorschach. Ha frequentato un Master triennale in Criminologia diretto dal Prof. G.V. Pisapia dell'Università degli Studi di Padova e presieduto dal Prof. G. Tranchina dell’Università degli Studi di Palermo. Project Manager e Planner di importanti Opere e Mostre di Arti Visive e di Architettura.